gruppo reggiano di lettura e di riflessione che - a fronte della incultura dominante - vuole dimostrare che un altro pensiero esiste, un'altra parola esiste, un'altra parola scritta esiste!
Dal 20 marzo al 17 aprile International Line Via Guareschi, 2 Basilicanova (PR)
Kiki e Thérèse” al centro della storia di “ceci n’est pas une femme” in mostra opere di Clelia Mori
In principio era Jean Auguste Dominique Ingres. E la sua bagnante di Valpincon. Una donna ritratta di schiena, il cor- po percorso da una morbida torsione, con il volto nascosto. Forse sta per girarsi, forse guarda a destra qualcosa, e non si girerà. Tutto esalta – almeno per un uomo? - la sensualità femminile, esposta e nascosta. C’era anche il violino di Ingres. Un suo secondo lavoro. Un passatempo. Una passione. In un altro secolo Emmanuel Radnitzky, in arte Man Ray, arriva dall’America a Parigi, e si innamora di Alice Prin, in arte Kiki, che scopre in un caffè di Montparnasse, con un piede nudo sul tavolino. La fotografa di schiena, con il volto girato dall’altra parte rispetto alla bagnante di Valpicon: il profilo, delicatissimo, si intravvede. Aggiunge i segni aggraziati della cassa armonica di un violoncello. Due aperture che aumen- tano la risonanza sensuale dell’immagine femminile, che evo- cano con la musica quasi un’estasi. E battezza il tutto “Le violon d’Ingres”.
Clelia Mori è attratta da questa macchina estetica, storica e sessuale, ma allo stesso tempo si ribella alla donna-strumen- to. Così il “violino di Ingres” si moltiplica con furia e con grazia in un numero infinito di donne che possono tutto. Rifiutano il simbolo dello strumento. O lo accolgono solo in parte. Lo so- stituiscono con ali angeliche. Con i diabolici chiodi del ferro da stiro di Man Ray. Con la scrittura dell’estasi mistica di Teresa D’Avila. Con la voluttà minacciosa di un serpente. Possono anche girare del tutto la testa e sostenere lo sguardo. Offrono – estrema provocazione – anche il punto di vista femminile su un corpo maschile che forse è un passatempo – o una pas- sione? - musicale. Siamo in un altro secolo ancora.
E’ l’ennesima storia di sesso e potere raccontata da una donna, rifiutata da un uomo del centrosinistra, nel sexigate della politica italiana, scoppiato dall’estate scorsa. Si sa. E chissà quante ce ne sono, e magari le conosciamo anche, con la storia d’amore e carriera di Cinzia, a destra e a sinistra. La punta dell’iceberg berlusconiana, era una sintesi personale e d’antan, di tutte le esasperazioni tra sesso è potere di cui sono capaci i politici italiani con le loro donne o i loro amori, ognuno nel loro grande-piccolo. Ma per ora stiamo a Cinzia e Flavio. Anche perché per molti maschi non c’è scandalo nel loro gioco tra sesso e potere, ma solo esibizione di forza e se scandalo c’è viene delegata a parlarne una donna, come è accaduto, per fortuna nostra che così l’abbiamo saputo, quest’estate a Fare Futuro
Il massimo, invece, che il centro sinistra ammette passa dal gossip al “rovinare una vita per una manciata di spiccioli”..
E’ l’ennesima storia di sesso e potere raccontata da una donna, rifiutata da un uomo del centrosinistra, nel sexigate della politica italiana, scoppiato dall’estate scorsa. Si sa. E chissà quante ce ne sono, e magari le conosciamo anche, con la storia d’amore e carriera di Cinzia, a destra e a sinistra. La punta dell’iceberg berlusconiana, era una sintesi personale e d’antan, di tutte le esasperazioni tra sesso è potere di cui sono capaci i politici italiani con le loro donne o i loro amori, ognuno nel loro grande-piccolo. Ma per ora stiamo a Cinzia e Flavio. Anche perché per molti maschi non c’è scandalo nel loro gioco tra sesso e potere, ma solo esibizione di forza e se scandalo c’è viene delegata a parlarne una donna, come è accaduto, per fortuna nostra che così l’abbiamo saputo, quest’estate a Fare Futuro
Il massimo, invece, che il centro sinistra ammette passa dal gossip al “rovinare una vita per una manciata di spiccioli”..
Ma sì c’è della stanchezza. Va ammesso. Soprattutto tra donne! Si fa fatica a parlare ancora. E come dice Letizia Paolozzi su Donnealtri.it: quasi quasi divento moralista. E’come non aver voglia di ripetere le stesse cose a furia di vedere le mastodontiche, generali orecchie da mercanti assunte per convenienza, non solo di partito e di potere, ma di sesso molto infelice, maschile. Per quello strano meccanismo che eccita gli insicuri politici italiani, rassicurati soltanto dal molto potere. Perdendosi comunque, confusi e inconsci dei loro desideri profondi, dentro ai clichè maschili che si sono fatti bastare. Anche se sono istruiti, anche se sono potenti. Ecco che allora, quando tocca dalla loro parte, tacciono. Tacevano anche quest’estate e ancora si dava la colpa alle donne che non parlavano. Non la si dava ai silenzi della politica, che poi è degli uomini e delle donne della politica, non essendo mai neutra o un’entità superiore, ma solo un’interpretazione deformata dalla visione machile. Si dava la responsabilità alle donne, mentre si taceva a destra come a sinistra, e, ora, è vero, tacciono anche le donne. E allora, anche se questa volta è più piccolo, aleggia ancora lo scandalo solo sui silenzi delle donne.
Ma i silenzi di ieri e di oggi, sono diversi. E anche quelli delle donne sono diversi tra loro e la pasta del loro silenzio è diversa da quelli degli uomini. Così come le parole delle donne sono diverse tra loro e sono comunque differenti, soprattutto in questi casi, quelle che usano le donne da quelle che usano gli uomini. Con una particolarità per quelle femminili: spesso molte donne usano parole e simbolico maschile, con una verniciata femminista, per stare dalla stessa parte degli uomini e accade a destra come a sinistra seppur con postazioni, stavo per dire sfumature, culturali opposte. Le donne lo fanno per proteggersi individualmente assicurandosi una carriera, mentre gli uomini, tranne una “elitè” come quelli di Maschile Plurale, usano tutti lo stesso linguaggio sessuato di autodifesa.
E’ così che le donne, per non cambiare mai, come Il Gattopardo insegna, lasciano sole le altre donne, quelle non imitative che non verniciano i propri linguaggi emancipativi, paritari o conciliativi di esotica differenza, ma lo sono davvero differenti, e cercano la loro nostra differenza anche per tutte noi. Fino ad arrivare alla raffinatezza di incolparle di non parlare come nel dibattito estivo dell’Unità, con la giusta attuale distinzione di Ritanna Armeni che rivendica bisogno di parola in ogni caso partitico. Fino a pensare che non c’è nulla da dire sullo squallore –questa è la sensazione che mi è rimasta leggendo l’articolo di Miriam Mafai su Repubblica- femminile, tra sesso e potere maschile, perché le donne sono ancora e sempre vittime, non essendo ancora nelle stanze dei bottoni. Dando addirittura addosso ad un uomo, Gad Lerner, che dal suo spazio pubblico, finalmente come maschio quasi isolato del quarto potere, si permette di dire che non ci sta alla pretesa che le donne non si ribellino se viene calpestata la loro dignità, dopo un amore o un uso del corpo finito.
Ma pare che la Donna come Vittima sia ancora la Sirena da usare quando si parla di donne e delle loro reazioni alle relazioni che vivono. Davvero un po’ di moralismo e un po’ di vittimismo, mi piacerebbe chiamarlo piagnisteo, può ancora portare le donne nella stanze dei bottoni? Meglio arrivarci portate dal vittimismo piuttosto che da un sano senso di sé, intendendo finita l’epoca del silenzio anche sulla dignità femminile calpestata, ma ritrovata?
Ma quanto male ancora siamo disposte a dover accettare per avere diritti e dignità a partire dalle donne? Siamo cristianamente sempre pronte a vedere, in misura maggiore, i difetti nei comportamenti femminili rispetto a quelli maschili mentre i loro, in qualche maniera, ci scandalizzano meno, anche se ne chiediamo le dimissioni. Quasi come le chiedessimo malvolentieri. Almeno sento dentro questa sensazione. Anche il nostro senso dello scandalo al femminile è diverso e non solo i silenzi, non solo le parole delle donne, che non sono tutte uguali neppure quando scandalizzano, perse, noi e loro quando non facciamo chiarezza, tra emancipazione parità e tutto il resto che inventiamo per stare nell’orbita maschile. Tendendo ad una colpevole massificazione che confonde il mondo delle donne e non aiuta quello maschile ad uscire dai marasmatici acquitrini in cui è infilato da sempre.
E non serve rallegrarsi se in Lazio vince comunque una donna scelta dagli uomini. E’ una simbologia spuntata se non si ha il coraggio di permettere la ribellione femminile pubblica al silenzio sulla propria dignità..
Miriam, per ribellarsi al silenzio bisogna non aver peccato
Donne di nuovo in piazza, oggi a Roma a dire il loro BASTA, per la Giornata Internazionale contro la Violenza Maschile, su di loro.Giorgio Napolitano ha parlato di un’emergenza mondiale ed ha fatto benissimo. C’è grande fermento da molti giorni in tutt’Italia intorno a questa data e non finirà qui. Finalmente sembra esserci una presa di coscienza nazionale sul tema. Era ora! Uno dei tetti di cristallo sembra quasi infranto.
Ma c’è qualcosa che non mi quadra, pur nella soddisfazione della capillarità della giornata.
Quasi dappertutto si parla giustamente della violenza alle donne e della sua insopportabilità. Ma se ne parla ancora troppo come se fosse una violenza neutra, che piove dal cielo. Quasi soprannaturale. Almeno io la sento così, quando i discorsi si fermano troppo alle vittime.
