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lunedì 5 aprile 2010

LETTERA APERTA AL GOVERNATORE DELLA REGIONE PIEMONTE

(tratto da: Laboratorio Politico Donne per la Città- Città per le Donne - 3 aprile 2010)



Egr. Sig. Presidente Cota,

ritiene che la Sua vittoria sia stata determinata dall’aiuto della Chiesa? Se sì, allora, con il suo pronunciamento contro la RU486, sta forse pagando un debito contratto con un soggetto che, come ogni altro Capo di Stato estero, dovrebbe rispettare l’autonomia italiana e la nostra Costituzione Repubblicana, patrimonio di ogni cittadino, mentre invece non è rimasto nè rimane fuori dagli interessi e dalle decisioni politiche? Perché Lei,con il Papa, non si fa scrupolo di violare i diritti umani , con riguardo particolare a quello della salute ed al libero arbitrio delle donne?

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domenica 14 marzo 2010

Laicità e governo sulla vita: padroni della nostra esistenza

Pubblichiamo un estratto dalla lezione su "Laicità e governo sulla vita" tenuta dall'autore il 10 marzo all´Università di Torino dove ha ricevuto il premio "Laico dell´anno".

di Stefano Rodotà, da Repubblica, 10 marzo 2010

Laicità rinvia ad autonomia, e questa si declina come autodeterminazione. Sì che, parlando di laicità, non possiamo più ritenere che l´orizzonte sia individuato soltanto dal rapporto tra due poteri, lo Stato e la Chiesa, «ciascuno nel loro ordine, indipendenti e sovrani», o dallo stesso confronto tra secolarizzazione e religiosità.È avvenuta una più complessa distribuzione dei poteri, che individua la persona come protagonista istituzionale. La laicità, oltre che come principio di organizzazione istituzionale e sociale, si manifesta così anche come principio di governo della vita, che inquieta a tal punto da suscitare la tentazione di mimare un incipit famoso, e annotare che «uno spettro s´aggira per l´Italia – lo spettro dell´autodeterminazione».

«La circostanza che il consenso informato trova il suo fondamento negli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione pone in risalto la sua funzione di sintesi di due diritti fondamentali della persona: quello all´autodeterminazione e quello alla salute». Queste parole della Corte costituzionale individuano una distribuzione di poteri, la cui portata può essere colta attraverso due rapidi esercizi di riflessione storica. Partiamo dal 1215, dalla Magna Charta e dal suo habeas corpus, con la promessa del re a ogni "uomo libero": «non metteremo né faremo mettere la mano su di lui, se non in virtù di un giudizio legale dei suoi pari e secondo la legge del paese». Siamo di fronte all´abbandono di una prerogativa regia, a un autolimitazione, a un atto che laicizza il potere del re, che non riposa più sulla sovranità/sacralità, ma si cala nel mondo, si presenta come l´esito di una negoziazione complessa, che porterà poi alla "autolimitazione" dello Stato sovrano come atto di fondazione dei diritti pubblici subiettivi.

Sette secoli dopo, nel 1947, l´Assemblea costituente approva l´articolo 32 della Costituzione, che riconosce la salute come diritto fondamentale e prevede che i trattamenti obbligatori possano essere imposti solo per legge. Ma si aggiunge: «la legge non può in nessun caso violare il limite imposto dal rispetto della persona umana». È una delle dichiarazioni più forti della nostra Costituzione, pone al legislatore un limite invalicabile. Quando si giunge al nucleo duro dell´esistenza, siamo di fronte all´indecidibile. Nessuna volontà esterna, fosse pure espressa da tutti i cittadini o da un Parlamento unanime, può prendere il posto di quella dell´interessato. Siamo di fronte ad una sorta di nuova dichiarazione di habeas corpus. Il sovrano democratico, una assemblea costituente, rinnova a tutti i cittadini la promessa di intoccabilità: «non metteremo la mano su di voi», neppure con una legge. La rottura è netta. Non vi è più una autolimitazione, ma un vero trasferimento di potere, anzi di sovranità. Sovrana nel decidere della propria salute, e dunque della propria vita, diviene la persona.

Passiamo al secondo esercizio storico, al quarto secolo prima di Cristo quando Ippocrate formula il giuramento che accompagnerà la professione medica. «Sceglierò il regime per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, e mi asterrò dal recar danno e offesa». Di nuovo una autolimitazione del potere, di cui scopriremo la radicale inadeguatezza ventitre secoli dopo, nel 1946, quando a Norimberga vengono processati i medici nazisti. L´abuso del potere medico attraverso la sperimentazione sugli esseri umani provoca una reazione, affidata al Codice di Norimberga, che si apre con le parole «il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente necessario». Dall´autolimitazione del potere del medico, definita unilateralmente dal giuramento, si passa ad un integrale trasferimento del potere alla persona che, sottratta a quel potere, rinasce come "soggetto morale".

