(Questa lettera è stata scritta il 13 giugno, alla vigilia del referendum a Pomigliano d'Arco in cui i lavoratori sono chiamati a esprimersi sulle loro condizioni di lavoro. La Fiat ha accettato di investire su questa fabbrica per la produzione della Panda che al momento viene prodotta a Tychy in Polonia. I padroni chiedono ai lavoratori di lavorare di sabato, di fare tre turni al giorno invece di due e di tagliare le ferie. Tre sindacati su quattro hanno accettato queste condizioni, la Fiom resiste).
Lavoratori, è ora di cambiare.
La Fiat gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto.
La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)
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venerdì 18 giugno 2010
La lettera di un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano d'Arco che stanno per votare (il 22giugno) se accettare o meno le condizioni della Fiat per riportare la produzione della Panda in Italia.
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mercoledì 2 dicembre 2009
Contro la crisi in quindici mosse
da: Sbilanciamoci! (Importante: in allegato l'intera contromanovra di Sbilanciamoci: Rapporto2010.pdf )
La campagna Sbilanciamoci! ha presentato il suo Rapporto sulla Finanziaria 2010. Ecco il capitolo con le proposte.
Fino ad oggi le misure di Tremonti e di Berlusconi sono state dei “pannicelli caldi”. In questi mesi i responsabili del governo si sono attardati prima a sminuire i dati della crisi (affannandosi a sdrammatizzare le analisi degli istituti di ricerca) e poi a spandere inutile ottimismo, invece di affrontare la crisi con iniziative e politiche adeguate alla gravità della situazione.
I diversi provvedimenti varati in questi mesi o sono pure operazioni di marketing o misure molto modeste che non incidono sul corso della crisi.
Sbilanciamoci! propone un intervento equivalente al 1,6% del Pil del 2010 e allo 0,9% del 2011. In tutto 40 miliardi, coperti in parte da nuove entrate e da risparmi sulla spesa pubblica e in parte generati dal necessario indebitamento per far fronte alla crisi
Proponiamo delle misure concrete, immediate, che nello stesso tempo cercano di disegnare un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla sostenibilità ambientale, i diritti e la qualità sociale, un nuovo welfare fondato sulla giustizia e l’eguaglianza, politiche di solidarietà e di cooperazione internazionale.
Ci sono alcune priorità di cui tenere conto: arginare l’impoverimento sociale e la perdita di posti di lavoro, difendere il potere d’acquisto delle famiglie, dei lavoratori e dare reddito a disoccupati e a chi – come i pensionati a regimi modesti – si trova fuori dal mercato del lavoro. Si tratta di rilanciare con forza la regia e la forza delle politiche pubbliche capaci di orientale i comportamenti e le proposte dei mercati, riportare l’economia finanziaria al servizio dell’economia reale, innovare le produzioni e i consumi individuali e collettivi sulla base di un nuovo modello di sviluppo, di cui abbiamo sempre più bisogno.
Dobbiamo abbandonare le vecchie strade, mettere fine a privilegi e corporativismi, redistribuire la ricchezza (perché questa è la vera condizione per crearne della nuova) e ridurre le diseguaglianze, ridare speranza a un paese che altrimenti rischia di essere stritolato da una crisi che accentua le debolezze strutturali di un sistema economico e istituzionale da tempo in difficoltà.
Serve un nuovo modello di sviluppo per un’Italia capace di futuro.
5 PRINCIPI DA SEGUIRE PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO
La crisi rappresenta nello stesso tempo un grave pericolo, ma anche una opportunità importante per rilanciare l’economia del paese e un nuovo modello di sviluppo legato a politiche di indirizzo e legate a specifici provvedimenti che possono orientare gli investimenti, le produzioni e i consumi in una direzione diversa da quella del passato. Fronteggiare questa crisi con i modelli e le ricette del passato sarebbe sbagliato e miope. Bisogna avere il coraggio di intraprendere nuove strade, lavorando per un nuovo modello di sviluppo fondato sulla sostenibilità ambientale, la qualità sociale, i diritti, un nuovo modo di produrre e di consumare.
Cinque sono a nostro giudizio le direttrici importanti di questo nuovo modello di sviluppo:
un ruolo più incisivo dell’intervento pubblico capace di dare regole vere e rispettate ai mercati finanziari, di disegnare una vera politica industriale, di attivare meccanismi di incentivo e di stimolo dell’economia reale. Si tratta di ridisegnare un sistema in cui il mercato – e gli operatori privati – non siano lasciati senza regole, ma possano agire dentro una cornice in cui prevalga il bene comune, la responsabilità sociale, l’interesse collettivo
il principio della sostenibilità ambientale come fondante l’idea di una green economy che rivoluzioni il modo di produrre i beni, di distribuirli e di consumarli e sia capace di cambiare pensando a nuove forme di produzione di beni immateriali e di beni materiali durevoli. Un sistema economico meno energivoro e legato all’uso di fonti rinnovabili capace di stimolare una mobilità compatibile con la salvaguardia dei territori e delle comunità;
la qualità sociale come tratto distintivo di un’economia che rimette al centro il lavoro e le persone – i loro diritti sociali inalienabili – le relazioni umane e la dimensione comunitaria della produzione e del consumo; la qualità sociale parte dalla dignità del lavoro e dai territori e dalle comunità locali e nello stesso tempo condiziona le attività e i risultati della produzione alla dimensione più alta di un’economia solidale e al servizio del bene comune;
un equilibrio diverso tra consumi collettivi e consumi individuali e tra consumi socialmente ed ecologicamente compatibili e quelli distruttivi per la società e l’ambiente; significa ripensare anche le modalità della distribuzione dei prodotti, la capacità di limitarne l’impatto ambientale e di favorire quelli che producono un più alto tasso di benessere sociale e collettivo;
il principio della cooperazione e la limitazione di quello della competizione. L’assolutizzazione del principio di competizione ha comportato disgregazione e distruttività del sistema economico e delle relazioni umane, mentre quello di cooperazione – a partire dalle relazioni tra Nord e Sud del mondo e in ambito commerciale, monetario, finanziario – può aiutare ad una crescita più armonica e a superare le crisi che stiamo vivendo.
Possono sembrare dei principi “astratti”, ma invece comportano scelte molto concrete: ad esempio investire nei pannelli solari e non nelle centrali nucleari, rottamare i frigoriferi e le caldaie eco – inefficienti e non le automobili, premiare la ricerca e l’innovazione nelle imprese e penalizzare le delocalizzazioni a buon mercato, sostenere lo sviluppo locale e colpire le speculazioni finanziarie transnazionali, finanziare l’aiuto allo sviluppo ridudendo le spese militari, ridare i diritti al lavoro contrastando la precarietà, promuovere le banche locali contrastando la concentrazione oligopolistica della finanza, rispettare gli impegni di Kyoto varando tasse di scopo punitive contro gli inquinatori e le produzioni insostenibili dal punto di vista ambientale, dare più servizi sociali senza avere bisogno della social card, favorire la filiera corta e i prodotti a “chilometri zero” piuttosto che un’agricoltura distruttiva e di bassa qualità.