E la violenza neutra non è! Se lo fosse sarebbe praticamente inutile manifestare. Se lo fosse sarebbe un dato naturale indistruttibile. Se lo fosse sarebbe come i terremoti, a cui non puoi opporre nessun tipo di intelligenza, perché nascono fuori dalle intenzioni umane. Se lo fosse dovremmo accettarla così com’è.
Ma la violenza così, non lo è proprio. Lo sappiamo da sempre e le femministe in particolare. Ma gli altri e le altre non lo sanno con sicurezza profonda. Spesso pensiamo si possa anche non dire. Non tirarla fuori. Inquieta affrontare la sua non neutrità.
Invece ha un luogo e una paternità di nascita, quella sulle donne in particolare: maschile. Ed ha un silenzio sempre maschile nei partiti e nei cleri quando si tratta di guardare in faccia gli autori della violenza. Ancora oggi.
Un silenzio che nel 2006 si incrinò con il Manifesto di alcuni uomini, che raccolse più di un migliaio di firme, contro la violenza maschile alle donne che aveva un titolo molto significante”La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini”. Quegli uomini non violenti avevano smesso di fuggire da quel grumo che sta dentro ogni uomo e lo guardavano in faccia. Prendendo le distanze anche dagl’altri non violenti ma comunque silenziosi che non sanno affrontarsi tra loro, pubblicamente, per disconoscerla. Quegli stessi uomini rompevano nel 2006 un cerchio di omertà maschile. Un simbolico nuovo maschio, molto differente e importante per la libertà degli uomini dal grumo della violenza, iniziava a vedere la luce. Anzi, nel manifesto, chiedevano agli altri uomini di rifletterci sopra ognuno a partire da sé e il 21 novembre scorso, con la loro Associazione Maschile Plurale, hanno indetto una manifestazione contro gli uomini violenti con le donne. La prima indetta da soli uomini. Ma passata nel silenzio come cade ancora nel silenzio la paternità della violenza alle donne e il desiderio insopprimibile di libertà femminile.
E’la neutrità il dato eclatante da sgretolare che resiste ancora imperterrito in molti cuori maschili e femminili intorno a questa giornata e ai suoi fatti, nonostante si sia aggiunto l’aggettivo maschile alla parola violenza, quando se ne parla.
Ma questo aggettivo, come acqua sul vetro, scivola via dall’attenzione generale che oggi, nella maggior parte dei casi, si compiace nel vedere che riesce a parlarne. Penso a molti Consigli Comunali, Provinciali, Regionali o allo stesso Parlamento in cui magari lo si è fatto, ma non sapendo spesso andare un po’ oltre le donne vittime, come mi è stato riportato da una discussione avvenuta al Comune di Reggio Emilia il 25.
Non si riesce a fermare lo sguardo sugli autori delle violenze come compagni di viaggio. Ci si ferma sugli oggetti e non sui soggetti che compiono l’azione violenta. E si sprecano i compiangimenti e le richieste di attenzione e di finanziamenti, giusti e sempre inferiori al bisogno, per proteggere le donne vittime. Senza rendersi conto che i finanziamenti dovrebbero crescere a progressione geometrica se non si ferma lo sguardo su chi opera la violenza: gli uomini.
Persino quelli del centrodestra hanno fatto loro il tema, ma per usarlo a scopi quasi razzisti dimenticandosi della casalinghità globale della violenza alle donne, e le loro donne lo hanno accettato. O per cercare di continuare a negare, proprio in questi giorni, la pillola abortiva alle italiane, convinti che le donne con quella soffrano troppo poco. Sono molte le sfaccettature maschili alla violenza, anche in chi ci governa e che invece proprio perché governa dovrebbe proteggere da qualsiasi violenza tutti, anche le donne.
Invece nei discorsi generali e ufficiali sulla violenza alle donne, il sesso degli autori scompare, invisibile a sé e agli altri, come alle molte donne imitative di cui parla Galimberti.
C’è un errore delle donne sulla neutrità ancora attuale della violenza, che dovremmo guardare meglio come donne? Credo di sì. E’quello di sentire la violenza sull’altra non anche come sua. Ma solo della vittima. Solo così credo si possa accettare che non si scopra politicamente e clericalmente il sesso dell’autore. E’ su questo che forse dobbiamo lavorare per uscirne. E’ su questo che le donne devono ancora camminare sul terreno della loro identità laica.
Come forse hanno fatto gli uomini del manifesto 2006, dicendo che la violenza sulle donne li riguarda.
Se riguarda loro, riguarda anche le tante donne imitative se la violenza è ancora troppo neutra…
Silenzio. Lo stesso silenzio che sperimentiamo come donne e come cittadine all’interno di un sistema di potere, di informazione/disinformazione nel quale vorremo esistere tra riflessioni e dialogo, ha aleggiato e aleggia intorno alla manifestazione maschile avvenuta sabato 21 a Roma. E mi chiedo il perché.
Ho cercato, con abbastanza cura in rete, segnali femminile sperandoli persino positivi sulla manifestazione voluta dagli uomini dell’Associazione Maschile Plurale contro la violenza maschile alle donne -la prima indetta da maschi contro i maschi violenti con le donne- e non li ho trovati. C’è un articolo, il solo che ho trovato, su Il paese delle Donne, tra il risentito e il contento, di Paola Zaretti e un altro di Marina Pivetta, sempre sul sito.
Non capisco come mai non notiamo un nuovo che ci accade intorno? E mi chiedo che succede o se invece sono io che mi illudo facilmente, ponendomi delle aspettative irreali? O se abbiamo paura? Sono appena tornata dall’ospedale e non sono potuta andare. Ma da quando ho saputo di questa manifestazione da Stefano Ciccone, a Roma all’assemblea indetta da Ida Dominijanni e altre, ho continuato a chiedermi come avrei potuto andare e come sarei riuscita a farcela. Perché volevo esserci ad una manifestazione che auspicavo già al ritorno da quella ormai famosa, a Roma del 2007, contro la violenza maschile alle donne. Quella che ha fatto discutere per il tentativo del potere partitico femminile di attribuirsi i vantaggi del suo successo ma anche quella che ha rifiutato ancora, allora, la partecipazione di quegli uomini che condividevano il no delle donne sugli uomini violenti.
Mi ricordo che in corriera con un’amica ci dicevamo, incredule che potesse accadere, che la prossima manifestazione l’avrebbero dovuto indire gli uomini per segnare il cambio di passo su di un tema che aveva come soggetto gli uomini e come oggetto le donne e che se gli uomini non ne prendevano coscienza non ci si schiodava dalla situazione, come donne. Perché il problema era loro. L’ho anche scritto questo nostro desiderio e da qualche parte, penso al sito Dea Donnealtri, si trova. Così come si trova anche l’idea che tra di loro, nell’associazione Maschile Plurale, proprio quella mattina del 2007 incontrandosi per capire che fare a proposito della loro esclusione dalla manifestazione, ne avevano parlato.
E’ vero, non è che in questi due anni ci siano state tante voci che lo desideravano e lo esprimevano. Ma pensavo che, se ci sono uomini che rompono il cerchio di omertà maschile e finalmente non temono di esporsi pubblicamente nei confronti del loro stesso gruppo di maschi, potessero avere, da parte nostra, una qualche considerazione maggiore su di un iniziale cambio di passo simbolico che ci riguardava da vicino.
Se penso poi all’estate bollente dei nostri politici di destra e di sinistra e al “disordine” che hanno espresso sulla confusione maschile tra sesso potere soldi relazione col femminile –produzione riproduzione- mi pareva proprio che ora questa distinzione tra maschi cadesse a fagiolo e che finalmente aprisse sul maschile quella contraddizione che gli uomini in genere e non solo quelli della politica fanno fatica ad esprimere. Quando si fanno bastare il pensiero che loro sono diversi dai signori Berlusconi e Marrazzo e non hanno bisogno di dirlo pubblicamente e non dicendolo continuano a proteggere quell’omertà silenziosa tra uomini che garantisce la continuità del loro modello sociale, anche se di crisi perenne.
Se non si riesce a cogliere il nuovo di questo fare che parte proprio dal dato maschile più eclatante, l’esercizio della violenza, nella relazione col femminile, non so proprio come potremo relazionarci, ognuno ognuna a partire da sé, sul resto delle profonde contraddizioni che il patriarcato maschile, ancorché in crisi o finito, ha imposto alla società e a noi donne.
Come potremo valutare o strutturare una comunicazione sul resto delle tematiche che ci interessano se non mettiamo in discussione con loro il modello di base da cui i più prendono le mosse per definirsi e definirci? Penso al legame tra lavoro e vita che come donne vorremmo cambiare e al doppio sì nostro su lavoro e maternità e a come faremo a modificarlo se non cogliamo i cambiamenti anche minimi che accadono sull’altro versante del nostro vivere.
Paolozzi e Leiss hanno scritto in “La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica” che le donne sono cambiate e gli uomini dovranno farlo. Ma come faremo ad accorgerci dei cambiamenti che avvengono tra gli uomini, se ce ne disinteressiamo? Tra l’altro il femminismo ci ha abituate a leggere tra le pieghe del quotidiano i cambiamenti anche minuscoli delle donne che la società dei media nasconde o non riconosce e all’improvviso perdiamo quest’abitudine alla lettura della realtà se a fare minimi cambiamenti sono gli uomini? O siamo invece convinte che ce la faremo anche se gli uomini non cambiano? Ma non possiamo cambiare noi sole e gli uomini stare fermi. Vorrebbe dire che loro vanno già bene così e noi sappiamo che non è vero, ma non solo perché lo diciamo noi che siamo cambiate, lo dice la crisi del mondo che loro hanno immaginato per tutti/e.
Certo una rondine non fa primavera e molto abbiamo sopportato nei secoli e nei millenni dal potere maschile. Ma questo non ci esime dal non vedere quel che accade. A meno che non ci muoviamo come hanno fatto loro col femminismo e anche noi scegliamo di non vedere. Ma perchè? Noi, siamo così? Non lo credo a meno che non vogliamo restare legate alla condizione di vittime che la violenza maschile ci impone senza cogliere i profondi cambiamenti che noi stesse abbiamo messo in atto.