L´autodeterminazione si identifica così con il progetto di vita della persona. Qui vita è davvero quella di cui ci parla Montaigne, «un movimento ineguale, irregolare, multiforme», governato da un esercizio ininterrotto di sovranità che permette quella libera costruzione della personalità iscritta in testa alla nostra e ad altre costituzioni. E sovranità e proprietà sono parole che, non da oggi, accompagnano la definizione del nostro rapporto con il corpo, dunque con la vita tutta intera. Respinto sullo sfondo il riferimento alla proprietà, si creava la condizione propizia all´incontro con la sovranità. Certo tra "sovrani" sono sempre possibili tensioni o conflitti. Ma, proprio per evitare che la vita divenga un campo di battaglia, vengono definiti confini che potere politico e medico non possono varcare, escludendo che lo Stato abbia giurisdizione sulla vita, possa considerare il corpo come un luogo pubblico, che è cosa diversa da limiti coerenti con la natura dell´autodeterminazione.

Ma le controversie rimangono. L´iconografia tradizionale e gli antichi scritti sono fitti di descrizioni nelle quali figure diverse si contendono corpo e vita di una persona. La virtù e il diavolo, il sacerdote e il principe, il medico e il soldato, le donne tentatrici e i mercanti avidi sono tutti lì intorno ad una spoglia, privata di libertà e autonomia. Un grumo di quelle rappresentazioni è ancora presente. Il pane e le bottiglie d´acqua sul sagrato d´una chiesa o davanti ad una clinica, le scritte che rivendicano la proprietà d´un corpo e d´una vita, la presentazione del diritto come un´arma che uccide ripropongono con deliberata violenza la negazione dell´autodeterminazione. E il Presidente del consiglio manda una lettera alle suore che avevano ospitato Eluana Englaro, addolorato «per non aver potuto evitare la sua morte». Non è il rammarico di un Re Taumaturgo al quale è stato impedito di imporre le sue mani per una guarigione altrimenti impossibile. È la rivendicazione di un potere sulla vita, di cui il politico vuole tornare a essere l´unico depositario.

Intorno a noi è tutto un cercar di chiudere i varchi aperti perché l´autodeterminazione potesse essere esercitata. In un´ansia di rivincita, l´alleanza tra libertà e tecnologie viene rovesciata. Le tecniche contraccettive avevano reso possibile una sessualità liberata e una maternità consapevole. Ma le tecnologie della riproduzione o la pillola Ru 486 diventano l´occasione per riprendere il controllo del corpo delle donne. Le tecnologie della sopravvivenza vengono trasformate nell´obbligo di sopravvivere attraverso manipolazioni sconosciute alle leggi di altri paesi. Si dovrà rinunciare ai loro benefici per il timore di divenirne, poi, prigionieri?

Via via che si entra nel mondo nuovo della scienza e della tecnologia l´autodeterminazione guadagna nuovi spazi e, proprio per questo, richiede un ambiente pienamente laicizzato, dove tutte le opportunità possano essere valutate senza pregiudizi. Ma scienza e tecnologia avviano anche processi di riduzione drammatica della libertà di scelta che possono essere contrastati solo esaltando al massimo le potenzialità dell´autodeterminazione. Segnalo quella che chiamerei la consegna della persona alla società dell´algoritmo. Scopriamo sempre più spesso un mondo governato dall´algoritmo, quello di Google o quello al quale la finanza aveva affidato le scelte di investimento. E scorgiamo pure una costruzione dell´identità sempre più sottratta alla consapevolezza degli interessati, affidata invece a processi variamente automatici.
Tornando alle parole iniziali, e senza la pretesa di chiudere un cerchio, la laicità si rivela un presidio contro la pretesa di qualsiasi potere di impadronirsi della vita, fino alla sua totale spersonalizzazione. Non dirò che la laicità sia il più umano dei principi, ma pure ad esso è affidata la nostra problematica umanità.

