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venerdì 9 ottobre 2009

Sesso e politica nel post-patriacato - 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma

Maria luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa

Sesso e politica nel post-patriacato
Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, ci parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione – non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.


Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.
La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopopatriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant'anni di femminismo.
Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile
plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei
desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell'immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.
Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.
Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al “gradimento degli italiani” pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il “gradimento” legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime “della maggioranza”.
Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro “privato dell’alcova”. Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al “moralismo dei parrucconi”. E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un'autocritica ruvida delle connivenze culturali dell'opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in Parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.
Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché “il modello dominante” fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.
La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all'occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell'indignazione?
Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma
Maria luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa

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lunedì 18 maggio 2009

sabato 9 maggio 2009

Veronica e Silvio

di Clelia Mori
Le femministe aspettavano da molto un incontro tra il privato in cui le donne sono signore, e il pubblico, dove la signoria soprattutto politica l’hanno gli uomini. Dall’incontro dei due spazi speravano potesse nascere una cosa buona. Con Veronica e Silvio il momento pare sia arrivato e ad alto livello, ma non si sa se sarà buono. C’è abbastanza silenzio in rete per capirlo.
Comunque Veronica ha detto basta, il suo privato si è scontrato sul tutto pubblico di Silvio e l’incontro tra i due spazi di vita comune è esploso, dolorosamente come in tante unioni. Silvio ha come sempre pubblicamente strafatto, stupito e forse stordito non si è reso conto di come il mondo oggi è cambiato per “colpa” delle donne.Uno come lui, che ha saputo imporre un impero televisivo e politico al paese dribblando con le regole e che su quello ha fatto sognare gli italiani, convincendoli che con un po’di furbizia si arriva anche molto in alto e che tutti lo possono fare, non si è accorto che quel mondo femminile per lui fermo all’operetta, rivista al duemila, fermo non è mai stato. La sua visione “orizzontale”delle donne, assecondata dal bisogno di molte ragazze e signore di esistere per condividere riflessi di potere, lo hanno costretto a credere quello che voleva, persino nel privato: oggi le donne tacciono se le metto su uno schermo o in parlamento o se le copro d’oro. Anche le mogli.Il mondo maschile che si è costruito intorno, non poteva essergli di aiuto a capire le donne di oggi e la selezione dei suoi uomini, troppo conforme a un’idea di scambio col potere economico, non glielo ha permesso; a loro la sincerità non è richiesta.Uomini, ma di quali “uomini” parliamo mi verrebbe da dire se in tutta fretta due giornalisti - uno di parte e l’altro meno - e un presidente del consiglio “devono” occupare ore di trasmissione in un canale pubblico per convincere una moglie, lì assente, e gli italiani e le italiane che ha sbagliato giudizio su quell’incredibile marito?Di quali uomini parliamo, se persino quelli dell’opposizione non colgono il cambio di cultura dello spazio pubblico-privato che le donne hanno agito e non vedono che a Porta a porta invece si mette in scena una forma di violenza istituzionale contro la e le donne, Veronica per tutte? Ma dove sono finiti gli “uomini”, quelli che in politica vogliono far credere di essere in grado di occuparsi indifferentemente degli uni e delle altre? Non vedo uomini che curano anche le donne, come promettono quando chiedono i voti.Ma che signora la moglie! E che potere quando non sta più al gioco simbolico dell’uomo e mette sul piatto il suo! Apre il vaso di Pandora e costringe, oltre alla vergogna della celebrazione del Porta a porta e a molti altri lamenti mediatici, persino il clero del Family day, quello che indifferente è andato a braccetto per anni col marito, a prenderne le distanze invocando, forse troppo tardi, sobrietà per la carica che ricopre.Possono questo le mogli oggi quando prendono la parola in pubblico, cambiare quello che non si è mai voluto e potuto vedere. Reggere persino uno scontro doloroso tra vetrina e vita, 24 ore su 24 con la scomparsa del confine tra pubblico e privato – residenze, aule parlamentari, proprietà, feste, G8, terremoti, fotografie, sorrisi, predellini, bandane, sederi da palpare (la repubblica del 6 maggio) - e privato di lei.Due misure simboliche differenti che intersecandosi fanno esplodere il groviglio del pubblico-privato. Difficile non cogliere anche quanto di maschile malato c’è nello spazio pubblico con la richiesta di silenzio che tutto il centrodestra, al contrario del centrosinistra, si guarda bene dal praticare, per salvarsi dallo sconquasso che può una moglie.Allora davvero solo dall’interno del suo castello, ha ragione Ida Domijanni, poteva arrivargli una contraddizione forte, se la perfezione non esiste e i giocattoli, soprattutto se televisivi, sono falsi. E poteva arrivare solamente dall’altra che con lui aveva una relazione paritaria e differente per tenere in piedi la coppia. Insomma, se la sua corte gli ha filtrato un mondo altro, uno spot televisivo patinato e consenziente che non conteneva più alcun virus estraneo, nessuno e nessuna poteva dirgli quello che le donne oggi sanno e solo sua moglie aveva il potere di farlo. E lo ha fatto dicendolo al mondo. Mi viene voglia di ringraziarla, per aver cancellato in un colpo solo tutte le volte che suo marito mi ha fatto star male con le sue idee sulle donne, se poi penso a Eluana partoriente...Speravo però che Franceschini sapesse, avesse letto, in tutti questi anni da politico maschio, un po’ di pensiero femminista, e che almeno lui e le donne del suo partito riuscissero a trarre un vantaggio da questa storia per modificare il “ciarpame” della politica italiana. Magari partendo anche dalla difesa di una donna che si ribella ad un potere patriarcale così ben rappresentato che condiziona uomini e donne e a cui perfino Fini, per motivi vari, si è ribellato; anche se lei è già brava a difendersi da sola e senza la paura di sentirsi dire che è di sinistra difenderla. Cos’altro deve accadere intorno alla dignità delle donne per sceglierle come molla per cambiare il mondo? Ma Franceschini non l’ha fatto.Anche le non occidentali cercano di muoversi con dignità, perché nò le italiane e una moglie che non ha altro da proteggere, dopo 15 anni di silenzio pubblico, che la dignità di sè e di madre.Il privato femminile è intraducibile nel mondo televisivo dei reality e del branco politico dominante, ma c’è, e può diventare pubblico nello smascherare quello maschile. Forse una minor fiducia degli uomini tutti nella vita plasticata del tubo catodico potrebbe osare mettere insieme privato e pubblico senza far esplodere una famiglia, un paese e la relazione tra i due sessi e trarne invece un qualche bene comune. Seguire una famiglia dal vero è diverso che seguire un paese in televisione e nei night con la pretesa di non farsi e fare del male.Meno male che Veronica ha detto basta alla rap-presentazione malata della sua relazione personale, partitica e di governo. Speriamo resista anche per noi.Poter rendere nudo il re è un dono. Ma Veronica non può fare il nostro lavoro di maturazione se noi non proviamo a parlarne, magari senza che ci faccia velo la sua ricchezza e la sua posizione e senza farci prendere dallo sconforto o dalla lontananza. Con la scusa che tra moglie e marito…Il simbolo libero che lei ha scelto di rappresentare oggi come donna può essere ed è di tutte, anche per le politiche, anche per quelle donne che restano in famiglia perché non sanno come altro fare.
Clelia Mori 8.5.09

