martedì 24 novembre 2009

LA CHIESA TACE SUL NATALE ARIANO DI COCCAGLIO

di Enzo Mazzi, da Il Manifesto on line

Quest'anno la mangiatoia del presepio sarà vuota. Il Bambinello, eterno immigrato clandestino, sceso dalle stelle nel ventre di una fanciulla illegale, non sposata, nato in una stalla in terra straniera, deposto in una mangiatoia, è stato sequestrato dall'operazione White Christmas, Bianco Natale, della giunta leghista di Coccaglio.
Erode a suo tempo arrivò assai tardi.

La mangiatoia aveva avuto il tempo di accogliere il neonato destinato a rubare al re il trono e le ricchezze. Fece una strage di bambini ma il clandestino non c'era più. Ora si è fatto molto furbo e ha pensato bene di agire in modo preventivo.
Il Natale quando arriva ha da essere libero da tutti i clandestini. «Perché - come afferma l'Assessore alla sicurezza del piccolo comune bresciano, Claudio Abiendi - Natale è una festa della tradizione cristiana, della nostra identità, non la festa dell'accoglienza». «Segno di un'intolleranza parossistica» commentano i responsabili della Caritas. Senza però dire una parola, né loro né altri prelati sempre pronti a intervenire nell'ambito politico per difendere gl'interessi dell'etica oltre che della borsa, sul significato etico del Natale come festa che si oppone agli ingabbiamenti nazionalistici.
La mia riflessione s'imbatte in contraddizioni assai evidenti, lo so bene. Il Natale cristiano è storicamente e teologicamente «cattolico» che vuol dire universale, ma la sua è l'università imperiale. Il battesimo dell'universalità lo ha avuto da Costantino e resta impresso nella struttura sacrale profonda. Allora chiedo che dalla padella del nazionalismo gretto leghista si torni alla brace dell'universalismo imperiale che impone a tutti per legge la simbologia cristiana, compreso il presepio e il crocifisso?
Raddrizziamo dunque il senso del discorso. E proviamo a vedere e vivere il Natale come «accoglienza» della maternità, del «dare vita». Forse lo stesso racconto della natività che leggiamo nel Vangelo più che un racconto storico è l'eco del senso del rifiuto ancestrale che la società «bene» di ogni tempo oppone alla maternità nei suoi valori più alti, al «dare vita» non solo in senso biologico ma in senso culturale ed esistenziale. La cultura patriarcale sfrutta, come si sa bene, la donna, la sua capacità biologica di dare vita, ma rifiuta la cultura femminile della maternità. E così Maria si trovò a partorire in una stalla perché «per lei non c'era posto nell'albergo». Ma nel Vangelo c'è anche il senso dell'accoglienza verso la vita che nasce espresso da realtà emarginate dalla stessa società «bene», ad esempio i pastori.
E questo dell'accoglienza verso la maternità è oggi un problema particolarmente grave poiché il senso della vita si fonda sul possesso, sul danaro, sul successo individuale, sulla competizione di tutti contro tutti, sull'avere anziché sull'essere, fino a poter dire estremizzando un po' che la società in cui si realizza oggi la maternità è dominata dalla tendenza a dare la morte piuttosto che la vita. Per cui le madri, costrette ad andare contro corrente per dare vita in senso pieno, si sentono un po' straniere tutte e non solo quelle che vengono qui da paesi lontani. Le madri sono coccolate, gli si danno sussidi e sostegni, ma sono poco più che contentini perché la loro vita si fa sempre più difficile.
Le madri, anche quelle di Coccaglio, si sentono e sono tutte «straniere/migranti». Dare la vita è un'esperienza che pone in condizione obiettiva di estraneità rispetto alla cultura dell'alienazione, dell'esclusione, della guerra, e al tempo stesso dare la vita è dare impulso alla transizione (la migrazione) sognata e voluta da tante e da tanti verso una cultura della vita, della nonviolenza, della pace universale.
L'emersione della cultura femminile, il «dare vita», il sognare un mondo in cui «il bambino lattante possa stendere la sua mano nella tana della vipera» (la profezia di Isaia), l'affermarsi della soggettività femminile in ogni ambito della società, sono la nostra principale risorsa. Il Natale in questo senso è donna.
Buon Natale.

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