(a cura della Redazione di Micromega) di Maria Bianchi, testo di Lidia Ravera
domenica 20 giugno 2010
La nostra storia
domenica 7 giugno 2009
Laicismo
(traduzione di Jaime e revisione di Dino)
Codesto giudizio finale non sarà facile, nè per Dio nè per coloro che dovranno rendere conto dei loro peccati, poiché non si conosce alcun caso di qualcuno che, in vita, abbia commesso esclusivamente buone azioni o cattive azioni. E' propria dell'uomo l'incostanza sia nei suoi propositi che nei suoi atti, poichè sempre egli si contraddice di ora in ora. In mezzo a tutto ciò, il laicismo mi si presenta più come una determinata, en invero prudente, posizione politica, che come l’espressione di una convinzione profonda della non esistenza di Dio e della conseguente logica incapacità delle istituzioni e degli strumenti coi quali si pretende imporre la propria coscienza a coloro che la pensano in modo contrario. Si discute cioè del laicismo perché, in fondo, si teme di discutere dell'ateismo. Tuttavia, la cosa interessante è che la Chiesa Cattolica, nella sua antica tradizione di offendere e sentirsi offesa, va in giro lamentandosi di essere vittima di un ipotetico laicismo “aggressivo”, nuova categoria che le permette di prendersela con tutti fingendo di attaccare solo una parte. La doppiezza è sempre stata parte inseparabile delle tattiche e delle strategie diplomatiche e dottrinali della curia romana.
La Chiesa Apostolica e Romana meriterebbe il nostro ringraziamento se la smettesse di intromettersi in ciò che non le spetta; e cioè nella vita civile e privata delle persone. Non dobbiamo però, sorprenderci. Alla Chiesa Cattolica poco o nulla importa del destino delle anime; il suo obiettivo è sempre stato il controllo dei corpi, e il laicismo è la prima porta attraverso la quale i corpi iniziano a scapparle, e di seguito gli spiriti, dato che, sia dove sia, gli uni non vanno senza gli altri. Il tema del laicismo, insomma, non è che una prima scaramuccia. Il confronto vero ci sarà allorchè si confronteranno credo e non credo, e quando quest’ultimo scenderà in campo col suo vero nome: ateismo. Tutto il resto è solo un gioco di parole.
mercoledì 3 giugno 2009
Lettera aperta alle donne del mercoledì
Commento a Il coraggio di finire delle donne del mercoledì di Roma.
di Clelia Mori
Mi attrae la riflessione delle donne romane del mercoledì sul “coraggio di finire”, appena discusso a Roma alla Casa internazionale delle donne e a cui non sono potuta andare, e mi spiace il silenzio che c’è su questo documento in rete. Mi attrae perché è di donne non qualsiasi e quello che dicono queste donne è sempre interessante per me. Sono di parte, devo ammetterlo, anche se non fino in fondo, perché credo che nell’uomo ci siano giacimenti d’altro, sconosciuti anche a lui, nascosti da secolari incrostazioni di modulazione della forza. Riconosco, infatti, che c’è anche in lui un’ intelligenza altra che usano in pochi, ma che quando c’è affascina.
Comunque il mio essere di parte è una questione che nasce dal fatto che trovo un sguardo davvero differente nelle loro riflessioni, uno sguardo inaspettato che mi apre spiragli sconosciuti che non noto quasi più in quelle pubbliche maschili; ormai troppo uguali a sempre e senza un qualche fascino che meriti l’accensione di una passione, meno che mai partitica.
E’ ardita la riflessione femminile ne Il coraggio di finire, come discutendone con qualcuno ho sentito dire. Mettere insieme morte e fine della vita e della politica e inizio è un bell’azzardo che forse proprio chi non condivide nulla nel potere dei partiti, come le donne che cercano un’autonomia di pensiero, può immaginare con la forza del desiderio e della conservazione della propria libertà. E non è quella richiesta per stare in un partito e, tra l’altro, credo che il documento sia proprio la sintesi di quello che ci sta accadendo intorno.
Dovranno sostenerla questa idea, le donne che l’hanno partorita, sarà attaccata e o ignorata come d’abitudine, ma non si può dire che non guardi l’argomento della fine e dell’inizio con uno sguincio altro, mettendo al centro il corpo e la sua indicibilità pubblica, per quello che è.
Mette davvero insieme vita pratica, privata, regole e vita pubblica relazionandole. E’ la politica che credo dovremmo cercare di fare per non sterilizzare o banalizzare la vita, come accade invece a quella maschile di oggi, quella democrazia della relazione che nel testo si auspica.
Ci sono molte riflessioni e molte provocazioni nel doc, ma quella che mi intriga di più è l’idea dell’accettare la fine, fare i conti con lei, per quello che scompare e rimane, per poter tornare a ri- iniziare. Credo sia un corno importante del discorso, un modo e un mondo che tutt* abbiamo attraversato e che tutt* conosciamo, ma in modo differente.
E siccome si parla di come accettare la morte come fine del corpo e della politica quando avviene e non di rimuoverla, pensandoci, mi viene in mente anche il tempo della fine e dell’inizio per le donne, non solo nel distacco della morte, ma nel tempo della nascita, della gravidanza e del parto e il loro accettare il lavoro del tempo, cosa a cui gli uomini non vengono mai costretti dal loro corpo.
E’ una fine anche quella del nascere, per un nuovo inizio. Una fine che ha una sospensione di 9 mesi per poter veder nascere il nuovo e una sua transizione di almeno 20 anni, e un bisogno di costruirgli intorno una rete di relazioni vere, umane che non sono solo “agenzie” educative, sanitarie, politiche ecc..
Finisce una storia di singolarità per la donna ed inizia una sua storia parallela con la madre che diventa.
L’andirivieni tra le due storie per la donna è costante e ne deve prendere coscienza, così come del tentativo esterno di bloccarla nel nuovo ruolo. Le donne comunque sanno che questo andirivieni, che sono costrette a mettere in piedi, deve tenere in relazione il prima e il dopo senza rimpianti, con la coscienza di essere, dopo la maternità entrambe le figure, donna e madre, e quindi differenti da prima e sanno che, per stare in piedi, lo devono cogliere molto presto.
Forse è questo differente modo di iniziare e finire delle donne, nel corso della loro vita, che l’uomo non può vedere o non vede o vede meno o non sa vedere e forse non conosce se non in un tempo molto lungo nell’arco della sua vita. Saggezza neutralmente viene chiamata, ma forse sarebbe meglio sessuarla, questa parola.
Se finisce l’epoca della singolarità e della corrispondenza a sé anche per l’uomo nel fare pubblico, un’altra epoca dovrebbe cominciare, come accade alle donne con il far nascere, in un dialogo continuo che non dimentica il prima ma non è più lui, per sempre, pur se lui è anche quello di prima. Ma non è così, come ben nota il doc. Sembra sia difficile per l’uomo accettare il cammino del tempo, prima, durante e dopo e l’andirivieni che comporta starci in mezzo..
E’ questa probabile incapacità maschile a capire le modificazioni ineluttabili che ci troviamo davanti che non gli e ci permette di cogliere che una fine è avvenuta e che si tratta di fare spazio perché altro sta nascendo? E’ questo fare spazio che manca troppo spesso nel desiderio di ri-cominciare perché non gli viene dato il tempo di costruirsi per nascere?
Non c’è probabilmente la disponibilità fisica maschile a modificarsi, come accade con la gravidanza per le donne, e lo spazio, da occupare con un nuovo che arriva, non nasce. E’ uno spazio forse che bisogna trovare dentro perché possa nascere anche fuori. E’ lo spazio del mettersi da parte come donna quando stai diventando madre che modifica per sempre l’essere donna che sei, diventando un’altra donna.
Bisogna saper far nascere, darsi il tempo che occorre, altrimenti si abortisce.
E’ uno spazio tempo diverso che bisogna cercare, dentro e fuori per le donne, ma per gli uomini?
Perché le donne parlano della fine come se gli uomini non sapessero riconoscerla?
E se gli uomini non sanno riconoscere la fine, allora, non sanno neppure riconoscere gli inizi o cosa vuol dire per loro inizio?
Significa la stessa cosa, per uomini e donne, inizio e fine o c’è tra loro un’idea diversa e, se c’è, dov’è la differenza tra noi e loro e come affrontarla, se riusciamo a nominarla, e prima ancora a trovarla?
Se per loro non finisce mai davvero e si ripropongono sempre con strutture nuove e uguali a quelle vecchie, oltre a non voler perdere potere, che non è poco, cos’altro di loro è legato all’impossibilità di esistere senza potere?