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martedì 4 agosto 2009

La Chiesa, la RU486 e le escort del capo

di Ida Dominijanni, da il Manifesto on line

Non è che la Chiesa non abbia trovato per condannare l'etica pubblica e privata del presidente del consiglio le stesse parole chiare e forti che ora trova per condannare l'uso della RU486, come denuncia Vito Mancuso su "la Repubblica" di ieri. È che le ha sospese, le parole di condanna verso Berlusconi, in attesa di potere stabilire un'equivalenza fra il «maschilismo hard che vede la donna come strumento sessuale» e il femminismo altrettanto hard che vede l'aborto chimico come strumento di libertà procreativa (editoriale de l'"Avvenire" di domenica). Fatta l'equivalenza, trovato lo scambio: il governo si dia da fare per levare di torno quella dannata pillola, e sugli scandali del premier, annunciano le indiscrezioni, scenderà la misericordia divina.

È un argomento da voltastomaco, al quale si può replicare solo con un'altra equivalenza di pari violenza, questa: che sia il premier o che sia la Chiesa, sempre di mercificazione del corpo femminile si tratta, e sempre di utilizzatori finali. Merce di piacere per il premier, merce di scambio politico per il Vaticano. Pari e patta. E sarebbe da chiudere qui.
Con tre codicilli però. Primo. Anche stavolta la Chiesa non perde l'occasione di farsi opportunisticamente interprete e alleata del senso comune più vieto. Il quale scava, come la proverbiale vecchia talpa, cunicoli di colpevolizzazione femminile per uscire in qualche modo dal tunnel dell'imbarazzo in cui si ritrova infilato dai noti fatti di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Provate a parlarne sotto un ombrellone, e troverete frotte di uomini e di donne pronti ad ammettere che sì, «lui» ha esagerato, «ma anche queste ragazze che ci stanno...». Queste ragazze che ci stanno in primo luogo ci stanno fino a un certo punto, come s'è visto, in secondo luogo non sono dei monumenti morali neanche loro ma non per questo le si può spacciare come equivalenti a «lui»: c'è di mezzo una disparità di potere, di ruolo e di responsabilità grande come Palazzo Chigi. Usufruire della prostituzione dal vertice del potere politico non è la stessa cosa che esercitarla dal basso della necessità, della disperazione, dello squallore e nemmeno della scelta. La responsabilità morale e politica di un presidente del consiglio non è la stessa di una escort. La retorica berlusconiana incentrata sulla favola del «sono uno di voi» è riuscita a far apparire il potere del tutto trasparente, ingenuo, innocuo?
Secondo. In un articolo sul "manifesto" di domenica scorsa che condivido dall'a alla z, Tamar Pitch notava come la miseria del maschile messa in scena dai suddetti noti fatti parli di una paura delle donne che si dispiega nell'immaginario degli ultimi decenni, popolato di «mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, assassine di embrioni». Eccoci infatti di nuovo al punto, come ad ogni tornante dell'infinita guerra culturale sull'aborto. E il punto, sulla Ru486, non è tecnico: invasività, pericolosità, efficacia, garanzie sanitarie. Il punto è che la pillola è un coadiuvante dell'irresponsabilità, della leggerezza, della smisuratezza, della ferocia delle donne, assassine di embrioni. Le quali, com'è noto, ad abortire si divertono, e con la pillola rischiano di divertirsi di più.
Infatti, e terzo. A fronte dell'imbarazzante e complice silenzio sulla miseria del maschile di cui sopra, che sempre Pitch è opportunamente tornata a denunciare, gli uomini non cessano mai di parlare quando si tratta di una questione di squisita competenza femminile come l'aborto. E stavolta bisogna pure ringraziarli per le enormità e i lapsus che gli escono di bocca.
Prendiamo il senatore Quagliariello, che in casi come questi si guadagna sempre l'oscar e se l'è guadagnato anche stavolta dichiarando che «se come ci hanno sempre detto l'aborto deve essere un dramma», la pillola non va bene perché lo sdrammatizza: c'è un «deve» di troppo, senatore, l'aborto è, non dev'essere, un dramma. Oppure prendiamo l'Elefantino - cui va riconosciuto il primato cronologico assoluto, risalente agli anni '80, nella guerra alla Ru486 - sul "Foglio" di ieri: «La pillola che uccide in apparenza serenamente serve culturalmente proprio a questo: a garantire l'ideologia asettica e anestetica di una vita che si costruisce nel disprezzo di un'altra vita, nell'idea di un godimento libertino, devastante, del piacere sessuale scardinato da qualunque amore, da qualunque libertà e responsabilità». Forse nella testa dell'Elefantino la pillola si confonde con le notti a palazzo Grazioli.