No. Noi non siamo come gli uomini della politica o come le donne “imitative”anche se la paura di illuderci può farcelo fare: di non vedere. Ma non ce lo possiamo permettere. C’è troppo disordine sotto al sole per poterci concedere questo inutile lusso.
Mi pare di sentirci ripetere che è talmente tanto tempo che gli uomini non si muovono che non è il caso di stare a preoccuparci perché hanno indetto per una volta una manifestazione contro la violenza maschile alle donne…
Ho sperimentato da molto tempo questa sordità maschile alla voce dissonante e critica delle donne in politica e ho visto la distruzione a diffusione geometrica che sono riusciti ad attuare con questa innaturale sordità, più pericolosa perchè voluta. Non credo che come donne possiamo anche involontariamente percorrere le loro stesse strade.
Parliamo, parliamone di quello che accade. Come abbiamo sempre fatto. Indipendentemente da chi lo fa accadere e dai nostri rancori.
Il silenzio non rafforza i poteri, quello dei maschi sul loro presunto potere lo sta distruggendo…
T’imbatti in un titolo che recita:“La paura degli uomini”, e ti accorgi che ce l’avevi già dentro e che c’era proprio bisogno di trovarlo squadernato nella copertina di un libro per tirartelo fuori. A priori, rispetto al testo, ti chiede di scegliere se stare con lui o no. Letizia Paolozzi e Alberto Leiss sono gli autori del libro. Edito a fine agosto dal Saggiatore è stato già presentato al Festival della Letteratura di Mantova in un affollatissimo incontro. I due, nel loro pamphlet, inseguono con passione in giro per il mondo tutte le notizie che possono sostenere la loro tesi: la paura degli uomini.
Finalmente una donna e un uomo della differenza, mi mettono, ma insieme, il dito nella piaga della “questione”, quella che sembra innominabile, indicibile quando si parla di uomini con quasi tutti gli uomini, specialmente con quelli di potere e le loro donne: la “questione maschile”. Quella che se non si muove blocca il cammino del mondo. Quella che le donne muovendosi faranno muovere comunque. E’ questa una delle più intime e solide convinzioni alla base del loro libro, ma scopro con piacere anche mia. E già ci sono le pioniere di questo movimento, dicono i due autori, perfino nelle stanze del potere occidentale, a partire dalla Francia e dagli USA e per ragioni opposte in Italia. In un tourbillon di fatti che cercano di decifrare… Ma dichiarano anche con serafica sicurezza che se: “Le donne sono cambiate. Dovranno cambiare anche gli uomini.”e che “dietro l’avanzata delle donne c’è il femminismo.” Batto le mani. Mi conforta questa loro predizione e questa loro sicurezza. Mi rincuora sulla nebulosità del futuro, perché mi spinge a pensare di più al cammino di libertà fatto dalle donne piuttosto che guardare al loro essere vittima del lato oscuro del maschile. Magari senza chiederne conto come donne o senza nominarlo come paura degli uomini. Che è il tema per me oggi: della politica, del potere e della relazione tra maschi e femmine. E scrivono la fulminante frase sul dovere maschile del cambiamento già a conclusione dell’introduzione. Tutto il loro libro sembra scritto per dimostrare la verità di questa predizione. Una sicurezza che non gli deriva solo dal forte desiderio personale di una relazione finalmente differente tra uomini e donne, rispetto ai clichè dei ruoli. Ma anche dallo spulciare costantemente nella cronaca quotidiana degli ultimi decenni le affermazioni del loro assunto, lasciandole il meno possibile al caso o ad una lettura di potere maschile o univoca. Con un setaccio a maglia fine trasformano in realtà, alla conclusione del libro, quello che poteva essere il loro pre concetto di partenza. E vi riescono proprio grazie a questo lavoro puntuale, perfino pignolo, di ricerca, nei diversi ambiti geografici, dei sintomi della paura maschile al distendersi della libertà femminile. Setacciano le notizie in lungo e in largo, con una dovizia di informazioni da far persino girar la testa. Credo lo abbiano fatto per riuscire a capire quanto questa paura di cambiare per gli uomini sia davvero data da un loro inconscio misconosciuto, che ancora li confonde fino a negarlo piuttosto che affrontarlo. Invece che da un’analisi maschile attenta ad una realtà che, nei fatti descritti anche dal libro, potrebbe essere già in cammino tra gli uomini. Sono notizie importanti quelle riunite nel testo, perfino storiche ma ve ne è pure una miriade che nel giornalismo nostrano non trovano spazio significativo e che questi due giornalisti raccolgono con cura certosina per leggere in modo differente la realtà del maschile e del femminile. E’ un o il giornalismo della differenza? Non lo so. So solo che hanno usato un metodo (che paga) e che le donne delle differenza utilizzano da tempo per cercare tra le pieghe del quotidiano una realtà rivelatrice di altro che si tende o si vuole far scomparire. Ed è un metodo che, visto il libro, serve bene anche a quel giornalismo che vuole cercare di osservare il mondo in modo non convenzionale. Quando accade che la cronaca si scopre, si sveglia e racconta il conto che la realtà le presenta. Quello della miopia del potere che è insieme la paura degli uomini, pubblici o privati e di qualsiasi pulpito, nella relazione con le donne.
Stupisce un poco in questo libro, scritto a quattro mani da un uomo e una donna, la loro sintonia nella scrittura. Una sintonia che non permette di capire chi ha scritto il capitolo sul ritorno della religione piuttosto che la battaglia sul corpo femminile o il lavoro e la vita o la nostra violenza quotidiana o il conclusivo un mondo per due. Che sia una prefigurazione già nella loro scrittura di un nostro futuro modo di relazionarci tra uomini e donne? Trovando un’unità d’intenti a partire dalle nostre parziali differenze? Non lo so, ma voglio sperare sia il frutto della loro ricerca sulla differenza e sulla parzialità. Insieme e differenti, attraversano le nostre tensioni quotidiane, nella società, in famiglia, nella vita, nel lavoro e nella religione, coniugando pubblico e privato, senza dimenticare di leggerle incrociandole con il punto di vista femminile e con quello maschile. Certo verrebbe la voglia di sapere che differenza c’è tra i loro sguardi sessuati. Ma forse il loro comune e lungo lavoro all’Unità, nelle pagine di “L’una e l’altro” e poi su Donnealtri.it - il sito sulla differenza che gestiscono da diversi anni con altre giornaliste- l’ha reso superfluo perfino a loro stessi. Comunque nel cercare di illuminare il cono d’ombra della paura degli uomini, non hanno certo dimenticato i dati salienti che hanno portato le donne al loro insopprimibile desiderio di libertà. Riconoscendo, tra gli altri, al bistrattato ’68 di essere uno dei momenti cardini per l’inizio maturo della riflessione femminista nel mondo. E se lo è stato per le donne, rileggendo l’imput dei due autori alla luce della differenza, forse lo dovrà essere anche per gli uomini che “dovranno cambiare” per non rimanere incastratiti dalle macerie di quel “ patriarcato” che “vacilla”, profetizzato dalle femministe già alla fine del secolo scorso, grazie proprio alle riflessioni nate dal ’68. Insomma credo che questo libro sia stato pensato per dare corpo alla speranza. A partire dal suo titolo che sposta decisamente l’ottica con cui guardare al femminile che non è la paura delle donne ma la paura degli uomini. E oggi scopro nella lettera che avvisa dell’annuale seminario delle filosofe di Diotima all’università di Verona che è un libro da loro consigliato. Perché il loro tema è: alleanze e conflitti nel mondo comune di donne e uomini. E credo che se non si capisce la paura degli uomini non ci si schioda.
Dove sono le donne? Si chiede Nadia Urbinati su L’Unità e Lidia Ravera il giorno dopo parla di “rivoluzione interrotta” delle donne. Lo chiedono e lo affermano intervenendo sulla disastrosa situazione del pubblico della politica italiana deformata dal tutto privato, affari e sesso, del suo presidente del governo e sul silenzio quasi assoluto dell’opposizione, che scambia per moralistico, per non chiedersi altro, parlare di sessualità maschile e malattia e potere. Preferendo invece concentrarsi sul suo prossimo segretario piuttosto che cercare di essere anche un’alternativa di governo che sa mettere i piedi nel piatto dell’eros maschile e parlarne prima che distrugga del tutto il paese. Qualcun’ altr* ha anche invocato una presenza femminista ritenuta invisibile.
Condivido molte motivazioni di Urbinati e Ravera, ma non riesco a sentirmi in colpa perché non ho ancora pensato di andare in piazza come donna e non mi sembra neppure che la rivoluzione femminile sia così interrotta. Soprattutto quando i ragionamenti sulle donne le mettono indistintamente tutte insieme, in un unico fascio e non si fa un po’di cernita tra donne parlamentari di centro sinistra e centrodestra e le femministe e le donne che hanno cercato un posto al sole nel mondo degli uomini –portandovi dentro così piano la loro differenza, che i politici non si sono sentiti assolutamente parzializzati- e quelle che vivono una vita qualunque come ognuna di noi e le veline e le loro famiglie… Sembriamo improvvisamente diventati un paese di tutte veline o tutte escort a qualsiasi età. Notare che abito in Emilia, ma non conosco neppure una velina, nonostante ce ne siano così tante a leggere la stampa e a guardare la TV… Ma lo sconforto è tale che ragioniamo quasi come vogliono farci ragionare, guardiamo il dito e non la luna. E così passa che siamo tutti* uguali, un potere vale l’altro anche se è patriarcale. Rassicurando in un colpo solo maschilisti di governo e di parrocchia e anche quegli uomini dell’opposizione che “non amano” le loro donne…
Mi rendo conto che invocare le femministe contiene anche la denuncia di un bisogno di parola che si ritiene servirebbe, così come ci è servita in tutti questi anni per andare tranquille per il mondo senza troppo pensare. Tanto c’erano loro che continuavano a farlo e noi potevamo badare alle nostre cose. Ma ho la sensazione che cogliamo anche l’occasione per pareggiare il conto con queste sessantottine che dicono di non aver mai mollato e poi quando è ora non si vedono. O forse non si vogliono ben vedere. Rimane comunque utile qualcuno da invocare che al momento del bisogno non c’è a toglierci le castagne dal fuoco, magari criticandole. Mi sembra un poco da capro espiatorio la faccenda. Anche se io le trovo le parole delle femministe, quando voglio, ma i giornali fanno più fatica e non riesco a capire perché, se ci riesco io. Comunque, pur camminando sul crinale tra femminismo e femminile e politica, in piazza ci tornerei anche, ma non riesco bene a capire per far cosa. L’ultima volta che ci sono andata, era nel 2007 contro la violenza maschile alle donne. Subito dopo è stato tutto un attacco, persino delle giornaliste donne più accreditate, alle organizzatrici del corteo e sul loro nostro concetto di democrazia perché le politiche volevano approfittarsi del successo della manifestazione e le organizzatrici non l’hanno permesso…Non è servito a nulla allora, perché i nostri politici hanno letto solo la querelle e di donne ne muore ancora una ogni tre giorni, a cosa servirebbe ora con questa opposizione? Non sarebbe meglio chiarire bene e invece che prendersela con tutte, chiedere alle politiche del centro sinistra conto del loro quasi silenzio, stando nei luoghi di potere?
