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domenica 4 luglio 2010

Quel buco nero del quale non si parla

di Eugenio Scalfari, da La Repubblica on line del 4.7.10

NONOSTANTE il "ghe pensi mi" detto da Berlusconi nella sua doppia dichiarazione al Tg1 e al Tg5 dell'altro ieri, è sensazione generale che il blocco politico di centrodestra si stia sfaldando. I segnali più chiari vengono addirittura dalla Lega: Bossi solidarizza con il severo monito di Napolitano concernente la legge sulle intercettazioni e ha posto solidi paletti contro l'ipotesi d'uno scioglimento anticipato delle Camere.
Fini dal canto suo ha confermato che quella legge, per come è uscita dopo il voto di fiducia al Senato, non è accettabile. Casini nell'intervista data oggi al nostro giornale respinge i pressanti inviti che gli vengono rivolti per rientrare nello schieramento di centrodestra.

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sabato 3 luglio 2010

giovedì 10 giugno 2010

Bertolt Brecht, Berlino, 1932

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare.

Bertolt Brecht,
Berlino, 1932

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domenica 31 gennaio 2010

Protezione civile modello Scelba

 di Alberto Burgio, da Il Manifesto on line
Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto dei Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il 195, in discussione in senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina «modernizzatrice» delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'«emergenza socio-economico-ambientale», una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, «in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose», prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di «requisire prestazioni personali».
Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava «governamentalizzazione». Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento?
Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.
Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche «il riacutizzarsi di contrasti politici», e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il «riacutizzarsi dei contrasti» sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci.

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Protezione civile modello Scelba

 di Alberto Burgio, da Il Manifesto on line
Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto dei Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il 195, in discussione in senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina «modernizzatrice» delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'«emergenza socio-economico-ambientale», una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, «in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose», prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di «requisire prestazioni personali».
Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava «governamentalizzazione». Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento?
Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.
Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche «il riacutizzarsi di contrasti politici», e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il «riacutizzarsi dei contrasti» sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci.

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mercoledì 20 gennaio 2010

Il sospetto, di Gustavo Zagrebelski



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Il sospetto, di Gustavo Zagrebelski

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giovedì 24 settembre 2009

Finanziaria anti-italiana

di Galapagos, da Il Manifesto

«L'opposizione è antitaliana: fa il tifo per la crisi economica», ha sentenziato Berlusconi. In realtà, chi è antitaliano e non fa nulla per combattere la crisi è proprio il suo governo. E le ultime cifre fornite dall'Istat lo confermano: nel secondo trimestre, in Italia, sono stati distrutti 378 mila posti di lavoro su base annua, il 70% nel Mezzogiorno. Ma al sud non c'è corrispondenza tra persone licenziate e chi è in cerca di occupazione: solo il 10% dei licenziati si è aggiunto al numero dei disoccupati, il 45% del totale dell'Italia. È un brutto segnale: aumenta la popolazione inattiva, di chi non cerca un lavoro perché sa di non poterlo trovare; di chi si rifugia nell'unica possibilità offerta dal mercato. Cioè il lavoro nero.

Il boom della disoccupazione non è fenomeno solo italiano. Ma c'è un dato, da noi, che colpisce: il tasso di occupazione è sceso al 57,9%, un livello inferiore di quasi 10 punti a quello (67,3%) dell'Eurozona e di 8 punti a quello della Ue a 27. A produrre ricchezza sono in pochi e così la crescita sarà sempre più stentata e basata sull'ipersfruttamento di una porzione sempre più piccola della popolazione. Senza contare che il dato sull'occupazione è un po' truccato, anche se non per colpa dell'Istat. Tra chi lavora sono compresi i cassintegrati. Nel secondo trimestre, in questa condizione c'era l'equivalente di 341 mila lavoratori a tempo pieno. Quanti di loro nei prossimi mesi saranno reintegrati? A stare alle notizie di questi giorni, pochi. Anzi, il numero è destinato a salire, mentre il reddito da lavoro scenderà.
In questa ottica, la «snella» Finanziaria presentata ieri fa proprio schifo, è contro l'Italia che lavora. Di più: viste le generosissime modifiche alla legge sullo scudo fiscale, il tutto sarà accompagnato da un nuovo regalo per gli evasori. Con la promessa che tutti i soldi che arriveranno dal nuovo condono saranno utilizzati per il lavoro. Saremo costretti a fare il tifo per chi, con bilanci falsi o con più vasta evasione fiscale, ha portato soldi all'estero? In questi giorni sono abbondanti le notizie di fabbriche in lotta per la sopravvivenza, di lavoratori sui tetti per evitare licenziamenti di massa. Berlusconi ordina di non parlare più di gossip, ma almeno parliamo della crisi e della vita di milioni di persone. Ma la cosa, oltre che a Berlusconi sembra interessare poco anche ai media.
La crisi morde ferocemente e non è un'invenzione della sinistra. La disoccupazione aumenterà: lo ammette anche Obama. Invece, con Berlusconi e Tremonti, prima la crisi non esisteva e oggi si parla già della ripresa. Che purtroppo taglierà fuori il lavoro e la possibilità di una ripresa dei consumi. Ovviamente solo quelli dei ceti meno abbienti. Per i quali questo governo nulla ha fatto, a parte un po' di elemosina. Ma la responsabilità non è solo di Tremonti: prima di lui era stato Padoa Schioppa a negare «4 euro» ai lavoratori sacrificati sull'altare dei conti pubblici. Se all'inizio dello scorso anno fossero stati allargati i cordoni della cassa, oggi la crisi non sarebbe così grave. E se Tremonti, anziché fare il gioco delle «tre carte» con i fondi Fas, li avesse impiegati per dare lavoro al sud, oggi ci sarebbero meno disoccupati e meno malessere sociale.

