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martedì 5 ottobre 2010

riedizione: “Post fata resurgo”: una volta le chiamavano Opere Pie ..

di Leonardo Angelini,

già apparso su questo blog il 2 Maggio 2009

In base ad un decreto legge del 2 giugno del 2001, voluto dall’allora ministra Turco, e varato a parlamento chiuso pochi giorni prima dell’avvento del redivivo Berlusconi, le vecchie IPAB furono trasformate in ASP (Aziende di Servizi alle Persone) destinate a diventare – nelle intenzioni della Turco – uno dei fulcri di quel processo di esternalizzazione dei servizi volto a rovesciare i criteri si sussidiarietà, a mettere fuori gioco i vecchi servizi pubblici e a diventare il motore dei nuovi servizi alla persona dell’allora nascente welfare mix.

In base a quella legge – peraltro mai discussa in parlamento - che demandava poi alle regioni la fissazione dei criteri attuativi in base ai quali poi mettere concretamente in piedi nel territorio le varie ASP, negli anni scorsi la Regione Emilia e Romagna ha varato un insieme di norme in base alle quali, entro e non oltre il 30 aprile scorso, le ex IPAB regionali dovevano trasformarsi in ASP, pena l’alienazione da parte dei comuni dei loro patrimoni.

Sono nate così in fretta e furia in Regione, fra il gennaio e l’aprile di quest’anno, 41 ASP, sei delle quali in provincia di Reggio Emilia: l’Opus Civium, l’OSEA, il S. Pietro e Matteo, la Magiera Ansaloni, il Progetto Persona e la Rete. In base alla legge regionale del 2 Marzo del 2003, poi perfezionata a più riprese, tutte queste neo-aziende sono state istituite dai comuni del distretto in cui operavano in precedenza come IPAB.

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domenica 13 dicembre 2009

INERZIE

di Rossana Rossanda, da Il Manifesto on line

Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L'Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l'aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico».

l Ppe è rimasto di stucco. Il Presidente Napolitano, di solito assai prudente, ha definito il discorso «un violento attacco alle istituzioni», il premier gli ha risposto con insolenza: «Si occupi piuttosto della giustizia». Il Presidente della Camera, Fini, che aveva preso le distanze, si è sentito ribattere: «Ne ho abbastanza delle ipocrisie».
La reazione del paese è stata nulla. Probabilmente molti hanno scosso privatamente la testa. Come la regina d'Inghilterra, l'Alta corte non risponde ai vituperi che le vengono rivolti, soltanto la Camera potrebbe denunciare il premier per attentato alle istituzioni, ma la maggioranza della Camera ce l'ha lui. Il suo alleato, Bossi, ne ha elogiato «le palle», argomento decisivo per tutti e due. Il Popolo della libertà ha annunciato per domenica a Milano una manifestazione a suo sostegno.
Il presidente Casini ha lamentato che Berlusconi, per essere stato votato dal 35 per cento del paese, crede di esserne il padrone. Il leader del Pd Bersani si è doluto di aver ricevuto, testualmente, un «cazzotto» ma si ripromette di avviare ugualmente assieme a Berlusconi le più urgenti riforme istituzionali. L'ex pm Di Pietro ha gridato con qualche approssimazione: «E che si aspetta per dire che siamo nel fascismo?», non senza aggiungere: «E se succede qualche incidente?». Alcuni giornali parlano di stato d'emergenza, la sinistra della sinistra ha emesso alcune strida o ha parlato d'altro.
Ora, ci rifiutiamo di credere che la metà del paese che non ha votato Berlusconi ne trangugi anche stavolta le escandescenze. Certo una maggioranza non si abbatte che con un'altra maggioranza, ma questa va preparata non essendo affatto detto che ci sarebbe già oggi. E per molti motivi. Perché quando la detta metà ha avuto un suo governo, non ha ritenuto urgente né risolvere il conflitto di interessi né regolare il sistema radiotelevisivo, né darsi una legge elettorale decente - provvedimenti che non sarebbero stati niente di straordinario, soltanto la premessa di un quadro politico decoroso. Anche per questo la tela della democrazia, faticosamente tessuta nella Resistenza, si è andata sfilacciando, la crisi dei partiti è stata salutata dal più stolto degli entusiasmi, nulla di più affidabile ed efficace essendo stato messo al loro posto, socialisti e comunisti si sono pentiti di essere stati tali e la sinistra della sinistra non ha saputo che frammentarsi. E siamo arrivati a questo punto.
È l'ora di finirla di lamentarsi e di aspettare qualche leader miracoloso. Siamo noi, la gente che cerca di battersi con la Cgil, giovani e precari senza speranza, coloro che sono andati alla manifestazione del Nobday, gli piacesse Di Pietro o no, visto che nessun altro aveva pensato di promuoverla, siamo noi insomma la parte attiva di quella metà d'Italia che incassa botte da troppi anni. Andiamo a chieder conto a chi abbiamo votato fino a ieri di quel che sta facendo o non facendo oggi, senza né astio né affidamento. Proponiamo a chi lo vuole di metterci a discutere subito e a medio termine. Finiamola di lamentarci di non essere rappresentati. Siamo adulti e vaccinati. Rappresentiamoci.

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mercoledì 30 settembre 2009

Europa, la sinistra smarrita

di Paolo Flores d'Arcais, da il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2009, apparso anche su Micromega
Il Partito socialdemocratico tedesco ha subito domenica un vero e proprio tracollo. Commentatori e politici fingono di interrogarsi sul “perché?”, e allargano pensosamente l’orizzonte al declino dei partiti di “sinistra” in atto da tempo nell’intera Europa. Fingono, perché mai spiegazione fu più lapalissiana e sotto gli occhi di tutti. La “sinistra” perde in Europa, puntualmente e sistematicamente, perché da tempo ha smesso di essere di sinistra. Da tempo ha smesso di fare della eguaglianza la sua bandiera, la sua bussola, la sua strategia. E dire che la realtà economica e sociale non fa che offrire alimento ad una battaglia sempre più sacrosanta e doverosa per ogni persona minimamente civile: una generazione fa la distanza, nella stessa azienda, fra il reddito di un operaio e quello del super-manager poteva essere di 1:30, 1:40 (una enormità). Oggi tocca tranquillamente la cifra, esorbitante e mostruosa, di uno a trecento o quattrocento. Ma ci sono casi non rari in cui viene superato il rapporto uno a mille.

La sinistra, intesa come socialdemocrazia, si sta avvitando in un declino rapido e galoppante perché è sempre più indistinguibile dalla destra, questa è l’ovvia verità. E dovendo scegliere tra due destre, una dichiarata coerente e orgogliosa dei suoi “valori”, l’altra titubante e ipocrita, che qui lo dice e qui lo nega, l’elettore reazionario o il mitico “moderato” che sogna un futuro di privilegio, sceglierà ovviamente la prima, mentre l’elettore democratico finirà per restare a casa – dopo due o tre “ultime volte” in cui ha volenterosamente votato tappandosi il naso. Eppure i commenti di tutti i dirigenti del Partito democratico ai risultati delle elezioni tedesche non fanno che ripetere la giaculatoria d’ordinanza: attenti a non ascoltare le sirene estremiste (sarebbe Lafontaine!), non dobbiamo rinunciare alla “cultura di governo”, l’unica anzi che alla lunga ci farà vincere (“nel lungo periodo saremo tutti morti” ammoniva il grande Keynes. Anche lui estremista, evidentemente).

Giaculatoria masochista, con la quale la “sinistra” non vincerà mai più, ma giaculatoria obbligata, perché ammanta di nobiltà (“cultura di governo”) la realtà mediocre e spesso sordida di una nomenklatura (nazionale e locale) totalmente succube dell’establishment e pronta a difenderne gli interessi, garantirne i privilegi e financo soddisfarne i capricci – e soprattutto le illegalità - anziché riequilibrare radicalmente redditi e potere a vantaggio dei meno abbienti.
Perché non è affatto vero che in Europa la sinistra sia sconfitta, e non è stato vero neppure in Germania domenica scorsa. I voti di Spd, Die Linke, Verdi e “Pirati” equivalgono e forse superano la somma dei suffragi cristiano-democratici e liberali. L’elettorato per un’alternativa alla signora Merkel ci sarebbe, insomma. E in Francia è bastato che Dany Cohn-Bendit inventasse un nuovo e credibile partito ecologista per ottenere alle europee un risultato equivalente a quello del declinante Partito socialista.

Perché dunque i partiti socialdemocratici perseverano nella politica diabolica che li sta portando all’estinzione, anziché mettersi a disposizione delle istanze di “giustizia e libertà” che percorrono massicciamente le società civili della vecchia Europa? Perché non colgono l’occasione di una crisi drammatica, colpevolmente prodotta dai padroni della finanza e governi complici, per guidare le masse nell’imporre all’avidità sfrenata e inefficiente delle classi dirigenti un sacrosanto redde rationem?

Perché hanno smesso da tempo di “rappresentare” forze popolari, e istanze di critica ai privilegi (sempre più smisurati) e all’establishment. Perché di quell’establishment sono parte integrante, benché subalterna, perché aspirano solo a partecipare alla torta di quei privilegi, anziché a sostituirvi un agape più fraterno. Perché sono casta, partitocrazia autoreferenziale, e di conseguenza strutturalmente incapaci di indicare nei nemici dell’eguaglianza i propri nemici. Ma senza indicarli, senza proporre misure che colpiscano i finanzieri della speculazione, e gli imprenditori che “delocalizzano” (cioè licenziano in patria per iper-sfruttare con profitti iperbolici nei paesi più poveri), e il dilagare dell’intreccio corruttivo-politico-criminale (le mafie ormai impazzano, dagli Urali alla penisola iberica), senza rilanciare il welfare tassando i più ricchi, la socialdemocrazia non solo non fa più politica ma è ormai morta.

Si tratta di seppellirla al più presto nella consapevolezza degli elettori, perché lo zombie di quella che fu una sinistra è oggi l’ostacolo maggiore alla nascita di nuove organizzazioni di “giustizia e libertà”.
Tentare di riformare le socialdemocrazie è una perdita di tempo. Cercare di “superarle” in una sintesi con pulsioni e illusioni “centriste” è ancora peggio, una dissipazione di energie democratiche e di passione civile. Le lezione ripetuta e convergente che da anni viene dalle urne elettorali in Europa dice invece che è maturo il momento per dare al bricolage politico dei movimenti di opinione una forma organizzativa, autonoma dai partiti, capace di non riprodurne i difetti e le derive di omologazione. Tanto più in Italia, dove sponde ecologiste o alla “die Linke” sono state cancellate definitivamente dalla corriva nullità dei gruppi dirigenti.

(29 settembre 2009)

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venerdì 31 luglio 2009

La strategia autoritaria del governo

di Luigi de Magistris*, da Il Manifesto

Credo sia un grave errore pensare che il governo Berlusconi, la maggioranza berlusconiana, non persegua una ben precisa strategia che mira a modificare in modo radicalmente autoritario ed illiberale il nostro Paese. Il disegno, di chiara matrice piduista, impone sia ampie revisioni costituzionali che svuotamenti della Carta attraverso la legislazione ordinaria: matrice di fondo è la soppressione di quella che gli anglosassoni chiamano balance of powers, il bilanciamento dei poteri.