E poi, credo si sia sottovalutata la questione che sono state le donne - rappresentando tutto l’immaginario femminile del maschile con in ordine : una moglie, una escort, una figlia - a far esplodere quello che gli uomini della politica tutta e della religione non riuscivano o volevano far emergere e non credo che se la rivoluzione femminile - quella più riuscita del ’68 - fosse davvero interrotta, come dice Lidia Ravera, oggi soprattutto questo tipo di donne, che Nadia Urbinati chiama private, sarebbero riuscite a far emergere tanta “malattia” individuale e di potere, soprattutto maschile. Basta ascoltare il silenzio, che non è di tutte, degli uomini all’opposizione -gli strepiti difensivi del centrodestra sono da copione e dicono solo del desiderio di potere a tutti i costi- per capire chi è che ha un problema di gestione della propria sessualità, così ben evidenziata dal capo del governo e della nostra democrazia.“Malato”, l’ha definito la moglie e nonostante sia stato dimostrato quanto sia vero, da registrazioni varie, quasi nessuno ci torna su. Perché? Perché non chiediamo conto come donne, invece che alle donne e alle femministe, agli uomini come suggeriva Chiara Saraceno? A quasi tutti gli uomini, perché in giro alcuni ci sono che ripensano la loro differenza, ma come le femministe, non vengono interpellati dai midia. Si preferisce percorrere la strada che vuole il centro destra e perpetrare una mai risolta questione sessuale del maschile. Ma non la possiamo percorrere anche noi donne, soprattutto incolpandoci di non andare in piazza e sentendoci tutte veline e magari non chiedendo a chi è direttamente coinvolto: gli uomini di segnare la propria differenza dal premier e da questa idea fallimentare di maschio.
Non è un problema nostro questo degrado democratico in cui viviamo. Noi viviamo gli effetti collaterali di un maschilismo irrisolto che deve portare gli uomini non malati ad andare loro e per primi in piazza a prendere le distanze dal loro nostro capo del governo, massimo rappresentante pubblico del loro sesso. Sono loro che dovrebbero indicare ai loro figli l’esempio della loro differenza da questo uomo, per fare in modo che in nessuna maniera possano essere influenzati da un tale inutile modello . Chiediamo quindi, e io lo faccio nel mio piccolo, a tutti quelli che pensano di non assomigliare a S.B. di dircelo pubblicamente. Solo allora avrà un senso per me tornare in piazza, magari al loro fianco, per ridefinire uno spazio pubblico che ci appartiene: la democrazia. O no?
Mi pare che sia finita la politica di Ruini. O che stia finendo per luce riflessa. Comunque traballa. E quando trema vuol dire che sotto bolle qualcosa e che prima o poi accade del nuovo a meno che non si spenga il fuoco. Ma qui, accanto al fuoco è stata messa troppa legna e accatastata male perché il fuoco non possa propagarsi anche alla catasta. Questo giocare tra politica e fede, con alle spalle la mantellina rossa ha fallito la scelta del personaggio e del luogo pubblico per innervarvi il credo cattolico. E’ stato un logorio lento, su cui lo sguardo ha preferito rimanere distratto a lungo ma alla fine i nodi sono arrivati al pettine grazie all’uomo prescelto da Ruini come affidabile. I continui silenzi sui suoi comportamenti e i troppi veti agli uomini e alle donne senza potere, per uniformarli al dovere e non al piacere della religione, hanno liso la corda. E non è servito a irrobustirla nascondere sotto il tappeto l’assenza di desiderio di attrarre con gli esempi, i pensieri e la passione della fede. Una sola croce si intravede sulle spalle di questi raffinati prelati: d’oro e pietre preziose... La scorciatoia di imporre con la legge la fede non si è rivelata una via più breve alla fede ma la solita politica da monarca cattolico, vecchia come il cucco, che ha già dato nei secoli dimostrazioni a iosa del suo potere fuorviante. Ma non sembra che il nostro clero, come già molti altri nel tempo, abbia voluto prenderne consapevolezza soprattutto ai piani alti, pur avendo gli strumenti storici a disposizione. Pur sapendo che l’imposizione non convince e che non c’è grande guadagno per Dio da questo tipo di atteggiamenti avendo Lui dato all’uomo il privilegio della libertà di scegliere. E pare che l’uomo se la tenga ben stretta la libertà e anche le donne così come la capacità di discernere per gestirla. Gli uomini e le donne non sono stati certo tentati dalla delega della loro libertà ai prelati. La parola interpretativa di Ruini non è riuscita ad essere una guida per arrivare a Lui, ha diviso i “credenti” di potere da quelli senza potere, le donne dagli uomini, e le ha ridotte a corpi contenenti senza identità desiderante e questo corpo vuoto da riempire ha uniformato di sé religione e potere politico e potere mediatico, trascinandovi fede e democrazia. Ha regredito l’identità maschile a un modello d’attore da terz’ordine, malato da pensiero fisso nella finzione del video e nella realtà. Mettere nelle mani del potere temporale la fede, perché questa è stata la delega che Ruini ha traslato al potere civile, non è stato lungimirante per entrambi, ma soprattutto per Ruini. Ha rafforzato il senso di onnipotenza e la certezza dell’impunità per qualsiasi atteggiamento politico, pubblico e privato, anche se un pregio l’ha avuto: ha fatto emergere il valore indiscutibile del privato come garanzia o condanna del pubblico, anche se fino ad ora si pensava di poterlo tenere sotto traccia. Ma ha anche autorizzato ogni libertà nei potenti se stiamo ai loro comportamenti e ridotto la libertà delle altre e degli altri. Due libertà in contraddizione tra loro sono comparse sulla scena pubblica e religiosa, confondendone il senso. E’ difficile poter disporre della libertà in questo modo anche se si è alto prelato, e mantenerne il senso generale: uno dei due salta. Non la si può fare e disfare a piacimento neppure se si chiede alle fedeli e ai fedeli obbedienza quasi assoluta. Il sacramento della confessione sta scomparendo dai confessionali, le chiamate sacerdotali sono vistosamente diminuite, le chiese sono spesso vuote. L’8 per mille ha rimpinguato le casse del clero ma svuotato di passione la fede. La doppia libertà e la doppia morale sta presentando il conto e sta arrivando sul tavolo di Ruini ma anche su quello della Chiesa. Il corpo vuoto delle donne, calpestato a fondo dal calcagno del clero che ha cercato in questo tutti gli accordi possibili, si è preso la sua rivincita sconfermando tutti: tv, chiesa e politica. Forse tutto questo vuoto che si è voluto vendere non c’è, e le donne lo sanno, è un’abile invenzione del potere civile e religioso che per questioni storiche è maschile… Duole dirlo ma è così. E la rivinciata non è neanche tale perché le donne, comunque intese, sono altro, pur vendendo parti del loro corpo. Alla fine non stanno nel posto dove si vuole metterle: mogli, amanti, veline o escort... Le donne come dice Alain Touren nel suo “Il mondo è delle donne” investono su se stesse. Oggi soprattutto. E’ l’invenzione del corpo vuoto femminile che non esiste, si è scambiato accoglienza all’uomo e alla vita per vuoto. Il vuoto è quello del non saper vedere il ruolo delle donne nella vita e quello maschile... Non so se siamo al post femminismo e al post patriarcato, a cui credo di più, come dice Ida Dominijanni, di certo siamo in un luogo che le donne hanno curato affinché potessero prendere sempre più parola ed è accaduto anche nei rapporti di commercio del proprio corpo fino a scuotere ogni potere alla radice, persino il senso di sé degli uomini. Pur non condividendo né il commercio di troppe parti del corpo, maschile o femminile che sia, nè lo scambio di queste parti con favori politici perché non credo che da lì nasca la propria libertà. E’ una materia troppo viva questo corpo femminile e ormai troppo sapiente di sé perché possa accettare ancora di stare per sempre dove lo vogliono mettere senza creare danni: alla storia, alla trazione, alla politica e alla chiesa che, magari, fa finta di non cogliere il nesso, ma dovrà misurarsi comunque coi risultati che il suo pensiero mondano ha prodotto. E non c’è vanto, basta guardarsi intorno, da difendere nell’aver fatto proliferare questa idea di vuoto femminile in ogni angolo della relazione umana nazionale… E non serve chiedere una tregua come fa oggi il nostro presidente Napolitano in vista del G8, anche se lo capisco. I buoi sono scappati e non è colpa dei giornali se se ne parla e non si fodereranno gli occhi di prosciutto i leader dei G8 con la tregua. Ormai il nostro carisma per troppi silenzi è saltato, e la mano che ha avuto il coraggio di renderlo nudo, per poter ricominciare, è femminile.