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lunedì 20 aprile 2009

L'aborto e la responsabilità. Le donne, la legge, il contrattacco maschile

L'aborto e la responsabilità. Le donne, la legge, il contrattacco maschile
Incontro con Cecilia D'Elia e Marco Deriu,
Donne a Sinistra e Reggio Fahrenheit, Reggio E. 18.4.09



Il resto lo nascondi qui :)

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venerdì 10 aprile 2009

L'aborto e la responsabilità.

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mercoledì 11 febbraio 2009

A leggere, da donna femminista, i quotidiani

di Clelia Mori
A leggere, da donna femminista, i quotidiani ci si trova davanti ad un’immensa confusione su vita, morte, nascita, amore,maternità, parto, sessualità, corpo maschile, corpo femminile, famiglia, sesso, relazione tra i sessi, potere generante, potere governativo, potere religioso, singol*, comunità, assassinio, accanimento terapeutico, tecnologica e medicina. Una confusione che riguarda da vicino la nostra vita di tutti i giorni. Ma a farla non siamo noi che alcuni punti fermi li abbiamo, ma i politici, chi ci governa in modo virtuale chiusi in strani palazzi.
Ne hanno fatto un frullato esplosivo per la democrazia che ha navigato sott’acqua, almeno dal ’68, ed è venuto alla luce in un conflitto di poteri : governativi, religiosi, individuali.