La Costituzione deve subire - in tale progetto strategico - una svolta presidenziale, con la concentrazione dei poteri di governo nelle mani di un'unica persona: il Parlamento ridotto a mero organo di ratifica dei voleri della maggioranza, Corte costituzionale e Consiglio superiore della magistratura modificati nella loro composizione attraverso l'aumento dei membri di nomina politica. Il Presidente della Repubblica sarà quindi capo del governo, capo delle forze armate, capo del Csm e magari, se lo scenario di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e politico-istituzionale del nostro paese rimarrà quello attuale, anche capo dei capi.
Dal momento che anche una maggioranza di chiara ispirazione autoritaria ed illiberale non potrà mai abolire formalmente l'art. 3 della Costituzione (l'uguaglianza delle persone di fronte alla legge) e l'art. 21 della Costituzione (libera manifestazione del pensiero e diritto di cronaca) ecco che si colpiscono - attraverso lo strumento della legge ordinaria - quelli che sono due baluardi di ogni stato di diritto che consentono l'effettiva attuazione di tali principi: l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e dell'informazione. In questi ultimi mesi la maggioranza sta portando avanti un disegno di complessivo annichilimento dell'autonomia della magistratura e dell'indipendenza, libertà e pluralismo dell'informazione.
Corollari di un disegno autoritario di questo tipo sono anche taluni censurabili provvedimenti normativi adottati negli ultimi mesi e che offrono una chiara cornice dell'avanzare del fascismo del terzo millennio: 1) le ronde che - mortificando le forze dell'ordine - introducono la privatizzazione della sicurezza pubblica e l'istituzionalizzazione in alcune aree del controllo del territorio da parte della criminalità organizzata (tipico strumento utilizzato nel ventennio del secolo scorso e nel periodo iniziale dei paramilitari colombiani); 2) il ricorso sempre maggiore ai militari per compiti di ordine pubblico che - soprattutto in un'ottica di presidenzialismo di chiara ispirazione piduista - potranno essere utilizzati per affrontare conflitti sociali e reprimere il dissenso che viene sempre più criminalizzato nel nostro paese attraverso pratiche liberticide tipiche della tolleranza zero; 3) la criminalizzazione dell'immigrato in quanto tale e non perché ha commesso un reato, ossia l'introduzione della colpa d'autore tanto cara al regime nazi-fascista, con tratti xenofobi indegni di un paese democratico.
Un disegno autoritario di tale portata nasce e si consolida attraverso un ricercato crollo etico anche grazie all'imperversare della pubblicità commerciale, del consolidamento della teoria del consumatore universale, del radicamento del pensiero unico, del rovesciamento dei valori: non conta chi sei, qual è la tua storia, ma quanto appari; il culto del profitto, dell'avere al posto dell'essere, del dio denaro. Un revisionismo culturale realizzato in anni di bombardamento mediatico, in un conflitto di interessi mai affrontato da un opaco centro-sinistra intriso da tanti conflitti d'interessi. Un definitivo controllo delle coscienze e la narcotizzazione delle menti e finanche dei cuori deve passare attraverso la mortificazione della scuola pubblica, dell'università e della ricerca: deve apparire che siamo un paese normale (quanto bello ed attuale quell'articolo di Domenico Starnone che parlava di normale devianza).
Di fronte ad un disegno che appare a tratti anche eversivo dell'ordine costituzionale; di fronte ad un paese dove le mafie condizionano in modo devastante parte significativa del Pil e riciclano immani somme di denaro in ogni settore suscettibile di valutazione economica ed in ogni parte del territorio nazionale; di fronte ad una capillare penetrazione della criminalità organizzata in vasti settori della politica e delle istituzioni, attraverso soprattutto il controllo della spesa pubblica; di fronte ad un collante sempre più evidente tra sistema politico castale e criminalità organizzata; di fronte a tutto questo, le forze democratiche - in qualunque articolazione della società civile siano presenti - debbono impegnarsi concretamente per impedire la realizzazione di un tale progetto politico che condurrà inesorabilmente alla fine dello Stato di diritto.
Così come chi è investito di ruoli istituzionali e non è ancora totalmente assuefatto a tale sistema di potere deve battere un colpo per difendere la Costituzione nata dalla Resistenza e per far sì che venga attuata giorno per giorno.
* parlamentare europeo Idv

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Due proposte per fermare il regime

di Paolo Ferrero*, il Manifesto

Condivido l’articolo di Luigi de Magistris sulla strategia autoritaria del governo. Condivido e ritengo necessario, dopo la raccolta di firme che Rifondazione comunista ha fatto con l’Italia dei Valori per sottoporre a referendum il lodo Alfano, proseguire l’iniziativa per contrastare l’azione antidemocratica del governo. Occorre costruire una manifestazione nazionale unitaria contro il pacchetto sicurezza ma anche una azione unitaria delle diverse forze politiche, culturali e sociali che si collocano all’opposizione, articolata sul territorio, che sveli a fondo il carattere eversivo dell’azione di governo. Occorre fare una vera e propria campagna di massa.

Sono rimasto colpito però della assenza nell’intervento di de Magistris della questione sociale. Ritengo infatti che senza una discussione di fondo sul rapporto tra questione democratica e questione sociale, Berlusconi non solo demolirà la democrazia nel nostro paese ma lo farà con il sostanziale consenso – attivo o passivo – del paese. Occorre cioè fare i conti con la situazione reale del paese che a me pare caratterizzata da due elementi: da un lato la separazione nella testa di milioni di persone tra questione sociale e questione democratica. Dall’altra la questione sociale oggi non trova “naturalmente“ uno sbocco a sinistra, in termini di conflitto di classe, o se volete di conflitto del basso contro l’alto; sempre più spesso è la guerra tra i poveri, dei penultimi contro gli ultimi, ad esprimere la questione sociale.
Penso che se l’opposizione non saprà fare i conti con questo doppio problema, sarà destinata a soccombere di fronte all’avanzata della destra populista e della crisi della politica: non sarà efficace al fine di battere Berlusconi e il berlusconismo.
In altri termini Berlusconi trae un vantaggio decisivo dal fatto che milioni di persone appartenenti agli strati subalterni o non vanno più a votare, schifati dalla politica, oppure votano a destra – a partire dalla Lega – perché la ritengono più efficace per difendere i loro interessi.
Occorre quindi unire alla denuncia del carattere eversivo dell’azione di governo, una azione coerente di denuncia del carattere di classe dell’azione del governo e la costruzione di una seria opposizione alle sue misure economiche e sociali. A tal fine è completamente suicida la linea di gran parte dell’opposizione di appoggiarsi a Confindustria per criticare il governo; è suicida che il provvedimento più estremista varato dal governo sul piano economico e sociale e cioè il federalismo fiscale, sia stato approvato dall’Italia dei Valori e abbia visto l’astensione del Pd. Col federalismo fiscale si taglierà la spesa sociale, la guerra tra i poveri verrà istituzionalizzata e si apre una autostrada alla distruzione del contratto nazionale di lavoro e alla gestione localistica dei conflitti. Il federalismo fiscale è una manna per la Lega Nord e per il nascituro partito del Sud, per balcanizzare l’Italia. Ho fatto questo esempio ma potrei proseguire con l’opposizione che vota mozioni di sostegno al finanziamento delle scuole private, non dice nulla sulla spesa di 14 miliardi per l’acquisto di cacciabombardieri, non dice nulla sulle prebende per il sistema bancario, balbetta sull’attacco al contratto nazionale di lavoro, concorda sulla riduzione della tassazione per le rendite fondiarie, ecc.
A me pare evidente che la sostanziale subalternità dell’opposizione parlamentare (e quindi dell’opposizione presente sui mass media) alla Confindustria apra uno spazio politico immenso alla destra populista di Berlusconi e alla sua azione demolitrice dell’impianto costituzionale.
Per questo faccio a mia volta un appello a de Magistris: costruiamo insieme nell’autunno, tutte le forze disponibili, una mobilitazione sociale degna di questo nome che contesti radicalmente la politica e economica e sociale del governo, contro la precarietà, per la redistribuzione del reddito e del lavoro, per una riconversione ambientale dell’economia. Per rendere credibile agli occhi di larghi strati popolari la nostra battaglia per la democrazia occorre schierarsi dalla loro parte nel conflitto sociale, altrimenti i nostri discorsi saranno incomprensibili.
Aggiungo una seconda considerazione e una seconda proposta che concerne il piano istituzionale. Con questa legge elettorale maggioritaria e bipolare è pressoché impossibile sconfiggere il berlusconismo. Berlusconi ha uno schieramento che vale il 45% mentre i suoi oppositori sono divisi e hanno voti non facilmente sommabili. Non penso possibile fare una alleanza con l’Udc di Cuffaro per governare l’Italia. La gabbia bipolare, costruita stupidamente dal centrosinistra negli anni ’90, si è rivelata il contesto concreto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, il sistema che più favorisce Berlusconi e il suo tentativo di trasformare in regime il suo governo. Se fosse passato il referendum sul partito unico su cui il Pd ha dato indicazione di voto favorevole e per cui Di Pietro ha raccolto le firme, il discorso sarebbe chiuso. La sconfitta del referendum apre però una strada che voglio proporre a de Magistris. Prendere atto che il bipolarismo è all’origine del successo berlusconiano e proporre una legge elettorale proporzionale. Una legge proporzionale garantirebbe una cosa semplicissima e cioè che Berlusconi, che è minoranza nel paese, non si trovi poi ad avere la maggioranza assoluta di parlamentari in virtù della legge elettorale bipolare. L’Udc e le forze della sinistra propongono il sistema elettorale tedesco, se l’Italia dei Valori si pronunciasse chiaramente su questo indirizzo avremo buone possibilità che anche il congresso del Pd si muova in questa direzione. Un comune orientamento di questo tipo permetterebbe di costruire uno schieramento di salvaguardia costituzionale con l’obiettivo di fare una legge elettorale proporzionale e una legge sul conflitto di interesse. Questi provvedimenti si possono fare in sei mesi e su questo obiettivo si può costruire uno schieramento per dar vita ad una brevissima legislatura di salvaguardia costituzionale che cambi le regole del gioco per poi andare a votare con un sistema proporzionale, ognuno con la propria faccia e il proprio programma. Noi tutti ci battiamo perché Berlusconi cada ma è nostro obbligo avanzare un proposta per sconfiggerlo senza fare pasticci: questa proposta a me pare utile e praticabile.
Riassumendo voglio quindi dire a de Magistris che per impedire a Berlusconi di realizzare il proprio disegno eversivo occorre costruire sul piano sociale una forte opposizione alla sua politica di classe e sul piano istituzionale porre con chiarezza l’obiettivo dell’uscita dal regime bipolare. Questo non dipende solo dagli altri ma in buona misura anche da che cosa farà l’Italia dei Valori nei prossimi mesi.
*Segretario nazionale Prc


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venerdì 17 luglio 2009

UN ORGANISMO PER FARE SOCIETÀ E POLITICA

di Paolo Cacciari, da Il Manifesto

Chi più, chi meno, ognuno di noi è geloso delle proprie appartenenze, è affezionato alla propria storia politica, al fondo, è convinto di avere la soluzione in tasca. Molto del nostro tempo lo spendiamo cercando di convincerci a vicenda. Siamo arrivati al punto di preferire la sconfitta certa comune piuttosto che correre il rischio di vedere vincere l'altro. Non è bello ma bisogna capirne i motivi. Altrimenti anche i più genuini e generosi appelli all'unità, i vari e ripetuti tentativi di associazione e federazione sono destinati a rimanere vox clamantis in deserto.