Forse la catastrofe del femminile nella politica del centrodestra sta diventando collettiva e sta trasformandosi in una catastrofe di pensiero, azione, governo, sicurezza nazionale e magari internazionale e soprattutto di una certa idea del maschile. Ma può essere anche lo strumento della rinascita e la dimostrazione che dal pensiero delle donne per le donne oggi in politica non si può prescindere. Per gli uomini stessi ma anche per la loro nostra vita politica. E’ la dimostrazione che il femminile non si può baipassare come un ornamento del letto o della politica, meno che mai della democrazia. Lo sconforto che mi e ci prendeva come donne quando ne parlavamo pensando alla politica della differenza sta diventando per la destra un boomerang. Si sta dimostrando che persino il trattarci come merce non serve a emarginarci, a rendere invisibile i nostri desideri e la nostra libertà, a ridurci al silenzio anche se non ne parliamo tanto, e che non basta a nessun* che le merci vengano poi nobilitate passandole al parlamento italiano o europeo. Le donne anche come merci colpiscono sempre, sono un pericolo se maneggiate male e persino l’affidabilità politica di un uomo di governo, che informa de-formando tutta la comunicazione dell’azione pubblica e politica, può venirne colpita. Forse, ma potrebbe essere anche una mia ipersensibilità, scricchiola perfino un modello di comunicazione visto che il premier deve spingere le industrie a farsi affidare pubblicità per le sue tv, con la scusa che certi giornali gli remano contro. Profondi scricchiolii, non solo legati alla crisi internazionale, si sentono nel castello mediatico e politico del sovrano, scuotono alla radice il modello del sistema di potere e di pensiero che si è andato affermando in questi ultimi 15 anni: il famoso “ciarpame politico”, di purtroppo antichissima data. Non si capirebbe altrimenti perché una donna oggi può prendere per mano pubblicamente, perfino in Iran, il proprio compagno candidato alle elezioni presidenziali, scuotendo profondamente l’immaginario locale che scende in piazza contro il regime per difenderli spingendo uomini e donne a morire, e non dovrebbe succedere nulla in Italia se un presidente del consiglio si fa mandare a palazzo donne a pagamento come “utilizzatore finale” -da uno che sembra traffichi con la droga- e se la moglie dice che è malato e che nessuno ha voluto aiutarlo? Addirittura il suo avvocato personale afferma per difenderlo, con un macio colpo di genio, che non ha bisogno di donne a pagamento perchè potrebbe averne in grande quantità, gratuitamente. Quantità non qualità, ha detto… E’ proprio vero, il pubblico e il privato, finalmente entrambi pubblici hanno proprietà destabilizzanti se il privato non è garante della qualità del pubblico, soprattutto nel guidare un paese e hanno avuto ragione le femministe del ‘68 a pretendere stessa dignità e visibilità per entrambi, qualsiasi faccia abbiano. Sono tra loro profondamente intrecciati anche se illuminati in maniera diversa e la differente illuminazione mi pare la spia più evidente della loro non comune importanza. Persino il bisogno del buio e del silenzio del privato pubblico, fino ad oggi richiesto a gran voce, racconta la difficoltà del dire apertamente aspetti di sé che si vogliono velare per le conseguenze che potrebbero manifestare nell’interpretazione dell’azione pubblica. E’a questo punto che il privato diventa una garanzia per il pubblico. Lo avevo però immaginato arrivare tra noi in modo meno traumatico e più pulito e mi sentivo vagamente smarrita dalla qualità del suo arrivo in piazza. Forse quello che mi prefiguravo era l’aspetto finale del lavoro del privato sul pubblico e sul singolo e per questo non ho riconosciuto subito la sua importanza. Ma giunti a questo punto della narrazione il privato, presidenziale, mi dà meglio la misura del suo bisogno nel pubblico per garantire un paese. E, se il meccanismo non è più sopportabile nemmeno per la moglie che parla per lui addirittura di malattia, perché mai dovrebbe esserlo per una intera comunità nazionale? Questa questione della malattia che i suoi -per opportunismo personale e politico, non hanno mai voluto vedere per quello che è, nell’intento di non dar credito alle parole dirompenti di una moglie che ha invece dimostrato il potere, la sincerità, la forza e il dolore della sua parola- hanno preferito sbandierare come esibizione di tarda virilità maschilista, sta comunque distruggendo dall’interno la credibilità del loro sistema di pensiero e di governo senza nulla togliere alla pericolosità del suo star male. Anzi, così facendo, hanno acuito l’inquietudine comune sullo stato di salute psicologica e fisica del presidente. Ma il nascondimento della malattia presidenziale, nel groviglio attuale, inquieta anche per un altro motivo: è la cosa di cui si parla meno tra gli uomini, nonostante la sua pericolosità. E allora mi chiedo se può essere tanto forte anche in politica il legame maschile sulla virilità, da permettere un ribaltamento di lettura della malattia del capo del governo, che comunque non si riesce ad oscurare, senza rendersi conto del potenziale distruttivo del ribaltamento stesso? Pesa così tanto il legame oscuro, difficile da indagare, tra virilità e corpo maschile e corpo delle donne da nasconderlo dentro come un demone irrisolto nel legame con la prostituzione? Lo squilibrio virile con sé stessi e nella relazione con una donna, si equilibra pagando? Cercando di comprare una virilità da chi, comunque, non l’ha da vendere? Senza responsabilità e “false ipocrisie” come diceva Corrado Augias in una risposta nella sua rubrica, su Repubblica alcuni anni fa. Può l’irresponsabilità virile malata, elevata a sistema dal presidente, diventare garanzia di governo retta da continue improvvisazioni di verità? Preoccupa questo nascondimento maschile della malattia del presidente su cui sorvola persino Vittoria Franco. Sembra le basti chiedergli, con una qualche studiata furbizia parlamentare su Aprileonline di sabato 20, che venga a riferire in Parlamento, giocando sull’impossibilità di dire lì il falso, per smascherarlo. Mi chiedo se è così difficile fare un discorso pulito sulla sessualità maschile e femminile e il potere politico dentro e fuori le istituzioni parlamentari? In gioco non c’è solo una questione di ricattabilità del presidente, ma lo squilibrio di una persona che ci si rifiuta di vedere psicologicamente molto malata, incapace di controllo su di sé e capace invece di condizionare il governo per giustificarlo e che detiene, pericolosamente per tutt*, pieni poteri nel nostro paese. Non si tratta più di disquisire sulla possibilità di poter parlare o meno del privato, ma di prenderne atto per le pericolose conseguenze che per noi potrebbe avere, invece che stendervi su questo pietoso e pruriginoso silenzio, visto che non si riesce a chiuderlo neppure tra le pareti dei palazzi governativi e così profonda è la sua essenza intima da poter portare a rischio un paese. Credo sia da ripensare urgentemente la relazione tra donne uomini e potere in Italia, dagli uomini soprattutto ma con un occhio attento a quello che le donne confliggono con loro se non vogliono aggiungere una ulteriore crisi al paese per la difesa di una stantia visione maschile.
Commento a Il coraggio di finire delle donne del mercoledì di Roma. di Clelia Mori Mi attrae la riflessione delle donne romane del mercoledì sul “coraggio di finire”, appena discusso a Roma alla Casa internazionale delle donne e a cui non sono potuta andare, e mi spiace il silenzio che c’è su questo documento in rete. Mi attrae perché è di donne non qualsiasi e quello che dicono queste donne è sempre interessante per me. Sono di parte, devo ammetterlo, anche se non fino in fondo, perché credo che nell’uomo ci siano giacimenti d’altro, sconosciuti anche a lui, nascosti da secolari incrostazioni di modulazione della forza. Riconosco, infatti, che c’è anche in lui un’ intelligenza altra che usano in pochi, ma che quando c’è affascina. Comunque il mio essere di parte è una questione che nasce dal fatto che trovo un sguardo davvero differente nelle loro riflessioni, uno sguardo inaspettato che mi apre spiragli sconosciuti che non noto quasi più in quelle pubbliche maschili; ormai troppo uguali a sempre e senza un qualche fascino che meriti l’accensione di una passione, meno che mai partitica. E’ ardita la riflessione femminile ne Il coraggio di finire, come discutendone con qualcuno ho sentito dire. Mettere insieme morte e fine della vita e della politica e inizio è un bell’azzardo che forse proprio chi non condivide nulla nel potere dei partiti, come le donne che cercano un’autonomia di pensiero, può immaginare con la forza del desiderio e della conservazione della propria libertà. E non è quella richiesta per stare in un partito e, tra l’altro, credo che il documento sia proprio la sintesi di quello che ci sta accadendo intorno. Dovranno sostenerla questa idea, le donne che l’hanno partorita, sarà attaccata e o ignorata come d’abitudine, ma non si può dire che non guardi l’argomento della fine e dell’inizio con uno sguincio altro, mettendo al centro il corpo e la sua indicibilità pubblica, per quello che è. Mette davvero insieme vita pratica, privata, regole e vita pubblica relazionandole. E’ la politica che credo dovremmo cercare di fare per non sterilizzare o banalizzare la vita, come accade invece a quella maschile di oggi, quella democrazia della relazione che nel testo si auspica. Ci sono molte riflessioni e molte provocazioni nel doc, ma quella che mi intriga di più è l’idea dell’accettare la fine, fare i conti con lei, per quello che scompare e rimane, per poter tornare a ri- iniziare. Credo sia un corno importante del discorso, un modo e un mondo che tutt* abbiamo attraversato e che tutt* conosciamo, ma in modo differente. E siccome si parla di come accettare la morte come fine del corpo e della politica quando avviene e non di rimuoverla, pensandoci, mi viene in mente anche il tempo della fine e dell’inizio per le donne, non solo nel distacco della morte, ma nel tempo della nascita, della gravidanza e del parto e il loro accettare il lavoro del tempo, cosa a cui gli uomini non vengono mai costretti dal loro corpo. E’ una fine anche quella del nascere, per un nuovo inizio. Una fine che ha una sospensione di 9 mesi per poter veder nascere il nuovo e una sua transizione di almeno 20 anni, e un bisogno di costruirgli intorno una rete di relazioni vere, umane che non sono solo “agenzie” educative, sanitarie, politiche ecc.. Finisce una storia di singolarità per la donna ed inizia una sua storia parallela con la madre che diventa. L’andirivieni tra le due storie per la donna è costante e ne deve prendere coscienza, così come del tentativo esterno di bloccarla nel nuovo ruolo. Le donne comunque sanno che questo andirivieni, che sono costrette a mettere in piedi, deve tenere in relazione il prima e il dopo senza rimpianti, con la coscienza di essere, dopo la maternità entrambe le figure, donna e madre, e quindi differenti da prima e sanno che, per stare in piedi, lo devono cogliere molto presto. Forse è questo differente modo di iniziare e finire delle donne, nel corso della loro vita, che l’uomo non può vedere o non vede o vede meno o non sa vedere e forse non conosce se non in un tempo molto lungo nell’arco della sua vita. Saggezza neutralmente viene chiamata, ma forse sarebbe meglio sessuarla, questa parola. Se finisce l’epoca della singolarità e della corrispondenza a sé anche per l’uomo nel fare pubblico, un’altra epoca