Un bisogno di onnipotenza, un bisogno di coprire vuoti incolmabili, un non sapere stare nel mondo in altro modo se non comandando o non volerlo fare in altro modo o non anche un non saperlo fare?
E’il loro non dare struttura alla vita per 9 mesi, che contiene sempre anche il dare contemporaneamente la morte per le donne col dare la nascita, che gli impedisce una relazione naturale con l’inizio e la fine e col tempo; un riconoscerne magari una parte ma il non riuscire ad andare oltre nel vedere il tutto?
O il loro è un non saper morire perchè se ne va il loro essere assoluto, non avendo prodotto vita col corpo o la loro parte nel dare la vita è così momentanea, da fargli pensare che un atto di volontà momentanea basti per azzerare e finire e poter poi ri-cominciare con un nuovo inizio?
Non so rispondere fino in fondo a tutte queste domande che mi pongo, soprattutto se parlo di uomini, ma trovo interessante il parlare di corpi e del corpo che sono l’oggetto del pensiero, del bisogno e della politica. E siccome i corpi sono due è per questo che, dopo la lettura del doc, ho spontaneamente pensato al percorso femminile della nascita per cercare di capire qualcosa su come iniziare o far nascere qualche altra cosa. Si dice partire da sé…e il tempo è la cosa che maggiormente usano le donne, ma gli uomini non lo usano allo stesso modo.
Sono corpi quelli con cui ci troviamo a ragionare e teste e desideri differenti. Questo pensare il corpo, l’inizio e la fine uguali per entrambi i corpi sessuati, può rendere i pensieri sulla fine e sugli inizi autistici, non comunicanti e divaricanti. Per questo mi sono spinta a pensare sui due differenti corpi sessuati e i due differenti modi di sentire il tempo.
Persino lo “scandalo” del divorzio annunciato da Veronica e la critica di Fini che il centrodestra ha portato avanti sul 90.60.90 e la tre giorni di corso accelerato per “governare” l’Europa contiene il rimosso dell’incapacità e della finzione del nuovo nel politico maschile, su di sé e sulle donne. Vale però anche per il centrosinistra, che non ha mai voluto accettare e vedere fino in fondo un mondo altro femminile, che esiste comunque, per non indebolire il potere dei corpi dei suoi uomini.
Ora, però, paga con moneta sonante la sua impermeabilità alla dignità e alla differenza delle donne. L’idea berlusconiana del femminile, ha danneggiato non solo le donne ma anche gli uomini.
Non aver contribuito a promuovere un ‘idea altra di donna è costato a tutta l’Italia una regressione e più alla sinistra che alla destra.
E un altro modello di libertà, alternativo, con le donne l’avevamo da proporre alla politica e alla sua attuale adulazione del capo che ha colpito, con sfumature diverse, persino il centrosinistra e il fare opposizione.
C’è un mondo che resiste a quello berlusconiano e le donne lo sanno qual è, perché il modello che propone lo conoscono da millenni e da molto gli va stretto. Ma non lo sanno moltissimi uomini della politica e della sinistra anche quando pensano al nuovo.
Clelia Mori
martedì 19 maggio 2009
DA CHE PARTE STARE - appello per la manifestazione nazionale dei migranti del 23 Maggio a Milano
Appello per la manifestazione nazionale dei migranti del 23 maggio a Milano.
(per aderire: da.che.parte.stare@gmail.com )
La crisi colpisce duro, la crisi colpisce tutti: donne e uomini,italiani e migranti. Eppure, per rispondere alla crisi, il governoproduce e sancisce differenze. È razzismo istituzionale: la leggeBossi-Fini e il “pacchetto sicurezza” inseguono il sogno di una forzalavoro usa e getta, vogliono ridurre i migranti e le migranti allaperenne espellibilità. Tutti i lavoratori e le lavoratrici in cassaintegrazione, sospesi dal lavoro e licenziati vedono ogni progetto divita frantumarsi di fronte ai loro occhi. Tra i lavoratori, i precaricon contratti a termine e senza garanzie sono messi alla porta perprimi. Tra i lavoratori, i migranti vivono una doppia precarietà,sanno che il permesso di soggiorno non sarà rinnovato, laclandestinità è una minaccia più vicina, l’espulsione una possibilitàsempre presente. Per questo è ora di scegliere DA CHE PARTE STARE.
Il razzismo istituzionale colpisce duro: il Governo Berlusconi, con laLega Nord in prima fila e buona parte dei media, hanno dato il via aduna campagna di odio che si indirizza prevalentemente contro i“clandestini” ma criminalizza tutti i migranti giustificando il lorosfruttamento. La proposta di un “contributo” per il rinnovo deipermessi – che si aggiunge al furto dei contributi previdenziali epensionistici che non possono essere ritirati – mostra che il salariodei migranti è considerato risorsa sempre disponibile. Si tratta didenaro che, con quello di tutti i lavoratori, pagherà nuovi Centri diidentificazione ed espulsione. E mentre il razzismo istituzionale silegittima sul corpo delle donne facendo strada a ronde e linciaggipopolari, la violenza continua nelle case, i tagli alla scuola e alwelfare pretendono di rinchiudere tutte le donne tra le muradomestiche, riservando alle migranti solo un posto da “badanti”. Perquesto è ora di scegliere DA CHE PARTE STARE.La crisi mostra spietatamente che lo sfruttamento non conoscedifferenze: tutti hanno mutui e affitti da pagare, l’incubo del giornodopo. Il razzismo istituzionale impedisce però ai migranti di sperarepersino nelle già povere “misure anticrisi”. Ammortizzatori sociali,piani edilizi, bonus bebè non li riguardano: devono solo pagare, efarlo in silenzio. L’abolizione del divieto di denunciare i migrantiirregolari che si rivolgono alle strutture sanitarie è l’espressionepiù meschina di una strategia che vuole produrre una clandestinitàpolitica oltre che legale. Impedire di certificare la nascita deifigli e delle figlie dei migranti senza documenti pone un’ipotecasulle prossime generazioni. Per questo è ora di scegliere DA CHE PARTESTARE.Contro i colpi duri della crisi e del razzismo istituzionale, larisposta deve essere altrettanto forte. È ora di scegliere DA CHEPARTE STARE, e tutti e tutte siamo chiamati in causa. Leorganizzazioni autonome dei migranti, che in questi anni hanno tenutoalta la lotta contro la legge Bossi-Fini, le associazioni e imovimenti antirazzisti, i sindacati, tutti siamo tenuti a schierarcicontro questa politica del razzismo. Fino a quando i migranti sarannoesposti al ricatto, tutti saranno più ricattabili. È tempo diritessere il filo della solidarietà, di avviare in ogni territorio unanuova grande azione concreta di lotta capace di opporsi a un attaccoalle condizioni di vita che colpisce prima di tutto i migranti, ma nonsolo i migranti.È ORA DI STARE DALLA PARTE DEI MIGRANTI E DELLE MIGRANTI. Per questo,facciamo appello a tutti i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti ele studentesse, le associazioni e i sindacati, affinché siano parte diquesta lotta. Con questo appello inizia il percorso per unamobilitazione che arrivi a una grande manifestazione nazionale il 23maggio a Milano, una città del nord dove più evidenti sono lecaratteristiche dell’offensiva del razzismo istituzionale e piùmarcati gli effetti della crisi. Affinché gli effetti della leggeBossi-Fini non amplifichino quelli della crisi, NOI CHIEDIAMO:- che i permessi di soggiorno siano congelati in caso dilicenziamento, cassa integrazione, mobilità, sospensione dal lavoro;- che i migranti, così come tutti quei lavoratori che non usufruisconodi ammortizzatori, partecipino alla pari di ogni altro lavoratore aogni misura di sostegno e vedano salvaguardati i contributi che hannoversato;- che i migranti e tutti i lavoratori possano rinegoziare i loro mutuiin caso di perdita del lavoro; il blocco degli sfratti per tutti ilavoratori e le lavoratrici nella stessa condizione, perché sappiamoche un migrante senza contratto di locazione è un lavoratoreclandestino;- il mantenimento del divieto di denuncia dei migranti senza documentiche si rivolgono alle strutture sanitarie e della possibilità diregistrare la nascita dei loro figli;- il ritiro della proposta di un permesso di soggiorno a punti e diqualunque tipo di “contributo” economico, sia esso di 80 o di 200 €,per le pratiche di rinnovo dei permessi.