5 POLITICHE CONCRETE PER FRONTEGGIARE LA CRISI
Uscire da questa crisi si può con una grande capacità di “politica”, cosa che questo Governo dimostra di non possedere. Bisogna utilizzare di più e con più intelligenza la spesa pubblica, facendo pagare ai privilegiati, agli speculatori, ai settori dove è concentrata la ricchezza economica – e non ai lavoratori, alle famiglie, alle imprese – il peso di questa crisi. Servono nel periodo da oggi fino al 2011 almeno 40 miliardi di euro – una gran parte dei quali può essere trovata grazie dalla riduzione delle spese militari, dalla tassazione delle rendite, da una tassa patrimoniale e dalla cancellazione di alcune inutili grandi opere – per fare due operazioni: fronteggiare le conseguenze della crisi economica e finanziaria e rilanciare l’economia sulla base di un nuovo modello di sviluppo. È necessario intervenire in queste direzioni:
promuovere adeguate politiche del lavoro e allargare lo spettro di applicazione degli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori delle piccole medie e imprese e ai co.pro/interinali, eccetera sulla base delle regole esistenti per i lavoratori a tempo indeterminato delle grandi imprese (cassa integrazione e copertura fino a 8 mesi all’80% dello stipendio);
promuovere un piano nazionale di “piccole opere” e per l’ambiente (che poi così piccole non sono) ambientali e sociali, attraverso una serie di interventi legati ai lavori pubblici nel campo energetico, della mobilità, del riassetto del territorio. Ecco alcuni obiettivi da realizzare entro il 2011: 500mila impianti fotovoltaici, 500 treni per i pendolari, 20 progetti di mobilità sostenibile (1000 piste ciclabili, 5mila vetture in car sharing, 2000 nuove vetture per il trasporto pubblico locale) nelle grandi città, la messa in sicurezza di almeno 9mila scuole italiane che non rispettano le principali norme in materia (legge 626, eccetera). Questi interventi sostengono le imprese e creano posti di lavoro;
promuovere un allargamento delle politiche di welfare – non con interventi caritatevoli come la social card e i bonus bebè – ma attraverso interventi e servizi sociali mirati, permanenti e continuativi, come l’apertura di 5mila nuovi asili nido, di 1000 strutture di servizio su base territoriale a favore di disabili e anziani non autosufficienti, l’introduzione dei Livelli Minimi di Assistenza già previsti dalla legge 328 del 2000, la promozione del diritto allo studio (borse, alloggi, eccetera); si tratta di politiche che in un’accezione ampia dei welfare comprendono anche le politiche per la cooperazione allo sviluppo, la pace, il servizio civile;
sostenere il sistema delle imprese attraverso politiche di incentivo nel campo dell’innovazione e della ricerca, di sostegno all’accesso al credito, di aiuto (con interventi di defiscalizzazioni o bonus) finalizzato al mantenimento dell’occupazione e alla stabilizzazione dei rapporti di lavoro precario, alla promozione di patti territoriali per il sostegno al sistema locale delle imprese;
arginare il crescente impoverimento del paese e rilanciare la domanda interna con il sostegno al potere d’acquisto dei lavoratori, delle famiglie e dei disoccupati attraverso – oltre a tutte le politiche di welfare precedentemente elencate – una serie di misure: a) l’introduzione della 14° per i pensionati sotto i mille euro lordi mensili, b) la restituzione del fiscal drag ai lavoratori dipendenti; c) la reintroduzione del Reddito Minimo d’Inserimento (cancellato nella 14ma legislatura) per i disoccupati e per chi non gode di altre forme di ammortizzatori sociali.
5 MODI PER TROVARE LE RISORSE
Dove trovare 40 miliardi per sostenere queste politiche? Da una parte è inevitabile – come hanno fatto altri paesi – ricorrere all’indebitamento pubblico. In una fase di crisi è indispensabile un uso straordinario e incisivo della spesa pubblica per impedire l’impoverimento sociale ed economico, la distruzione di parte del sistema delle imprese e delle attività economiche, favorendo il rilancio della produzione e della domanda interna. Dall’altra, è possibile recuperare risorse attraverso la politica fiscale e con risparmi mirati nella spesa pubblica per quelle politiche e misure che noi riteniamo sbagliate. Il grosso delle risorse può essere trovato in questo modo, ricorrendo solo in minima parte all’indebitamento.
Ecco cinque modi per trovare 40 miliardi contro la crisi.
accentuare la lotta all’evasione fiscale e politiche di giustizia fiscale. È impossibile quantificare gli introiti dalla lotta all’evasione fiscale, ma sicuramente si possono quantificare le risorse che in due anni entrerebbero dalle seguenti misure; a) innalzamento della tassazione delle rendite al 23%; b) aumento dell’imposizione fiscale al 45% per i redditi oltre i 70mila euro e al 49% per i redditi oltre i 200mila euro; c) introduzione o accentuazione di una serie di tasse di scopo (SUV, diritti televisivi sullo sport spettacolo, porto d’armi, pubblicità). In due anni queste misure produrrebbero 8 miliardi di entrate.
introdurre una tassa straordinaria e una tantum per i grandi patrimoni (sopra i 5 milioni di euro, il 10% più ricco della popolazione) che rappresenti una sorta di contributo straordinario in una fase di difficoltà per il paese da quelle categorie sociali che rappresentano la parte più ricca del paese. Si tratta in sostanza di una tassa patrimoniale il cui obiettivo sarebbe la raccolta, con una imposizione minima del 3 per 1000, di un introito di 10miliardi e 500 milioni di euro;
puntare sulla riduzione delle spese militari. Si tratta di una scelta obbligata rispetto a Forze armate sovradimensionate rispetto ai loro compiti costituzionali e agli obblighi internazionali. La sola cancellazione del programma di acquisizione del cacciabombardiere JSF produrrebbe un risparmio in 10 anni di ben 16 miliardi di euro, mentre la riduzione del 20% delle spese militari, sempre in due anni, un risparmio di ben 6 miliardi di euro;
rinunciare al programma delle grandi opere, che in larga misura sono inutili, costosissime e in gran parte sbagliate. Rinunciare al progetto sul ponte sullo Stretto e alle altre grandi opere previste (tra le quali, da non dimenticare, anche se per il momento senza oneri finanziari, le centrali nucleari) comporterebbe un risparmio di 3,5 miliardi in due anni;
intervenire su quella parte della spesa pubblica che potrebbe essere ridotta. Indichiamo due misure che potrebbero essere perseguite: il passaggio nella Pubblica Amministrazione all’open source che porterebbe un risparmio di ben 4 miliardi su due anni (contratti e acquisizioni di licenze) e l’abolizione dei contributi alle scuole private (ben 1 miliardo e 400 milioni in due anni) a favore degli investimenti di queste risorse nel sistema pubblico dell’istruzione.
Per l'intero Rapporto scarica l'Allegato
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venerdì 2 ottobre 2009
Obama in bianco e nero
Prima della sua visita di luglio in Ghana Obama ha fatto sapere di essere infastidito ogni qualvolta sente dire che i problemi dell'Africa sono "in qualche modo imputabili al neocolonialismo, che l'Occidente è stato coercitivo, o ancora che è tutta colpa del razzismo", e ha concluso dicendo: "Io non credo alle giustificazioni". Adesso ha inviato più o meno lo stesso messaggio al suo Paese, indottrinando le famiglie di colore sulle responsabilità individuali. Nel frattempo, il presidente ha accuratamente evitato di accennare, anche solo vagamente, a qualsiasi cosa potesse passare per una questione di colore, dalle incarcerazioni di massa all'abbandono nel quale è stata lasciata la città di New Orleans.
Uno dei timori maggiori della nuova amministrazione è che si possano risvegliare istanze di risarcimento per le ingiustizie razziali subite dai neri nel periodo della schiavitù e mai affrontate dal governo, visto che è diffusa la percezione che per dare qualcosa ai neri e alle altre minoranze sia necessario toglierla ai bianchi. A causa del piano di stimoli, in questo periodo circola una quantità incredibile di soldi che non appartengono ancora a nessun gruppo etnico in particolare. E l'approccio di Obama al piano è stato giustamente criticato per essersi lasciato sfuggire una grossa occasione: il pacchetto da 787 miliardi di dollari è una disorganica pesca miracolosa, ma che ha poche ambizioni di risolvere concretamente uno qualsiasi dei problemi che si limita a mordicchiare. Ricomporre una volta per tutte, finalmente, le sperequazioni e i divari lasciati dalla schiavitù e dalle leggi Jim Crow è un'idea-incentivo buona come qualsiasi altra. "Se il governo può salvare in extremis dal fallimento Aig", ha sottolineato Roger Wareham, legale addetto ai risarcimenti, "allora può anche dire: 'Salveremo tutti i connazionali di origine africana, visto quanto è accaduto loro da un punto di vista storico'".