dovrebbe cominciare, come accade alle donne con il far nascere, in un dialogo continuo che non dimentica il prima ma non è più lui, per sempre, pur se lui è anche quello di prima. Ma non è così, come ben nota il doc. Sembra sia difficile per l’uomo accettare il cammino del tempo, prima, durante e dopo e l’andirivieni che comporta starci in mezzo.. E’ questa probabile incapacità maschile a capire le modificazioni ineluttabili che ci troviamo davanti che non gli e ci permette di cogliere che una fine è avvenuta e che si tratta di fare spazio perché altro sta nascendo? E’ questo fare spazio che manca troppo spesso nel desiderio di ri-cominciare perché non gli viene dato il tempo di costruirsi per nascere? Non c’è probabilmente la disponibilità fisica maschile a modificarsi, come accade con la gravidanza per le donne, e lo spazio, da occupare con un nuovo che arriva, non nasce. E’ uno spazio forse che bisogna trovare dentro perché possa nascere anche fuori. E’ lo spazio del mettersi da parte come donna quando stai diventando madre che modifica per sempre l’essere donna che sei, diventando un’altra donna. Bisogna saper far nascere, darsi il tempo che occorre, altrimenti si abortisce. E’ uno spazio tempo diverso che bisogna cercare, dentro e fuori per le donne, ma per gli uomini? Perché le donne parlano della fine come se gli uomini non sapessero riconoscerla? E se gli uomini non sanno riconoscere la fine, allora, non sanno neppure riconoscere gli inizi o cosa vuol dire per loro inizio? Significa la stessa cosa, per uomini e donne, inizio e fine o c’è tra loro un’idea diversa e, se c’è, dov’è la differenza tra noi e loro e come affrontarla, se riusciamo a nominarla, e prima ancora a trovarla? Se per loro non finisce mai davvero e si ripropongono sempre con strutture nuove e uguali a quelle vecchie, oltre a non voler perdere potere, che non è poco, cos’altro di loro è legato all’impossibilità di esistere senza potere? Un bisogno di onnipotenza, un bisogno di coprire vuoti incolmabili, un non sapere stare nel mondo in altro modo se non comandando o non volerlo fare in altro modo o non anche un non saperlo fare? E’il loro non dare struttura alla vita per 9 mesi, che contiene sempre anche il dare contemporaneamente la morte per le donne col dare la nascita, che gli impedisce una relazione naturale con l’inizio e la fine e col tempo; un riconoscerne magari una parte ma il non riuscire ad andare oltre nel vedere il tutto? O il loro è un non saper morire perchè se ne va il loro essere assoluto, non avendo prodotto vita col corpo o la loro parte nel dare la vita è così momentanea, da fargli pensare che un atto di volontà momentanea basti per azzerare e finire e poter poi ri-cominciare con un nuovo inizio? Non so rispondere fino in fondo a tutte queste domande che mi pongo, soprattutto se parlo di uomini, ma trovo interessante il parlare di corpi e del corpo che sono l’oggetto del pensiero, del bisogno e della politica. E siccome i corpi sono due è per questo che, dopo la lettura del doc, ho spontaneamente pensato al percorso femminile della nascita per cercare di capire qualcosa su come iniziare o far nascere qualche altra cosa. Si dice partire da sé…e il tempo è la cosa che maggiormente usano le donne, ma gli uomini non lo usano allo stesso modo. Sono corpi quelli con cui ci troviamo a ragionare e teste e desideri differenti. Questo pensare il corpo, l’inizio e la fine uguali per entrambi i corpi sessuati, può rendere i pensieri sulla fine e sugli inizi autistici, non comunicanti e divaricanti. Per questo mi sono spinta a pensare sui due differenti corpi sessuati e i due differenti modi di sentire il tempo. Persino lo “scandalo” del divorzio annunciato da Veronica e la critica di Fini che il centrodestra ha portato avanti sul 90.60.90 e la tre giorni di corso accelerato per “governare” l’Europa contiene il rimosso dell’incapacità e della finzione del nuovo nel politico maschile, su di sé e sulle donne. Vale però anche per il centrosinistra, che non ha mai voluto accettare e vedere fino in fondo un mondo altro femminile, che esiste comunque, per non indebolire il potere dei corpi dei suoi uomini. Ora, però, paga con moneta sonante la sua impermeabilità alla dignità e alla differenza delle donne. L’idea berlusconiana del femminile, ha danneggiato non solo le donne ma anche gli uomini. Non aver contribuito a promuovere un ‘idea altra di donna è costato a tutta l’Italia una regressione e più alla sinistra che alla destra. E un altro modello di libertà, alternativo, con le donne l’avevamo da proporre alla politica e alla sua attuale adulazione del capo che ha colpito, con sfumature diverse, persino il centrosinistra e il fare opposizione. C’è un mondo che resiste a quello berlusconiano e le donne lo sanno qual è, perché il modello che propone lo conoscono da millenni e da molto gli va stretto. Ma non lo sanno moltissimi uomini della politica e della sinistra anche quando pensano al nuovo.
di Clelia Mori Le femministe aspettavano da molto un incontro tra il privato in cui le donne sono signore, e il pubblico, dove la signoria soprattutto politica l’hanno gli uomini. Dall’incontro dei due spazi speravano potesse nascere una cosa buona. Con Veronica e Silvio il momento pare sia arrivato e ad alto livello, ma non si sa se sarà buono. C’è abbastanza silenzio in rete per capirlo. Comunque Veronica ha detto basta, il suo privato si è scontrato sul tutto pubblico di Silvio e l’incontro tra i due spazi di vita comune è esploso, dolorosamente come in tante unioni. Silvio ha come sempre pubblicamente strafatto, stupito e forse stordito non si è reso conto di come il mondo oggi è cambiato per “colpa” delle donne.Uno come lui, che ha saputo imporre un impero televisivo e politico al paese dribblando con le regole e che su quello ha fatto sognare gli italiani, convincendoli che con un po’di furbizia si arriva anche molto in alto e che tutti lo possono fare, non si è accorto che quel mondo femminile per lui fermo all’operetta, rivista al duemila, fermo non è mai stato. La sua visione “orizzontale”delle donne, assecondata dal bisogno di molte ragazze e signore di esistere per condividere riflessi di potere, lo hanno costretto a credere quello che voleva, persino nel privato: oggi le donne tacciono se le metto su uno schermo o in parlamento o se le copro d’oro. Anche le mogli.Il mondo maschile che si è costruito intorno, non poteva essergli di aiuto a capire le donne di oggi e la selezione dei suoi uomini, troppo conforme a un’idea di scambio col potere economico, non glielo ha permesso; a loro la sincerità non è richiesta.Uomini, ma di quali “uomini” parliamo mi verrebbe da dire se in tutta fretta due giornalisti - uno di parte e l’altro meno - e un presidente del consiglio “devono” occupare ore di trasmissione in un canale pubblico per convincere una moglie, lì assente, e gli italiani e le italiane che ha sbagliato giudizio su quell’incredibile marito?Di quali uomini parliamo, se persino quelli dell’opposizione non colgono il cambio di cultura dello spazio pubblico-privato che le donne hanno agito e non vedono che a Porta a porta invece si mette in scena una forma di violenza istituzionale contro la e le donne, Veronica per tutte? Ma dove sono finiti gli “uomini”, quelli che in politica vogliono far credere di essere in grado di occuparsi indifferentemente degli uni e delle altre? Non vedo uomini che curano anche le donne, come promettono quando chiedono i voti.Ma che signora la moglie! E che potere quando non sta più al gioco simbolico dell’uomo e mette sul piatto il suo! Apre il vaso di Pandora e costringe, oltre alla vergogna della celebrazione del Porta a porta e a molti altri lamenti mediatici, persino il clero del Family day, quello che indifferente è andato a braccetto per anni col marito, a prenderne le distanze invocando, forse troppo tardi, sobrietà per la carica che ricopre.Possono questo le mogli oggi quando prendono la parola in pubblico, cambiare quello che non si è mai voluto e potuto vedere. Reggere persino uno scontro doloroso tra vetrina e vita, 24 ore su 24 con la scomparsa del confine tra pubblico e privato – residenze, aule parlamentari, proprietà, feste, G8, terremoti, fotografie, sorrisi, predellini, bandane, sederi da palpare (la repubblica del 6 maggio) - e privato di lei.Due misure simboliche differenti che intersecandosi fanno esplodere il groviglio del pubblico-privato. Difficile non cogliere anche quanto di maschile malato c’è nello spazio pubblico con la richiesta di silenzio che tutto il centrodestra, al contrario del centrosinistra, si guarda bene dal praticare, per salvarsi dallo sconquasso che può una moglie.Allora davvero solo dall’interno del suo castello, ha ragione Ida Domijanni, poteva arrivargli una contraddizione forte, se la perfezione non esiste e i giocattoli, soprattutto se televisivi, sono falsi. E poteva arrivare solamente dall’altra che con lui aveva una relazione paritaria e differente per tenere in piedi la coppia. Insomma, se la sua corte gli ha filtrato un mondo altro, uno spot televisivo patinato e consenziente che non conteneva più alcun virus estraneo, nessuno e nessuna poteva dirgli quello che le donne oggi sanno e solo sua moglie aveva il potere di farlo. E lo ha fatto dicendolo al mondo. Mi viene voglia di ringraziarla, per aver cancellato in un colpo solo tutte le volte che suo marito mi ha fatto star male con le sue idee sulle donne, se poi penso a Eluana partoriente...Speravo però che Franceschini sapesse, avesse letto, in tutti questi anni da politico maschio, un po’ di pensiero femminista, e che almeno lui e le donne del suo partito riuscissero a trarre un vantaggio da questa storia per modificare il “ciarpame” della politica italiana. Magari partendo anche dalla difesa di una donna che si ribella ad un potere patriarcale così ben rappresentato che condiziona uomini e donne e a cui perfino Fini, per motivi vari, si è ribellato; anche se lei è già brava a difendersi da sola e senza la paura di sentirsi dire che è di sinistra difenderla. Cos’altro deve accadere intorno alla dignità delle donne per sceglierle come molla per cambiare il mondo? Ma Franceschini non l’ha fatto.Anche le non occidentali cercano di muoversi con dignità, perché nò le italiane e una moglie che non ha altro da proteggere, dopo 15 anni di silenzio pubblico, che la dignità di sè e di madre.Il privato femminile è intraducibile nel mondo televisivo dei reality e del branco politico dominante, ma c’è, e può diventare pubblico nello smascherare quello maschile. Forse una minor fiducia degli uomini tutti nella vita plasticata del tubo catodico potrebbe osare mettere insieme privato e pubblico senza far esplodere una famiglia, un paese e la relazione tra i due sessi e trarne invece un qualche bene comune. Seguire una famiglia dal vero è diverso che seguire un paese in televisione e nei night con la pretesa di non farsi e fare del male.Meno male che Veronica ha detto basta alla rap-presentazione malata della sua relazione personale, partitica e di governo. Speriamo resista anche per noi.Poter rendere nudo il re è un dono. Ma Veronica non può fare il nostro lavoro di maturazione se noi non proviamo a parlarne, magari senza che ci faccia velo la sua ricchezza e la sua posizione e senza farci prendere dallo sconforto o dalla lontananza. Con la scusa che tra moglie e marito…Il simbolo libero che lei ha scelto di rappresentare oggi come donna può essere ed è di tutte, anche per le politiche, anche per quelle donne che restano in famiglia perché non sanno come altro fare.