- il blocco della costruzione di nuovi centri di identificazione edespulsione, l’utilizzo dei fondi stanziati per iniziative a favore ditutti i lavoratori colpiti dalla crisi, la cancellazione di ogni normache preveda l’allungamento dei tempi di detenzione, la chiusura deiCIE.- la garanzia di accesso al diritto d’asilo e il blocco immediato deirespingimenti alla frontiera in attesa della promulgazione di unalegge organica in materia.Coordinamento immigrati BresciaCoordinamento migranti Bologna e provinciaRete migranti TorinoMayDay MilanoImpronte – Rete per la libertà di movimento RomaRete 28 aprileAssociazione Città migrante – Reggio EmiliaCoordinamento migranti FIOM-CGIL – ParmaCoordinamento lavoratori immigrati CGIL – Reggio EmiliaCoordinamento immigrati CGIL – BresciaCoordinamento migranti FIOM-CGIL - BolognaAssociazione diritti per tutti – BresciaSportello Illegale CSOA Gabrio – TorinoCittadinanza globale – VeronaCoordinamento migranti basso mantovanoSinistra critica - movimento per la sinistra anticapitalistaLaboratorio femminista Kebedech SeyoumCSOA Casaloca – MilanoCoordinamento Nord sud del mondoAssociazione culturale "Carlo Giuliani" - San lazzaro - Ozzano (BO)Comitato di solidarietà con profughi e migranti – TorinoAsociación Real Juvenil – MilanoCase di Plastica – MilanoAssocafé (Asociación Cultura Arte Fuerza al Exterior) – MilanoAssociazione Antigone – Milano Città ApertaSinistra Critica – MilanoRete Antirazzista CampanaCoordinamento Immigrati BergamoLavoratori migranti FIOM - BergamoRete Antirazzista CataneseCUBCoordinamento migranti VeronaLe radici e le ali ONLUS – MilanoCartaAgenzia per la Pace –Valtellina,Valchiavenna e Alto LarioRete Milano Città ApertaAss.ne Todo Cambia – MilanoCoordinamento Nazionale Migranti FIOMSinistra critica CalabriaSinistra critica FirenzeIl Coordinamento lavoratori della Scuola "3 ottobre"Cobas Scuola – CosenzaAssociazione Arcobaleno insieme senza frontiere – SondrioAssociazione I Rom per il futuro – TorinoSdL intercategorialeCsa Magazzino 47 – BresciaSinistra critica – MantovaScuola Popolare Migranti – Cologno MonzesePartito della rifondazione comunista Sinistra EuropeaPartito della rifondazione comunista LombardiaPartito della rifondazione comunista - Federazione di MilanoAssociazione ALFABETI Onlus – quartiere S. Siro MilanoRete italiana di solidarietà con il popolo kurdo – MilanoComunità kurda – MilanoL'Alternativa – San Paolo d'Argon (Bg)Rete nazionale sicurezza sul lavoro – RavennaAssociazione culturale Umoja – ParmaCISDA FVG – sportello operativo Coordinamento Italiano Sostegno DonneAfgane – TriesteUSIAIT – Lavoratrici e lavoratori anarchiciCasa editrice agenzia XCoordinamento donne contro il razzismoUnione Migranti SondrioCoordinamento Rifugiati e Migranti di AmnestyNAGA – MilanoCentro Interculturale Donne Native-Migranti Trama Di Terre – ImolaAssociazione Interculturale Dawa – ModenaCantiere - MilanoComitato per non dimenticare Abba e per fermare il razzismoComitato in supporto dei rifugiati di MilanoAttac – NapoliAssociazione Ambulatorio Medico Popolare di Via dei Transiti 28 – MilanoAttac ItaliaCoordinamento Attac – MilanoLaboratorio sociale "la città di sotto" – BiellaAssociazione Itaca – CorsicoConfederazione Cobas – TorinoCollettivo Climax – MilanoAssociazione vittime ed ex vittime della tratta del Progetto laragazza di Benin CityNetwork antagonista torineseRadio Ciroma – CosenzaCentro delle Culture MilanoTerre Libere – Lista per la Provincia di BolognaArea programmatica Lavoro Società - CGIL nazionaleComunità Carlo del PreteGiovani Comunisti – MilanoRete 25 aprile- partigiani in ogni quartiereAssolei Sportello donna Onlus – RomaXM24 – BolognaAssociazione Mosaico InterculturaleAssociazione Senegalese "SUNUGAL" – VeneziaCasa di Mattoni – FermoUn ponte per…Attac PerugiaCascina Autogestita Torchiera Senz'AcquaAssociazione Famigliari e Amici di Fausto e IaioAssemblea Permanente NO F-35Circolo Prc Francesco Vella – PalermoCircolo Migranti “Amal”- Prc GenovaANPI – Cassano d'AddaPartito d’Alternativa ComunistaVag 61 – BolognaCollettivo La Rosa Bianca – RozzanoAssociazione Fulbè – BergamoSOKOS - Associazione per l'assistenza a emarginati e immigrati – BolognaCollettivo femminista figlie femmine – BolognaConsultoria Autogestita – BolognaComitato antifascista della zona 8 di MilanoCoordinamento stranieri – VicenzaAltra Città Lista Civica di Donne BolognaComitato Intercomunale per la Pace del MagentinoEmergencyRete Scuole Senza Permesso – MilanoScuola d'italiano per stranieri – BaobabRivista "Guerre&Pace"Coordinamento Diversi Uguali – ArezzoSinistra Critica – VeronaAssociazione Cittadini senza Confini - Certaldo (FI)ANPI – CataniaPartito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo MilanoPIAM ONLUS - Progetto Integrazione Accoglienza Migranti – AstiProletaria comunicazione militanteGruppo Migranti della Seconda Casa di Reclusione Milano-BollateAssociazione Culturale "L'Officina del Futuro" - LodiCoordinamento Vittime della Globalizzazione – LodiCentro Occupato Autogestito T28 – via dei Transiti 28 MilanoCollettivo “Prendiamo la Parola" – MilanoANPI – TrevisoComitato No Expo - Milano
Gruppo Prometeo, Facoltà di medicina e chirugia - BolognaADESIONI INDIVIDUALIRoberto Vassallo – RSU FIOM – Almaviva finance – MilanoAntonello Tiddia - RSU Carbosulcis rete 28 aprile CGILGuerrino Donegà – Resp. Dipartimento Politiche Sociali e ImmigrazioneCGIL - LECCOVincenza Perilli – BolognaSilvio Messinetti (Avvocato)Davide Colace – CosenzaSandra Cangemi (Giornalista) – MilanoAntonio FusaroAlessio TenagliaMaddalena CelanoBruno AmbrosiChiara Dall’AstaAlma Masè – TriesteSimona ValmoriIssa Diallo – VeronaThiam Mbaye NIANG – VeneziaLuciano MuhlbauerUmberto BardellaStefano G.Ingala (Responsabile cittadini Immigrati PRC Biella)Marco Sansoé - Laboratorio sociale "la città di sotto", BiellaRiccardo Casolo (medico)Cristina Liverani - Sindacalista CGIL E.R.Igor Gianoncelli - segretario FILLEA CGIL SondrioMassimiliano Piacentini – LuccaAnnamaria Rivera (antropologa e attivista antirazzista)Giovanni Ozino Caligaris (Candidato per Candelo Democratica Lista Aperta)Eugenio Viceconte - RomaAnnalisa Frisina (ricercatrice sociologia, Università di Padova)Carlo Olivieri (medico umanista)Devi Sacchetto (ricercatore, Università di Padova)Francesca Vianello (ricercatrice, Università di Padova)Giorgia MoreraSusanna MagistrettiAnna ViolaCatia BianchiMarco Fabio Fachini - Responsabile Ufficio Immigrazione CGIL SondrioFranco Cilenti – direttore Periodico "Lavoro e Salute" TorinoFranco Fortunato (architetto, Biella)Marina Pensa – Segretaria CGIL SondrioCasadra Cristea - Bologna
lunedì 18 maggio 2009
“A chi appartiene la tua vita?”
ARCI Reggio Emilia e Iniziativa Laica organizzano:
Giovedì 21 maggio ’09 alle ore 17,30 -20,00 presso il cinema CRISTALLO via Ferrari Bonini, 4 – R.E.
PAOLO FLORES D’ARCAIS
Filosofo e direttore di MicroMega
Presenta e discute il suo libro
“A chi appartiene la tua vita?”
Una riflessione su testamento biologico, eutanasia,
libertà e autodeterminazione, diritti civili nell’epoca oscurantista
di Ratzinger e Berlusconi
tel. 339.1614102 - 347.8262964 – e.mail: iniziativalaica@alice.it
Nel corso dell’incontro sarà inoltre:
Ø distribuito un modello di testamento biologico (abbiamo chiesto ad alcuni notai di intervenire all’incontro e applicare un “compenso simbolico” a chi vorrà sottoscriverlo)
Ø annunciato l’utilizzo della petizione (ca. 700 firme) per richiedere la cittadinanza onoraria di RE e PR a Beppino Englaro
“Con che diritto il cardinal Bagnasco, l’onorevole Formigoni, l’onorevole Roccella,il ministro Sacconi pretendono di decidere
al posto nostro se quel sondino
dovrà essere lasciato o dovrà essere tolto?