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giovedì 16 luglio 2009

Il silenzio dei conniventi

di Michela Murgia, da: http://michelamurgia.altervista.org/content/view/374/2/

A volte ripenso ai primi mesi del 2007, quelli in cui divampava la polemica sui Dico, e mi tornano in mente i martellanti interventi mediatici del Papa, di Camillo Ruini, di Giuseppe Betori, di Rino Fisichella e dei parlamentari in quota CEI sul tema della famiglia composta da uomo e donna, definita naturale e sancita dal matrimonio, contrapposta a tutte le altre forme di convivenza solidale tra le persone, marchiate come irregolari e dunque non degne di medesima dignità, passi religiosa, ma nemmeno sociale. Ho un ricordo vivissimo di piazza san Giovanni gremita per il Family Day, manifestazione di fatto contro il governo e le sue pur timidissime politiche sui diritti civili; rammento anche le pressioni che dovettero subire le sigle ecclesiali che si dimostrarono recalcitranti o anche solo scettiche sull’iniziativa. Era un atto di forza, e la CEI fece di tutto perché il numero delle presenze impressionasse le televisioni, anche ricorrendo a partecipazioni non proprio spontanee,

I Neocatecumenali per esempio a quel raduno furono più numerosi di quanto non sarebbero stati mai, perché in quei giorni a Roma c’era il loro incontro mondiale, e con lo statuto finalmente in approvazione alla fine di 5 tormentati anni ad experimentum, il leader carismatico Kiko Arguello deve aver capito che non era proprio il caso di fare il timido se voleva levar via dal movimento la patina di marginalismo eretico: andarono in massa, ed erano i più numerosi. L’Azione Cattolica, dopo un imbarazzato dibattito interno dove i no erano nettamente più dei sì, cercò di smarcarsi come poteva garantendo la presenza del consiglio nazionale, ma lasciando “libertà di partecipazione alle diocesi”, molte delle quali mandarono a dire di avere altri impegni. Le ACLI, che avevano la complicazione non trascurabile del fatto che la proposta di legge contestata era stata stesa proprio da un loro ex presidente, aderirono con mille distinguo, ma l’entusiasmo (e il numero) era quel che era. Comunione e Liberazione invece era in grande spolvero in prima fila a fare la hola con i campioni della famiglia cristiana del centro destra, il plurifamigliato Casini e il Bondi che si separa more uxorio proprio in questi giorni; li raggiunse Papi in persona, e sul suo di matrimonio si è già detto tutto. In quel marasma di facce di culo i movimentini più fanatici, santamente sempre presi a calci (cit. Socci ) da papi più illuminati di questo, intravedevano nell’occasione il cambio di vento, ed erano lì a goderselo con i figli neonati appesi alle schiene e i deliri radiomariani di padre Livio negli auricolari. Quello della famiglia bianca e cristiana fu un gran brutto spettacolo, ma in ogni modo la Chiesa c’era, e dimostrò che mostrando i muscoli poteva influire direttamente sulle politiche sociali.

Dove sono oggi i Neocatecumenali con i loro cembali, mentre migrare diventa reato? Dov’è la CEI mentre i poveri senza pane e pace vengono respinti in mare verso coste dove si decide del loro destino in modi che non conosciamo? Perché nessuno di loro ha ritenuto prioritario organizzare una pressione visibile, magari portando in piazza la gente, per difendere il diritto di ognuno a cercare condizioni di vita migliori? Dove sono gli intellettuali teocon mentre si misura chi è abbastanza utile a noi per restare?

Il livello di connivenza della CEI con questo governo in cambio della tutela dei suoi maggiori interessi economici e del mantenimento delle sue aree di influenza è tale che neppure su una violazione così palese del cuore stesso del Vangelo (ero straniero e mi avete accolto) i papaveri vaticani spendono una parola di critica. I loro ipocriti distinguo in quarta pagina su giornali che non leggono nemmeno i parroci dovrebbero un giorno servire loro per dire "noi ci dissociammo", ma è così evidente la differenza di comportamento tra l'intervento preventivo contro i DICO e i tiepidi dubbi del dopo decreto Maroni che questo paravento non gli servirà. Da cristiana mi vergogno soprattutto di persone come Domenico Sigalini, presule per meriti di propaganda giubilare e già assistente-manager dell'Azione Cattolica ai tempi in cui peccava di troppa autonomia, che è stato capace di affermare che "Bisognerà operare tante sanatorie, con cautela, riconoscendo a queste persone dignità e apprezzamento per il loro lavoro poiché sono struttura portante dell'assistenza alle persone. [evidenzio che la dignità secondo lui va riconosciuta poiché c'è una utilità. ndr] Sono d’accordo con la proposta del ministro Giovanardi – ha aggiunto - di una sanatoria per le colf e badanti anche se il problema delle badanti è un problema che va analizzato con molta cura, perché nella mia vita diocesana colgo persone che sono contentissime della dedizione che hanno queste badanti e altri che invece si sentono derubati e frustrati." Il punto di vista delle badanti (usare la funzione al posto della persona è ormai normale, pare) non conta ovviamente nulla, così come non conta che il fatto che le persone che lavorano in Italia senza permesso di soggiorno, grazie a questa legge inumana saranno da oggi spaventosamente a rischio di ricatti di ogni tipo (orari, prestazioni, retribuzione) perché indotti al silenzio dalla possibilità di essere denunciati come clandestini dai loro stessi datori di lavoro.
Chi potrà rifiutare se gli si chiede di lavorare dodici ore?
Chi potrà negoziare uno stipendio equo o un giorno di riposo?
A conferma che la discriminante del rispetto non è quella della persona ma della nazionalità, c'è già qualche sindacato senza pudore che si lamenta perché anche la regolarizzazione proposta costerebbe troppo agli italiani in contributi. E naturalmente nell'orgia della sicurezza dell'uomo contro l'uomo nessuno ricorda più le lacrime di Berlusconi per i respingimenti dei clandestini albanesi nel 2007.