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domenica 30 agosto 2009

La guerra lercia

di Conchita De Gregorio, da L'Unità on line

Un assaggio della guerra che ci aspetta in autunno. Non sporca, lercia. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire: un uomo che ha comprato col denaro, nei decenni, cose e persone, magistrati, politici e giornalisti, che ha visto fiorire la sua impunità e i suoi affari dispensando come oppio l'illusione di un benessere collettivo mai realizzato. Dall'estero guardano all'Italia come un esempio di declino della democrazia, una dittatura plutocratica costruita a colpi di leggi su misura e di cavalli eletti senatori. Vent'anni di incultura televisiva - l'unico pane per milioni - hanno preparato il terreno. Demolita la scuola, la ricerca, il sapere. Distrutte l'etica e le regole. Alimentata la paura. Aggrediti i deboli.


È una povera Italia, un piccolo paese quello che assiste impotente all'assalto finale alle voci del dissenso condotto da un manipolo di body guard del premier armate di ministeri, di aziende e di giornali. L'ultimo assunto ha avuto il mandato di distruggere la reputazione del "nemico". Scovare tra le carte gentilmente messe a disposizione dei servizi segreti, controllati dal premier medesimo, dossier personali che raccontino di figli illegittimi e di amanti, di relazioni omosessuali, come se fosse interessante per qualcuno sapere cosa accade nella vita di un imprenditore, di un direttore di giornale, di un libero cittadino. Come se non ci fosse differenza tra il ruolo di un uomo pubblico, presidente del Consiglio, un uomo che del suo "romanzo popolare" di buon padre di famiglia ha fatto bandiera elettorale gabbando milioni di italiani e chi, finito di svolgere il suo lavoro, va a letto con chi vuole - maggiorenne, sì - in vacanza con chi crede. La battaglia d'autunno sarà questa: indurre gli italiani a pensare che non c'è differenza tra il sultano e i suoi sudditi, tra il caudillo e i suoi oppositori. Non è così: la parte sana di questo paese lo sa benissimo.
Un anno fa arrivavo in questo giornale scrivendo che avrei voluto diventasse "il nostro posto". Non immaginavo sarebbe stata una trincea di montagna. Mentre cresceva, l'Unità è stata oggetto di una campagna denigratoria portata avanti dal presidente del Consiglio e dai suoi alleati, da giornali compiacenti non solo - purtroppo - nel centrodestra. Anziché difendersi e reagire compatto il fronte dell'opposizione si è diviso in guerre fratricide. Mentre si alimentano i veleni e le calunnie su di noi i nostri lettori sono cresciuti, negli ultimi mesi, del 25 per cento, caso unico nel panorama editoriale. I cittadini ci sono: leggono, capiscono. Mentre l'aggressione diventava personale (scritte intimidatorie sotto casa, telefonate notturne, le nostre vite sotto scorta) ci venivano offerte da emissari dei poteri opachi videocassette e carte contenenti "le prove" di gesta erotiche dei nostri aggressori. Materiale schifoso, alcove filmate all'insaputa dei protagonisti. Naturalmente le abbiamo respinte. Il sesso tra adulti, di chi non lo baratti con seggi e presidenze, non ci interessa. Questo è quello che ci aspetta, però. Sappiatelo. Una guerra lercia.

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Il cavaliere senza testa

di Valentino Parlato, da Il Manifesto on line

L'autunno non è ancora cominciato e lo stato della politica italiana è già un disastro, con sicuro danno per i cittadini italiani. Un disastro con alcuni paradossi: il primo che il manifesto stia dalla parte della gerarchia cattolica; il secondo che il Cavalier Silvio si sia convertito al culto della Chiesa Padana. Viene il dubbio che l'astinenza dalle escort, cui l'avrebbe obbligato la stampa di tutto il mondo, gli abbia dato alla testa. Capita.