In conflitto ci sono la capacità di autodeterminarsi e il desiderio dei governanti e degli ecclesiastici di non lasciarlo fare perché da tempo immemorabile gli compete definire le libertà delle donne e degli uomini, in questo ordine. E non mi va di parlare di potere al neutro, voglio dare un corpo al potere per riconoscerlo e per non renderlo trascendentale. Ma per farlo devo dire che è un corpo per lo più maschile se non voglio assumermi come donna la responsabilità della confusione. E non la posso assumere per spirito bipartisan, mentirei perché lì noi donne non decidiamo niente. E non me lo si può chiedere neppure con la scusa che ci sono anche donne nel governo e alle Camere. Sappiamo benissimo le contorsioni che devono fare per arrivarci e starci e la rinuncia ad un sentire femminile che gli viene richiesta…
E tutta questa confusione tra vita reale e vita virtuale è costruita da vecchi uomini che incarnano il potere. Uno di loro invasato dalla “mascolinità”, mai stato donna e madre e ignorante della bellezza e della difficoltà della procreazione, si permette di dire ad una signora in coma da 17 anni che potrebbe partorire, trovando il plauso dei ministri della chiesa, anche loro mai stati madri e neppure padri, ma con la pretesa che Dio gli si affidi per esistere nei nostri cuori.
La motivazione che adducono sta nell’ assoluta convinzione dell’ incapacità delle donne e degli uomini a decidere per sé e nell’avocazione delle loro decisioni ai due poteri.
Sembra che l’autonomia individuale renda vana quella del potere che non trova più motivazioni per esistere se non riesce a invadere ogni nostra intima piega, anzi, soprattutto quelle. Sembra una questione di controllo per sopravvivere e probabilmente è così, vista la foga disperata con cui assurdamente si muovono, ma è anche una delle poche cose che si preoccupano veramente di controllare.
Fino a che punto gli uomini di potere possono controllare la vita delle singole persone?
A dar retta ai potenti sembra che il loro maggior interessa riguardi la vita appena concepita, anche se magari non nasce, e il coma pluri decennale. L’altra vita non conta. Può ridere, piangere, avere fame, morire a centinaia da piccol* sotto le bombe che per loro non ci scalda come per la famiglia Englaro. Le persone non possono trovare la propria forza nei loro affetti e nelle loro relazioni. Il governo in accordo con la gerarchie religiose non lo permette. I governi sembra non amino i loro cittadini e le loro cittadine, le seconde meno dei primi, amano molto il potere come fine e forse per questo non possono amare i corpi in carne e ossa. Possono usarli o farli usare, comandarli, obbligarli, sanzionarli, spremerli ma amarli con materno e paterno senso di affetto, non compete a questi uomini. E chi lo sa se sanno, anche nella loro vita privata, cosa vuol dire amare? Probabilmente anche se l’hanno detto non hanno mai saputo cosa significasse o semplicemente non sono in grado di sentirlo. Bisogna avere sensibilità per amare, sapersi assumere delle responsabilità, anche quando ti mettono contro al mondo, anche quando costa l’offesa e il dileggio e sei da solo ad andare avanti. Loro no. Si muovono solo in branco e seguono chi urla di più.
Ma da lunedì sera sono più libera. Libera dal branco e dal potere. La famiglia Englaro ha liberato il mio corpo e la mia testa, con l’augurio che mi faccio che se ne vadano insieme, ma se così non fosse, loro hanno liberato con Eluana, i pezzi del mio corpo e li hanno riuniti. Con loro sono entrata in uno spazio che mi appartiene, che contiene anche le mie emozioni e dà loro dignità di scelta ai miei occhi e a quelli del mondo. Libera di vivere e morire per me, non per lo Stato, in mezzo a persone libere come me. La verità della morte di Eluana ci ha liberato dal falso vivere e dal falso morire. E dall’invasione della tecnica. Ci ha messo in uno spazio libero pieno degli affetti che nella vita ci siamo costruiti e tra questi non c’è il potere. Ci ha indicato due modi di essere padri. Uno, governativo, religioso e dittatoriale - non avrei mai voluto un padre così - e uno che può essere un esempio per tutti i giovani uomini che vogliono diventare padri. Papà Englaro ha liberato, mostrato nello spazio pubblico che aveva bisogno di esempi non virtuali, un modello di uomo e di padre, di amore, di vita, di morte e di responsabilità. Ha dato dignità ad un maschio in crisi di parole e di identità maschile.
L’autodeterminazione è stata seminata dalla donne con la loro riflessione sulla maternità da diversi decenni è a lei si torna sempre nella sofferenza, anche se la misoginia dei governanti ha sempre nascosto sotto il tappeto questo tema esplosivo per i loro poteri.
Dalla 194 alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e alle varie nuove norme di attuazione delle due leggi, da quella più vecchia alla più giovane, è stata una continua ricerca per non riconoscere la libertà dell’autodeterminazione femminile, che, essendo un tema sollevato soprattutto dalle donne, sembrava si potesse tranquillamente eludere, privilegiando l’istinto di conservazione del potere.
Ma la vicenda Englaro ha portato allo scoperto il conflitto tra autodeterminazione e l’impossibilità a vederla esercitata dal potere, per come oggi il potere stesso si autointerpreta.
Un’interpretazione che non lega la sua sopravvivenza al cammino del tempo ma alla sua immobilità, convinta che controllando ogni virgola di libertà possa conservarsi senza modificarsi.
Il rifiuto maschile a mettere in relazione la gestione pubblica del potere e la libertà femminile è diventato esplosivo per la democrazia stessa quando l’autodeterminazione di un padre, per amore della libertà della figlia, ha preteso per lei la fine pubblica dell’uso della tecnologia per prolungare artificialmente la non vita e la realizzazione della verità della morte. Non della loro apparenza.
Marcando uno scacco agli accordi tra poteri.
L’inadeguatezza dei nostri governanti e dei ministri di culto è implosa per il germe che le donne vi avevano instillato a partire dai pensieri sul loro differente e concreto potere generativo nella confusione che quello astratto degli uomini ha costruito.
Un confuso potere virtuale, che non sa più cosa rappresenta oltre al desiderio di sopraffazione del singolo sul suo simile. La cattiveria è il motto attuale di governo, ma speriamo che il problema della libertà e dell’autodeterminazione, ormai esploso tra gli uomini, non venga cancellato da una relazione malsana tra poteri che volutamente dimentica ancora una volta l’origine da cui è nata. Diversi sottolineano che Eluana e con lei l’autodeterminazione e la libertà individuale, aggiungo io, è già nello sfondo di questa vecchia e sempre nuova lotta maschile.
Le dimenticanze, se ce le concediamo per misoginia governativa, e non solo il sonno generano mostri, ma Beppino Englaro ci ha insegnato da uomo come si fa a non dimenticare e a non fingere un accordo col branco.