Bisogna ammettere che le differenze trovano ragione in culture e visioni diverse, spesso molto diverse. I comunismi sono stati e saranno sempre molti. Gli antagonismi anticapitalisti sono ancora più numerosi. Come fare a stabilire qual è quello «giusto», più efficace e vincente? Il nostro o il loro? È evidente che così non se ne va fuori. Anche il più modesto risultato elettorale, il più striminzito sciopero, il più malriuscito corteo, il meno diffuso giornale... potrà essere rivendicato come «un buon inizio».
La nostra generazione politica (diciamo quella che si è formata tra il '68 e il '77) è prigioniera di una cultura politica competitiva e aggressiva, che pretende di «egemonizzare» chiunque esprima visioni differenti dalle nostre. Contrariamente a quanto predichiamo in pubblico (una società di liberi ed eguali) applichiamo acriticamente al nostro interno i metodi peggiori che abbiamo imparato vivendo nella società borghese: tra questi il «principio di maggioranza». Ma poiché (come giustamente spiegava Bakunin) le decisioni non possono che valere per chi le prende, alle minoranze non è data altra alternativa che ubbidire o allontanarsi. Da qui la straordinaria propensione alla scissione delle formazioni politiche di sinistra. Per di più, come ci insegnano gli scienziati dell'organizzazione, esiste un principio di sopravvivenza che trasforma i «gruppi dirigenti», anche della più piccola e scalcinata organizzazione, in una oligarchia.
Noi, gente di sinistra, non possiamo avere altri legami e motivi di stare assieme se non la condivisione di idee. Per Ekkehart Krippendorff: «Il movente originario della sinistra sta in una ribellione morale». Quindi, un processo di compresenze, convergenze e accumunamento tra diverse soggettività antagoniste, spiriti critici, coscienze dotate di spirito di giustizia... o come altro preferiamo chiamarci, avviene per catarsi esterna sotto la forza di un attrattore ordinatore generale (il comparire di un soggetto rivoluzionario in sé e per sé, l'esplodere della contraddizione principale, l'affermazione di un modello di ordinamento sociale assunto come guida), ma non è questo il nostro caso storico, oppure bisogna cercare dei sistemi di collaborazione, di mutualità, di reciproco appoggio utili a tutti e a ciascuno. Per questo le regole (vedi proposte di Marcon e Pianta, formulate prima e dopo le elezioni) assumono un valore decisivo.
Del resto, come diceva già quel vecchio seminudo all'arcolaio, tra mezzi e fini esiste la stessa connessione inviolabile che vi è tra il seme e la pianta. Penso ad un agire insieme per campagne di iniziative (quelle elettorali sono solo alcune tra le altre) su piattaforme elaborate con modalità partecipate, con auditing e convention pubbliche, con l'uso di delegati sempre revocabili ma titolari di una propria inalienabile libertà di coscienza. Penso ad un sistema di connessioni, collaborazioni, coordinamenti multidimensionali che costituiscono spazi pubblici e forme organizzate stabili dell'agire politico. Penso alla fine di ogni separazione tra lavoro sociale e lavoro di rappresentanza. Non un «incontro a metà strada» e più che un «intreccio» tra pratiche sociali e rappresentanze, tra spontaneità insorgente e mediazione politica, ma una forma di autoriconoscimento e autodeterminazione di soggetti capaci assieme di conflitto e di contrattazione, capaci di «fare società» perché sanno districarsi tra le istituzioni e capaci di «fare politica» perché sono parti di società.
Questa nuovo «organismo» lo chiameremo ancora partito (anche se variamente aggettivato: politico, sociale, di massa, cartello elettorale, federazione, ecc.) o in qualche altro modo? Non nascondo che se riuscissimo a distinguerlo dagli altri e da tutti quelli che ci sono stati fino ad oggi anche nel nome, oltre che nei modi d'essere e nelle modalità di funzionamento, sarebbe già un gran bel passo avanti.


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mercoledì 8 luglio 2009

Cittadinanza e mutualismo

di Pino Ferraris, da: UNA CITTÀ
Terzo settore, terzo sistema, non profit, economia civile… sono innumerevoli i tentativi di costruire e di definire il grande contenitore nel quale riversare pratiche e attori sociali, che sfuggono ai chiari e consolidati criteri di classificazione dei sistemi di azione: l’agire amministrativo pubblico e l’azione privata di mercato.