Chi siete voi per decidere delle nostre vite?
Solo in uno Stato totalitario si può arrivare a questa enormità:
che la vita non appartenga al cittadino e che sulla sua malattia
e sulla sua sofferenza decida il governo anziché il malato.
La vita appartiene a chi la vive: non al governo
e neppure alla Chiesa delle gerarchie”.
Paolo Flores d’Arcais
durante la manifestazione a Roma del 21 febbraio 2009
giovedì 7 maggio 2009
“GRIDA FORTE CHE TUTTI TI SENTANO”: ALLESTITA DAL 4 AL 25 MAGGIO PRESSO L’ARCISPEDALE S. MARIA NUOVA
L’Associazione NONDASOLA continua a richiamare l’attenzione sul grave problema della violenza alle donne portando oggi il messaggio all’interno della struttura ospedaliera cittadina.
Le ricorrenze non bastano più, ogni giorno è utile per parlare di contrasto alla violenza di genere. La violenza alle donne è un problema mondiale e Reggio Emilia non ne è esente. Spesso si parla di violenza davanti a gravi avvenimenti di cronaca tramite il freddo racconto dei fatti, noi vogliamo indagare sul prima, sulla quotidianità che sottovaluta i segnali della violenza.
L’Azienda Ospedaliera S. Maria Nuova accogliendo e sostenendo la nostra “denuncia”, ci aiuta a far arrivare a tante persone, informazioni e messaggi di solidarietà concreta. Nell’ingresso dei Poliambulatori, al 1° piano negli atrii di accesso ai reparti e al Pronto Soccorso (luogo coinvolto direttamente nell’accoglienza e prima cura di donne che hanno subito violenza fisica), saranno esposte immagini di ”finestre aperte sulla violenza contro le donne”: fotografie che “rubano” momenti di vita quotidiana, con “frasi” sentite mille volte e di per sé denigratorie e offensive, che spesso preludono a violenze più gravi. Materiale informativo dell’Associazione, anche in altre lingue, sarà a disposizione per saperne di più, per sapere e far sapere che le donne non sono sole e che le volontarie e le operatrici dell’Associazione NONDASOLA danno ascolto e sostegno alle donne che trovano la forza di dire basta alla violenza.
L’ Associazione è un “servizio” nel sociale che si aggiunge alla realtà reggiana così fitta di luoghi di attenzione per le persone, i frequenti episodi di violenza di genere hanno reso indispensabile il centro antiviolenza che per questo va sostenuto e conosciuto.
Questa iniziativa è rivolta anche a quegli uomini che violenti non sono, perché non siano indifferenti, si indignino maggiormente e si adoperino a sensibilizzare altri uomini che agiscono comportamenti offensivi e violenti contro le donne. Oggi più che mai è difficile combattere contro le frasi “da bar” denigratorie e offensive nei confronti di donne, madri, sorelle, mogli, e amiche, ma chi le pronuncia deve sapere che anche questa è violenza e in questo modo si alimenta la cultura della sopraffazione e della prepotenza che può portare a comportamenti di violenza estrema e forte disagi nella crescita dei bambini e ragazzi che assistono. Tutti gli uomini: padri, fratelli, amici, mariti, compagni devono imparare ad avere relazioni con le donne di rispetto e pari dignità: questo è il messaggio che vogliamo fare arrivare a tutti.
mercoledì 6 maggio 2009
Lettera delle Donne del presidio "No Dal Molin" a Michelle LaVaughn Robinson Obama
Cara Michelle Obama,
siamo le donne del movimento “No Dal Molin” della città italiana di Vicenza, nota nel mondo per le sue bellezze artistiche e per Palladio. Ci rivolgiamo a te come donna autorevole, appassionata di politica, rispettosa della madre-terra, e sostenitrice dell’impegno del marito, presidente degli Stati Uniti d’America. Ci rivolgiamo a te sapendo che affidiamo le nostre parole e la nostra speranza in ottime mani. Pensiamo che nel mondo si stia assistendo a un grande e augurabile fenomeno: la crescita della presenza delle donne nella politica. Pensiamo che questa sia una grande occasione per il rinnovamento positivo della storia e dei valori a cui si ispirano i popoli e le nazioni. Noi vogliamo favorire questo fenomeno.
La nostra città ospita da sessant’anni una caserma statunitense e altri siti militari americani nelle colline circostanti. Ora sull’ultima area verde rimasta in città, l’aeroporto Dal Molin, il governo italiano acconsente alla costruzione di un’altra grande base militare americana, su richiesta del governo Bush che voleva collocare a Vicenza un’armata definita dai militari statunitensi “pugno di combattimento”, pronto ad essere impiegato in operazioni di guerra decise dagli USA.
L’area destinata alla costruzione della base si trova sopra la più importante falda acquifera del nord Italia e la realizzazione delle fondamenta richiede la perforazione degli strati di un territorio dall’equilibrio geologico delicatissimo, con rischi enormi non solo per l’ambiente circostante, ma per la riserva d’acqua a cui attingono gli abitanti di tutta la nostra regione. Una minaccia gravissima per la salute umana e del territorio.
Da tre anni migliaia di donne e uomini ci battiamo per la difesa della terra, per la salvaguardia dell’acqua e per esprimere una cultura della pace. Diciamo che non è indice di civiltà e di rispetto costruire una base militare dentro una città molto abitata. Vogliamo difendere la Costituzione Italiana che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, mentre il progetto della base è coerente con la strategia della guerra globale enunciata da Bush.
Questa strategia è già stata sconfitta negli Stati Uniti con l’elezione di Barack Obama e con la vittoria del partito democratico. Voi avete affermato la forza del cambiamento contro la politica di guerra di Bush, avete ribadito la priorità di valori come la libertà, il rispetto dei diritti umani, il dialogo e la condivisione, rigettando una politica di potenza unilaterale. Noi crediamo in voi e nel vostro impegno e infatti il nostro movimento vi ha sostenuto durante le elezioni americane. Abbiamo spedito anche migliaia di cartoline a Barack Obama chiedendogli di intervenire per fermare la costruzione della nuova base militare a Vicenza. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Abbiamo pensato, da donne a donna, che tu possa sostenere le ragioni della nostra lotta perché ci battiamo condividendo i principi a cui si richiama la politica della nuova Amministrazione Obama che vuole collegarsi alla grandezza delle origini della democrazia americana.
Il progetto della base militare “Dal Molin” viola le norme europee che prevedono in casi come il nostro la consultazione dei cittadini e la valutazione dell’impatto sull’ambiente. L’una e l’altra ci sono state negate.
Noi donne ci opponiamo alla base militare perché amiamo i nostri figli e il nostro territorio e vogliamo salvaguardare il loro futuro, perché vogliamo per loro una città e una terra corrispondenti al nostro desiderio di convivenza pacifica e a un concetto di autentica dignità umana.
Noi vogliamo una città dove non siano presenti gli strumenti della feroce violenza militare.
Ti chiediamo di intervenire, in nome di quei valori di libertà e di pace che troppo spesso sono stati aggrediti e violati.
Da donne che lottano a donna che lotta ti chiediamo di intervenire con l’autorità che lo stesso Presidente Obama ti riconosce. Ti preghiamo di intercedere in nome della sapienza politica femminile molto più evoluta della politica che usa solo la forza e la violenza per imporsi.
In nome di questo ordine superiore, in nome della cultura della pace e delle differenze, in nome della speranza, dell’amore per il futuro dei nostri figli, ti chiediamo di essere la nostra portavoce presso l’Amministrazione Obama affinché venga sospesa la costruzione della base militare americana a Vicenza e la vostra Diplomazia venga a parlare con il nostro sindaco, con il nostro movimento e conosca così la realtà, la verità e vengano rispettati i diritti umani.
Ti alleghiamo anche il timelineof major events marking the No Dal Molin movement,foto di vicenza e ti invitiamo nella nostra città: saremmo felici di farti vedere la sua bellezza, la bellezza del nostro movimento. Saremmo molto onorate se tu accogliessi il nostro invito come una tra le donne più autorevoli del mondo e come compagna di lotta che condivide i nostri valori.
Con affetto e stima, riponiamo in te e nel lavoro del presidente Obama fiducia e speranza.