Ciò che Obama ha di affascinante (e irritante al tempo stesso) è la capacità di riuscire a persuadere così tanti americani della correttezza e giustezza di una simile impresa. L'unica volta che durante la campagna elettorale ha fatto un discorso sulla razza, suscitato dalla controversia sorta in relazione al Reverendo Jeremiah Wright, ha raccontato come il lascito storico della schiavitù e della discriminazione legalizzata abbiano strutturalmente impedito agli afroamericani di raggiungere la piena eguaglianza. Si tratta di una storia non molto diversa da quella che gli attivisti come Wareham raccontano quando vogliono addurre validi motivi a sostegno delle loro richieste di risarcimento.
Obama ha pronunciato il suo discorso sei mesi prima del crollo di Wall Street, ma le forze a cui alludeva aiutano a spiegare perché sia avvenuto il crollo. Aveva detto: "Discriminazione legalizzata vuol dire che le famiglie di colore non poterono mettere insieme ricchezze significative da lasciare alle generazioni seguenti". Non a caso oggi molti di loro si siano affidati ai rischiosi mutui subprime. Nella città natale di Obama, Chicago, le famiglie di colore hanno avuto il quadruplo delle occasioni rispetto a quelle bianche di sottoscrivere un mutuo subprime.
La crisi della situazione economica degli afroamericani è stata certamente acuita e aggravata dalla crisi economica nel suo complesso. A New York, per esempio, il tasso di disoccupazione è aumentato quattro volte più velocemente tra i neri che tra i bianchi. Secondo il 'New York Times', le "insolvenze dei nuclei familiari si verificano tre volte più frequentemente nelle minoranze che nella maggior parte dei nuclei familiari bianchi". Se Obama ha fatto risalire il crollo di Wall Street al rifiuto di accordare un'ipoteca su aree deprezzate e a alle leggi Jim Crow, andando indietro nel tempo fino alla promessa mai mantenuta dei 40 acri e un mulo per ogni schiavo affrancato, un'ampia fetta dell'opinione pubblica americana potrebbe finalmente convincersi che eliminare le barriere strutturali che rendono impossibile un'autentica eguaglianza non sia nell'interesse delle sole minoranze, ma di chiunque voglia un'economia più stabile.
(18 settembre 2009)
Uno dei timori maggiori della nuova amministrazione è che si possano risvegliare istanze di risarcimento per le ingiustizie razziali subite dai neri nel periodo della schiavitù e mai affrontate dal governo, visto che è diffusa la percezione che per dare qualcosa ai neri e alle altre minoranze sia necessario toglierla ai bianchi. A causa del piano di stimoli, in questo periodo circola una quantità incredibile di soldi che non appartengono ancora a nessun gruppo etnico in particolare. E l'approccio di Obama al piano è stato giustamente criticato per essersi lasciato sfuggire una grossa occasione: il pacchetto da 787 miliardi di dollari è una disorganica pesca miracolosa, ma che ha poche ambizioni di risolvere concretamente uno qualsiasi dei problemi che si limita a mordicchiare. Ricomporre una volta per tutte, finalmente, le sperequazioni e i divari lasciati dalla schiavitù e dalle leggi Jim Crow è un'idea-incentivo buona come qualsiasi altra. "Se il governo può salvare in extremis dal fallimento Aig", ha sottolineato Roger Wareham, legale addetto ai risarcimenti, "allora può anche dire: 'Salveremo tutti i connazionali di origine africana, visto quanto è accaduto loro da un punto di vista storico'".
Ciò che Obama ha di affascinante (e irritante al tempo stesso) è la capacità di riuscire a persuadere così tanti americani della correttezza e giustezza di una simile impresa. L'unica volta che durante la campagna elettorale ha fatto un discorso sulla razza, suscitato dalla controversia sorta in relazione al Reverendo Jeremiah Wright, ha raccontato come il lascito storico della schiavitù e della discriminazione legalizzata abbiano strutturalmente impedito agli afroamericani di raggiungere la piena eguaglianza. Si tratta di una storia non molto diversa da quella che gli attivisti come Wareham raccontano quando vogliono addurre validi motivi a sostegno delle loro richieste di risarcimento.
Obama ha pronunciato il suo discorso sei mesi prima del crollo di Wall Street, ma le forze a cui alludeva aiutano a spiegare perché sia avvenuto il crollo. Aveva detto: "Discriminazione legalizzata vuol dire che le famiglie di colore non poterono mettere insieme ricchezze significative da lasciare alle generazioni seguenti". Non a caso oggi molti di loro si siano affidati ai rischiosi mutui subprime. Nella città natale di Obama, Chicago, le famiglie di colore hanno avuto il quadruplo delle occasioni rispetto a quelle bianche di sottoscrivere un mutuo subprime.
La crisi della situazione economica degli afroamericani è stata certamente acuita e aggravata dalla crisi economica nel suo complesso. A New York, per esempio, il tasso di disoccupazione è aumentato quattro volte più velocemente tra i neri che tra i bianchi. Secondo il 'New York Times', le "insolvenze dei nuclei familiari si verificano tre volte più frequentemente nelle minoranze che nella maggior parte dei nuclei familiari bianchi". Se Obama ha fatto risalire il crollo di Wall Street al rifiuto di accordare un'ipoteca su aree deprezzate e a alle leggi Jim Crow, andando indietro nel tempo fino alla promessa mai mantenuta dei 40 acri e un mulo per ogni schiavo affrancato, un'ampia fetta dell'opinione pubblica americana potrebbe finalmente convincersi che eliminare le barriere strutturali che rendono impossibile un'autentica eguaglianza non sia nell'interesse delle sole minoranze, ma di chiunque voglia un'economia più stabile.
(18 settembre 2009)
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venerdì 25 settembre 2009
Robinson Crusoe e la finta economia
di Laura Pennacchi, da L'Unità on line
Nella polemica che ancora di recente è tornata a dividere il ministro Tremonti dagli “economisti” (accusati di non aver saputo prevedere la drammatica crisi economica in corso), c’è qualcosa di importante che l’uno e gli altri sottovalutano. Si tratta di questo: la crisi, le cui gravi conseguenze occupazionali stanno adesso emergendo chiaramente, non parla solo di se stessa ma di un intero modello di sviluppo che mostra oggi tutta la sua fragilità e che si sta esaurendo. È un complessivo paradigma economico che va ripensato dalle fondamenta.
Questo bisogno di andare al cuore della vicenda odierna è oscurato tanto dalla supponenza («chi pensa non ha bisogno di un pensatoio») con cui Tremonti mira a coprire la sostanziale inerzia del governo in politica economica – confermata dalla totale assenza di respiro progettuale della Finanziaria di settembre –, tanto dalle argomentazioni a propria discolpa a cui amano ricorrere soprattutto gli economisti più vicini all’ortodossia dominante. I quali hanno un bel dire che èda trent’anni che essi studiano i fallimenti dei mercati finanziari, le bolle speculative, le asimmetrie informative, le crisi di liquidità. Il punto è che tutte queste cose sono state da essi studiate come imperfezioni, frizioni, deviazioni, shock esogeni di modelli di mercato che si pensava immuni da incertezza e instabilità e in grado di correggersi da soli.