Dentro questo generico recipiente si affastellano dati statistici: numero sterminato di organizzazioni non profit, cifre che quantificano la presenza dell’impegno volontario e del lavoro dipendente, comparazioni internazionali. La precisione matematica in questo caso fallisce: i risultati statistici sono discordanti, contraddittori, controversi.L’almanacco delle buone pratiche di cittadinanza con le sue numerose e lunghe interviste che raccontano esperienze di intervento sociale su scuola e immigrazione, disagio mentale e cura del dolore, contratti di quartiere e difesa di beni comuni, ecc., cambia il punto di vista, muta angolazione. Qui prevale l’approccio “soggettivo” che racconta le motivazioni, le capacità e i limiti degli attori sociali, narra i percorsi e le forme del mettersi insieme, fa emergere le interazioni concrete con l’ambiente e con i soggetti, le difficoltà incontrate, le risorse e le competenze attivate, i modi e i livelli di incontro con la pubblica amministrazione.Sono sondaggi puntiformi che scendono in profondità all’interno di segmenti parziali, interrogano la qualità del frammento.Mi pare inedito l’apporto “qualitativo” di conoscenza che proviene da un agire sociale che si racconta.Non è affatto esaustivo questo approccio, ma proprio perché è troppo trascurato lo ritengo molto prezioso. Mi limito ad estrarre dal corposo materiale delle 400 pagine dell’Almanacco due spunti che utilizzo per sviluppare argomentazioni di carattere più vasto che voglio collocare ad introduzione di questo mio intervento.Prendo avvio dalla bella intervista ai membri di una cooperativa di tutoraggio di ragazzi in gravi difficoltà in un quartiere degradato di Napoli. L’associazione ha un nome misterioso “Il tappeto di Iqbal”. L’intervistato spiega che quel nome richiama la vicenda di un piccolo schiavo pachistano ucciso a dodici anni dalla mafia dei tappeti quando ha cercato di organizzare la resistenza alla disumana condizione sua e dei suoi compagni. Il collegamento simbolico tra quell’esperienza così lontana nello spazio e l’azione di sottrazione di ragazzi napoletani alla servitù del circuito camorristico evidenzia una rilevante circolazione globale di informazione ed identificazione all’interno di pratiche sociali e valori condivisi: impegni sociali molecolari molto diffusi ma anche fittamente interconnessi.Le buone pratiche di cittadinanza non nascono dal buon cuore ma dall’interazione tra la risposta a bisogni “locali” e il coinvolgimento nella costellazione di ideali e di esperienze comunicati dalla diffusione dei nuovi movimenti sociali. Senza Seattle e Porto Alegre e senza internet si rischia di capire molto poco delle forme della sociabililità contemporanea.La seconda occasione di riflessione l’estraggo dalla ricca intervista a due animatori dell’associazione friulana “Vicini di casa”. Gli intervistati anche questa volta prendono il discorso da lontano, ma da lontano nel tempo: “In Friuli ogni paese aveva la sua latteria sociale cooperativa, erede della vecchia esperienza cooperativa cattolica e socialista di fine 800 e inizi 900…”. I tempi nuovi hanno travolto quell’esperienza rurale che però ha lasciato un’eredità di tradizioni culturali e di strutture materiali. Si è deciso di rilanciare quel patrimonio antico per affrontare un problema nuovissimo: offrire agli immigrati una possibilità di civile inserimento abitativo. Ora l’associazione gestisce l’affitto di 1500 famiglie di immigrati.Perché il nome “Vicini di casa”? Gran parte dei lavoratori friulani erano muratori migranti e costruivano da sé la propria casa al paese con il mutuo sostegno tra vicini di casa. Anche in questo caso la buona pratica attiva nel presente non nasce nel vuoto, ma si alimenta nel sedimento storico della cultura sociale: la attualizza e la rilancia.Per rielaborare l’antico mutuo appoggio tra i vicini di casa del villaggio friulano nel sostegno solidale ai nuovi “vicini” che sono cingalesi, kossovari e curdi, occorre che sia intervenuta un’evoluzione innovativa all’interno dei valori del passato. Vorrei far presente con forza questa doppia riduzione di distanza: da una parte l’apertura verso uno spazio di cittadinanza “globale”, dall’altra la riattivazione nel tempo presente di ciò che resta vivo nelle radici del passato “locale”. Qui vedo l’originalità e la forza delle forme emergenti della sociabilità.Il “primo mondo” occidentale è ormai da tempo uscito dal “glorioso trentennio”. Allora un processo di crescita economica lineare aveva ridimensionato la portata dei dilemmi sociali: tecniche specialistiche e amministrative di correzione distributiva e di adattamento culturale apparivano sufficienti a garantire stabilità di consenso e di coesione.E’ lenta la percezione dell’insorgere anche all’interno dell’Occidente (non solo nel “resto del mondo”) di una nuova questione sociale che esige straordinaria mobilitazione di cultura, grande capacità di invenzione politica e istituzionale, attivismo creativo nella tessitura della trama associativa e dei legami sociali.E’ difficile l’impresa analitica di ricostruzione dei molteplici e complessi profili dell’attuale crisi sociale. Non aiuta l’economicismo a dipanare il groviglio di tensioni inter-culturali, di deprivazioni relative, di insicurezze ecologiche, di rischi di mobilità sociale discendente, di perdite di identità che si avvitano intorno ai sussulti dell’economia e ai traumi tecnologici.Tuttavia mi pare indubbio che l’epicentro del terremoto sociale si colloca nel colossale processo di destabilizzazione di quel lavoro salariato che era diventato il grande integratore delle nostre società attraverso lo stabile rapporto con l’impresa, mediante l’affermazione di identità collettive sindacalmente e politicamente rappresentate e con un riconoscimento della propria centralità concretizzato nelle tutele dello Stato sociale. Ci troviamo di fronte ad un apparente paradosso. Gli ambiti di lavoro, che sono violentemente ed estesamente colpiti da insicurezze e disoccupazione, da nuove costrizioni e disagi, da svalutazione economica e sociale, non ci appaiono in questo momento come i luoghi della resistenza più significativa, come i contesti delle esperienze sociali e politiche più radicali e innovative. E’ invece all’interno degli ambiti di vita, all’interno dei processi di riproduzione sociale che le onde lunghe e ruvide degli sconvolgimenti del lavoro sembrano esprimere insorgenze di risposta, di auto-difesa, manifestare fermento critico e propositivo.Parlo di paradosso “apparente”, ricordando che nel tempo delle drammatiche fratture prodotte dal primo industrialismo il mutuo soccorso nelle condizioni di esistenza ha preceduto la resistenza sul lavoro. Allora la costruzione di aggregazioni della solidarietà negli ambiti di vita fu premessa e presupposto delle lotte del lavoro.Nei primi decenni del secolo scorso il sindacalista francese Victor Renard aveva teorizzato e proposto il “sindacalismo a base multipla”, in sostanza un sindacalismo che fosse in grado di utilizzare la solidarietà mutualistica negli ambiti di vita come leva per rafforzare la coesione rivendicativa nei luoghi di lavoro. Oggi che il lavoro è vulnerato, precarizzato e disperso non si possono pensare forme di associazionismo mutualistico come itinerario verso la ricostruzione di una capacità di coalizione e di rivendicazione nel lavoro?Il sindacato dovrebbe apprendere a “fare società”, non limitarsi ad aprire sportelli di servizio.Un vecchio lavorista come il sottoscritto, che ha sempre visto i rapporti di produzione come lo spazio primario e privilegiato del conflitto sociale e dell’autonomia dei lavoratori, trova difficoltà a mutare il punto di osservazione, a concentrare attenzione positiva sui cosiddetti processi di riproduzione sociale. Non è facile per me osservare e valorizzare le dinamiche sociali che sembrano provenire dal lato “maledetto” del consumo.Consumismo di mercato e sudditanza allo Stato paterno li ho sempre visti come i momenti della passivizzazione, della dipendenza e dell’integrazione sociali.Era difficile, nei tempi d’oro del “miracolo” consumista e delle conquiste welfariste, scorgere la presenza di resistenze, di aree di autonomia nella vita quotidiana all’interno di una società sempre più pesantemente colonizzata dall’offerta di mercato e dall’interventismo di Stato. Eppure persone, famiglie e comunità mai sono state completamente inerti, passive “destinatarie” dei beni delle attività di impresa e dei servizi delle amministrazioni. Le fatiche e le capacità di processare e di adattare i beni e i servizi dell’offerta all’uso per se stessi hanno sempre generato un’area di attività, un corpo di saperi taciti, implacabilmente relegati nel cono d’ombra degli affari domestici e dell’arrangiarsi informale .Certamente la “rivoluzione silenziosa” delle donne ha costituito la leva principale nel portare alla luce, nel dare valore sociale alla segregata ed oscurata “economia domestica”. La rilevanza sociale e politica del lato attivo, competente e propositivo della “domanda”, ha avuto accelerazioni soprattutto dentro la crisi del welfare che precipitava sia come ridimensionamento di prestazioni, sia come modalità burocratiche e clientelari in conflitto con una più esigente ed attiva cittadinanza, sia come rigidità dell’offerta rispetto alla mappa, in rapida trasformazione, delle aree e delle forme del disagio e dei bisogni.Il volontariato, negli anni ‘80, nasce fortemente orientato alle nuove marginalità: i tossicodipendenti, i senza fissa dimora, gli immigrati, i disabili e i malati di mente. Non si manifesta come “azione compassionevole” verso i bisognosi, ma come impegno di cittadini attivi volto a rendere esigibili diritti negati ai cittadini deboli. La combinazione e l’intreccio del volontariato con movimenti ad obiettivo specifico, come il pacifismo, l’ambientalismo e l’antirazzismo creano sinergie che arricchiscono un inedito associazionismo che si colloca ormai all’esterno degli storici e fondamentali corpi intermedi novecenteschi: il sindacato e il partito politico.Le caratteristiche originali di quelle che chiamiamo buone pratiche di cittadinanza consistono nel fatto che esse non sono chiuse all’interno della mera rivendicazione verso l’alto e non operano come semplice azione di supplenza rispetto a ciò che dall’alto non viene. Esse contengono elementi critici ma tendono a proporre soluzioni. Mentre avanzano proposte sovente incominciano a realizzarle in proprio. Queste nuove forme di intervento sociale cercano di trasformare gli “utenti” passivi di prestazioni esterne in soggetti capaci di esprimere proprie energie latenti, di riprendere iniziativa e di ritrovare anche limitati ma possibili spazi di autonomiaQueste spinte tendono a incrinare il nesso assistenza-dipendenza, il paradigma forte che compatta le esigenze di comando del ceto politico, la volontà di conservazione del ruoli amministrativi, l’intangibilità dei circuiti di potere-sapere degli esperti. Esse rimettono in discussione l’autoreferenzialità delle strutture di welfare, autoreferenzialità che riproduce i processi di fondo della logica delle organizzazioni, tendenti alla divaricazione tra fini dichiarati (la missione sociale) e fini reali (l’autodifesa degli apparati).E’ severamente vietato agli utenti destinatari di diventare attori sociali proponenti. L’“oggetto” delle pratiche di tutela politico-amministrativa non può pretendere di entrare nella scena pubblica come “soggetto”.In modo embrionale, implicito e carsico vediamo forse operare dinamiche sociali che vanno ad intaccare quello che è un solido paradigma d’ordine.Riprendendo la sintetica definizione (scritta nel 1936) dello storico del movimento operaio Edouard Dolléans si riapre “il conflitto tra le rivoluzioni di potenza e le rivoluzioni di capacità”. Da una parte la gestione della società delegata alle macchine politiche, alle tecnocrazie e allo Stato, dall’altra il mutamento sociale che cerca le sue risorse principali e prioritarie nell’incremento delle capacità morali e intellettuali dei cittadini e nell’iniziativa costruttiva e realizzatrice delle libere associazioni. Se la sfida delle alternative sociali ha veramente questo respiro e questa rilevanza, è difficile però vederle rappresentate nell’attuale dibattito politico e ideale.Un fattore di rimozione e di blocco della discussione viene dall’interno dello stesso “terzo settore”. In esso operano grandi società di capitale (non profit) che utilizzano personale dipendente per fornire servizi sociali appaltati all’esterno da enti pubblici: l’impresa sociale. Dall’altra parte abbiamo una galassia di associazioni tra persone rivolte all’azione solidale di sostegno e di aiuto: il volontariato.I primi operano per erogare servizi all’utenza sociale, i secondi sono soprattutto impegnati con i soggetti deboli titolari di diritti sociali elusi o negati.I primi sono applicati ad agire sui modi, sugli indirizzi, sulle normative di elargizione dell’offerta di prestazioni e di servizi.I secondi si sentono più impegnati a dare voce, a suscitare capacità di espressione e di influenza nella domanda sociale.Sono ambiti che esprimono logiche diverse dell’azione sociale. I vertici visibili e ascoltati del cosiddetto terzo settore esprimono una torsione unilaterale della rappresentanza, esercitano soprattutto una sorta di pressione “sindacale” dell’impresa sociale verso i pubblici poteri per sollecitare e captare l’esternalizzazione dei servizi sociali. La vasta galassia delle buone pratiche di cittadinanza, dell’associazionismo volontario, della cittadinanza attiva non ha rappresentanza propria, visibilità e peso politico. Eppure è da questo lato che vengono gli apporti per un welfare arricchito, rinnovato e partecipato, la cui costruzione coincide con una rivitalizzazione democratica della società civile.La convergenza tra “imprenditori sociali”, apparati politici e burocrazie amministrative, applicati in operazioni di ingegneria sociale e ossessionati dai “costi” dell’offerta sociale, tende sempre più a far coincidere l’innovazione con il ridimensionamento del Welfare.L’oscuro oggetto del desiderio di tanta parte della classe dirigente italiana ed europea è il modello americano di “conservatorismo compassionevole” e di welfare residuale. Il prof. Stefano Zamagni è uno studioso cattolico che da anni dedica intelligenza e passione nella ricerca economica, sociale e storica dei fondamenti di quella che egli chiama una “economia civile” che sia in grado di sfuggire alla stretta delle ganasce del neo-liberismo e del neo-statalismo.Egli non ha dubbi nel tracciare netti confini rispetto all’esperienza americana del “capitalismo caritatevole” dove “un mercato scatenato produce ricchezza e i ‘ricchi’ fanno la ‘carità’ ai poveri, ‘utilizzando’ la società civile (che quindi viene deformata) e le sue organizzazioni (le charities e le Foundations).”Lascia un po’ perplessi l’intento di Zamagni a ricercare nell’“umanesimo civile” della prima metà del Quattrocento fiorentino il riferimento culturale e sociale per il progetto di una “economia civile” del nostro tempo. Personalmente ritengo che, per affrontare l’insorgente questione sociale, le forze politiche e culturali del nostro continente debbono fare i conti, nel bene e nel male, con la peculiarità di un’esperienza non così lontana: la storia sociale di un’Europa percorsa da 150 anni di vicende del movimento operaio e socialista e da 100 anni di impegno del movimento del cristianesimo sociale. E’ all’interno di questa lunga storia che si possono rintracciare contributi di pratiche e di idee che, con alterne fortune, hanno cercato di contenere le opposte derive del mercatismo individualista e dello statalismo collettivista.Il filo rosso di questa tradizione, da ripensare e da riattivare, lo ritrovo nell’esperienza del mutualismo. Parlando del mutualismo storico penso che non sia opportuno dilatarlo troppo, quasi fosse un sistema complessivo di socialismo mutualista, e neppure ridurlo alla mera esperienza delle “mutue”. A mio avviso il mutualismo realizza una particolare articolazione di quel principio di solidarietà nel quale si concentra e si riassume il contributo morale e pratico del movimento operaio nella storia dell’Europa del XIX secolo.La parola “solidarietà” è apparsa sulle bandiere degli operai parigini durante la rivoluzione del 1848. Essa si è presentata accanto a quelle di libertà e di uguaglianza ed in sostituzione del termine fraternità.Fratellanza significa sollecitudine morale all’oblazione dall’alto verso il basso tra diseguali in nome di una comune appartenenza: fratelli in quanto figli di dio, fratelli in quanto figli della patria. Era la parola della carità cristiana e della filantropia massonica.La solidarietà operaia segna una rottura: esprime un sentimento morale e una disposizione pratica che unisce orizzontalmente gli eguali: uno per tutti, tutti per uno. E’ la presa di coscienza della necessità dell’agire cooperativo da parte di coloro che posseggono soltanto la forza del numero. La solidarietà ha suscitato e animato la grande e ricchissima fioritura dell’associazionismo nell’Europa della seconda metà dell’800.Le società di mutuo soccorso furono luogo privilegiato di solidarietà operaia. All’interno della cerchia “privata” dell’associazione, il mio dovere di essere solidale con tutti comportava l’obbligo di tutti gli altri di essere solidali verso di me. All’interno di quell’ambito associativo circoscritto i lavoratori, di fronte alle sventure dell’esistenza, hanno cessato di rovinare nella condizione di bisognosi mendicanti per diventare soggetti portatori del diritto al sostegno solidale.Ma ben più vasto era il ventaglio delle forme della solidarietà operaia.Il sociologo Roberto Michels, nei primi anni del 900, esamina e riflette sulle forme in cui si articola la solidarietà tra i lavoratori. Egli ritiene di tracciare una distinzione importante tra le forme della “solidarietà negativa” che genera coesione contro qualcuno e quelle della “solidarietà positiva” che si alimenta nell’impegno cooperativo per risolvere in proprio, direttamente e dal basso, problemi e difficoltà insorgenti nella vita e nel lavoro. La solidarietà negativa prevale nelle coalizioni di “combattimento” del movimento operaio: il sindacato in lotta contro il padrone, il partito in lotta per il potere nello stato.Il mutualismo invece rappresentava l’ampia area delle solidarietà positive che puntavano sulle “virtù proprie” del mondo del lavoro: le loro capacità di autogestione, l’esercizio dei loro saperi-taciti nel costruire società, nel fare tecnico e nell’agire economico. L’ area del mutualismo comprendeva le società del mutuo soccorso, le cooperative di produzione e di lavoro, il credito cooperativo, le case del popolo, i circoli ricreativi, le società di istruzione professionale, le università popolari…Nell’esperienza concreta del movimento dei lavoratori esistevano relazioni reciproche e contaminazioni tra militanza sindacale, lotta politica e attivismo mutualistico.Nel corso del ‘900 (a partire dalla Prima guerra mondiale) avviene però un radicale mutamento di scenario nella configurazione delle pratiche, delle culture, delle logiche di raggruppamento all’interno della società del lavoro. Lo sviluppo del capitalismo organizzato cui si contrappone la risposta di un sindacalismo centralizzato e istituzionalizzato, la militarizzazione della politica in una logica di scontro amico-nemico, la progressiva statizzazione della mutualità, tendono ad assolutizzare i momenti e le istituzioni della solidarietà negativa ( sindacati e partiti). Prevale una logica di organizzazione d’apparato, disciplinata e gerarchica, dettata dalla necessità di “combattimento”.A questa svolta storica corrisponde il declino, il deperimento del mutualismo inteso come l’area della solidarietà positiva e del pluralismo associativo nel quale si esprimevano le autonome capacità dei cittadini nell’affrontare, a partire da se stessi e in modo cooperativo, i problemi e le difficoltà della vita personale e sociale.E’ forse arbitrario collegare le forme dell’operare e i modi di vivere e di vedere la società di quanti oggi sono impegnati nelle buone pratiche di cittadinanza con il patrimonio tutto nostro di quella solidarietà mutualistica che è stata parte tanto importante nella storia sociale del nostro continente?Il sociologo tedesco Reiner Zoll, in un suo recente volume intitolato Solidarietà, affronta la metamorfosi della solidarietà classista operaia, tra uguali ed esclusi, verso nuove forme della solidarietà civile tra diversi e diseguali che si ispira ad un’etica di giustizia e a una cultura dei diritti.