Le donne del presidio “No Dal Molin”
lunedì 4 maggio 2009
venerdì 10 aprile 2009
venerdì 3 aprile 2009
Oh si, la storia ci cambierà... - intervista con due parroci emiliani
sabato 28 marzo 2009
Il coraggio di finire - Riattraversare la fine può rivelarsi una educazione sentimentale
Abbiamo cominciato a riunirci il mercoledì, prima della caduta del governo Prodi, quando non era ancora del tutto implosa la politica dei partiti della sinistra. Avvertivamo tutte, al di là delle diverse esperienze e del diverso coinvolgimento in quella vicenda, il bisogno di uno scambio su quello che da tempo ci sembrava evidente: una perdita di senso e di funzione della sinistra, all’interno di una più generale crisi della politica. Una perdita forse irrimediabile. Che si manifestava nella ripetizione di tutti i vizi che l’hanno portata allo schianto elettorale, dalle pratiche asfittiche ed autoreferenziali, all’abuso di parole troppo lise per comunicare e convincere. A questa situazione abbiamo guardato con “attenzione amorevole”.
Aver visto prima il vuoto di pensiero e la distanza dall’esperienza, averne scritto e parlato in testi ed incontri, non ci ha reso più allegre, forse più lucide. Non ci ha evitato, comunque, di girare a vuoto anche noi. Finché ne abbiamo parlato a partire dalle cronache politiche, o perfino dai percorsi di alcune di noi all’interno di questa o quella organizzazione. Discussioni anche interessanti, ma che non ci appassionavano.
Poi è accaduto uno scarto. Siamo ri-partite da quello che stava accadendo ad alcune di noi: l’ invecchiamento, le malattie, la fine di persone care. Abbiamo tutte esperienza del peso e della sofferenza che può suscitare la fine della vita. E abbiamo bisogno di dare parola a questa esperienza. A cosa accade ai corpi nel morire. Forte bisogno, comune, anche se in modi e per motivi diversi. Ci siamo chieste se vi sono modi di accompagnare chi ci è caro, o di essere noi stesse accompagnate, ad “una buona fine”. Forse no. Ma anche se la fine non può essere buona, bisogna assumerla comunque. E’ un modo di riconoscere la finitezza, il limite, l’usura del corpo.
Restano – non è una consolazione ma una eredità – le relazioni. La politica delle donne di questo parla. E’ questo il filo di continuità tra il nostro gruppo e il femminismo. E’ sulla possibilità di mettere le relazioni al centro della politica che vogliamo lavorare, creare incontri e scambi con uomini e donne.
“Questo gruppo, ha scritto una di noi, insieme ad un mio personale percorso di riflessione, mi ha dato più pazienza e più fiducia nello stare in questa sospensione, per recuperare piano, più che il fare compulsivo, uno stare nel presente, con tutti i limiti, ma comunque stare, nel sostenere e partecipare di uno scambio con le altre e con la realtà, che restituisce fiducia a se stesse e dà fiducia al pensare e fare comune, un fare che ha un valore in sé prima che negli obiettivi da raggiungere, che perlomeno, “sopporta” anche il “negativo” inteso in senso fotografico come pellicola ancora da sviluppare”.
La questione politica della fine della vita
Questo ha suscitato in noi un coinvolgimento vivo sulla questione politica della fine della vita. Da mesi presente nelle cronache di giornali e istituzioni sul cosidetto “caso Englaro”. Che abbiamo però sottratto alla complicata e astratta discussione bioetica, su legge o no, su chi decide, su cos’è accanimento terapeutico, cosa terapia, cosa vita, quando si è morti o no, ecc, ecc.
La legge ci sembra un modo solo per coprire un vuoto di senso, e, al contempo, esorcizzare la paura della morte. Tenere in vita Eluana, ad ogni costo, sarebbe stato un modo per negare non tanto la morte, ma la perdita di senso che questi nuovi modi di morire, queste inedite condizioni dei corpi, ci presentano.
Nel corso di due generazioni si è allungata di un paio di decenni la speranza di vita e la scienza promette di allungarla ancora. Le tecniche fecondano e conservano embrioni, combinano e sostituiscano organi, producono la vita vegetativa. Sono nuove possibilità, nuove condizioni dei corpi, nuove forme di biopotere. Alimentate tutte dalla paura della morte, dalla promessa se non di sconfiggerla,almeno di allontanarla.
Ma così si perde la capacità di vivere e dare senso non solo alla morte, ma alla fine. Nella quotidianità, nei cambiamenti dei corpi e nelle relazioni. Delle singole vite, come delle esperienze. Dei corpi, come delle forme di vita collettiva. E’ sempre più difficile saper convivere con la morte. E saper quindi compiere quel mutamento esistenziale che ogni fine, a noi vicina, comporta. E sempre meno accettiamo di fare esperienza del lutto, della necessità di prendere congedo. Di attraversare il dolore che ogni cesura, tanto più se inevitabile, comporta. La morte da esperienza individuale si trasforma così in un rimosso della coscienza collettiva. Lavorare su quel rimosso è una parte essenziale della politica, perché è essenziale per la convivenza.
Sui corpi si esercita da sempre potere.
Il potere ha tante facce. Da quella della sovranità politica, a quella dell’intervento tecnologico, a quella del controllo e disciplinamento , a quella dell’autorità del sapere, religioso o scientifico. Le norme e regole sono sempre più dettagliate ed invasive.Modellano, o pretendono di farlo, non solo scelte e comportamenti, ma emozioni e sentimenti, l’immagine e la carne di cui i corpi sono fatti. Il corpo è oggetto privilegiato della contemporaneità: da tenere sotto controllo, addomesticare, subordinare, sfruttare, mettere a valore nell’organizzazione sociale ed economica; da scandagliare, sezionare, scrutare, definire, regolare nella vita individuale. Il corpo biologico, il corpo-natura è da sempre femminile. Innanzitutto, aborto e procreazione artificiale. Ma anche stupro e violenza sessuale. Il corpo è il banco di prova e misura dell’esercizio di un potere invasivo sulle vite degli altri, di un parossismo ideologico a disporre della vita, trafugando i corpi, violando principi costituzionali e sentenze, crocefiggendo i sentimenti più intimi delle persone in nome della “difesa della vita”. Di nuovo la difesa della vita si afferma contro le vite.
. Gli ottocentomila morti per fame ogni giorno, il milione e mezzo di bambini che muoiono ogni anno di morbillo, quelli uccisi dall’AIDS, quelli che scompaiono durante le lunghe e inumane migrazioni, i morti per le guerre, le vittime per la violenza. Per noi non sono solo numeri, sebbene impressionanti. “Resti”, senza voce e senza volto. Spesso l’affermazione della propria vita è fatta sulla vita altrui. Quella del proprio stile di vita contro gli altri stili di vita.
Dalla fine del corpo alla fine della sinistra
Dal bisogno di nominare la fine dei corpi, abbiamo preso consapevolezza del bisogno, altrettanto forte, di nominare la fine nella politica. Senza produrre analogie o addirittura assimilazioni schematiche. Sarebbe anche questo un modo di mettere un tappo al vuoto di senso. Il rinvio dal corpo alla politica, dal fine vita alla fine di forme della politica è stato repentino. Ci ha fatto capire perché giravamo a vuoto. Senza afferrare il nesso tra la nostra esperienza viva di politica ed il discorso politico e sulla politica. Perché anche noi restavamo incagliate nel “discorso ” pre- costituito che è quello pubblico, dei giornali e delle sedi politiche. Un effluvio di parole che assorda senza riempire il vuoto di senso. Proprio come nel discorso della bioetica, attorno al corpo di Eluana.
Nella politica delle donne abbiamo sempre cercato di tenere insieme politica e vita. Mettendo in luce i nessi non solo sul piano dell’esperienza, ma su quello simbolico. Riattraversare la fine può rivelarsi così una sorta di educazione sentimentale. Un’educazione al dolore, alla rabbia, al coraggio. Sono sentimenti che accomunano l’una e l’altra fine. Dolore e rabbia per l’impotenza che la fine costringe a vivere. Coraggio necessario a riconoscerla, a trarne misura nel fare e nel pensiero.
Di pensiero sulla fine abbiamo bisogno per guardare con dolore e senso di responsabilità, come si fa con il corpo amato, a quel sedimento di idee e di storie della sinistra, che è oggi segnato dalla fine. Per non restare imprigionati/e nella conservazione. E, viceversa, saper metterne a frutto la ricchezza, separandosi da ciò che è finito, compiuto definitivamente.