A leggere, da donna femminista, i quotidiani ci si trova davanti ad un’immensa confusione su vita, morte, nascita, amore,maternità, parto, sessualità, corpo maschile, corpo femminile, famiglia, sesso, relazione tra i sessi, potere generante, potere governativo, potere religioso, singol*, comunità, assassinio, accanimento terapeutico, tecnologica e medicina. Una confusione che riguarda da vicino la nostra vita di tutti i giorni. Ma a farla non siamo noi che alcuni punti fermi li abbiamo, ma i politici, chi ci governa in modo virtuale chiusi in strani palazzi. Ne hanno fatto un frullato esplosivo per la democrazia che ha navigato sott’acqua, almeno dal ’68, ed è venuto alla luce in un conflitto di poteri : governativi, religiosi, individuali. In conflitto ci sono la capacità di autodeterminarsi e il desiderio dei governanti e degli ecclesiastici di non lasciarlo fare perché da tempo immemorabile gli compete definire le libertà delle donne e degli uomini, in questo ordine. E non mi va di parlare di potere al neutro, voglio dare un corpo al potere per riconoscerlo e per non renderlo trascendentale. Ma per farlo devo dire che è un corpo per lo più maschile se non voglio assumermi come donna la responsabilità della confusione. E non la posso assumere per spirito bipartisan, mentirei perché lì noi donne non decidiamo niente. E non me lo si può chiedere neppure con la scusa che ci sono anche donne nel governo e alle Camere. Sappiamo benissimo le contorsioni che devono fare per arrivarci e starci e la rinuncia ad un sentire femminile che gli viene richiesta… E tutta questa confusione tra vita reale e vita virtuale è costruita da vecchi uomini che incarnano il potere. Uno di loro invasato dalla “mascolinità”, mai stato donna e madre e ignorante della bellezza e della difficoltà della procreazione, si permette di dire ad una signora in coma da 17 anni che potrebbe partorire, trovando il plauso dei ministri della chiesa, anche loro mai stati madri e neppure padri, ma con la pretesa che Dio gli si affidi per esistere nei nostri cuori. La motivazione che adducono sta nell’ assoluta convinzione dell’ incapacità delle donne e degli uomini a decidere per sé e nell’avocazione delle loro decisioni ai due poteri. Sembra che l’autonomia individuale renda vana quella del potere che non trova più motivazioni per esistere se non riesce a invadere ogni nostra intima piega, anzi, soprattutto quelle. Sembra una questione di controllo per sopravvivere e probabilmente è così, vista la foga disperata con cui assurdamente si muovono, ma è anche una delle poche cose che si preoccupano veramente di controllare. Fino a che punto gli uomini di potere possono controllare la vita delle singole persone? A dar retta ai potenti sembra che il loro maggior interessa riguardi la vita appena concepita, anche se magari non nasce, e il coma pluri decennale. L’altra vita non conta. Può ridere, piangere, avere fame, morire a centinaia da piccol* sotto le bombe che per loro non ci scalda come per la famiglia Englaro. Le persone non possono trovare la propria forza nei loro affetti e nelle loro relazioni. Il governo in accordo con la gerarchie religiose non lo permette. I governi sembra non amino i loro cittadini e le loro cittadine, le seconde meno dei primi, amano molto il potere come fine e forse per questo non possono amare i corpi in carne e ossa. Possono usarli o farli usare, comandarli, obbligarli, sanzionarli, spremerli ma amarli con materno e paterno senso di affetto, non compete a questi uomini. E chi lo sa se sanno, anche nella loro vita privata, cosa vuol dire amare? Probabilmente anche se l’hanno detto non hanno mai saputo cosa significasse o semplicemente non sono in grado di sentirlo. Bisogna avere sensibilità per amare, sapersi assumere delle responsabilità, anche quando ti mettono contro al mondo, anche quando costa l’offesa e il dileggio e sei da solo ad andare avanti. Loro no. Si muovono solo in branco e seguono chi urla di più. Ma da lunedì sera sono più libera. Libera dal branco e dal potere. La famiglia Englaro ha liberato il mio corpo e la mia testa, con l’augurio che mi faccio che se ne vadano insieme, ma se così non fosse, loro hanno liberato con Eluana, i pezzi del mio corpo e li hanno riuniti. Con loro sono entrata in uno spazio che mi appartiene, che contiene anche le mie emozioni e dà loro dignità di scelta ai miei occhi e a quelli del mondo. Libera di vivere e morire per me, non per lo Stato, in mezzo a persone libere come me. La verità della morte di Eluana ci ha liberato dal falso vivere e dal falso morire. E dall’invasione della tecnica. Ci ha messo in uno spazio libero pieno degli affetti che nella vita ci siamo costruiti e tra questi non c’è il potere. Ci ha indicato due modi di essere padri. Uno, governativo, religioso e dittatoriale - non avrei mai voluto un padre così - e uno che può essere un esempio per tutti i giovani uomini che vogliono diventare padri. Papà Englaro ha liberato, mostrato nello spazio pubblico che aveva bisogno di esempi non virtuali, un modello di uomo e di padre, di amore, di vita, di morte e di responsabilità. Ha dato dignità ad un maschio in crisi di parole e di identità maschile. L’autodeterminazione è stata seminata dalla donne con la loro riflessione sulla maternità da diversi decenni è a lei si torna sempre nella sofferenza, anche se la misoginia dei governanti ha sempre nascosto sotto il tappeto questo tema esplosivo per i loro poteri. Dalla 194 alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e alle varie nuove norme di attuazione delle due leggi, da quella più vecchia alla più giovane, è stata una continua ricerca per non riconoscere la libertà dell’autodeterminazione femminile, che, essendo un tema sollevato soprattutto dalle donne, sembrava si potesse tranquillamente eludere, privilegiando l’istinto di conservazione del potere. Ma la vicenda Englaro ha portato allo scoperto il conflitto tra autodeterminazione e l’impossibilità a vederla esercitata dal potere, per come oggi il potere stesso si autointerpreta. Un’interpretazione che non lega la sua sopravvivenza al cammino del tempo ma alla sua immobilità, convinta che controllando ogni virgola di libertà possa conservarsi senza modificarsi. Il rifiuto maschile a mettere in relazione la gestione pubblica del potere e la libertà femminile è diventato esplosivo per la democrazia stessa quando l’autodeterminazione di un padre, per amore della libertà della figlia, ha preteso per lei la fine pubblica dell’uso della tecnologia per prolungare artificialmente la non vita e la realizzazione della verità della morte. Non della loro apparenza. Marcando uno scacco agli accordi tra poteri. L’inadeguatezza dei nostri governanti e dei ministri di culto è implosa per il germe che le donne vi avevano instillato a partire dai pensieri sul loro differente e concreto potere generativo nella confusione che quello astratto degli uomini ha costruito. Un confuso potere virtuale, che non sa più cosa rappresenta oltre al desiderio di sopraffazione del singolo sul suo simile. La cattiveria è il motto attuale di governo, ma speriamo che il problema della libertà e dell’autodeterminazione, ormai esploso tra gli uomini, non venga cancellato da una relazione malsana tra poteri che volutamente dimentica ancora una volta l’origine da cui è nata. Diversi sottolineano che Eluana e con lei l’autodeterminazione e la libertà individuale, aggiungo io, è già nello sfondo di questa vecchia e sempre nuova lotta maschile. Le dimenticanze, se ce le concediamo per misoginia governativa, e non solo il sonno generano mostri, ma Beppino Englaro ci ha insegnato da uomo come si fa a non dimenticare e a non fingere un accordo col branco.