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giovedì 11 giugno 2009

Elezioni europee. Commento n. 1

di Jaime
Ho letto i tre commenti sui risultati dell'elezioni amministrative e al parlamento europeo, posti nel Blog. Quello della direttrice dell'Unità, non aggiunge del nuovo a quanto già le pagine dei giornali di parole ci forniscono in abbondanza. In quello della Rossana Rossanda, tenuto conto delle sue esperienze politica e giornalistica, trovo un deludente predominio di quest'ultima, vale a dire, che rimane a livello del fogliame dell'albero.
Rispetto al commento del giornalista di Repubblica, ho colto la stessa tendenza a rimanere sul fogliame senza scendere verso il tronco e le radici, ma ha approfondito sul tema dell'eventuale divisione del PD col ripristino di un partito a predominio Ds e spinto dolcemente verso contenuti socialdemocratici, eventualità che merita un'analisi più dettagliata. Se si riconosce che i partiti politici siano delle organizzazioni sociali tese a servire e cautelare gli interessi di settori socio-economici ben definiti, dobbiamo porci la domanda: perché è sorto il PD? Secondo me, è sorto perché ad un certo momento della storia dello sviluppo economico del Paese nel dopoguerra, si erano conformate le condizioni materiali con i rispettivi legami più o meno saldi, che rendevano obsolete le tradizionali linee divisorie "ideologico-politiche" tra "rossi" e "bianchi", e consentivano tentare l'avvicinamento, prima, sul piano economico-finanziario (in maniera non compatta, ma piuttosto irregolare secondo i gradi di maturità raggiunto dai diversi settori interessati), e poi sul piano politico, il quale, come è noto, compie l'importantissimo ruolo di leggiferare all'uopo, per dare la dovuta scorrevolezza alla riproduzione della cuota del capitale (nazionale-estero) da esso rappresentata.
E' vero che rimangono al suo interno concezioni del mondo differenti, ma il Re capitale ha il potere di abbattere ogni tipo di barriera, oppure, di cambiare le carte in tavola, per proseguire la sua riproduzione nella maniera più efficiente ed efficace possibile. E' come l'acqua corrente, che trova sempre i punti di minor resistenza ( i più deboli) per proseguire il suo corso. In questo senso, la possibilità avanzata dal giornalista di Repubblica sull'eventuale divisione delle due anime fondatrici del PD, la vedrei fattibile, solo se la dinamica del capitale in questi quasi due anni avesse sperimentato cambiamenti tali da giustificare un cambiamento delle carte in tavola. Altrimenti, ci si trova a disquisire solo sul fogliame.
Tuttavia, ammesso ma non concesso che l'ipotesi "fantapolitica" di Massimo Giannini si avverasse, il taglio socialdemocratico da egli supposto rimarrebbe a livello di parole, di sola tattica politica contingente, perché un'organizzazione politica formatasi grazie al progressivo trentennale consolidamento della fase neoliberista del capitalismo nazionale, non può ricredersi per tornare a dare allo Stato e alle sue istituzioni pubbliche, la gestione del capitale nelle aree strategiche della produzione, della finanza, del commercio estero e dei servizi.
Jaime

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mercoledì 10 giugno 2009

E D'Alema affila le armi - "Questo partito va ricostruito"

di Massimo Giannini, su Repubblica on line
La tregua. Hanno parlato di tregua. "Almeno fino ai ballottaggi non facciamoci male", è la linea di Dario Franceschini. Ma se dal voto europeo esce una crepa nel Pdl, il voto amministrativo tradisce la frana del Pd. Dunque, altro che tregua. È già calata la notte dei lunghi coltelli.

Le tante, troppe anime perse del partito, senza dirselo esplicitamente, affilano le lame. Tra ex Ds ed ex Margherita divampa il fuoco amico: schermaglie dialettiche, che preparano battaglie politiche. Pierluigi Bersani osserva "per carità, ci siamo salvati, ma 'mo non raccontiamoci la balla che le cose vanno bene...". Telefona a un insoddisfatto D'Alema, che rimanda ogni valutazione pubblica al dopo 21 giugno, e stende i quattro punti programmatici per riancorare a sinistra il partito al congresso di ottobre. Enrico Letta aggiunge "abbiamo evitato il disastro, ma certo non possiamo brindare". Si consulta con un insofferente Rutelli, che convoca i suoi "coraggiosi" per il 3 luglio a Roma, e lancia subito un segnale di fumo all'Udc di Casini. Nel frattempo, il redivivo Walter Veltroni si prepara a "dire la sua" tra qualche giorno, mentre il semprevivo Romano Prodi non aspetta e la dice subito: "Ora è urgente un grande dibattito programmatico e ideologico, che fino ad oggi è mancato". E la chiamano tregua. In realtà il gruppo dirigente del Pd è più diviso che mai, e non ha un'exit strategy condivisa. La ventata d'aria nuova incarnata da Debora Serracchiani non basta a convincersi che serve una svolta, un'idea, una scommessa. La nomenklatura è confusa, e indecisa a tutto. "Attenti, così scorrerà del sangue...". A sfoderare le lame, suo malgrado, è proprio Massimo D'Alema. Finora ha taciuto. E vuole tacere fino ai ballottaggi. Ma il risultato delle elezioni non lo conforta. "Stavolta, almeno, evitiamo di fare l'errore dell'altra volta, e per favore, non diciamo che abbiamo vinto...". Il partito, secondo lui, non ha un profilo politico. E paga questo deficit, nelle urne.
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C'è di più. Secondo lui, il Pd paga anche il progressivo smarrimento della sua identità "di sinistra". "In campagna elettorale - confidava qualche giorno fa - la nostra gente non faceva altro che chiedermi: ma dove sono i nostri? Perché dobbiamo votare tutti candidati della ex sinistra democristiana?". Per questo il congresso di ottobre dovrà essere un momento di verità, un confronto a viso aperto, dal quale dovranno uscire una linea, un programma, un leader. Senza accordi sottobanco, senza soluzioni pre-confezionate. Il problema è che il Pd rischia di presentarsi a quell'appuntamento nel caos più totale. Per questo, D'Alema ha una tentazione segreta. Scendere in campo in prima persona. Giocare lui, in campo aperto, la partita. E magari candidarsi neanche alla presidenza (come gli è già accaduto ai tempi dei Ds). Ma direttamente alla segreteria. Un azzardo, che sembra fuori dalla logica e fuori dalla storia. Lui stesso ne è, in buona parte, consapevole. L'ha spiegati ai suoi, in queste lunghe settimane di campagna elettorale, i dubbi che lo tormentano. Almeno due. Il primo è che, dopo averlo già affossato una volta, non può silurare di nuovo Bersani, cui ha dato via libera appena un paio di mesi fa. Il secondo è che per storia e carattere si è ormai fatto tanti, troppi nemici: "Io lo so, nel partito, e non solo nel gruppo dirigente, c'è chi non mi ama. Sono uno che divide, anche se ho passato la vita a cercare di costruire l'unità...". Ma poi, qua e là, la tentazione riemerge. Ci sono segnali inequivocabili. La sua campagna elettorale è stata massacrante come nessun'altra, nella sua carriera politica. Otto, dieci comizi al giorno. Battendo ogni angolo d'Italia, dalla Puglia al Veneto. Con un'attenzione al centro Italia, alle ex zone rosse. In un solo giorno, per esempio, Montefalco, Perugia, Foligno, Terni, Livorno, Cecina, Grosseto. In un solo weekend, Bagnaia, Marina di Camerota, Battipaglia, Avellino. Perché questo tour de force, in solitaria? Con tutta evidenza, D'Alema ha trasformato la campagna elettorale in un suo sondaggio personale, per capire quanto consenso riscuote ancora tra quello che fu il "popolo della sinistra". In questo senso, il test lo ha confortato. Piazze piene. "A Piombino - raccontava qualche giorno fa - dopo un comizio un operaio mi ha preso per la giacca, e a brutto muso mi ha urlato: Massimo, 'sto partito l'è un casino, stavolta se ti tiri indietro te ci tiriamo indietro tutti...". A Orvieto mi ha illustrato invece la metafora di Telamonio Aiace. A domanda diretta: a ottobre si candida leader del Pd? Lui ha risposto vago, allusivo, col solito ghigno: "Mah... Tutti mi attaccano, tutti mi accusano di qualcosa, ma io sono in campo. Io sono come quel personaggio minore dell'Iliade, Aiace Telamonio. Ha presente? Il cugino di Achille, quello che combatteva un passo dietro agli eroi. Ma guarda caso, era quello che gli achei chiamavano sempre, all'ultimo momento, quando tutto era perduto e c'era da salvare le navi bruciate dai troiani...". Ma le urne del centrosinistra si riempirebbero mai, con il ritorno in pista di D'Alema-Telamonio, posto che qualche acheo abbia davvero l'ardire di richiamarlo a difendere le navi del Pd? Anche lui riconosce l'azzardo. Ma c'è uno schema, dietro quell'azzardo, che un minimo di logica, sia pure negativa, ce l'ha tutta. Un Pd con l'impronta dalemiana sconta, per il Partito democratico, il peggiore degli scenari. Cioè la diaspora dei centristi, la fuoriuscita di una costola ex democristiana dal Pd: Letta, Rutelli, Fioroni, Follini e tutti gli altri teodem in circolazione. A quel punto, si produrrebbe un chiarimento definitivo, e una "divisione del lavoro" tra le due forze. Il Partito democratico, in questo schema, prenderebbe atto di essere diventato quella Lega degli Appennini" vagheggiata da Tremonti: cioè una replica geopolitica riformista del vecchio Pci, che presiederebbe l'area sinistra in chiave socialdemocratica, e punterebbe a riassorbire ampi strati di elettorato della sinistra radicale di Vendola e di Rifondazione. La nuova formazione centrista, invece, dovrebbe mettere in piedi una "Cosa Bianca", con l'obiettivo di trovare un accordo con l'Udc, per impedire che Casini sia risucchiato, prima o poi inevitabilmente, nel nuovo "abbraccio mortale" con il Cavaliere. In questo modo, rinascerebbe il centro-sinistra con il trattino. Non più l'Unione prodiana, ma qualcosa di ancora più largo, che riaprirebbe i giochi politici e potrebbe tornare a contendere la maggioranza al centrodestra. Pura fantapolitica? È probabile. Ma anche di questo si parla, nel tintinnar di sciabole che prelude all'ennesima, sanguinosa resa dei conti del Pd. "Sfasciare il Pd per salvare il centrosinistra", è la formula paradossale riassunta da Follini. Ma le incognite sono infinite. D'Alema ci pensa. Franceschini è preoccupato. Veltroni medita. Prodi incombe. Fassino aspira. Rutelli scalpita. Viene in mente Arthur Koestler, in "Schiuma della terra": "Passeri cinguettano sui fili telegrafici, mentre il filo trasmette telegrammi con l'ordine di uccidere tutti i passeri".