Se si vuole ricominciare
Non è automatico ricominciare, non sempre è possibile, ma se si ha voglia di ricominciare bisogna congedarsi, per evitare gli ingombri che ci impediscono di vedere e capire il presente (dimensione spaziale) o ci costringono alla rapidità vuota e illusoria della serie fine- nuovi inizi (dimensione temporale). Per noi nominare la fine è un modo per non restare bloccate nella sua morsa, per sottrarsi alla ripetizione, e non affidarsi all’illusione del nuovo inizio (anche questo un rito ripetuto) del fare, guardando sempre avanti, in positivo.
Come se non ci fossero lutti e perdite. Ma anche resistenze, attaccamenti che tolgono libertà, vincolano rispetto all’inedito che la fine porta con sé. E che sgomenta più della perdita
Succede invece che l’incapacità di pensare le cose che finiscono, determina, come abbiamo detto, da un lato l’accanimento terapeutico e dall’altro l’esercizio di potere su una politica sfarinata.
.La crisi della politica mima le crisi del corpo fisico. Conosce l’alternarsi di bulimia e anoressia: eccesso di parole, di concetti, di invenzioni verbali e disseccamento delle radici sociali, delle pratiche comunicative, degli scambi di senso e di riconoscimento. Cupio dissolvi e vocazione suicidaria nella riproposizione all’infinito dei modi e delle logiche che hanno portato al disastro. Accanimento terapeutico diretto a rinverdire simboli e riferimenti ormai in declino, che hanno dato un giorno forza all’impresa e che si spera possano tornare a essere quello che sono stati.
Nel femminismo abbiamo tempestivamente visto e nominato i danni del prometeismo. Di quel peculiare accanimento maschile che li spinge a tenere in vita vegetativa imprese collettive. Le istituzioni, le prassi, i codici di una politica non più viva, non più feconda. Perché non nutre le esperienze, non le cambia, non offre significato.
Gli uomini fanno fatica a prendere le distanze dalle organizzazioni - partiti, gruppi, associazioni- che hanno costruito. Non riescono a separarsene. L’ansia per il declino di un partito si traduce nell’invocare un laeder, così come la laedership dovrebbe supplire alla crisi dell’ autorità patriarcale. Nella realtà i gruppi dirigenti maschili, a sinistra soprattutto, non solo non hanno autorità, ma sono un ostacolo per affrontarla: occupano quella funzione, ma non la incarnano.
. Nell’infinita transizione italiana è tutto un fare e disfare partiti, coalizioni, sistemi elettorali. Un chiudere ed aprire fasi e cicli senza mai fermarsi a prendere atto di ciò che è davvero finito, morto, dentro questo inesausto adoperarsi per dar vita al nuovo. Ed è malamente morto, senza ottenere degna sepoltura, anche a causa di questo accanimento.
Non è forse vero che in tal modo è stata sottratta a molti e molte la perdita? Che non riescono ad assumerne consapevolezza? Di conseguenza non sanno più di cosa patiscono la mancanza, di cosa hanno desiderio o bisogno e di cosa possono invece fare a meno?
Si può accettare il vuoto e l’impotenza. Fa soffrire. Ma questo può essere, una condizione attiva, non solo passiva. Patire è radice di passione. Attiva desiderio. Muove dall’impotenza che avvertiamo verso… un bisogno di dare senso a quel patire, prima ancora che verso qualcosa che lo risolve. (Come se, di nuovo, il movimento fosse solo e sempre da negativo a positivo). Ma non bisogna avere fretta di colmare il vuoto, di azzerare la sofferenza con la rimozione.
Ignorare la fine ci fa perdere l’opportunità di portare con noi ciò che è importante di questa fine e che probabilmente ci sarebbe utile per ricominciare.
La democrazia a rischio
Democrazia è una parola a rischio. Per la sua intrinseca ambivalenza. Come sistema politico ha fatto spazio alle differenze, alla pluralità delle esperienze e dei punti di vista. Come forma del potere politico si è costituita come luogo terzo rispetto alle differenti posizioni, ai partiti, ai conflitti, alle soggettività. Nessuno, né individuo né gruppo può coincidere con il potere democratico, identificarsi con esso, incarnarne l’autorità, il punto di vista. Sta qui un vero e proprio ribaltamento: dal doppio corpo del re al vuoto di corpi, di soggetti incarnati. Dall’autorità del sovrano che è “sopra la legge” (come tale garantisce l’ordine, non solo sociale, mondano, ma simbolico, trascendente) al potere e alle funzioni dei governanti. Che possono essere arbitrari e autoritari ma non per questo sono meno provvisori. Anche per i governati, noi singoli e singole la democrazia è parola ambivalente. A rischio. Per un verso abbiamo potere su noi stessi, è la libertà individuale, garantita come diritti. Per altro verso ognuno deve vedersela da sé, sta per conto suo, ha i fatti suoi. La democrazia insomma, come luogo terzo rende più difficile mettere al centro della politica e della vita le relazioni. Questo produce un ricorso ossessivo alla legge. Ci si appella alla legge per paura delle relazioni, come se la legge potesse colmare il vuoto di legami, l’assenza di una dimensione condivisa nell’ esistenza e nel pensiero.
Vorremmo ripensare la democrazia, non come luogo terzo, non come potere neutro del decisore, ma come convivenza tra differenti, spazio di relazioni e mediazioni, del loro intrecciarsi con l’agire collettivo
Spesso nei gruppi politici si verifica uno slittamento dalla politica dell’esperienza ( con i suoi bisogni, con i corpi, le condizioni di dipendenza, i desideri, le aspirazioni, i legami e le relazioni) alla politica dell’immaginario ( soluzioni tecnologiche, norme, rituali organizzativi, delega alle istituzioni e ai laeder, appello alla legge).
Questo accade quando non vi è consapevolezza che anche le istituzioni umane, tutto ciò che è costruito è contingente, finito. La sinistra ha affrontato il suo declino come se fosse, per natura, necessaria, insostituibile. Hanno preso il sopravvento la rimozione e l’ attaccamento. L’una o l’altro, o meglio miscele, diverse, tra i due. Attaccamento come ripetizione, inconsapevole per lo più, del passato, rappresentazione mitica di ciò che è stato, suo ritorno parodistico, diffuso affidarsi ai meccanismi e ai dispositivi sperimentati. Soprattutto c’è stato un uso del sentimento affettivo diffuso, del senso comune e della tradizione. Rimozione come rito dell’innovazione, ricorso al lifting piuttosto che costruzione di un altro ordine di senso e di esperienza.
Il coraggio di finire
Non vediamo modo di ricominciare se non si ha il coraggio di finire. Di nuovo c’è un nesso con la questione del fine vita. Con il modo in cui è stata malamente rappresentata nella vicenda Englaro.
In questi anni le donne hanno chiuso diverse esperienze, diversi gruppi, associazioni. Da Emily ad A/Matrix, a Balena. Prima era avvenuto con lo scioglimento dell’Udi, con la chisura di “Reti”, con l’esaurirsi del “centro Virginia Woolf”. Sono quelle che conosciamo più da vicino. Gli uomini invece se chiudono un esperienza, fanno finire un partito o un gruppo e per rifarlo. Magari per moltiplicarlo, dividendosi in due o tre sotto-gruppi. Forse perché il significato della parola “fine” si intreccia troppo con quello di “fallimento”. Forse perché hanno paura di invecchiare – anche noi, ma diversamente da loro – e provano a mantenersi giovani, ripetendo il rito del nuovo inizio. Come nella vita, cambiano partner.
Noi vorremo comunicare con loro, su cosa vuol dire avere coraggio di finire. Mantenendo vive, ed allargando, le relazioni che abbiamo.
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martedì 24 marzo 2009
2 petizioni per Peppino Englaro

Queste le due petizioni:
1. A Peppino Englaro, con riconoscenza. A cura di Altavoce:
http://www.petizioni.info/modules.php?name=News&file=article&sid=81&mode=&order=0&thold=0
2. Cittadinanza onoraria di Parma e Reggio a Beppino Englaro. A cura di "Iniziativa Laica" e "Libera cittadinanza:
http://www.liberacittadinanza.it/petizioni/parma-e-reggio-cittadinanza-onoraria-per-peppino
ti preghiamo di firmarle entrambe!
sabato 7 marzo 2009
Ho riflettuto sulla proposta di portare la richiesta di un’ onorificenza civile per Englaro al prefetto e i dubbi crescevano
per prima cosa non riuscivo a collegare Stato - Englaro - medaglia.
Vedo la sala con notabili che in modo formale gli consegnano…. Che cosa?
Dopo la trasmissione di Fazio sono sempre più convinta che per questo uomo sarebbe un dispetto, no, anzi, un atto ipocrita, poi dopo l’accusa di omicidio volontario per quale scopo far dare un’onorificenza dalle stesse persone che lo hanno condannato sin dal primo momento?