A far trovare particolarmente sguarniti alla bisogna è stata poi la marginalizzazione di punti di vista diversi e di programmi di ricerca alternativi provocata proprio dal dogmatismo con cui l’ideologia neoliberista si è affermata nella scienza economica standard. E questo chiama in causa le responsabilità degli economisti ben al di là della loro incapacità di previsione. Quello che va ripensato è il paradigma della main stream economics, la quale si è proposta, più che come “strumento d’interpretazione della realtà”, come “supporto di visioni del mondo molto orientate”, escludendo fenomeni significativi di squilibrio e rendendodifficile la comprensione del ruolo dei meccanismi finanziari, visioni in cui i mercati sono supposti intrinsecamente stabili, con deviazioni solo temporanee, e in cui gli agenti economici agiscono come omogenei Robinson Crusoe, ignari tanto della profonda instabilità, quanto della larga eterogeneità e della estesa interazione tra attori, come invece avviene nel mondo economico reale. Ciò ha coinvolto anche e soprattutto i mercati del lavoro, a priori modellizzati in modo irrealistico allo scopo di introdurvi “frizioni” e “imperfezioni” da cui inferire implicazioni di elevata flessibilità, salariale e in entrata e in uscita, e di contrasto del potere sindacale. E in effetti l’alterazione delle regole di funzionamento del mercato si è rivelata una causa decisiva dello spostamento nella distribuzione del reddito, motore cruciale della attuale crisi.
Nella polemica che ancora di recente è tornata a dividere il ministro Tremonti dagli “economisti” (accusati di non aver saputo prevedere la drammatica crisi economica in corso), c’è qualcosa di importante che l’uno e gli altri sottovalutano. Si tratta di questo: la crisi, le cui gravi conseguenze occupazionali stanno adesso emergendo chiaramente, non parla solo di se stessa ma di un intero modello di sviluppo che mostra oggi tutta la sua fragilità e che si sta esaurendo. È un complessivo paradigma economico che va ripensato dalle fondamenta.
Questo bisogno di andare al cuore della vicenda odierna è oscurato tanto dalla supponenza («chi pensa non ha bisogno di un pensatoio») con cui Tremonti mira a coprire la sostanziale inerzia del governo in politica economica – confermata dalla totale assenza di respiro progettuale della Finanziaria di settembre –, tanto dalle argomentazioni a propria discolpa a cui amano ricorrere soprattutto gli economisti più vicini all’ortodossia dominante. I quali hanno un bel dire che èda trent’anni che essi studiano i fallimenti dei mercati finanziari, le bolle speculative, le asimmetrie informative, le crisi di liquidità. Il punto è che tutte queste cose sono state da essi studiate come imperfezioni, frizioni, deviazioni, shock esogeni di modelli di mercato che si pensava immuni da incertezza e instabilità e in grado di correggersi da soli.
A far trovare particolarmente sguarniti alla bisogna è stata poi la marginalizzazione di punti di vista diversi e di programmi di ricerca alternativi provocata proprio dal dogmatismo con cui l’ideologia neoliberista si è affermata nella scienza economica standard. E questo chiama in causa le responsabilità degli economisti ben al di là della loro incapacità di previsione. Quello che va ripensato è il paradigma della main stream economics, la quale si è proposta, più che come “strumento d’interpretazione della realtà”, come “supporto di visioni del mondo molto orientate”, escludendo fenomeni significativi di squilibrio e rendendodifficile la comprensione del ruolo dei meccanismi finanziari, visioni in cui i mercati sono supposti intrinsecamente stabili, con deviazioni solo temporanee, e in cui gli agenti economici agiscono come omogenei Robinson Crusoe, ignari tanto della profonda instabilità, quanto della larga eterogeneità e della estesa interazione tra attori, come invece avviene nel mondo economico reale. Ciò ha coinvolto anche e soprattutto i mercati del lavoro, a priori modellizzati in modo irrealistico allo scopo di introdurvi “frizioni” e “imperfezioni” da cui inferire implicazioni di elevata flessibilità, salariale e in entrata e in uscita, e di contrasto del potere sindacale. E in effetti l’alterazione delle regole di funzionamento del mercato si è rivelata una causa decisiva dello spostamento nella distribuzione del reddito, motore cruciale della attuale crisi.
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martedì 14 luglio 2009
La solitudine delle famiglie italiane
di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina 10.07.2009 da "lavoce.info"
I dati confermano che nel nostro paese il peso dell'assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia. O meglio, sulle donne e in particolare sulle figlie adulte. Che sempre più ricorrono ai servizi delle immigrate. Ora le nuove norme sull'immigrazione sono un'ulteriore conferma che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie. Non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse Ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che, con difficoltà, tentano di darsi da sole. Per esempio, tramite le cosiddette "badanti".
Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro.
LAVORO FEMMINILE COME RISPOSTA ALL’INVECCHIAMENTO
La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha fatti diventare uno dei paesi al mondo con maggior invecchiamento. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi su occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: uno su due, contro una media Unione Europea a 15 del 38 per cento. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore.
Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità.
È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro.
Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischiano di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. (1)
LE BADANTI COME RISPOSTA ALLE CARENZE DEL SISTEMA DI WELFARE
L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini, ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico.
I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti.
Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri.
A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale.
Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole.
(1)Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009.
Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro.
LAVORO FEMMINILE COME RISPOSTA ALL’INVECCHIAMENTO
La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha fatti diventare uno dei paesi al mondo con maggior invecchiamento. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi su occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: uno su due, contro una media Unione Europea a 15 del 38 per cento. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore.
Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità.
È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro.
Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischiano di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. (1)
LE BADANTI COME RISPOSTA ALLE CARENZE DEL SISTEMA DI WELFARE
L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini, ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico.
I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti.
Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri.
A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale.
Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole.
(1)Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009.
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lunedì 13 luglio 2009
La class action e i pelati Cirio
di Massimo Giannini, da Affari e Finanza di Repubblica on line
Bernard Madoff, condannato a 150 anni. Bernie Ebbers, detto Telecom Cowboy, ex ceo di WorldCom, condannato per frode, fine pena luglio 2028. Jeffrey Skilling, condannato per frode e insider trading nello scandalo Enron, fine pena febbraio 2028. John Rigas, ex fondatore di Adelphia Communication, condannato per frode, fine pena gennaio 2018. Conrad Black, ex boss dei media condannato per frode, fine pena ottobre 2013. Richard Scrushy, ex ceo della HealtSouth Corp, condannato per tangenti, fine pena giugno 2013. Eugene Plotkin, ex analista di Goldman Sachs, condannato per insider trading, fine pena febbraio 2012.
La lista potrebbe continuare. L'ha pubblicata qualche giorno fa il "Financial Times", e riguarda gli imprenditori, gli azionisti e i manager delle grandi aziende Usa processati per reati finanziari e condannati a pene durissime nel corso degli ultimi anni. Normale, nella culla del capitalismo selvaggio. Fantascienza, nella cuccia del familismo amorale.
L'ultima prova è la legge sulla class action, appena approvata dal Parlamento italiano. Dopo mesi di sabotaggi e di rinvii, alla fine è passato un testo che grida vendetta rispetto a quello previsto nelle lenzuolate di Bersani. La cosiddetta "azione collettiva", che potrà essere attivata presso la magistratura da una pluralità di utenti e consumatori per far valere i propri diritti danneggiati da una medesima impresa, scatterà dal gennaio 2010. Non è ancora chiaro quali saranno i diritti tutelabili. Potrà essere proposta solo in alcuni tribunali.