Carissimi/e, in qualche maniera sono contenta della discussione complessa e a tratti anche aspra che si è sviluppata tra noi sull'angoscia della guerra tra Israele e Palestina. Molte/i di noi stanno lavorando e Carmen ha dato delle risposte importanti che condivido alla serie di domande che ho scritto precedentemente e ci aiuta a chiarirci, così come il fatto che abbiamo rimandato la nostra manifestazione di sabato per le ambiguità che poteva contenere. Anche se spiace che non ci sia la corrispondenza che pensavamo tra la nostra e quella che si è svolta in Israele.
Non è gradevole rimandare, ma credo che abbiamo colto un rischio importante, quello di cadere nel previsto, utile ed eterno tranello della guerra e del suo orrore : prendere parte, stare con una fazione invece che stare con la pace contro un uso distorto e mostruoso del potere, della forza, della violenza e della democrazia. E allora credo dovremmo chiederci o almeno io mi chiedo perchè siamo, sono sempre a dover scegliere una delle parti in guerra? E mentre scelgo, so dentro di me che in quel modo contribuisco a continuare la spirale simbolica della guerra. Perchè prendendo le parti di una parte, mi metto contro l'altra ed entro anch'io nella loro guerra. Alimento nel mio piccolo, per senso di giustizia e per amore della pace, inevitabilmente, la continuità della guerra. E magari sto prendendo anche le difese del più debole e mi sento nel giusto nei confronti del più forte. Ma ugualmente so, dentro di me, che così non ci arriverò mai in fondo. E mi ci trovo dentro per aver scelto la pietà, la compassione, la condivisione del dolore e della violenza, assumendomela addosso. Come accadesse a me. Ma forse l'assumo nel modo sbagliato. C'è qualcosa di sbagliato e di perverso in questo fare, che non mi appartiene, che mi infastidisce, ma che poi dimentico quando mi si presenta il conto degli orrori degli uni e degli altri, e mi sento spinta a non ascoltare la mia voce nascosta nel fondo e a stare con uno dei due contendenti perchè emerge una debolezza che ha bisogno di protezione e un potere profondamente arrogante. C'è una retorica consolidata della guerra che ti fa entrare in guerra senza saperlo. Ho un bel dirmi che le e gli oppressi vanno difesi, ma mentre lo dico per linguaggio, per scelta di campo e di forma, vi entro guardandola da casa mia. E anch'io dico come i capi delle due fazioni : lo faccio per difendere la gente, i civili, le donne, i bambini... Non metto in discussione la guerra come strumento, come invece dovrei, per avere una giustizia giusta. Non mi metto nelle condizioni di capire cosa serve per fermare la guerra e cosa serve per costruire la pace. Accetto la guerra, come forma d' espressione del governo del potere e vi entro dentro scegliendo - guidata dall'orrore - di alimentare la spirale a cui lo stesso orrore, costruito dalla guerra, mi porta e da cui, invece, vorrei fuggire. Perchè non voglio vedere morti violente e mi spaventa chi le procura - e quelle di guerra non sono meno illegittime di quelle rosa e di quelle bianche o di quelle di mafia - così reagisco scegliendo. E in ogni guerra c'è una parte debole, in ogni guerra ci sono massacri e morte, in ogni guerra c'è chi vince e perde. E ogni guerra chiama a scegliere gli amanti della pace e della giustizia. In ogni guerra c'è anche sempre qualcuno che gestisce il potere in entrambe le parti, ma questo non riesco a dirmelo fino in fondo. Troppo spesso il potere mi diventa invisibile e neutro e passa dietro il mio orrore per le stragi. E allora ci si accapiglia, tra chi vuole la pace, su chi è più vittima e meno carnefice per trovare la parte giusta in cui stare, elencando tutti i motivi che portano l'uno e l' altro dei contendenti a difendersi attaccando, con le armi che hanno a disposizione. Magari facendosele anche fornire da chi ha interesse a darle per perpetrare la guerra, tra qualche anno e qualche decennio, visto che continua da svariati anni e nasce, madre di tutte le ultime guerre, dalle scelte della fine della seconda guerra mondiale. Sì, è il potere che sfugge ai nostri occhi, locale e globale. Il potere che rimanda sempre gli accordi della politica e li delega da sempre all'uso della forza. Anche quando non c'è particolare motivo di usarla così pesantemente per gestire delle elezioni personali e di partito in vista, in Israele e in Iran. Ma la crisi economica tollera e, forse vuole, anche questo. E assistiamo a un Sarkozy di destra che condanna Israele e a una donna di centro-sinistra come la Merkel che sta con Israele. E che dire di BaracK? E’ già finita la sua diversità da rifugiarsi dietro a : "C'è un presidente solo per volta", di fronte ad una guerra simbolo? Ha agito così da solo Bush? E noi e io allora cosa faccio? Prendo parte come ci impone la sofferenza atroce della guerra o cerco di rendere nudo il re, cerco di svelare il potere che tutto macina, me e noi compresi? Sì, per me è il potere che va svelato nei suoi rituali da vittime e carnefici e in particolare chi lo incarna. E sono uomini, in carne ed ossa pieni di debolezze e di vigliaccherie, che credono di potersi nascondere dietro la democrazia di una scrivania e da lì decidere impunemente la sorte di decine di milioni di persone. Uomini abituati ad andare a braccetto con la violenza nelle cose quotidiane : quando si tratta di violentare o molestare una donna, Olmert insegna, e quando si tratta di far scoppiare una guerra. E' un pensiero che è in crisi, un pensiero unico che confonde politica con potere personale in diverse parti del globo e che non sa quasi mai fare quello che invece promette nelle elezioni : la politica. Allora è questo pensiero da mettere in discussione e rendere democratico, anche quando per continuare ad esistere cambia faccia e assume le sembianze di donna. E' un pensiero che è nato regolandosi solo sul potere della forza e che in millenni non è mai riuscito a prenderne le distanze. Rivoluzionando il suo fare politica, proteggendo la vita con l'uso delle relazioni, come quasi sempre fanno le donne per tenerla in piedi, e non con le armi della morte. Non c'è nessun tipo di abilità in questo pensiero mortifero ma solo la denuncia di una grande impotenza come uomini della politica del potere. E' questa impotenza la molla di questo pensiero disumano? E' questa impotenza da nascondere con la guerra? Il potere tanto bramato si prende la sua rivincita svelando la sua im-potenza nel difendere la vita con la politica, da cui discende il potere personale. Con una grande amica a cui dicevo queste cose alcuni giorni fa, mi rispondeva : "Ma io non posso non prendere parte, quello che accade è troppo e non mi basta dire che il potere della forza è maschile, devo stare dalla parte di chi soffre". Le ho risposto : "Ci chiedono anche questo. Ci chiedono come donne, che si sono fatte attraversare il corpo dalla vita, di rinunciare a capire, a partire dalla sapienza del nostro corpo, da dove sappiamo nascere la violenza e il suo abuso. Facendocela immaginare come piccola cosa questo voler svelare la pochezza degli uomini che ci governano, di fronte a dilemmi molto più grandi di una relazione sbagliata tra i sessi. La guerra degli uomini di potere lo contempla e vuole la nostra rinuncia a capire da donne quel che accade, e noi ci rinunciamo? Clelia Mori
- se vuoi iscriverti alla nostra mailing list: invia una mail a fahre@email.it indicando il tuo nome e cognome
Fare il punto: Reggio Fahrenheit ha un anno di attività alle spalle!!
- 8 novembre 2008, è iniziato il percorso di Reggio Fahrenheit con la pubblica lettura di “Gomorra” di Roberto Saviano, in piazza Casotti per una forte presa di posizione contro le mafie. E’ stato un avvio che ha coinvolto numerosi cittadini. - 29 novembre a Palazzo Casotti, abbiamo continuato il percorso di “denuncia” nella giornata mondiale contro la violenza alle donne, con letture e testimonianze. insieme all’Associazione Nondasola che gestisce il centro Antiviolenza “Casa delle Donne “ dal 1995. - 14 febbraio 2009 all’Officina delle Arti, “ Di chi è la nostra vita” letture su libertà dell’individuo e autoderminazione in collaborazione con Iniziativa Laica e Altavoce. - 7 marzo a palazzo Casotti “Donne protagoniste contro la violenza” insieme a Nondasola, Emergency e Amnesty International nell’ambito del calendario Primavera Donna. Per l’occasione sono state esposte opere di Clelia Mori dal ciclo “Kiki”. - 24/5 maggio adesione alla staffetta dell’UDI iniziata a Niscemi 25 nov. 2008, che terminerà a Brescia il 25 nov. 2009.
Il blog (creato e gestito con perseveranza e competenza da Dino Angelini) ha accolto momenti di discussione e interviste: - 30 gennaio la diretta di una riflessione su Gaza “Donne a colloquio”, presso la sede C.G.I.L. di via Bismantova. - 29 marzointervista ad Enzo Grappi sulla situazione economica a Reggio Emilia. - 18 aprile ha trasmesso l’incontro con Cecilia D’Elia e Marco Deriu “L’aborto e la responsabilità, le donne, la legge, il contrattacco maschile” insieme a Donne a Sinistra., nella Sala Santi della CGIL. - 14 Novembre 09 - Le donne sono cambiate. Gli uomini devono cambiare. Pubblica lettura alla presenza degli autori del Testo di Letizia Paolozzi e Alberto Leiss "La paura degli uomini" all'Officina delle Arti - IDal 26 genniao 2009 ad oggi (4 gennaio 2010) abbiamo avuto oltre 5300 visite e oltre 9600 pagine viste, con 155 iscritti alla mailing list.
- Pensiamo, con tutto questo ed altro ancora, di aver creato - grazie allo sforzo di molt* (che ringraziamo) - un piccolo spazio politico, aperto e libero nella nostra città.