Il punto è che dopo le critiche della Chiesa a Berlusconi, quest'ultimo aveva pensato a una riconciliazione con un pranzo con il cardinal Bertone, ma il cardinal Bertone ha mandato al diavolo il cavaliere dicendo che le spese del pranzo sarebbe stato meglio spenderle per opere di bene. Certo le cannonate sparate dal giornale di famiglia devono aver fatto traboccare il vaso. Vittorio Feltri direttore del Giornale e indomito combattente accusa Dino Boffo direttore de l'Avvenire di omosessualità (che in verità non sarebbe un reato) e di molestie alla moglie di un suo amico. Siamo indubbiamente nell'alta politica.
Nei 45 anni di vita repubblicana credo che mai fossimo arrivati a questo punto e non so bene come il Presidente Giorgio Napolitano riuscirà a metterci una pezza. Ma c'è più di una ragione per sperare che di qui al prossimo 2 giugno l'Italia sia guarita, o almeno convalescente, dal berlusconismo, che oggi la infetta con una diffusione incredibile. Anche Fini si rende conto che in questo modo non si può andare avanti. E poi, massimo del tragico ridicolo, la querela di Berlusconi alle 10 domande di Repubblica, per danni morali valutati in un milione di euro, cioè il valore effettivo del prestigio dell'attuale presidente del consiglio: chi non è pronto a fare una colletta anche di dieci milioni di euro purché si tolga dalle palle?
L'opposizione (salvo alcune forze o debolezze extraparlamentari) è convinta che la grande stagione, quando si parlava di socialismo e addirittura di comunismo, è tramontata per sempre. Non ci sono più grandi obiettivi: si agitano solo per vincere il congresso. Ma sarebbe ora che cominciassero a pensare di battere Berlusconi al più presto, già ai primi dell'autunno. È possibile, e certo più importante che vincere il congresso.
Ps. La tardiva dissociazione di Berlusconi dalle accuse omofobiche del Giornale con la dichiarazione che «la vita privata è uguale per tutti» è una chiara rivendicazione e, insieme, la conferma che non sa più dove mettere i piedi.

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sabato 29 agosto 2009

Roberto Saviano e l'appello dei tre giuristi Cordero, Rodotà e Zagrebelsky

Roberto Saviano: "In democrazia i governi danno risposte, non denunciano
"Con le domande si costruisce la libertà"

"Nessun cittadino, sia esso conservatore, liberale, progressista, può considerare ingiuste delle domande. In tutto il mondo democratico i governi sono chiamati a dare risposte: è la garanzia che non nascondono ciò che fanno e ne rendono conto all'opinione pubblica. Spero che tutti gli elettori, anche coloro che hanno votato Berlusconi, abbiano il desidero e la voglia di pretendere che nessuna domanda possa essere inevasa o peggio tacitata con un'azione giudiziaria. E' proprio attraverso le domande che si può arrivare a costruire una società in grado di dare risposte" Roberto Saviano
L'appello di Cordero, Rodotà e Zagrebelsky in difesa della libertà di stampa

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domenica 23 agosto 2009

Quei morti che gridano dal fondo del mare

di Eugenio Scalfari, da Repubblica on line

È SINGOLARE (non trovo altro aggettivo) il comportamento della stampa nazionale sulla strage dei 73 migranti uccisi dal mare tra Malta e Lampedusa.
Il primo giorno, con notizie ancora incerte, tutti hanno aperto su quell'avvenimento: il numero delle vittime, la storia raccontata dai cinque sopravvissuti, i dubbi del ministro Maroni sulla loro attendibilità, le responsabilità della Marina maltese, i primi commenti ispirati al "chissenefrega" di Bossi e di Calderoli.

Ma dal secondo giorno in poi i nostri giornali hanno voltato la testa dall'altra parte. Le notizie nel frattempo sopraggiunte sono state date nelle pagine interne. Uno solo, il "Corriere della Sera", ha tenuto ancora quella strage in testata di prima pagina ma senza alcun commento. Il notiziario all'interno tende a riposizionare i fatti entro lo schema della responsabilità maltese. Il resto è silenzio o quasi. Fa eccezione "Repubblica" ma il nostro, com'è noto, è un giornale sovversivo e deviazionista e quindi non può far testo.

Comincio da qui e non sembri una stravaganza. Comincio da qui perché la timidezza, la prudenza, il dire e non dire dei grandi giornali nazionali sono lo specchio d'una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro, rintronato da televisioni che sfornano a getto continuo trasmissioni insensate e da giornali che debbono ogni giorno farsi perdonare peccati di coraggio talmente veniali che qualunque confessore li manderebbe assolti senza neppure imporre un "Pater noster" come penalità minimale.

Perfino il durissimo attacco della Chiesa e della stampa diocesana, che su altri temi avrebbe avuto ampia risonanza, è stato registrato per dovere d'ufficio. Bossi, che ha orecchie attentissime a queste questioni, si è addirittura permesso di mandare il Vaticano a quel paese, definendo insensate le parole dei vescovi sulla strage del mare e invitando il papa a prendere gli immigrati in casa sua perché "noi qui non li vogliamo".
Alla vergogna c'è un limite. Noi l'abbiamo varcato da un pezzo nella generale apatia e afasia.

* * *

Ci sono varie responsabilità in quanto è accaduto nel barcone dei 78 eritrei, per venti giorni alla deriva in uno specchio di mare popolatissimo di motovedette, aerei, elicotteri, pescherecci delle più diverse nazionalità, italiani, maltesi, ciprioti, egiziani, tunisini e libici. Responsabilità specifiche e responsabilità più generali.