Ma soprattutto, e qui sta la vergogna, non sarà retroattiva. Cioè non potrà essere richiesta e applicata per i crack più disastrosi del recente passato, vale a dire Cirio e Parmalat. Uno scempio che ha fatto indignare non solo le associazioni dei consumatori, ma anche il presidente dell'Antitrust Catricalà, che ha giustamente puntato il dito contro questa "scelta politica", evidentemente finalizzata a salvare qualcuno o qualcosa. Solo una domanda, al ministro Tremonti: dopo questa class action all'acqua di rose tiene ancora quel barattolo di pomodori Cirio sulla scrivania?
(13 luglio 2009)
Bernard Madoff, condannato a 150 anni. Bernie Ebbers, detto Telecom Cowboy, ex ceo di WorldCom, condannato per frode, fine pena luglio 2028. Jeffrey Skilling, condannato per frode e insider trading nello scandalo Enron, fine pena febbraio 2028. John Rigas, ex fondatore di Adelphia Communication, condannato per frode, fine pena gennaio 2018. Conrad Black, ex boss dei media condannato per frode, fine pena ottobre 2013. Richard Scrushy, ex ceo della HealtSouth Corp, condannato per tangenti, fine pena giugno 2013. Eugene Plotkin, ex analista di Goldman Sachs, condannato per insider trading, fine pena febbraio 2012.
La lista potrebbe continuare. L'ha pubblicata qualche giorno fa il "Financial Times", e riguarda gli imprenditori, gli azionisti e i manager delle grandi aziende Usa processati per reati finanziari e condannati a pene durissime nel corso degli ultimi anni. Normale, nella culla del capitalismo selvaggio. Fantascienza, nella cuccia del familismo amorale.
L'ultima prova è la legge sulla class action, appena approvata dal Parlamento italiano. Dopo mesi di sabotaggi e di rinvii, alla fine è passato un testo che grida vendetta rispetto a quello previsto nelle lenzuolate di Bersani. La cosiddetta "azione collettiva", che potrà essere attivata presso la magistratura da una pluralità di utenti e consumatori per far valere i propri diritti danneggiati da una medesima impresa, scatterà dal gennaio 2010. Non è ancora chiaro quali saranno i diritti tutelabili. Potrà essere proposta solo in alcuni tribunali.
Ma soprattutto, e qui sta la vergogna, non sarà retroattiva. Cioè non potrà essere richiesta e applicata per i crack più disastrosi del recente passato, vale a dire Cirio e Parmalat. Uno scempio che ha fatto indignare non solo le associazioni dei consumatori, ma anche il presidente dell'Antitrust Catricalà, che ha giustamente puntato il dito contro questa "scelta politica", evidentemente finalizzata a salvare qualcuno o qualcosa. Solo una domanda, al ministro Tremonti: dopo questa class action all'acqua di rose tiene ancora quel barattolo di pomodori Cirio sulla scrivania?
(13 luglio 2009)
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sabato 11 luglio 2009
La crisi che non c'è
di Galapagos, da Il manifesto
Nei prossimi mesi «si concretizzeranno effetti avversi ritardati, tra i quali l'ulteriore deterioramento del mercato del lavoro», ha scritto la Bce nel «Bollettino mensile». E gli fa eco il Fmi: la disoccupazione crescerà nel 2010. Nei prossimi 12-18 mesi altri 15 milioni di persone perderanno il posto di lavoro solo nei 30 paesi Ocse. Ma la vita delle persone non è in agenda, al G8 non se ne è discusso. Abbondanti, invece, le dichiarazioni d'intenti: nessuno s'è opposto alla lotta all'inquinamento globale; nessuno è a favore del protezionismo; nessuno ha difeso i paradisi fiscali o è contrario agli aiuti ai paesi poveri dell'Africa; tutti sono per una finanza dai connotati morali. Ma nelle dichiarazioni finali tutto è generico. Solo una cosa è emersa nitidamente: gli Usa - nonostante il carismatico Obama - non sono più i padroni del mondo.
Il nuovo antagonista che avanza ha un acronimo che dobbiamo imparare a conoscere bene: Bric. Sigla che sta per Brasile, Russia, India e Cina. Insieme hanno quasi 2,5 miliardi di abitanti, un reddito pro-capite ancora insignificante e una distribuzione dei redditi ancora più infame di quella «nostrana». Ma anche una classe media in espansione che rappresenta un serbatoio per la domanda mondiale di beni di consumo.
Insieme hanno la forza di dire no a proposte apparentemente assennate. Tipo quella dell'inquinamento globale che - sostengono - va misurato in termini pro-capite e non globale. La Cina ha esplicitamente affermato di non sentirsi vincolata agli accordi tra Usa e Europa. Di più: questi paesi (in particolare la Cina) stanno mostrando una capacità straordinaria di penetrazione in mercati (come l'Africa) un tempo monopolio dell'imperialismo europeo e Usa. Possono farlo in virtù delle enormi riserve valutarie accumulate negli ultimi anni grazie alle quotazioni delle materie prime, all'ipersfruttamento dei lavoratori, agli stratosferici attivi delle bilance commerciali.
Dal dopoguerra in poi nessuno paese è stato in grado con la propria moneta di contrastare il dominio del dollaro che dal '44 ha signoreggiato come moneta internazionale di riserva: sia quando la valuta statunitense volava alto, sia quando si è trattato di pilotarne la discesa verso il basso. Non con una svalutazione, ma con una rivalutazione delle altre monete. Il tutto per preservare il potere d'acquisto del dollaro. Ma ora i paesi del Bric hanno detto basta: lo hanno detto poche settimane fa a Ekaterinburg al termine del primo summit; lo ha ripetuto ieri il portavoce cinese a L'Aquila: il dollaro non può più essere l'unica moneta di riserva mondiale, ma occorre riequilibrare i pesi valutari e di conseguenza i rapporto di cambio. Gli Usa perderanno il beneficio di attirare monete da tutto il mondo, di poter coprire con i flussi valutari, gli enormi disavanzi della bilancia dei pagamenti. Insomma, dovranno adattarsi a essere un paese come gli altri. Ma di questo, oltre che della crisi e delle sue emergenze sociali, al G8 si è taciuto.
Il nuovo antagonista che avanza ha un acronimo che dobbiamo imparare a conoscere bene: Bric. Sigla che sta per Brasile, Russia, India e Cina. Insieme hanno quasi 2,5 miliardi di abitanti, un reddito pro-capite ancora insignificante e una distribuzione dei redditi ancora più infame di quella «nostrana». Ma anche una classe media in espansione che rappresenta un serbatoio per la domanda mondiale di beni di consumo.
Insieme hanno la forza di dire no a proposte apparentemente assennate. Tipo quella dell'inquinamento globale che - sostengono - va misurato in termini pro-capite e non globale. La Cina ha esplicitamente affermato di non sentirsi vincolata agli accordi tra Usa e Europa. Di più: questi paesi (in particolare la Cina) stanno mostrando una capacità straordinaria di penetrazione in mercati (come l'Africa) un tempo monopolio dell'imperialismo europeo e Usa. Possono farlo in virtù delle enormi riserve valutarie accumulate negli ultimi anni grazie alle quotazioni delle materie prime, all'ipersfruttamento dei lavoratori, agli stratosferici attivi delle bilance commerciali.
Dal dopoguerra in poi nessuno paese è stato in grado con la propria moneta di contrastare il dominio del dollaro che dal '44 ha signoreggiato come moneta internazionale di riserva: sia quando la valuta statunitense volava alto, sia quando si è trattato di pilotarne la discesa verso il basso. Non con una svalutazione, ma con una rivalutazione delle altre monete. Il tutto per preservare il potere d'acquisto del dollaro. Ma ora i paesi del Bric hanno detto basta: lo hanno detto poche settimane fa a Ekaterinburg al termine del primo summit; lo ha ripetuto ieri il portavoce cinese a L'Aquila: il dollaro non può più essere l'unica moneta di riserva mondiale, ma occorre riequilibrare i pesi valutari e di conseguenza i rapporto di cambio. Gli Usa perderanno il beneficio di attirare monete da tutto il mondo, di poter coprire con i flussi valutari, gli enormi disavanzi della bilancia dei pagamenti. Insomma, dovranno adattarsi a essere un paese come gli altri. Ma di questo, oltre che della crisi e delle sue emergenze sociali, al G8 si è taciuto.