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Elettori DP chiedono rinnovamento

Elettori PD chiedono rinnovamento,
Commento sull'Unità on line di oggi 10.6.09: http://video.unita.it/?video=1093 ,

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Le sberle del voto

di Rossana Rossanda, da il Manifesto on line:
Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile

Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare. Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto. L'astensione non le ha mai corrette. Ancora più derisorio appare che alcuni dei loro esponenti, già sicuri contro qualsiasi verosimiglianza storica, della vocazione bipartitica degli italiani - che dal 7 giugno è, per i politicisti, la vittima principale - dichiarino che i risultati sono abbastanza buoni. Fa impressione sentire dal Pd che esso «sta tenendo bene il campo». Il Pd deve riconoscere al più presto che la miscela di cui è fatto è indigeribile per chiunque vorrebbe un riformismo dotato di qualche senso. Non si può andare con l'Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto. Non si può, con la scusa di non demonizzare Berlusconi, infliggere a un elettorato semplicemente democratico le leggi fatte ad personam, le insolenze alla magistratura, le porcherie fiscali e quelle personali del cavaliere. Voglio ammettere che un terzo degli italiani s'è abituato ad ammirare l'improntitudine e l'impunità, ma per gli altri due terzi è difficile ingoiarle. Infine, la mancanza nel Pd di qualunque sensibilità sociale, sia pur moderata, la voglia non nascosta di mettersi al seguito di Emma Marcegaglia, e nello stesso tempo la mancanza di qualsiasi altra credibile sinistra sociale - credibile nel senso di dare ai lavoratori dipendenti più importanza che alle proprie velleità di protagonismo - ha probabilmente regalato all'astensione o al protezionismo di Tremonti una parte dei voti di quegli operai, i quali hanno poche scelte davanti al perdere il lavoro e con esso la sussistenza. Leggere oggi che Massimo D'Alema ha raccolto i suoi non per proporre una correzione di linea ma per confermare la sua promessa di fare segretario del partito Bersani, liberalizzatore dei taxi, fa cadere le braccia.Per ultimo, due parole sulla scomparsa della sinistra radicale, quella che ha disperso fra gli altri anche il mio voto. Sbaglia Asor Rosa dicendo al Corriere che nessuno ha tentato di evitarle la sbandata che ha preso. Molti di noi hanno tentato e senza volere per noi proprio nulla. Solo per timore che accadesse quel che era molto probabile e che infatti è accaduto. E non proponevamo partiti pasticciati, solo di dare una certa rappresentanza a una lista unitaria, quindi anche di sensibilità parzialmente diverse, ma di sicura onestà, fedeltà di sinistra e competenza. Non hanno voluto. Anzi, mi si corregga se sbaglio, in particolare Ferrero e Diliberto non hanno voluto. Non è che con ciò abbiano salvato il comunismo. A Pd, Rifondazione e Sinistra e Libertà suggeriamo di mandare i loro dirigenti in congedo al più presto. E se in mezzo a loro ci sono - e sappiamo che ci sono - persone serie e ragionevoli, chiediamo che riflettano al più presto su come leggere senza troppi svarioni i problemi che il 2009 sbandiera alle sinistre. È vero che ce ne sono almeno due, ma tutte e due hanno a che fare con i disastri prodotti dal capitalismo, più o meno selvaggio, o dalle illibertà politiche e civili. Tutto è scritto, basta saper leggere.

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mercoledì 3 giugno 2009

Astenersi stavolta vuol dire infierire: è tempo che gli elettori di sinistra che alle scorse elezioni si astennero tornino al voto

di Fulvia Bandoli
A seconda della situazione politica l’astensione colpisce di più la destra o la sinistra, ma nelle ultime tornate elettorali ,e nelle scorse elezioni in particolare ,non v’è dubbio che essa abbia colpito duramente la sinistra. Perché la destra è da un po’ di anni più compatta, mentre tutto il campo del centro sinistra è terremotato dalla nascita del Partito Democratico e dalle sconfitte abbinate del Pd e di quella che fu la Sinistra Arcobaleno.

I potenziali elettori di sinistra sono quelli più tentati dall’astensione perché da troppi mesi ( o anni) stanno soffrendo : con il Pd che non fa opposizione come dovrebbe e che non ha un profilo definito ( anzi che rivendica in alcune sue componenti importanti il fatto di non essere e di non voler essere un partito della sinistra), con le formazioni di Sinistra che hanno impiegato un anno e mezzo a proporre un progetto che coprisse lo spazio che si è aperto a sinistra del Pd e un soggetto politico di Sinistra popolare, socialmente radicato, capace di raccogliere le culture più tradizionali e storiche della sinistra assieme a quelle più recenti. E alla fine si presentano lo stesso divise al voto. Ma su questa divisione vorrei dire sommessamente qualche parola : c’era e c’è una Sinistra che era ed è disposta ad un progetto unitario , che non mette i simboli a guardia di un muro invalicabile, c’è un’altra parte che invece crede in un progetto identitario e nel fatto che solo l’esistenza di un partito che si chiami comunista possa garantire alla Sinistra di sopravvivere. Detto in modo ancora più chiaro c’è chi non esclude alcuno, mentre altri pongono come condizione l’accettazione di simboli che da soli non possono più parlare all’insieme plurale della sinistra italiana. In definitiva Rifondazione Comunista ripropone ancora una volta lo schema disgraziato delle due sinistre, Sinistra e Libertà invece pensa la Sinistra come una plurale e unitaria forza politica popolare. Una parte di potenziali elettori di sinistra potrebbero anche essere tentati dal voto a Di Pietro perché in questi mesi è quello che ha urlato più forte: ma ogni persona di sinistra sa che Di Pietro non è un uomo di sinistra e che il suo movimento ( difficile chiamare partito una entità gestita in modo così personalistico e familistico) spesso è solo generica protesta contro tutto e tutti e che sulle questioni concrete lo si può trovare su posizioni assai eclettiche : ieri a favore del ponte sullo Stretto domani no, ieri per il si al referendum elettorale domani non si sa, oggi a urlare in difesa dell’ambiente, ieri silente sul nucleare e alcuni anni fa persino d’accordo, e comunque sempre strabico rispetto alle ragioni e ai diritti del lavoro, alla laicità dello stato, alle battaglie per la pace e il disarmo. E non sono manchevolezze di poco conto!
Non parlerò quindi di astensionismo generico o del fatto che, come dicono alcuni, se cala il numero dei votanti si abbassa il quorum e noi saremmo avvantaggiati….logica prettamente matematica ma poco valida nel nostro caso e in questa elezione. Noi possiamo essere avvantaggiati solo se riusciamo a raccogliere buona parte del voto di quegli elettori di sinistra ( 1.300.000) che alle scorse elezioni si astennero e a recuperare una parte sostanziale di quel che fu chiamato “voto utile” e che andò al Pd con poca convinzione e solo come voto contro Berlusconi. Mi rivolgo dunque alle donne e agli uomini di sinistra che ancora sono incerti e non sanno se andranno a votare. L'astensione può essere dettata da sconforto ma a volte è una scelta più meditata, si pensa che attraverso quella “protesta” individuale arrivi al partito, o allo schieramento che ti interessa, un segnale, un avvertimento forte. Penso che la sinistra, con le molte astensioni che alle scorse elezioni , insieme ai suoi limiti, contribuirono a tenerla fuori dal parlamento, sia stata già pesantemente avvertita e abbia compreso la lezione. Un secondo avvertimento rischia di essere un accanimento e dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che gli elettori di destra ( motivati dalla vittoria alle politiche e dal fatto di trovarsi al governo) andranno a votare alla fine l’astensione sarebbe un involontario vantaggio che si concede ( oltre ai tanti che già ha) al partito più grande, cioè alla Pdl. E non comprendo francamente coloro che cercano di nobilitare la scelta chiamandola “astensionismo attivo” . E cerco di spiegarmi: quando la Cei e Ruini chiamarono all'astensione nel referendum sulla procreazione assistita ebbero un notevole seguito e dopo il fallimento del referendum rivendicarono tutta l'astensione....ma la Cei e Ruini erano e sono "una forza politica" ,sui generis certo, ma pur sempre identificabile, potente e assai visibile. Quella astensione fu agita politicamente e anche con molta spregiudicatezza e fu una “forte” posizione politica”. Ora io mi chiedo chi agirà o potrà rivendicare adesso ,e anche dopo il voto, quella "astensione attiva" che alcuni propongono agli elettori incerti di sinistra? Non c’è dunque alcun astensionismo attivo possibile in queste elezioni e chiedere agli elettori di sinistra di astenersi mi pare una posizione sbagliata. Quelli che verranno sono gli anni della possibile ricostruzione di una sinistra popolare che sappia tornare a radicarsi nella società, autonoma e competitiva con il Pd, che sia capace di produrre cultura politica e ideali forti. Sono gli anni per tentare di dar corpo ad una coalizione alternativa alle destre che non può fondarsi solo sul Pd perché quella strategia è perdente ( ma perché non ci sia solo il Pd in campo bisogna aiutare il formarsi di una Sinistra popolare). Quelli che verranno sono gli anni che potranno rimettere al centro movimenti , associazioni , giornali e tutte le soggettività capaci di idee e proposte, ma anche di una forte, non violenta e civile resistenza democratica. Ho molto apprezzato quel che ha detto Vendola ieri : il 4% è alla nostra portata ma se non dovessimo riuscirci il giorno dopo andremo avanti con Sinistra e Libertà, non romperemo le righe e intensificheremo il nostro lavoro. Il governo Berlusconi si è mostrato in tutta la sua “inquietante” capacità di rappresentare la realtà per quella che non è . Solo una buona politica può trarre fuori la realtà vera dalla rappresentazione che ne viene fatta e insieme alla realtà i soggetti sociali, le persone , che sono donne e uomini in carne ed ossa : la realtà concreta e ingiusta di questa crisi economica che colpisce sempre più duramente il lavoro e in particolare i giovani precari, la realtà dei rifiuti di Napoli che non sono spariti ma vengono accatastati, così come sono, a Ferrandelle in un’area che non ha neppure le caratteristiche di una discarica a norma di legge, la realtà dura e difficile di una immigrazione che cresce perché i paesi poveri continuano ad essere depredati e non aiutati da quelli più ricchi, la realtà dell’imbroglio nucleare escogitato da questo Governo che ripropone per l’Italia una tecnologia obsoleta e insicura mentre non spende un soldo per le energie rinnovabili e chiede una deroga sulla diminuzione delle emissioni unica via per combattere i cambiamenti del clima ( mentre l’America prova a cambiare la sua politica energetica), la realtà della difficile ricostruzione dell’Abruzzo fatta con risorse largamente insufficienti . E assieme a queste tante altre realtà. Ecco a me pare che andare a votare , per gli elettori di sinistra ancora incerti , sia un bel contributo a trarre fuori realtà dalla rappresentazione. Quella rappresentazione che Berlusconi ogni giorno mette in scena dichiarando la sinistra morta e sepolta. La sinistra c’è nella società, vive nei principi di tante donne e uomini, nelle loro vite quotidiane, orienta le loro lotte e le loro scelte, anima le grandi contraddizioni dello sviluppo e le battaglie per la giustizia sociale e per i diritti di ogni genere. Proviamo a farla vivere anche in un soggetto politico. Io voto Sinistra e Libertà e il perché l’ho spiegato molte volte. Ma spero che anche chi non sceglierà come me stavolta vada a votare e voti a sinistra.

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martedì 19 maggio 2009

La coscienza e il senso comune Una lettera aperta di un lettore al direttore di Liberazione, con un intervento di Giulietto Chiesa

La coscienza e il senso comune. Una lettera aperta di un lettore al direttore di Liberazione (ma anche a quello de il manifesto , e altri), con un intervento di Giulietto Chiesa

Caro direttore,
l'articolo di oggi di Roberta Fantozzi, che illustra la campagna che Rifondazione ha organizzato e sta organizzando è in gran parte condivisibile, ma non affronta e non dà risposte al problema che l'articolo stesso pone all'inizio. C'è una evidente "manipolazione" quotidiana che IL REGIME mediale unificato, RAISET e non solo, opera dei "fatti" e della "realtà".
Questa manipolazione-nascondimento-disinformazione forma IL SENSO COMUNE delle larghe masse e impedisce la "consapevolezza", la "presa di coscienza" e la possibilità -necessità di lottare. Esiste quindi una necessità assoluta di "disvelamento" e di VERITA'.
Il BERLUSCONISMO come REGIME si è fondato e imposto in questi anni con il controllo del sistema mediale e informativo e l'imposizione di un immaginario collettivo un sistema di valori e di comportamenti mercificati consumistici padronali ecc. Con la "presa" della RAI e la generalizzazione delle pratiche e culture di Mediaset il meccanismo è diventato totalizzante. Le masse popolari sono rimaste, anche per questo, in balia del PENSIERO UNICO del Capo... e dei suoi ripetitori.
E' evidente che non sia solo questione di "informazione", ma anche di formazione, di modelli culturali ecc.
Nel nostro paese, anche per responsabilità della sinistra , il livello culturale delle larghe masse a livelli molto bassi. Lo aveva capito molto bene Don Lorenzo Milani. Ciò fa sì che la TV sia ancora ora lo strumento fondamentale nella informazione e formazione dell'opinione pubblica . In Italia si leggono poco giornali e libri .
Ciò rende urgente e fondamentale alcune cose. Una lotta senza quartiere contro IL REGIME e per l'uscita dalla politica del NANOP2 . Perchè il possesso di un impero editoriale, anche senza entrare nel merito del processo di formazione dello stesso, è di per se stesso la negazione della democrazia e della Costituzione. Una lotta per impedire l'occupazione della RAI che in atto ... perchè la RAI è dei cittadini e non dei partiti. E il lancio e il decollo di una TV libera autogestita ed autofinanziata. C'è il progetto PANDORA in atto, di Giulietto Chiesa ed altri. Parliamone e facciamo in modo che possa diventare la TV di quel milione-milione e mezzo di "sinistra" che a volte siamo riusciti a mobilitare nelle piazze.
Potrebbe essere anche il segno di una inversione di tendenza.
Saluti, Gaetano Stella
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Ringrazio Gaetano Stella per avere risollevato la questione, negli unici termini in cui dovrebbe essere affrontata (ma che tutto lo schieramento di sinistra ha completamente ignorato).
O si opera questa inversione di "comprensione", oppure del tutto inutile immaginare una qualsiasi rivincita collettiva. La societ dello spettacolo quella dove abbiamo perduto. O rompiamo lo spettacolo o continueremo a perdere.