La prima responsabilità specifica riguarda il mancato avvistamento da parte della nostra Marina e della nostra Aviazione. Venti giorni, un barcone di quindici metri con 78 persone a bordo, sballottato dai venti tra Malta e Lampedusa, un braccio di mare poco più ampio di quello percorso da una normale regata di vela.
I ministri Maroni e La Russa dovrebbero fornire al Parlamento e alla pubblica opinione l'elenco dei voli e dei pattugliamenti da noi effettuati in quello spazio e in quei giorni. Il ministro dell'Interno finora si è limitato a chiedere un rapporto sull'accaduto al prefetto di Agrigento.

Che c'entra il prefetto di Agrigento? Il responsabile politico dei respingimenti in mare è il ministro dell'Interno che si vale della guardia costiera, delle capitanerie di porto e delle forze armate messe a disposizione dalla Difesa. Maroni e La Russa debbono rispondere, non il prefetto di Agrigento.

La seconda responsabilità specifica riguarda il pattugliamento italo-libico sulle coste della Libia. Sbandierato ai quattro venti come un grande successo diplomatico, viaggi del premier in Libia, abbracci e baci sulle guance tra Berlusconi e Gheddafi, promesse di denaro sonante e investimenti al dittatore-colonnello, viaggio del medesimo con relativa tenda a Villa Pamphili, scortesie a ripetizione, sempre del medesimo, nei confronti di quasi tutte le autorità istituzionali italiane; secondo viaggio del colonnello e seconda tenda al G8 dell'Aquila, dichiarazioni del ministro degli Esteri, Frattini, per sottolineare l'importanza dell'asse politico Roma-Tripoli.

Risultati zero. Riforma dei centri di accoglienza libici sotto controllo italiano, zero. Quei centri sono un inferno dove i migranti provenienti dall'Africa sahariana e dal Corno d'Africa sono ridotti per mesi in schiavitù e sottoposti alle più infami vessazioni fino a quando alcuni di loro vengono affidati ai mercanti del trasporto e imbarcati per il loro destino. Le vittime in fondo a quel tratto di Mediterraneo non si contano più.

In quei centri, tra l'altro, le autorità italiane dovrebbero individuare quegli immigranti che hanno titolo per essere trattati come rifugiati politici. Queste verifiche non sono avvenute. I migranti eritrei in particolare dovrebbero poter godere di uno "status" particolare come ex colonia italiana, ma nessuno se ne è occupato (e meno che mai, ovviamente, il prefetto di Agrigento).

In compenso le motovedette italiane dal primo giugno ad oggi hanno intercettato un elevato numero di barconi e li hanno respinti nel girone infernale dei centri di accoglienza libici, il che significa che le partenze dalla coste cirenaiche continuano ad avvenire in barba a tutti gli accordi.
Questo stato di cose è intollerabile. Frutto di una legge perversa e d'un reato di clandestinità che ha addirittura ispirato un gioco di società inventato dal figlio di Bossi e brevettato con il titolo "Rimbalza il clandestino".
Mancano le parole per definire queste infamità.

* * *

Ma esistono altresì responsabilità generali, al di là del caso specifico. Le ha elencate con estrema chiarezza il proprietario di un peschereccio di Mazara del Vallo da noi intervistato ieri.
Perché i pescherecci che avvistano barche di migranti in difficoltà non intervengono? Risposta: se sono in difficoltà superabili, intervengono, forniscono viveri acqua e coperte, indicano la rotta. Se sono in difficoltà gravi, li segnalano alle autorità italiane.
Segnalano sempre? Risposta: non sempre.
Perché non sempre? Risposta: se imbarchiamo i migranti sui nostri pescherecci rischiamo di perdere giorni e settimane di lavoro. Noi siamo in mare per pescare. Con gli immigrati a bordo il lavoro è impossibile.

Non siete risarciti dallo Stato? Risposta: no, per il mancato nostro lavoro non siamo risarciti.
Ci sono altre ragioni che vi scoraggiano? Risposta: chi prende a bordo clandestini e li porta a terra rischia di essere processato per favoreggiamento al reato di clandestinità. Temono di esserlo, perciò molti chiudono gli occhi e evitano di immischiarsi.

Se li portate a Malta che succede? Risposta: peggio ancora, ci sequestrano la barca per mesi e ci tolgono l'autorizzazione a pescare nelle loro acque.
Questi sono i risultati di una legge sciagurata, salutata non solo dalla Lega ma dall'intero centrodestra come un successo, una guerra vittoriosa contro le invasioni barbariche.

Questa legge dovrebbe essere abrogata perché indegna di un paese civile. Nel frattempo gli immigrati entrano a frotte dai valichi dell'Est. Non arrivano per mare ma in pullman, in automobile, in aereo, in ferrovia e anche a piedi. Alimentano il lavoro regolare e quello nero in tutta la Padania e non soltanto.
I famigerati rom e i famigerati romeni vengono via terra e non via mare. La vostra legge non solo è indecente ma è contemporaneamente un colabrodo.