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mercoledì 1 luglio 2009
Quel treno per Cosentino
di Andrea Palladino, da Il Manifesto di oggi 1.7.09, pag. 4
Il convoglio esploso, della mutlinazionale Exxon, era partito da Novara ed era diretto alla Aversana Petroli, l'azienda del padre del sottosegretario all'Economia, con sede principale a Casal di Principe. Proprietaria dei vagoni era invece la società austriaca Gatx. L'inchiesta dovrà ora provare a ricostruire la catena delle responsabilità.
II groviglio dei vagoni del treno deragliato ed esploso a Viareggio, l'ammasso dei corpi delle 14 vittime e dei 40 feriti, le fiamme che per ore hanno avvolto intere case hanno avuto l'effetto di un risveglio brusco, inatteso. C'è però un groviglio per ora nascosto, ancora più crudele e doloroso, e in buona parte annunciato. È quello delle responsabilità, della verità, dei nomi di chi ha deciso di abbassare i costì, di ottimizzare i profitti, di esternalizzare il cuore stesso della produzione di un paese. È il made in Italy che si è liquefatto a Viareggio la notte scorsa, tra le ruote di un treno partito dalla multinazionale Exxon e diretto alla Aversana Petroli della famiglia Cosentino, in provincia di Caserta.
Ricostruire la catena delle responsabilità non sarà facile. Immaginiamo, però, di essere alla guida del convoglio 50325, partito da San Martino Trecate, in provincia di Novara, e diretto allo scalo merci di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, su quell'asse che congiun¬ge il nord che produce e la Campania che distribuisce, commercializza, rivende. Un carico di Gpl, uno dei gas più infiammabili e pericolosi, spiegano gli esperti. Era diretto nella zona indu¬striale compresa tra Gricignano e Teverola. Ad accoglierlo - secondo quanto siamo in grado di ricostruire - era l'azienda casertana Aversana Petroli, con sede principale a Gasai di Principe e deposito a pochi metri dallo scalo merci della stazione Fs. Un'azienda guidata da Luigi Cosentino, padre di Nicola Cosentino, deputato, coordinatore del Pdl della Campania e sottosegretario all'economia. Lo stesso politico accusato da quattro pentiti di avere forti legami con i Casalesi e per il quale l'allora segretario pd Walter Veltroni chiese le dimissioni immediate (anche se in aula un pezzo del partito votò contro la sfiducia chiesta a gran voce anche dall'Idv).
Da questa stazione dell'agro aversano parte un binario, che esce dall'area delle ferrovie del¬lo stato, per entrare nella zona industriale, dove a guardare i capannoni che nascono come funghi la crisi sembra non esistere. «Nessuno ha accesso a quella zona privata e da queste parti non si fa manutenzione, solo un controllo dei freni», spiegano alcuni ferrovieri - sotto la garanzia dell'anonimato - che lavorano nel trasporto merci. È una delle tante zone che inizia a sottrarsi allo storico controllo delle Fs, dopo la privatizzazione e la liberalizzazione selvaggia degli ultimi anni. Se negli anni '90 esistevano un migliaio di scali merci dell'azienda pubblica, oggi le ferrovie controllano solo 199 punti. Sparisce il servizio di manutenzione, si riduce vertiginosamente il controllo globale sulla logistica, entrano società private, come la multina¬zionale Gatx, proprietaria dei vagoni deragliati a Viareggio. Non solo. È la stessa commissione europea - con alla guida della direzione trasporti Antonio Tajani, del Pdl - a spingere ulterior¬mente per la liberalizzazione del settore. I fondi Fas dell'Unione europea in Campania non sono andati per migliorare gli scali merci delle ferrovie dello stato, per evitare magari altri incidenti, ma alla nascente società privata del re dell'ingrosso di Noia Giovanni Punzo, di Luca Montezemolo e Raniero Della Valle. Soldi comunitari, 40 milioni di euro, che saranno destinati - secondo quanto annunciato da Punzo -per le officine del polo ferroviario privato in costruzione all'interno del Cis di Noia.
Ieri, con negli occhi ancora, i corpi bruciali, nessuno voleva parlare di responsabilità. L'am-ministratore delegato delle ferrovie Moretti precisa che le Fs non c'entrano nulla e che non c'è stato nessuno errore dei macchinisti. In sostan¬za loro hanno dato la rete, quello che accade con i treni privati che ci viaggiano non li riguarda. La multinazionale Gatx spiega che, anche se i vagoni deragliati a Viareggio sono loro, per una strana normativa internazionale i controlli spetterebbero a chi li usa. «Noi semplicemente affittiamo i treni», spiega il numero due della società Werner Mitteregger da Vienna. «Sono sempre mezzi relativamente nuovi, che vengono debitamente controllati prima di'essere consegnati al cliente che li prende in affitto», conclude, passando la palla a qualcun altro.
Scoprire chi sia il responsabile del trasporto del Gpl partito da Novara non è per nulla facile. Parlando con le società di logistica che hanno sede a Gricignano di Aversa si ottiene solo una lunga fila di non so. Solo alla fine esce fuori il nome del destinatario del carico, la Aversana Petroli dei Cosentino. Dal deposito di Gpl della compagnia confermano telefonicamente che i vagoni deragliati erano diretti a loro. Ma non vanno oltre, nessuno vuole commentare. Dalla sede di Gasai di Principe spiegano che solo Luigi Cosentino può spiegare le cose. In azienda, però, ieri pomeriggio non c'era. Peccato, avrebbe potuto raccontare chi ha organizzato il trasporto, chi è la società che la Gatx di Vienna sta indicando. È vano anche il tentativo di avere almeno un commento sulle norme europee ed internazionali che regolano il trasporto. Non parla il ministero dei Trasporti, nulla dall'ufficio stampa delle Ferrovie dello stato, silenzio dalle associazioni di categoria.
Il convoglio esploso, della mutlinazionale Exxon, era partito da Novara ed era diretto alla Aversana Petroli, l'azienda del padre del sottosegretario all'Economia, con sede principale a Casal di Principe. Proprietaria dei vagoni era invece la società austriaca Gatx. L'inchiesta dovrà ora provare a ricostruire la catena delle responsabilità.
II groviglio dei vagoni del treno deragliato ed esploso a Viareggio, l'ammasso dei corpi delle 14 vittime e dei 40 feriti, le fiamme che per ore hanno avvolto intere case hanno avuto l'effetto di un risveglio brusco, inatteso. C'è però un groviglio per ora nascosto, ancora più crudele e doloroso, e in buona parte annunciato. È quello delle responsabilità, della verità, dei nomi di chi ha deciso di abbassare i costì, di ottimizzare i profitti, di esternalizzare il cuore stesso della produzione di un paese. È il made in Italy che si è liquefatto a Viareggio la notte scorsa, tra le ruote di un treno partito dalla multinazionale Exxon e diretto alla Aversana Petroli della famiglia Cosentino, in provincia di Caserta.