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venerdì 21 novembre 2008

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE - Reggio Fahrenheit e NONDASOLA: Pubblica lettura a Reggio E.


Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
pubblica lettura:
Testimonianze e racconti sulla violenza alle donne
29 Novembre dalle 16 alle 18
presso la sala mostre (primo piano!) Piazza Casotti - Reggio Emilia
Reggio Fahrenheit, dopo la pubblica lettura del libro di Saviano
“Gomorra”, che denuncia le trame mafiose, prosegue a dar voce a chi
non ha mai smesso di denunciare le ingiustizie di una società che ha
perso la spinta a sollecitare processi di cambiamento. Oggi è in
piazza assieme all’associazione Nondasola.
L’associazione NONDASOLA, che gestisce il centro antiviolenza “Casa
delle Donne” di Reggio Emilia,dal 1995 ha raccolto il bisogno di
aiuto di tante donne. La sfida è di ridare loro la capacità di
“ricostruirsi” per riprendersi in mano la propria vita.
Nel 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata
internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Le donne attiviste hanno individuato il 25
novembre come una giornata contro la violenza alle donne fin dal 1981: questa data fu scelta in seguito al brutale
assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.
➘ I dati sulla violenza ci dicono che per le donne, nel mondo e anche in Europa, è la prima causa di morte.La
violenza che porta alla morte è la conclusione di un percorso di mancanza di riconoscimento, di esclusione, di
discriminazione nei rapporti fra i generi.
➘ La riforma del 1975 sul diritto di famiglia ha sancito, dopo lunghi tormentati anni, stessi diritti e stessi doveri fra
uomini e donne. La riforma ha reso più trasparenti le mura domestiche, ma dentro quelle mura ancora non
vediamo “giustizia”, spesso vediamo molta violenza: a Reggio, in Italia, in Europa, nel mondo!
➘ Da qualche anno un gruppo di uomini si è assunto il dovere della responsabilità della violenza maschile nei
confronti delle donne, un piccolo tentativo di dare un nuovo volto alla riflessione con l’appello: “la violenza alle
donne ci riguarda”.
“UNA STANZA TUTTA PER NOI”: Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
aprono una “lettura di riflessione” a tutto campo insieme a voi!
http://refahre.blogspot.com/
Per aderire:

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