La verità è che piazza San Giovanni per difendere quei poveracci non la riempirebbe nemmeno Ruini con la sua macchina da guerra politica, perché la famigliola del mulino bianco è un'icona molto più popolare dell'immigrato affamato sul gommone. Nessuna coscienza veramente cristiana è stata formata da questa gerarchia, nessun senso di carità genuina e non finalizzata a una qualche utilità può sorgere dall'esempio dei molti Sigalini che reggono i bastoni del pastore. La Chiesa che emerge trionfante sui media è in realtà sconfitta nel suo cuore profondo, e come sempre non c'è chi dica che il re è nudo.

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domenica 7 giugno 2009

Laicismo

di José Saramago, da http://cuaderno.josesaramago.org/2009/06/04/laicismo
(traduzione di Jaime e revisione di Dino)
E’ molto dibattuta oggi la questione del laicismo, a mio modo di vedere in termini non tanto chiari, perché sembra che si voglia ignorare la questione fondamentale che soggiace al dibattito: credere o non credere nell'esistenza di un Dio che, oltre ad avere creato l'universo e pertanto la specie umana, finirà per essere, alla fine dei tempi, il giudice delle nostre vicende terrene, premiando le buone azioni con l'ammissione ad un paradiso in cui gli eletti contempleranno il volto del Signore per l'eternità, mentre, pure nell'eternità, coloro che sono incolpati di cattive azioni brucerarano nell'inesauribile fuoco dell'inferno.
Codesto giudizio finale non sarà facile, nè per Dio nè per coloro che dovranno rendere conto dei loro peccati, poiché non si conosce alcun caso di qualcuno che, in vita, abbia commesso esclusivamente buone azioni o cattive azioni. E' propria dell'uomo l'incostanza sia nei suoi propositi che nei suoi atti, poichè sempre egli si contraddice di ora in ora. In mezzo a tutto ciò, il laicismo mi si presenta più come una determinata, en invero prudente, posizione politica, che come l’espressione di una convinzione profonda della non esistenza di Dio e della conseguente logica incapacità delle istituzioni e degli strumenti coi quali si pretende imporre la propria coscienza a coloro che la pensano in modo contrario. Si discute cioè del laicismo perché, in fondo, si teme di discutere dell'ateismo. Tuttavia, la cosa interessante è che la Chiesa Cattolica, nella sua antica tradizione di offendere e sentirsi offesa, va in giro lamentandosi di essere vittima di un ipotetico laicismo “aggressivo”, nuova categoria che le permette di prendersela con tutti fingendo di attaccare solo una parte. La doppiezza è sempre stata parte inseparabile delle tattiche e delle strategie diplomatiche e dottrinali della curia romana.

La Chiesa Apostolica e Romana meriterebbe il nostro ringraziamento se la smettesse di intromettersi in ciò che non le spetta; e cioè nella vita civile e privata delle persone. Non dobbiamo però, sorprenderci. Alla Chiesa Cattolica poco o nulla importa del destino delle anime; il suo obiettivo è sempre stato il controllo dei corpi, e il laicismo è la prima porta attraverso la quale i corpi iniziano a scapparle, e di seguito gli spiriti, dato che, sia dove sia, gli uni non vanno senza gli altri. Il tema del laicismo, insomma, non è che una prima scaramuccia. Il confronto vero ci sarà allorchè si confronteranno credo e non credo, e quando quest’ultimo scenderà in campo col suo vero nome: ateismo. Tutto il resto è solo un gioco di parole.

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