Ricostruire la catena delle responsabilità non sarà facile. Immaginiamo, però, di essere alla guida del convoglio 50325, partito da San Martino Trecate, in provincia di Novara, e diretto allo scalo merci di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, su quell'asse che congiun¬ge il nord che produce e la Campania che distribuisce, commercializza, rivende. Un carico di Gpl, uno dei gas più infiammabili e pericolosi, spiegano gli esperti. Era diretto nella zona indu¬striale compresa tra Gricignano e Teverola. Ad accoglierlo - secondo quanto siamo in grado di ricostruire - era l'azienda casertana Aversana Petroli, con sede principale a Gasai di Principe e deposito a pochi metri dallo scalo merci della stazione Fs. Un'azienda guidata da Luigi Cosentino, padre di Nicola Cosentino, deputato, coordinatore del Pdl della Campania e sottosegretario all'economia. Lo stesso politico accusato da quattro pentiti di avere forti legami con i Casalesi e per il quale l'allora segretario pd Walter Veltroni chiese le dimissioni immediate (anche se in aula un pezzo del partito votò contro la sfiducia chiesta a gran voce anche dall'Idv).
Da questa stazione dell'agro aversano parte un binario, che esce dall'area delle ferrovie del¬lo stato, per entrare nella zona industriale, dove a guardare i capannoni che nascono come funghi la crisi sembra non esistere. «Nessuno ha accesso a quella zona privata e da queste parti non si fa manutenzione, solo un controllo dei freni», spiegano alcuni ferrovieri - sotto la garanzia dell'anonimato - che lavorano nel trasporto merci. È una delle tante zone che inizia a sottrarsi allo storico controllo delle Fs, dopo la privatizzazione e la liberalizzazione selvaggia degli ultimi anni. Se negli anni '90 esistevano un migliaio di scali merci dell'azienda pubblica, oggi le ferrovie controllano solo 199 punti. Sparisce il servizio di manutenzione, si riduce vertiginosamente il controllo globale sulla logistica, entrano società private, come la multina¬zionale Gatx, proprietaria dei vagoni deragliati a Viareggio. Non solo. È la stessa commissione europea - con alla guida della direzione trasporti Antonio Tajani, del Pdl - a spingere ulterior¬mente per la liberalizzazione del settore. I fondi Fas dell'Unione europea in Campania non sono andati per migliorare gli scali merci delle ferrovie dello stato, per evitare magari altri incidenti, ma alla nascente società privata del re dell'ingrosso di Noia Giovanni Punzo, di Luca Montezemolo e Raniero Della Valle. Soldi comunitari, 40 milioni di euro, che saranno destinati - secondo quanto annunciato da Punzo -per le officine del polo ferroviario privato in costruzione all'interno del Cis di Noia.
Ieri, con negli occhi ancora, i corpi bruciali, nessuno voleva parlare di responsabilità. L'am-ministratore delegato delle ferrovie Moretti precisa che le Fs non c'entrano nulla e che non c'è stato nessuno errore dei macchinisti. In sostan¬za loro hanno dato la rete, quello che accade con i treni privati che ci viaggiano non li riguarda. La multinazionale Gatx spiega che, anche se i vagoni deragliati a Viareggio sono loro, per una strana normativa internazionale i controlli spetterebbero a chi li usa. «Noi semplicemente affittiamo i treni», spiega il numero due della società Werner Mitteregger da Vienna. «Sono sempre mezzi relativamente nuovi, che vengono debitamente controllati prima di'essere consegnati al cliente che li prende in affitto», conclude, passando la palla a qualcun altro.
Scoprire chi sia il responsabile del trasporto del Gpl partito da Novara non è per nulla facile. Parlando con le società di logistica che hanno sede a Gricignano di Aversa si ottiene solo una lunga fila di non so. Solo alla fine esce fuori il nome del destinatario del carico, la Aversana Petroli dei Cosentino. Dal deposito di Gpl della compagnia confermano telefonicamente che i vagoni deragliati erano diretti a loro. Ma non vanno oltre, nessuno vuole commentare. Dalla sede di Gasai di Principe spiegano che solo Luigi Cosentino può spiegare le cose. In azienda, però, ieri pomeriggio non c'era. Peccato, avrebbe potuto raccontare chi ha organizzato il trasporto, chi è la società che la Gatx di Vienna sta indicando. È vano anche il tentativo di avere almeno un commento sulle norme europee ed internazionali che regolano il trasporto. Non parla il ministero dei Trasporti, nulla dall'ufficio stampa delle Ferrovie dello stato, silenzio dalle associazioni di categoria.
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venerdì 12 giugno 2009
Politica e statistica, così è se ci pare
di Elisabetta Segre apparso oggi su: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Politica-e-statistica-cosi-e-se-ci-pare
Numeri veri, numeri esagerati, numeri taroccati. Come si misura un Paese? Il mondo statistico dibatte, dopo l'ultima del premier sul sostegno ai disoccupati
Ma allora siamo meglio dei paesi scandinavi! Qualsiasi lavoratore che perda il lavoro in Italia riceve un aiuto dallo Stato pari addirittura all’80%, e se lo dice il primo ministro sarà pur vero! O forse avrà ragione la Banca di Italia denunciando il fatto che più di un milione e mezzo di lavoratori sono lasciati senza ammortizzatori?
La politica è entrata a gamba tesa sulla statistica. Si appropria di alcuni risultati rendendoli faziosi (si pensi ai salari in Italia che secondo alcuni sarebbero tra i più bassi dei paesi Ocse solo per via della tassazione), ne ignora deliberatamente altri (i dati sull’immigrazione e sulla sicurezza, per esempio) e infine alcuni li genera ex novo ad uso e consumo del momento mediatico (la cassa integrazione per i co.co.pro. appunto). Sono moltissime le condizioni che hanno portato al concretizzarsi di questa situazione. Si dovrebbe parlare del sistema informativo passivo e più spesso complice di una classe politica che approfitta del declino nel livello di educazione e fiducia politica della popolazione o del generale degrado politico-culturale, associato ad un preoccupante moltiplicarsi delle manifestazioni di intolleranza per il diverso, compreso chi la pensa diversamente (Putnam chiamerebbe tutto questo il lento erodersi del capitale sociale del paese). Ma c’è un fenomeno strettamente connesso a questo scenario che colpisce in maniera particolare il mondo della ricerca socio-economica, accademica e non: la mancanza di autorevolezza dei dati pubblicati dai principali istituti incaricati della produzione di statistiche ufficiali Isae, Istat, Isfol, più in generale tutto il Sistan (Sistema Statistico Nazionale, rete di soggetti pubblici e privati che fornisce l’informazione statistica ufficiale) ma anche, evidentemente, la Banca d’Italia. Si badi bene non è che la gente non si fidi di quei dati (di fatto quasi il 60 percento degli italiani ha fiducia dei dati prodotti a livello ufficiale – anche se rimane un 40 che non lo fa -, secondo i dati pubblicati su D’Urzo , M. Gamba, E. Giovannini, M. Malgarini, About the Progress of their Country What Do Italian Citizens Know) ma quei dati non hanno di fatto la forza, quando citati, di porre ordine alla crescente massa di informazione/disinformazione a cui siamo sottoposti. Una delle conseguenze che questa situazione porta con sé è una diffusa e crescente divergenza tra la percezione della realtà -letta, ascoltata e vista tramite i mezzi di informazione- e la realtà per come può essere descritta dalle statistiche. E' stato proprio questo il tema di un interessante dibattito che si è svolto durante una delle tavole rotonde organizzate nell’ambito della tradizionale conferenza Monitoring Italy. Il convegno, organizzato ogni due anni dall’Istituto di Studi e Analisi Economia Isae in collaborazione con l’Ocse, quest’anno si è concentrato sul tema della misurazione del progresso nella società italiana. Interrogandosi sulle origini della divergenza tra la percezione e la realtà il demografo Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze, Luca Paolazzi del Centro Studi Confindustria e Ignazio Visco della Banca d’Italia sono naturalmente incappati in questa triste e pericolosa realtà, a dire il vero non solo Italiana, in cui ogni numero può semplicemente essere messo in discussione. Non importa se prodotto da una fonte ufficiale. C’è dunque qualcosa che questi Istituti possono o devono fare? Una delle proposte più dibattute è stata quella sull’opportunità o meno che queste istituzioni, la cui indipendenza è stata ottenuta anche e soprattutto grazie ai calendari ufficiali, escano dai calendari stessi e intervengano più direttamente nel dibattito politico. Questa scelta, che permetterebbe forse di richiamare l’attenzione su dati ufficiali e legittimati dall’indipendenza degli istituti nazionali, rischierebbe però di metterne in crisi proprio l’indipendenza già fortemente a rischio in contesti, come quello europeo, in cui i governi vengono giudicati proprio alle luce di statistiche ufficiali (rapporto defici/PIL e inflazione sopra a tutti). La questione, di fatto, è rimasta aperta. Unico punto certo è il ruolo che stanno giocando in questa partita, e non solo, i mezzi di informazione, anche quelli più autorevoli, che si limitano a presentare tutto quello che succede nella scena politica come un semplice opporsi di opinioni divergenti ma altrettanto legittime, senza preoccuparsi, di verificare fonti e informazioni e soprattutto di fornirle al lettore/spettatore ascoltatore che sia. Non è forse un caso quindi che uno degli articoli più scaricati dal sito di sbilanciamoci.info nella scorsa settimana sia stato proprio quello in cui ci si limitava a pubblicare la tabella dei dati prodotti da Banca d’Italia sugli ammortizzatori sociali in Italia. Senza ulteriori commenti.