* * *

Alcuni si domandano i motivi del silenzio di Berlusconi su questo delicatissimo tema. La ragione è chiara e l'ha fornita l'onorevole Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl insieme a La Russa e Bondi e quello che meglio di tutti conosce la natura del capo del governo essendo stato con lui e con Dell'Utri uno dei tre fondatori di Forza Italia nell'ormai lontano 1994.

Di che cosa vi stupite, ha scritto Verdini in una sua lettera al "Corriere della Sera" di pochi giorni fa ribattendo alcune domande di Sergio Romano nel suo fondo domenicale. Di che cosa vi stupite? Silvio Berlusconi, con almeno una parte di sé, è un leghista né più né meno di Bossi e quando nel '93 decise di impegnarsi in politica pensò, prima di decidersi a fondare un nuovo partito, di guidare con Bossi la Lega. Poi scelse di fondare un partito nazionale del quale il nordismo leghista sarebbe stato il pilastro più rilevante.

Così Verdini, il quale in quella lettera rivendica il merito d'aver convinto il premier all'opportunità di dar vita a Forza Italia.
Non si poteva dir meglio. C'è da aggiungere che il peso della Lega è ultimamente aumentato in proporzione diretta alla minor forza politica del premier. La Lega ha oggi una forza di ricatto politico che prima non aveva e la sta esercitando in tutte le direzioni non senza alcuni contraccolpi sulle strutture e sulle alleanze all'interno del Pdl.

Uno dei temi di dibattito di queste ultime settimane è stato il collante che spiega nonostante tutto la persistenza del potere berlusconiano e la sua eventuale capacità di sopravvivere ad un possibile ritiro di Berlusconi dalla gestione diretta di quel potere. Tra le varie spiegazioni è mancata quella a mio avviso decisiva. Il collante del berlusconismo consiste nell'appello continuamente ripetuto e aggiornato agli istinti più scadenti che rappresentano una delle costanti della nostra storia di nazione senza Stato e di Stato senza nazione.

Una classe dirigente dovrebbe rappresentare ed evocare gli istinti più nobili di un popolo, educandolo con l'esempio, spronandolo ad una visione alta del bene comune. Un compito difficile che alcune figure della nostra storia esercitarono con passione, tenacia e abilità politica.
È più facile evocare gli "spiriti animali" e questo è avvenuto frequentemente nelle vicende del nostro paese a cominciare dal "O Franza o Spagna purché se magna" e alle sue più recenti e non meno abiette manifestazioni.

Giorni fa, rispondendo nel suo giornale alla lettera di un giovane leghista a disagio ma privo di alternative alla sua visione nordista, Galli Della Loggia spiegava al suo interlocutore quale fosse l'errore in cui era incappato: una falsa prospettiva storica, un falso revisionismo che ha messo in circolazione una falsa e deteriore immagine del nostro Risorgimento.
Ho riletto un paio di volte l'articolo di Della Loggia perché non credevo ai miei occhi. Il revisionismo da lui lamentato come deformazione della nostra storia unitaria è nato negli ultimi quindici anni proprio sulle pagine del suo giornale e lo stesso Della Loggia ne è stato uno dei più autorevoli esponenti.

Meglio tardi che mai. Purtroppo di vitelli grassi da sacrificare per il ritorno del figliol prodigo oggi c'è grande scarsità. Il solo vitello grasso in circolazione è lo scudo fiscale preparato da Tremonti, che però non riguarda la questione dell'Unità d'Italia e del revisionismo politico. Festeggia soltanto gli evasori fiscali. Anche questa è una (pessima) costante nella storia di questo paese.

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giovedì 6 agosto 2009

Equivalenze e utilizzatori finali

di Ida Dominijanni, dal Manifesto online

Non è che la Chiesa non abbia trovato per condannare l'etica pubblica e privata del presidente del consiglio le stesse parole chiare e forti che ora trova per condannare l'uso della RU486, come denuncia Vito Mancuso su "la Repubblica" di ieri. È che le ha sospese, le parole di condanna verso Berlusconi, in attesa di potere stabilire un'equivalenza fra il «maschilismo hard che vede la donna come strumento sessuale» e il femminismo altrettanto hard che vede l'aborto chimico come strumento di libertà procreativa (editoriale de l'"Avvenire" di domenica). Fatta l'equivalenza, trovato lo scambio: il governo si dia da fare per levare di torno quella dannata pillola, e sugli scandali del premier, annunciano le indiscrezioni, scenderà la misericordia divina.