Oppure è un’iniziativa di provocazione, allora io penso sia una perdita di tempo.
Mi piacerebbe trasformarla in positivo.
Englaro ha dichiarato che lo scopo della sua vita è impedire altri casi come quello di Eluana, perché non creare la nostra onorificenza scrivendogli una lettera
con tante firme, lavorando in questo modo per fare conoscere il testamento biologico e allargare il consenso?
Aiutandolo nella sua /nostra battaglia?
Potremmo poi anche in primavera chiedergli di venire a Reggio per un incontro?
Donatella
giovedì 19 febbraio 2009
Da che parte stare -
Promotori e primi firmatari di questo appello sono migranti attivi da anni nel Coordinamento Immigrati di Brescia, Coordinamento Migranti Bologna e Provincia, Gruppo Migranti Torino, Coordinamento Migranti di Verona, di Padova, Parma, Monselice e di Roma.
Da che parte stare
In questo tempo di crisi è ancora più chiaro il significato della legge Bossi-Fini, del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, dei centri di detenzione. Mentre il mercato del lavoro ogni giorno espelle migliaia di lavoratori e di lavoratrici, le risposte previste per i migranti sono solo due: razzismo ed espulsione.
In questo tempo di crisi il razzismo istituzionale praticato dal governo fa buon gioco: la criminalizzazione dei migranti messa in atto in nome della sicurezza è l'anticamera dei brutali linciaggi privati e della più brutale discriminazione pubblica. La possibilità di denunciare i lavoratori migranti clandestini che si rivolgono alle strutture sanitarie e l'incitamento a farlo sono il punto più ignobile di un attacco mirato a rassicurare non solo gli elettori della Lega: si vuole chiarire a tutti che il nemico da combattere sono i migranti. Le direttive del ministro degli interni per ridurre la libertà di manifestare, come pure le limitazioni al diritto di sciopero previste dal nuovo accordo sul rinnovo contrattuale, riguardano però tutti i lavoratori…
In questo tempo di crisi per il governo noi non siamo un problema, siamo la soluzione. Per risolvere la crisi basta buttarci via insieme alle nostre figlie, ai nostri figli, ai nostri progetti. Centinaia di migliaia di migranti, che lavorano in questo paese ormai da decenni, rischiano di essere semplicemente cancellati dall'azione congiunta della crisi e della follia razzista della legge Bossi-Fini: prima licenziati e poi espulsi come clandestini.
In questo tempo di crisi, però, nessuno può tacere. Noi pensiamo che sia arrivato il momento di una grande mobilitazione nazionale che chiarisca a tutto il governo che non è ammissibile scaricare sempre e solo verso il basso i costi della crisi. Noi pensiamo che tutte le organizzazioni dove i migranti e le migranti sono protagonisti devono sostenere la lotta al razzismo istituzionale. È il momento per noi migranti di dire ad alta voce e senza paura che qui siamo, e che qui resteremo. È il momento, per tutti, di decidere da che parte stare.
Ibrahim Diallo – Brescia
Driss Ennya – Brescia
Iqbal Mazahr – Brescia
Ibrahim Niane – Brescia
Najat Achack – Bologna
Babacar Ndiaye – Bologna
Bazir Sene – Bologna
Brahim Nadi – Bologna
Mohamed Rafia Boukhbisa – Bologna
Rashid Kotbi – Bologna
Hassan Akrane - Bologna
Claudio Andres Cavalcanti –Parma
David Lihe – Parma
Khalid Boujir – Torino
Czane Ildiko Adela – Torino
Stoyanovic Voyislav – Torino
Khaled Ben Ammar – Verona
Samir Belarbie – Verona
Samira Lagoubi – Verona
Mohamed Alahl Verona
Dargaoui Bouzid - Padova
Onuorah Clement – Padova
Belhazia Mohamed - Monselice
Boudaoud Mbarek - Monselice
Kebe Ndiaga - Padova
Kenfack Marcel - Padova
Boujdid Abdellah - Padova
Emejeru Andrew - Padova
El Asri Mbareck - Padova
Jessica Eyaufe - Padova
Oscar Ibeh - Padova
Gabriel Osuji – Padova
Ibeh James -Padova
Josef Yemane Tewelde – Roma
Emad Ahmed Chowdhury – Roma
Yohannes Habtemariam Niziti – Roma
Razaul Karim – Roma
Info: da.che.parte.stare@gmail.com
mercoledì 11 febbraio 2009
A leggere, da donna femminista, i quotidiani
Ne hanno fatto un frullato esplosivo per la democrazia che ha navigato sott’acqua, almeno dal ’68, ed è venuto alla luce in un conflitto di poteri : governativi, religiosi, individuali.
In conflitto ci sono la capacità di autodeterminarsi e il desiderio dei governanti e degli ecclesiastici di non lasciarlo fare perché da tempo immemorabile gli compete definire le libertà delle donne e degli uomini, in questo ordine. E non mi va di parlare di potere al neutro, voglio dare un corpo al potere per riconoscerlo e per non renderlo trascendentale. Ma per farlo devo dire che è un corpo per lo più maschile se non voglio assumermi come donna la responsabilità della confusione. E non la posso assumere per spirito bipartisan, mentirei perché lì noi donne non decidiamo niente. E non me lo si può chiedere neppure con la scusa che ci sono anche donne nel governo e alle Camere. Sappiamo benissimo le contorsioni che devono fare per arrivarci e starci e la rinuncia ad un sentire femminile che gli viene richiesta…
E tutta questa confusione tra vita reale e vita virtuale è costruita da vecchi uomini che incarnano il potere. Uno di loro invasato dalla “mascolinità”, mai stato donna e madre e ignorante della bellezza e della difficoltà della procreazione, si permette di dire ad una signora in coma da 17 anni che potrebbe partorire, trovando il plauso dei ministri della chiesa, anche loro mai stati madri e neppure padri, ma con la pretesa che Dio gli si affidi per esistere nei nostri cuori.
La motivazione che adducono sta nell’ assoluta convinzione dell’ incapacità delle donne e degli uomini a decidere per sé e nell’avocazione delle loro decisioni ai due poteri.
Sembra che l’autonomia individuale renda vana quella del potere che non trova più motivazioni per esistere se non riesce a invadere ogni nostra intima piega, anzi, soprattutto quelle. Sembra una questione di controllo per sopravvivere e probabilmente è così, vista la foga disperata con cui assurdamente si muovono, ma è anche una delle poche cose che si preoccupano veramente di controllare.
Fino a che punto gli uomini di potere possono controllare la vita delle singole persone?
A dar retta ai potenti sembra che il loro maggior interessa riguardi la vita appena concepita, anche se magari non nasce, e il coma pluri decennale. L’altra vita non conta. Può ridere, piangere, avere fame, morire a centinaia da piccol* sotto le bombe che per loro non ci scalda come per la famiglia Englaro. Le persone non possono trovare la propria forza nei loro affetti e nelle loro relazioni. Il governo in accordo con la gerarchie religiose non lo permette. I governi sembra non amino i loro cittadini e le loro cittadine, le seconde meno dei primi, amano molto il potere come fine e forse per questo non possono amare i corpi in carne e ossa. Possono usarli o farli usare, comandarli, obbligarli, sanzionarli, spremerli ma amarli con materno e paterno senso di affetto, non compete a questi uomini. E chi lo sa se sanno, anche nella loro vita privata, cosa vuol dire amare? Probabilmente anche se l’hanno detto non hanno mai saputo cosa significasse o semplicemente non sono in grado di sentirlo. Bisogna avere sensibilità per amare, sapersi assumere delle responsabilità, anche quando ti mettono contro al mondo, anche quando costa l’offesa e il dileggio e sei da solo ad andare avanti. Loro no. Si muovono solo in branco e seguono chi urla di più.
Ma da lunedì sera sono più libera. Libera dal branco e dal potere. La famiglia Englaro ha liberato il mio corpo e la mia testa, con l’augurio che mi faccio che se ne vadano insieme, ma se così non fosse, loro hanno liberato con Eluana, i pezzi del mio corpo e li hanno riuniti. Con loro sono entrata in uno spazio che mi appartiene, che contiene anche le mie emozioni e dà loro dignità di scelta ai miei occhi e a quelli del mondo. Libera di vivere e morire per me, non per lo Stato, in mezzo a persone libere come me. La verità della morte di Eluana ci ha liberato dal falso vivere e dal falso morire. E dall’invasione della tecnica. Ci ha messo in uno spazio libero pieno degli affetti che nella vita ci siamo costruiti e tra questi non c’è il potere. Ci ha indicato due modi di essere padri. Uno, governativo, religioso e dittatoriale - non avrei mai voluto un padre così - e uno che può essere un esempio per tutti i giovani uomini che vogliono diventare padri. Papà Englaro ha liberato, mostrato nello spazio pubblico che aveva bisogno di esempi non virtuali, un modello di uomo e di padre, di amore, di vita, di morte e di responsabilità. Ha dato dignità ad un maschio in crisi di parole e di identità maschile.