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giovedì 11 giugno 2009
Elezioni europee. Commento n. 1
di Jaime
Ho letto i tre commenti sui risultati dell'elezioni amministrative e al parlamento europeo, posti nel Blog. Quello della direttrice dell'Unità, non aggiunge del nuovo a quanto già le pagine dei giornali di parole ci forniscono in abbondanza. In quello della Rossana Rossanda, tenuto conto delle sue esperienze politica e giornalistica, trovo un deludente predominio di quest'ultima, vale a dire, che rimane a livello del fogliame dell'albero.
Rispetto al commento del giornalista di Repubblica, ho colto la stessa tendenza a rimanere sul fogliame senza scendere verso il tronco e le radici, ma ha approfondito sul tema dell'eventuale divisione del PD col ripristino di un partito a predominio Ds e spinto dolcemente verso contenuti socialdemocratici, eventualità che merita un'analisi più dettagliata. Se si riconosce che i partiti politici siano delle organizzazioni sociali tese a servire e cautelare gli interessi di settori socio-economici ben definiti, dobbiamo porci la domanda: perché è sorto il PD? Secondo me, è sorto perché ad un certo momento della storia dello sviluppo economico del Paese nel dopoguerra, si erano conformate le condizioni materiali con i rispettivi legami più o meno saldi, che rendevano obsolete le tradizionali linee divisorie "ideologico-politiche" tra "rossi" e "bianchi", e consentivano tentare l'avvicinamento, prima, sul piano economico-finanziario (in maniera non compatta, ma piuttosto irregolare secondo i gradi di maturità raggiunto dai diversi settori interessati), e poi sul piano politico, il quale, come è noto, compie l'importantissimo ruolo di leggiferare all'uopo, per dare la dovuta scorrevolezza alla riproduzione della cuota del capitale (nazionale-estero) da esso rappresentata.
E' vero che rimangono al suo interno concezioni del mondo differenti, ma il Re capitale ha il potere di abbattere ogni tipo di barriera, oppure, di cambiare le carte in tavola, per proseguire la sua riproduzione nella maniera più efficiente ed efficace possibile. E' come l'acqua corrente, che trova sempre i punti di minor resistenza ( i più deboli) per proseguire il suo corso. In questo senso, la possibilità avanzata dal giornalista di Repubblica sull'eventuale divisione delle due anime fondatrici del PD, la vedrei fattibile, solo se la dinamica del capitale in questi quasi due anni avesse sperimentato cambiamenti tali da giustificare un cambiamento delle carte in tavola. Altrimenti, ci si trova a disquisire solo sul fogliame.
Tuttavia, ammesso ma non concesso che l'ipotesi "fantapolitica" di Massimo Giannini si avverasse, il taglio socialdemocratico da egli supposto rimarrebbe a livello di parole, di sola tattica politica contingente, perché un'organizzazione politica formatasi grazie al progressivo trentennale consolidamento della fase neoliberista del capitalismo nazionale, non può ricredersi per tornare a dare allo Stato e alle sue istituzioni pubbliche, la gestione del capitale nelle aree strategiche della produzione, della finanza, del commercio estero e dei servizi.
Jaime
Ho letto i tre commenti sui risultati dell'elezioni amministrative e al parlamento europeo, posti nel Blog. Quello della direttrice dell'Unità, non aggiunge del nuovo a quanto già le pagine dei giornali di parole ci forniscono in abbondanza. In quello della Rossana Rossanda, tenuto conto delle sue esperienze politica e giornalistica, trovo un deludente predominio di quest'ultima, vale a dire, che rimane a livello del fogliame dell'albero.
Rispetto al commento del giornalista di Repubblica, ho colto la stessa tendenza a rimanere sul fogliame senza scendere verso il tronco e le radici, ma ha approfondito sul tema dell'eventuale divisione del PD col ripristino di un partito a predominio Ds e spinto dolcemente verso contenuti socialdemocratici, eventualità che merita un'analisi più dettagliata. Se si riconosce che i partiti politici siano delle organizzazioni sociali tese a servire e cautelare gli interessi di settori socio-economici ben definiti, dobbiamo porci la domanda: perché è sorto il PD? Secondo me, è sorto perché ad un certo momento della storia dello sviluppo economico del Paese nel dopoguerra, si erano conformate le condizioni materiali con i rispettivi legami più o meno saldi, che rendevano obsolete le tradizionali linee divisorie "ideologico-politiche" tra "rossi" e "bianchi", e consentivano tentare l'avvicinamento, prima, sul piano economico-finanziario (in maniera non compatta, ma piuttosto irregolare secondo i gradi di maturità raggiunto dai diversi settori interessati), e poi sul piano politico, il quale, come è noto, compie l'importantissimo ruolo di leggiferare all'uopo, per dare la dovuta scorrevolezza alla riproduzione della cuota del capitale (nazionale-estero) da esso rappresentata.
E' vero che rimangono al suo interno concezioni del mondo differenti, ma il Re capitale ha il potere di abbattere ogni tipo di barriera, oppure, di cambiare le carte in tavola, per proseguire la sua riproduzione nella maniera più efficiente ed efficace possibile. E' come l'acqua corrente, che trova sempre i punti di minor resistenza ( i più deboli) per proseguire il suo corso. In questo senso, la possibilità avanzata dal giornalista di Repubblica sull'eventuale divisione delle due anime fondatrici del PD, la vedrei fattibile, solo se la dinamica del capitale in questi quasi due anni avesse sperimentato cambiamenti tali da giustificare un cambiamento delle carte in tavola. Altrimenti, ci si trova a disquisire solo sul fogliame.
Tuttavia, ammesso ma non concesso che l'ipotesi "fantapolitica" di Massimo Giannini si avverasse, il taglio socialdemocratico da egli supposto rimarrebbe a livello di parole, di sola tattica politica contingente, perché un'organizzazione politica formatasi grazie al progressivo trentennale consolidamento della fase neoliberista del capitalismo nazionale, non può ricredersi per tornare a dare allo Stato e alle sue istituzioni pubbliche, la gestione del capitale nelle aree strategiche della produzione, della finanza, del commercio estero e dei servizi.
Jaime
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