È un argomento da voltastomaco, al quale si può replicare solo con un'altra equivalenza di pari violenza, questa: che sia il premier o che sia la Chiesa, sempre di mercificazione del corpo femminile si tratta, e sempre di utilizzatori finali. Merce di piacere per il premier, merce di scambio politico per il Vaticano. Pari e patta. E sarebbe da chiudere qui.
Con tre codicilli però. Primo. Anche stavolta la Chiesa non perde l'occasione di farsi opportunisticamente interprete e alleata del senso comune più vieto. Il quale scava, come la proverbiale vecchia talpa, cunicoli di colpevolizzazione femminile per uscire in qualche modo dal tunnel dell'imbarazzo in cui si ritrova infilato dai noti fatti di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Provate a parlarne sotto un ombrellone, e troverete frotte di uomini e di donne pronti ad ammettere che sì, «lui» ha esagerato, «ma anche queste ragazze che ci stanno...». Queste ragazze che ci stanno in primo luogo ci stanno fino a un certo punto, come s'è visto, in secondo luogo non sono dei monumenti morali neanche loro ma non per questo le si può spacciare come equivalenti a «lui»: c'è di mezzo una disparità di potere, di ruolo e di responsabilità grande come Palazzo Chigi. Usufruire della prostituzione dal vertice del potere politico non è la stessa cosa che esercitarla dal basso della necessità, della disperazione, dello squallore e nemmeno della scelta. La responsabilità morale e politica di un presidente del consiglio non è la stessa di una escort. La retorica berlusconiana incentrata sulla favola del «sono uno di voi» è riuscita a far apparire il potere del tutto trasparente, ingenuo, innocuo?
Secondo. In un articolo sul "manifesto" di domenica scorsa che condivido dall'a alla z, Tamar Pitch notava come la miseria del maschile messa in scena dai suddetti noti fatti parli di una paura delle donne che si dispiega nell'immaginario degli ultimi decenni, popolato di «mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, assassine di embrioni». Eccoci infatti di nuovo al punto, come ad ogni tornante dell'infinita guerra culturale sull'aborto. E il punto, sulla Ru486, non è tecnico: invasività, pericolosità, efficacia, garanzie sanitarie. Il punto è che la pillola è un coadiuvante dell'irresponsabilità, della leggerezza, della smisuratezza, della ferocia delle donne, assassine di embrioni. Le quali, com'è noto, ad abortire si divertono, e con la pillola rischiano di divertirsi di più.
Infatti, e terzo. A fronte dell'imbarazzante e complice silenzio sulla miseria del maschile di cui sopra, che sempre Pitch è opportunamente tornata a denunciare, gli uomini non cessano mai di parlare quando si tratta di una questione di squisita competenza femminile come l'aborto. E stavolta bisogna pure ringraziarli per le enormità e i lapsus che gli escono di bocca.
Prendiamo il senatore Quagliariello, che in casi come questi si guadagna sempre l'oscar e se l'è guadagnato anche stavolta dichiarando che «se come ci hanno sempre detto l'aborto deve essere un dramma», la pillola non va bene perché lo sdrammatizza: c'è un «deve» di troppo, senatore, l'aborto è, non dev'essere, un dramma. Oppure prendiamo l'Elefantino - cui va riconosciuto il primato cronologico assoluto, risalente agli anni '80, nella guerra alla Ru486 - sul "Foglio" di ieri: «La pillola che uccide in apparenza serenamente serve culturalmente proprio a questo: a garantire l'ideologia asettica e anestetica di una vita che si costruisce nel disprezzo di un'altra vita, nell'idea di un godimento libertino, devastante, del piacere sessuale scardinato da qualunque amore, da qualunque libertà e responsabilità». Forse nella testa dell'Elefantino la pillola si confonde con le notti a palazzo Grazioli.

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venerdì 3 luglio 2009

disobbedienza civile contro le nuove leggi razziali

di Annamaria Rivera, sul Manifesto di domani 4 luglio

Sembrava iperbolico, ai soliti minimizzatori di professione, definire nuove leggi razziali i dispositivi del pacchetto sicurezza. Oggi che l’osceno ddl 733-B entra in vigore con le sue norme devastanti, a suggello finale delle leggi razziali, perfino i più moderati dei democratici hanno qualche sussulto. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l’incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l’incitamento alla caccia all’estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea.

Come durante i regimi fascisti, queste norme sono finalizzate a punire non singole condotte individuali criminose, ma una categoria di persone, in tal caso definita da una condizione non solo giuridica ma anche sociale: quella di lavoratore immigrato privo di titolo di soggiorno, non certo per sua scelta o volontà. Basta considerare l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, l’aggravante di un terzo della pena per qualsiasi reato se commesso da “irregolari”, i dispositivi che tendono a inibire atti che concernono i diritti fondamentali della persona: l’accesso all’istruzione e alle cure mediche, a molti servizi e protezioni sociali, la possibilità di contrarre matrimonio, la registrazione delle nascite e dei decessi…Si inverano così il rigurgito del passato più vergognoso –ma neppure il fascismo osò a tal punto- e nel contempo un radicale salto di paradigma: rispetto non solo ai fondamenti dell’ordine costituzionale e della civiltà giuridica, ma perfino ai presupposti minimi che rendono possibile la convivenza degli umani (e anche di altre specie). Che altro è se non la cancellazione di un principio elementarmente umano la possibilità, prevista dalla legge, che un infante venga strappato dallo Stato alla madre “irregolare”, dato che la legge le vieta di riconoscerlo? E non è forse più crudele delle norme del regime mussoliniano la sottrazione di ogni protezione agli apolidi, oggi di fatto esposti alla deportazione? Coloro che ci governano non sono maestri di etica personale, tanto meno pubblica. Sporcaccioni -e bacchettoni quando conviene- ogni giorno danno prova di quale rispetto abbiano dell’umano: dalla mercificazione totale dei corpi femminili alla espropriazione e marchiatura simbolica dei corpi degli stranieri e dei minoritari, che essi hanno provveduto a rappresentare come onnipresenti, proliferanti, minacciosi. Gli uni e gli altri deumanizzati, dunque esposti ad ogni insulto ed arbitrio. Le nuove leggi razziali a questo mirano o almeno questo effetto avranno: una mutazione culturale del clima del paese, già per molti versi alla deriva, per cui offese e violenze contro gli stranieri non saranno più considerate tali. “Clandestini” e rom non sono umani, dice la legge, dunque non trattateli da umani. Come Domenico Gallo anch’io chiedo rispettosamente al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge per non rendersi corresponsabile di una nefandezza. Nel contempo penso che ogni forma di disobbedienza civile debba essere praticata. Io la pratico subito dichiarando che ho offerto ed offro solidarietà concreta ed assistenza umanitaria a persone prive del titolo di soggiorno.