Giulietto Chiesa
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venerdì 8 maggio 2009

sabato 2 maggio 2009

“Post fata resurgo”: una volta le chiamavano Opere Pie ..

di Leonardo Angelini
In base ad un decreto legge del 2 giugno del 2001, voluto dall’allora ministra Turco, e varato a parlamento chiuso pochi giorni prima dell’avvento del redivivo Berlusconi, le vecchie IPAB furono trasformate in ASP (Aziende di Servizi alle Persone) destinate a diventare – nelle intenzioni della Turco – uno dei fulcri di quel processo di esternalizzazione dei servizi volto a rovesciare i criteri si sussidiarietà, a mettere fuori gioco i vecchi servizi pubblici e a diventare il motore dei nuovi servizi alla persona dell’allora nascente welfare mix.

In base a quella legge – peraltro mai discussa in parlamento - che demandava poi alle regioni la fissazione dei criteri attuativi in base ai quali poi mettere concretamente in piedi nel territorio le varie ASP, negli anni scorsi la Regione Emilia e Romagna ha varato un insieme di norme in base alle quali, entro e non oltre il 30 aprile scorso, le ex IPAB regionali dovevano trasformarsi in ASP, pena l’alienazione da parte dei comuni dei loro patrimoni.
Sono nate così in fretta e furia in Regione, fra il gennaio e l’aprile di quest’anno, 41 ASP, sei delle quali in provincia di Reggio Emilia: l’Opus Civium, l’OSEA, il S. Pietro e Matteo, la Magiera Ansaloni, il Progetto Persona e la Rete. In base alla legge regionale del 2 Marzo del 2003, poi perfezionata a più riprese, tutte queste neo-aziende sono state istituite dai comuni del distretto in cui operavano in precedenza come IPAB.
Si badi bene che la legge regionale non obbliga i Comuni ad integrare i propri servizi con le ASP, ed anzi lascia aperta la possibilità che essi procedano autonomamente; o anche che si convenzionino con le ASL (con le quali sul tema dei minori tutti i comuni della nostra provincia erano convenzionati fino al cosiddetto “ritiro delle deleghe” avvenuto intorno al 2000).
In base all’articolo 45 della legge del 2003 ciò significa che i fondi nazionali, regionali e locali per il “sociale” possono essere indirizzati dai comuni o verso le ASP, o – come accade attualmente – in direzione dei propri servizi sociali più o meno consorziati, oppure in direzione delle ASL.
Ebbene all’interno di questo quadro così fluido il Comune di Reggio, finora non ancora corroborato in questo proposito dagli altri comuni, è orientato, almeno per quanto riguarda l’età evolutiva, ad imboccare decisamente la prima strada, quella della esternalizzazione in direzione delle ASP delle funzioni sociali tipiche di quest’area, nonché della direzione dei delicati processi ad esse connessi.
Se andasse in porto, un’operazione di questo genere – che, si badi bene, avrebbe senz’altro un senso qualora fossimo in un territorio privo di una tradizione di servizi sociali forti - a Reggio Emilia diventerebbe una costosa opera di ridisegno dei servizi per l’infanzia e la famiglia qui esistenti, destinato a porre una pietra tombale sopra una storia gloriosa lunga quasi 40 anni.
L’allocazione delle risorse statali, regionali e locali in direzione delle ex-IPAB, infatti, sguarnirebbe di risorse i servizi pubblici per l’infanzia che in questo quarantennio hanno chiuso l’ospedale psichiatrico e gli enti inutili, integrato i disabili nelle scuole e nella società, affrontato il disagio, messo in piedi progetti di volontariato giovanile e - per ultimo - il problema dell’accoglienza e l’integrazione dei migranti mettendo in piedi sempre servizi di prim’ordine, non dimenticando mai di concorrere efficacemente sul piano delle domande che provenivano dal sociale, sia quando esso era all’interno dell’ASL, sia ora che è stato decentrato ai comuni: operando e riflettendo sempre sul significato del proprio operare e sulle trasformazioni strutturali e sovrastrutturali che, col passare degli anni, sono intervenute nel territorio reggiano.
E adesso, per compiacere i grandi elettori - cattolici e non - che vivacchiano da una vita nelle ex-IPAB si dovrebbe buttare a mare tutto questo patrimonio reggiano di servizi e di esperienze?! Se la sinistra ha ancora un’anima deve contrastare risolutamente questa operazione clientelare, foriera di sprechi, incunabolo di ulteriori spinte alla precarizzazione del lavoro all’interno del welfare locale.

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giovedì 30 aprile 2009

Cosa si fa, e cosa non si fa a Reggio per il trasporto pubblico

di Enzo Grappi
L’errore di fissare perentoriamente la data del 16 aprile da parte della nuova formazione politica Sinistra e Verdi per Reggio per chiudere un eventuale accordo elettorale alle amministrative con il Partito Democratico ha esposto questa formazione ad una facile rappresaglia polemica. Bene ha fatto quindi Giuseppe Neroni a riportare l’attenzione sui punti programmatici del confronto, gli unici che dovrebbero essere dirimenti per un accordo.
Fra tanti punti sollevati da Neroni che condivido, vorrei concentrarmi sulla richiesta di politiche per “trasporti alternativi all’auto privata”. Bisogna intendersi bene, perché una frasettina generica sullo sviluppo del trasporto pubblico non si nega in nessun programma elettorale, ma quello che conta non è quello che si dice o si scrive (che allora avremmo dovuto prestare fede ai proclami contro l’urbanizzazione selvaggia contenuti da almeno trent’anni nei PRG) ma solo quello che si fa. E quello che si fa per il trasporto pubblico è molto poco. Una volta sgravata la coscienza con una frase di circostanza, quando si passa all’elenco delle opere in corso, finanziate o programmate sul territorio della provincia, si trovano quasi esclusivamente opere per il trasporto privato: nuove tangenziali, nuova via Emilia, prolungamenti di autostrade, nuova statale 63 …… Solo su questa ultima strada, in un incontro pubblico tenutosi a Castelnuovo Monti, la Provincia ha presentato progetti per 500 milioni di euro! Diconsi 500 milioni, compreso un assurdo traforo sotto il Cerreto da 150 milioni di euro! Non vedo, neanche lontanamente, un analogo impegno per il trasporto pubblico. Non ho mai visto progetti né da 500 né da 50 milioni di euro per avviare ad esempio metropolitane di superficie lungo la via Emilia e per collegare i principali centri della provincia.
Mi si dirà che per il trasporto pubblico è stata realizzata l’alta velocità e sarà realizzata la stazione mediopadana; senza entrare nel merito dell’utilità di questa opera, mi limito a constatare che per ora essa ha portato solo a un peggioramento del servizio per i tanti pendolari che utilizzano i treni regionali o interregionali. (17.4.09)

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domenica 19 aprile 2009

Sinistra radicale e welfare locale

Leonardo Angelini e Deliana Bertani (*) (inviato al Manifesto)
Nell'afasica discussione che accompagna il processo di disgregazione e riaggregazione della sinistra radicale italiana, in vista delle elezioni di giugno, manca un qualsiasi cenno al welfare locale. In questo modo un argomento che dovrebbe essere centrale nel rinnovo delle amministrazioni locali sostanzialmente non viene neanche affrontato. Eppure in questi anni la sinistra radicale in buona parte d’Italia ha partecipato al governo degli enti locali, e quindi al governo del welfare locale insieme agli altri partiti del centrosinistra, e ha svolto una politica di contrasto più o meno efficace laddove il governo locale è stato nelle mani del centrodestra.

Viene da chiedersi: come mai questa amnesia in un momento di grave crisi economica in cui, dopo la vittoria del centrodestra a livello centrale, il welfare locale è destinato a rimanere, purtroppo per anni, uno dei pochi ammortizzatori sociali nelle mani del centrosinistra in tutti quei luoghi in cui vincerà le amministrative? Molte sono le ragioni di questa inverosimile dimenticanza. Fra le più immediatamente rilevabili, come abbiamo letto anche sul Manifesto: la chiusura autistica della sinistra radicale dopo la sconfitta dell’anno scorso; il suo distacco dai luoghi reali di vita e di lavoro; il formarsi al proprio interno di una “castetta” che mira solo ad autoriprodursi, etc. - A nostro avviso però vi è una causa più profonda, che non è riconducibile a ciò che è accaduto appena ieri, ma che affonda le sue radici nella storica assenza di una seria riflessione a sinistra sul significato del welfare locale e, più in generale, del decentramento e del governo locale del territorio. La qual cosa è tanto più grave in quanto è proprio su questi piani che le altre forze del centrosinistra hanno costruito, a partire dalla crisi delle prima repubblica, i muri portanti delle loro alleanza a livello locale.
La sinistra radicale, cioè, a nostro avviso, non ha compreso che il blocco sociale che si è andato formando intorno a Prodi e alle forze moderate del centrosinistra trova uno dei suoi elementi di coesione in un’ampia azione volta a ridisegnare il welfare locale in base ai processi di aziendalizzazione, di tickettazione dei servizi, di riallocazione di fette sempre più consistenti degli stessi nel privato, di marginalizzazione e di svuotamento dei servizi pubblici. Ciò ha prodotto la scomparsa di quello che in molte zone in cui governava la sinistra veniva chiamato welfare dei servizi, in contrapposizione al democristiano welfare dei sussidi; la scomparsa, cioè, di un modello di welfare universalistico e gratuito che ha funzionato per oltre vent’anni come un efficacissimo ammortizzatore sociale, in grado di contribuire non poco allo sviluppo delle regioni rosse in base alla erogazione di un salario indiretto che giungeva ai meno abbienti, a sostegno del loro tenore di vita.
Sicuramente l’ancoraggio all’euro ad opera del centrosinistra ha permesso di uscire dalla voragine in cui era finita l’Italia da bere del periodo craxiano, ma lo ha fatto con una feroce politica di attacco ai diritti ed al tenore di vita dei lavoratori che ha aperto il varco alle ancora più feroci operazioni che sul piano centrale ha poi fatto il centrodestra. Ma non considerare che, a fianco a questa partita, c’è anche quella che si va giocando a livello locale, a nostro avviso è un segno di miopia che impedisce di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti del processo: la perdita delle funzioni redistributive del welfare, la formazione del consenso e l’agglomerazione delle nuove classi dirigenti a livello locale.
Sul piano della perdita delle funzioni redistributive va detto che ormai i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione hanno finito con il mettere in piedi ed implementare un meccanismo perverso che toglie ai poveri ed ai lavoratori dipendenti, spesso costretti a pagare più volte per le stesse prestazioni, e favorisce i ricchi e gli evasori che possono fruire dei vantaggi del welfare sottraendosi, in maniera più o meno vistosa, al contributo per l'accantonamento delle risorse occorrente per tenerlo in piedi. Per non parlare dei processi di dismissione che scaricano sulle famiglie e sulle donne il peso della cura.
Intorno all’aziendalizzazione ed alla riallocazione al privato delle risorse per il welfare, poi, si sta giocando una partita costosissima, importantissima e spesso sporchissima (come, vox clamans in deserto, denuncia Report), che vede ogni gruppo di potere locale scomporsi e ricomporsi per espandere il proprio ambito di influenza per assumere, attraverso quella strada, il controllo delle città. L’elemento centrale che favorisce l’espansione a dismisura di questi fenomeni è rappresentato dal sempre più ampio e discrezionale potere assegnato, in base a leggi che anche il centrosinistra ha voluto, ai sindaci ed ai governatori sul piano delle dismissioni, delle assunzioni, degli appalti, eccetera. A partire da questa base si determinano due processi paralleli che si alimentano l’un con l’altro e che sono alla base del nuovo potere locale: la trasformazione del welfare in un affare e la formazione di clientele all’interno delle quali le varie componenti locali del PD e del centrodestra (per non parlare dei camaleonti di Comunione & Liberazione) pescano la loro nuova base e i loro “quadri”. Si tratta in ultima istanza di una fucina di clientele pigre e asservite che, attraverso lo strumento della precarizzazione del lavoro, si riverbera sui giovani spingendo i più deboli e più ricattabili fra essi all'asservimento all'interno delle clientele, e i più fieri ed autonomi all’allontanamento dalla politica, sempre più vissuta come un luogo in cui prevalgono loschi interessi di bottega. I più attivi in quest'opera di ridefinizione e corruzione del welfare sono gli ex-democristiani che, per di più, tendono ad imporre nei settori sensibili (consultori, ospedali, asili, scuole dell'infanzia, etc.), a fianco e dentro le trasformazioni cui accennavamo prima, le loro logiche clericali.
Torniamo a chiederci ed a chiedere ai compagni della sinistra radicale, che pure in molte amministrazioni sono in maggioranza e quindi al corrente di quanto detto qui sopra: che cosa avete fatto negli anni scorsi per contrastare questo fenomeno? perché non usare la forza residua di cui disponiamo sul piano del consenso per proporre in maniera trasparente al resto del centro sinistra alcune proposte, dopo averle individuate e discusse con i nostri sindacalisti, con i nostri economisti, con i nostri sociologi, ed innanzitutto con la nostra base?