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martedì 9 giugno 2009

E' l'immigrazione, bellezza!

di Tito Boeri, da http://www.lavoce.info/
Un interessante ed attualissimo articolo sul fenomeno dell'immigrazione e sulle politiche reazionarie e socialdemocratiche europee in proposito. Cfr: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001151.html

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martedì 2 giugno 2009

"Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo. Se è nei guai con le donne è una notizia"

Michael Binyon, vicedirettore del Times, replica a Berlusconi, di Enrico Franceschinida: http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-5/replica-times/replica-times.html
LONDRA - "Noi influenzati dalla sinistra italiana? Un'accusa semplicemente ridicola. Quando vediamo una notizia, noi del Times la riportiamo, tutto qui. E il primo ministro di uno dei maggiori paesi d'Europa che si mette nei guai con le donne, è una notizia". Michael Binyon è uno dei più autorevoli commentatori del Times, membro della direzione del quotidiano londinese. È lui a rispondere a Silvio Berlusconi, che nella sua prima reazione al pesante editoriale di ieri del Times, "Il clown cala la maschera", ha detto che i giornali stranieri sono "ispirati dalla sinistra italiana".

- Michael Bynyon, che pensa degli ultimi sviluppi della Berlusconi-story?
- "Penso che Repubblica stia facendo un lavoro magnifico. Ed è piuttosto sorprendente, per un osservatore straniero, che vi siano così scarse critiche di Berlusconi, sugli altri media italiani. Naturalmente la ragione è nota: Berlusconi controlla o almeno influenza, direttamente o indirettamente, gran parte dei media italiani, a cominciare dalle tv. Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti".
- Che cosa sarebbe accaduto, secondo lei, se uno scandalo simile fosse scoppiato qui, nel Regno Unito?
- "Se si sospettasse che il primo ministro ha una relazione con una 18enne a cui promette dei favori, e sua moglie affermasse che va con minorenni, e il premier in questione fornisse di continuo versioni contraddittorie sull'accaduto, tutti i media nazionali gli starebbero addosso 24 ore su 24. Dovrebbe dimettersi nel giro di settimane".
- Berlusconi dice che i vostri editoriali, critici nei suoi confronti, sono ispirati dalla sinistra italiana.
- "Un'accusa insensata, ridicola. Sostenere che c'è una cospirazione, dietro i nostri articoli, è infantile. Una cospirazione della sinistra italiana, poi: e come farebbe, la sinistra italiana, a far scrivere quel che vuole al Times di Londra? Noi non scriviamo per fare piaceri a questo o a quello. Scriviamo quando vediamo una notizia. E il premier dei uno dei maggiori paesi d'Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com'è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco".
- E la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione delle 700 fote scattate alla festa nella sua villa in Sardegna?- "Difendere la privacy, in assoluto, è giusto. Ma in questo caso, se Berlusconi volesse mettere a tacere ogni sospetto, direbbe: pubblicatele. Non facendolo, contribuisce a lasciar credere che in quelle foto ci sia qualcosa da nascondere".
-Magari gli italiani pensano che mentire su relazioni extraconiugali è lecito.
-"Può darsi, ma la menzogna non può cambiare di continuo, dev'essere credibile. E le cose che dice Berlusconi non lo sono. Senza contare che la menzogna di un leader politico, per qualunque ragione, è imperdonabile. Ovunque. Anche in Italia".

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lunedì 1 giugno 2009

The Clown’s Mask Slips - Cade la maschera del clown

traduz. in italiano:
L'aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo. Quella che è molto scandalosa è la disobbedienza assoluta con la quale lui tratta il pubblico italiano.

Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria 'privacy', pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente.
Ma, coe si è dovuto rendere conto anche Bill Clinton, scandali e alti incarichi pubblici non vanno d'accordo. Ai suoi critichi, Mr. Berlusconi replica che lui ha ancora un tasso di popolarità alto, che il suo Governo conta molitssimo e che non sarà intimidito da ciò che lui chiama tentativi dell'opposizione di denigrarlo.
Molti potrebbero dire che l'Italia non è l'America, che l'etica puritana degli Stati Uniti non ha mai dominato la vita pubblica italiana, e che pochi italiani si scandalizzano davanti ai donnaioli. Ma questo è un ragionamento insensato e condiscendente. Gli italiani comprendono quanto gli americani cosa è accettabile e cosa non lo è. E, come gli americani, giudicano spregevole il cover-up.
Pochi media in Italia però possono fare simili affermazioni, senza timore di un castigo. A suo merito, il giornale "la Repubblica" ha continuamente sollevato domande al primo ministro sulla sua relazione con Noemi Letizia, e alla maggior parte di queste domande non ci sono state risposte soddisfacenti. Quando e dove egli ha conosciuto la famiglia della ragazza? Mr. Berlusconi chiese di avere fotografie da un'agenzia di modelle per iniziare i contatti con la signorina Letizia? Che cosa c'è di vero sulle notizie di party con decine di giovani donne nella sua villa in Sardegna? Mr. Berlusconi ha promesso di spiegare tutto in parlamento. Ma non ha certo riassicurato i suoi critici con la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione di 700 fotografie che potrebbero mostrare cosa succedeva a quei party. Né lo aiuta il suo sventurato ministro degli Esteri, che ha provato a difenderlo sottolineando che l'età per il consenso (a rapporti sessuali, ndr.) in Italia è 14 anni, come se ciò fosse rilevante.
Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò non riguarda i forestieri. Ma gli elettori italiani, alla vigilia delle elezioni europee, dovrebbero riflettere sul modo in cui è guidato il loro governo, sui candidati selezionati per Strasburgo e sul livello di sincerità del premier. E la faccenda riguarda anche altri. L'Italia ospita quest'anno il summit del G8, dove si discuterà di maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine internazionale. E' un importante membro della Nato. Fa parte dell'eurozona, che è confrontata dalla crisi finanziaria globale. Non sono soltanto gli elettori italiani a domandarsi cosa sta succedendo. Se lo chiedono anche i perplessi alleati dell'Italia.

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venerdì 29 maggio 2009

Berlusconi e la miopia dell’opposizione

di Annamaria Rivera, apparso su: “Liberazione”, 29 maggio 2009, p. 1
“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento…”. C’è una certa assonanza di stile, forse anche d’intenti, fra il personaggio mediocre che condusse l’Italia nel baratro e l’ometto tronfio, arrogante e incolto, specialista in barzellette qualunquiste e in battute machiste, corruttore di minorenni e non solo, che oggi promette di stanare e schiacciare i “grumi eversivi tra le toghe”.

E’ solo l’ultima delle tante smargiassate, allarmante anche perché arriva subito dopo quella sul povero “premier” che non ha nessun potere e sul Parlamento da ridimensionare con una legge d’iniziativa popolare. Continuare a minimizzare, perfino a sinistra, mentre la stampa estera è sempre più allarmata, anche questo è un sintomo della deriva italiana. Trastullarsi come se niente fosse, a sinistra e al centro, con frasi fatte, vecchie liturgie, giochi di potere mediocri, pensando che la cosa più importante sia perpetuarsi come ceti politici; non riuscire a stringere un’alleanza “tattica” (come si sarebbe detto un tempo) neppure per fronteggiare il rischio palese dell’eversione della democrazia: anche questi sono segni dello stato miserevole in cui versa il Paese. D’altronde, se il berlusconismo ha potuto allignare e infine imporsi -certo grazie al controllo di gangli decisivi del potere economico e mediatico, ma anche grazie alla sintonia sentimentale con il ventre qualunquista e fascistoide del paese- è perché poco si è fatto per sbarrargli la strada tramite l’iniziativa legislativa e ancora meno per contrastarne l’egemonia culturale. Un segno di grave miopia politica è stata, continua ad essere, la sottovalutazione del ruolo decisivo che in ogni svolta populistica e autoritaria giocano il discorso e le politiche sicuritarie e razziste, la strategia del capro espiatorio. Aver compiaciuto e rilanciato retorica e pratiche sicuritarie quando si era al governo, continuare oggi a non comprendere la centralità strategica della lotta contro il razzismo istituzionale e per i diritti dei migranti e delle minoranze, aver loro negato un posto centrale nelle liste e nei programmi elettorali: anche questi sono errori che si pagano con l’arroganza eversiva di chi svillaneggia l’“aula sorda e grigia” e il potere giudiziario. L’abbiamo scritto più volte: se il potere berlusconiano – con la sua cultura e pedagogia di massa- si è diffuso e radicato è perché ha saputo interpretare e far emergere una delle tendenze che caratterizzano nel profondo la storia nazionale, la biografia del Paese, il suo immaginario collettivo: cioè quell’insieme d’individualismo, cinismo, debolezza del senso civico, disprezzo dei principi e delle regole, assenza di rigore etico e intellettuale, sul quale hanno scritto tante penne insigni. Non è l’unica tendenza, benché oggi appaia predominante. Per sollecitare l’altra, ora che siamo spinti verso l’orlo del baratro, occorrerebbe un sussulto di coerenza, di rigore, di coraggio politici. Occorrerebbe, insomma, proporsi e agire da opposizione.

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