(*)psicologi nei servizi pubblici, Reggio Emilia

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lunedì 6 aprile 2009

Sulla manifestazione del 4 Aprile, sulla CISL reggiana e su Franceschini

di Dino Angelini (apparso sui giornali locali stamattina 6.4)

Leggo su Repubblica online di oggi 4 Aprile:
"Voglio dire alla Cgil che è importante stare in piazza ma mai contro gli altri sindacati". E' questo l'appello lanciato dal segretario del Pd, Dario Franceschini. "Adesso - ha aggiunto - serve una stagione di unità, serve accantonare le divisioni, serve mettersi tutti insieme per difendere i diritti delle persone".
E d’altro canto ho letto nei giorni scorsi una lettera agli amministratori locali di Reggio Emilia da parte dell’Ufficio Stampa della CISL locale che recita:
Dopo anni di rivendicazione dell’autonomia del sindacato dalla politica, ci ritroviamo ancora a ricordare che la politica deve essere lasciata fuori da un confronto che è tutto sindacale e che si inserisce nella spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”. E ancora: “Noi, agli amministratori, non abbiamo nulla da chiedere se non di valutare con piena oggettività le scelte che sono in campo. Allo stesso tempo vorremmo rammentare, però, nel rispetto dei reciproci e diversi ruoli, che le istituzioni e gli amministratori pubblici, nell’esercizio del proprio mandato rappresentano tutta la comunità e non solo una parte di essa. Seguendo questo ragionamento, siamo certi che nei nostri amministratori non prevarrà una logica di schieramento e di parte, ma la responsabilità che è propria di chi rappresenta un’intera comunità”.
Mi pare che entrambe le dichiarazioni siano sostanzialmente ipocrite.
Franceschini auspica un ritorno ad una stagione di unità, e fa questa dichiarazione nel momento in cui aderisce (all’ultimo minuto ed a titolo individuale) ad una manifestazione della sola CGIL, che ha convocato i 2.700.000 per opporsi al governo ed alla riforma del modello contrattuale firmata dagli altri due sindacati (e la CISL reggiana, a conferma della profondità delle divisioni tuttora esistenti con la CGIL, parla di “spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”!!). Per cui va bene l’ecumenismo di Franceschini che ci vuole tutti fratelli, ma nella fattispecie il segretario del PD dovrebbe spiegarci a quale ecumene si riferisce: a quella che ha brigato per firmare il patto - e cioè governo, confindustria e compagnia bella – oppure a quella che è scesa in piazza oggi?
La CISL reggiana parla giustamente di spaccatura tra le confederazioni, ma omette di dire che gli altri due sindacati, dopo la firma di quel modello di riforma, non hanno voluto fare, come invece chiedeva la CGIL, un referendum per verificare se i lavoratori italiani erano o no d’accordo con quel modello: vale a dire un referendum per capire se CISL e UIL rappresentano la comunità dei lavoratori o solo una parte minoritaria di essa. E omette soprattutto di ricordare che nelle settimane precedenti la firma di quell’intesa proprio coloro che oggi si appellano alla indipendenza del sindacato dalla politica hanno continuato a brigare per settimane con i politici di maggioranza, lasciando fuori dall’uscio il più grande sindacato italiano. Lo hanno fatto forse perché Epifani non può essere invitato a cena da lorsignori (e con lorsignori) perché non è un gentleman, o per preparare una politicissima polpetta avvelenata nel tentativo di far fuori la CGIL? È troppo facile, cara CISL, rivendicare l’autonomia del sindacato dalla politica solo quando fa comodo.
Ricordo infine che ipocrisia significa “simulazione di virtù allo scopo di ingannare”: vedo una simulazione di virtù in entrambi i casi. E mi pare che l’inganno, nel caso di Franceschini, sia nel tentare di blandire la base più a sinistra del suo elettorato: quella – per capirci - destinata poi sempre a fare i famosi sacrifici. Nel caso della CISL reggiana nel rivolgersi sotto elezioni agli amministratori per ricordare loro che i filo-CGIL non saranno ben visti in questa tornata elettorale. I cislini reggiani fanno politica! Altro che! In difesa, almeno a Reggio, della parte cattolica e moderata del PD.

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sabato 21 febbraio 2009

Per una lista unica della sinistra

La democrazia italiana è in pericolo. La legge sulla sicurezza voluta dalla maggioranza ha privato dei diritti fondamentali più elementari alla salute, all'alloggio, ai ricongiungimenti familiari, alle rimesse alle famiglie dei loro guadagni – centinaia di migliaia di stranieri che vivono e lavorano in Italia. Sta per essere varato un federalismo che dividerà l'Italia tra regioni ricche e regioni povere, rompendo, di fatto, il patto costituzionale dell'uguaglianza sul quale si è retta fino ad oggi l’unità della Repubblica. Nel pieno di una crisi economica, la cui gravità non ha precedenti, il governo ha perseguito la rottura dell'unità sindacale e l’emarginazione del sindacato più rappresentativo.
Di fronte alla gravità dell'emergenza ambiente il Presidente del Consiglio ha tentato di ostacolare l'iniziativa dell'Europa. Strumentalizzando l'emozione per il dramma di Eluana Englaro, il Presidente del Consiglio ha aperto uno scontro istituzionale con la magistratura e con il Presidente della Repubblica; ha provocato una spaccatura del paese sui temi della laicità dello Stato, della dignità della persona e della sua autodeterminazione; ha tentato di rompere gli equilibri istituzionali, minacciando di rivolgersi direttamente al popolo per cambiare la Costituzione qualora non sia riconosciuto il suo potere illimitato e incontrollato quale incarnazione della volontà popolare. Paura, razzismo, odio per i diversi, disprezzo per i deboli, infine, sono i veleni quotidianamente iniettati nella società dalle politiche e dalla propaganda del governo quali fonti inesauribili di consenso.Una simile emergenza costituzionale rende insensate le attuali divisioni della sinistra, le quali rischiano, in presenza dell'attuale sbarramento del 4% alle prossime elezioni, di provocarne la definitiva irrilevanza. C'è d'altro canto uno specifico fattore di crisi della democrazia che, congiuntamente alle vocazioni populiste dell'ttuale maggioranza, sta determinando il collasso della democrazia rappresentativa: la crescente occupazione delle istituzioni pubbliche da parte dei partiti e la sostanziale confusione dei secondi con le prime. Ne è conseguita la trasformazione dei partiti, da luoghi di aggregazione sociale e di elaborazione dal basso di programmi e di scelte politiche, in costose oligarchie costantemente esposte alla corruzione e al malaffare. Solo l'introduzione, purtroppo inverosimile, di una rigida incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali, cioè tra rappresentati e rappresentanti, sarebbe forse in grado di restaurare la distinzione e, con essa, il rapporto di rappresentanza e di responsabilità dei secondi rispetto ai primi, e così di restituire i partiti, quali organi della società anziché dello Stato, al loro ruolo costituzionale di strumenti della partecipazione dei cittadini alla vita politica.Le prossime elezioni del Parlamento europeo offrono tuttavia alle forze disgregate della sinistra un'occasione irripetibile per mettere in atto questo principio e, insieme, una prospettiva di superamento delle loro attuali divisioni. Non si tratta di concordare alleanze, o coalizioni o fusioni di gruppi dirigenti. Si tratta, più semplicemente ma ben più efficacemente, di dar vita ad una lista unica della sinistra, “Per la democrazia”, dalla quale restino esclusi i dirigenti dei partiti, che pure sono invitati a promuoverla insieme al più ampio arco di forze e movimenti della società civile. Una simile lista varrebbe a dare voce e rappresentanza ad un'ampia fascia di elettori – non meno del 10% dell’elettorato – che non si riconoscono nel Partito democratico e neppure nei tanti frammenti alla sua sinistra, dalle cui rivalità interne e dalle cui competizioni e rivendicazioni identitarie risulterebbe tuttavia al riparo. E, soprattutto, essa varrebbe – in un momento come l’attuale, di pericolosa deriva populista, razzista, autoritaria e anticostituzionale del nostro sistema politico – a riaffermare, nel nostro paese, l’esistenza di una forza democratica e di sinistra, intransigente nella difesa della Costituzione e dei suoi valori di uguaglianza, di libertà e di solidarietà.Mario AgostinelliAlessandra AlgostinoUmberto AllegrettiGaetano AzzaritiPasquale BeneduceMaria Luisa BocciaMichelangelo BoveroPaolo CacciariLorenza CarlassarreLuciana CastellinaBruno CartosioMarcello CiniMaria Rosa CutrufelliGiorgio Dal FiumeClaudio De FioresDonatella della PortaOrnella De ZordoAlfonso Di GiovinePeppino Di LelloPiero Di SienaMario DoglianiAngelo D'OrsiEster FanoLuigi FerrajoliGianni FerraraPino FerrarisLia FubiniLuciano GallinoPatrizio GonnellaFrancesco GaribaldoMarina GraziosiPietro IngraoFrancesca KochCristiano LucchiGiulio MarconAlfio MastropaoloGianni MattioliTecla MazzareseRoberto MusacchioAlberto OlivettiGuido OrtonaValentino ParlatoValentina PazzèMario PiantaTamar PitchBianca PomeranziAlessandro PortelliEnrico PuglieseCarla RavaioliRossana RossandaCesare SalviFrancesco ScacciatiPierluigi SulloErmanno VitaleAldo TortorellaDanolo ZoloGrazia Zuffainviare le adesioni a perleeuropee@gmail.com

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