L’autodeterminazione è stata seminata dalla donne con la loro riflessione sulla maternità da diversi decenni è a lei si torna sempre nella sofferenza, anche se la misoginia dei governanti ha sempre nascosto sotto il tappeto questo tema esplosivo per i loro poteri.
Dalla 194 alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e alle varie nuove norme di attuazione delle due leggi, da quella più vecchia alla più giovane, è stata una continua ricerca per non riconoscere la libertà dell’autodeterminazione femminile, che, essendo un tema sollevato soprattutto dalle donne, sembrava si potesse tranquillamente eludere, privilegiando l’istinto di conservazione del potere.
Ma la vicenda Englaro ha portato allo scoperto il conflitto tra autodeterminazione e l’impossibilità a vederla esercitata dal potere, per come oggi il potere stesso si autointerpreta.
Un’interpretazione che non lega la sua sopravvivenza al cammino del tempo ma alla sua immobilità, convinta che controllando ogni virgola di libertà possa conservarsi senza modificarsi.
Il rifiuto maschile a mettere in relazione la gestione pubblica del potere e la libertà femminile è diventato esplosivo per la democrazia stessa quando l’autodeterminazione di un padre, per amore della libertà della figlia, ha preteso per lei la fine pubblica dell’uso della tecnologia per prolungare artificialmente la non vita e la realizzazione della verità della morte. Non della loro apparenza.
Marcando uno scacco agli accordi tra poteri.
L’inadeguatezza dei nostri governanti e dei ministri di culto è implosa per il germe che le donne vi avevano instillato a partire dai pensieri sul loro differente e concreto potere generativo nella confusione che quello astratto degli uomini ha costruito.
Un confuso potere virtuale, che non sa più cosa rappresenta oltre al desiderio di sopraffazione del singolo sul suo simile. La cattiveria è il motto attuale di governo, ma speriamo che il problema della libertà e dell’autodeterminazione, ormai esploso tra gli uomini, non venga cancellato da una relazione malsana tra poteri che volutamente dimentica ancora una volta l’origine da cui è nata. Diversi sottolineano che Eluana e con lei l’autodeterminazione e la libertà individuale, aggiungo io, è già nello sfondo di questa vecchia e sempre nuova lotta maschile.
Le dimenticanze, se ce le concediamo per misoginia governativa, e non solo il sonno generano mostri, ma Beppino Englaro ci ha insegnato da uomo come si fa a non dimenticare e a non fingere un accordo col branco.
martedì 10 febbraio 2009
Quella donna potrebbe procreare: l’affermazione più atroce del Presidente
di Carmen Marini
il Presidente mostra la vera faccia: dietro una falsa umanità, vuole scardinare in un sol colpo: Magistratura, Presidenza della Repubblica e Costituzione, e sappiamo bene il perché.
La nostra democrazia corre seri pericoli.Il governo non vuole che la famiglia Englaro agisca la libera scelta di interrompere l’alimentazione forzata, dopo 17 anni di coma della propria figlia, nonostante questo sia anche il volere espresso della figlia stessa quando ancora era capace di intendere e di volere, e sia stato deliberato dalla Magistratura. Tutti sappiamo che ogni giorno in molti ospedali si decide di interrompere le cure a qualche ammalato/a, perché purtroppo inutili, ogni giorno qualcuno/a decide di non continuare le cure perché allo stremo, e questo si può fare. Quanta ipocrisia!
Lo stesso governo poi delibera leggi che mandano a morire migliaia di immigrati “legalmente”. Questo è il significato della legge appena varata: se un medico potrà denunciare un clandestino, chi più andrà a curarsi? Ma l’avevamo capito da tempo che il “dono” della vita non è uguale per tutti. Sento già dire “ ma così resteranno nei loro paesi”, a meno che non si facciano patti economici vantaggiosi con i loro governi! A meno che “bravi italiani” non continuino a sfruttare la loro debolezza,. Tutto questo però si deve fare in… silenzio, in silenzio come avrebbe potuto fare la famiglia Englaro.
Le donne più di altri, soffrono le ingiurie ricevute dal “padre”, perché molte volte si sono sentite chiamare assassine di fronte alla realtà lacerante dell’aborto, di fronte all’odiosa necessità di non mettere al mondo una vita “senza futuro”. Le donne più degli altri rimangono senza parole di fronte ad un presidente che dice: quel corpo potrebbe procreare. E’ veramente un’immagine atroce, che ci riporta all’uso del corpo delle donne di solo contenitore. Mi chiedo: quale uomo potrebbe fecondare una donna in coma? Quale figlia/o vorrebbe nascere da una madre in coma da 17 anni? Il nostro presidente?
Imporre con la forza del potere leggi e decreti, ricorda metodi fascisti/nazisti, se poi ci si allea con la chiesa in modo così forte ci si dimentica anche che la Costituzione è laica. La Costituzione ha il grande valore di difendere tutti al di là dei credi politici e religiosi. Dobbiamo essere grati alla famiglia Englaro per aver fatto una battaglia sul diritto di decidere per la nostra vita, in un momento in cui sembra essersi perso il senso della condivisione dei diritti e del rispetto della vita. Sì, penso che anche porre termine all’alimentazione, in una situazione senza speranze, sia rispetto della vita, ma che non lo sia per quel miliardo di donne, uomini e bambini/e che nel mondo muoiono di fame, per le migliaia di donne, uomini e bambini/e che muoiono sotto le bombe per i/le quali oggi, né la chiesa né il governo fa fiaccolate o leggi speciali.
P.S. ci tengo a dire che la lettera è stata scritta e inviata “prima” della morte di Eluana
lunedì 9 febbraio 2009
Di chi è la nostra vita? letture su libertà dell'individuo ed autodeterminazione
Se vuoi leggere un brano con noi
o, più semplicemente, assistere all'evento
vieni sabato prossimo 14.2.09
dalle ore 17,30 alle 19,00
presso l'Officina delle Arti
in via Brigata Reggio 29
a Reggio Emilia.
In ogni caso per iscriverti alla nostra ml
(che comprende ormai quasi 120 amiche e amici di Reggio Fahrenheit) invia una mail a:
fahre@email.it
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Scarica la locandina
domenica 8 febbraio 2009
Sull’assenza dei giovani dal presidio di ieri sera, 7.2.’09, a Reggio Emilia
Ed è sul rischio della frattura intergenerazionale che vorrei incentrare il mio intervento, dando per scontato che condivido con tutti voi l’angoscia per le sorti della democrazia italiana, a seguito dei proclami golpisti che nella giornata di ieri ha fatto il presidente Berlusconi.
La domanda che mi faccio è questa: quali sono i motivi dell’assenza, ormai purtroppo consueta, dei giovani alle nostre manifestazioni? Sono essi il segnale di un loro disamore per le ragioni della sinistra? o più prosaicamente vanno ricondotti allo scarso appeal che questa sinistra mostra di avere ai loro occhi?
A mio avviso una parte (consistente) della risposta a questo interrogativo va ricercata nella nostra scarsissima propensione a metterci nei loro panni sulle questioni di tipo esistenziale connesse al precariato e, prima ancora, alle modalità attuali di ingresso nel mondo del lavoro.
Mi sono interessato, come psicologo dell’adolescenza di questi problemi e rimando a questo scritto coloro che fossero interessati ad approfondire il tema da un punto di vista psicologico: http://www.lacosapsy.com/fineadolesc.htm - Vorrei riprendere qui solo un aspetto della questione, diciamo uno di quelli più politici, nella speranza che gli amministratori di sinistra che avranno la ventura di leggermi comprendano gli esiti, a mio avviso esiziali, connessi alla precariarizzazione ed alla esternalizzazione del lavoro. È noto che - in parallelo con quanto avviene nei settori produttivi - le nostre istituzioni, in base a leggi che sono state promosse negli anni scorsi anche dalla sinistra, possono assumere o decentrare brevi manu porzioni ormai consistenti dei servizi e dei lavori infrastrutturali loro affidate. In entrambi i campi ciò significa costringere i giovani in uno stato di dipendenza, disarticolare le loro propensioni a vivere la dimensione collettiva dei loro problemi e, psicologicamente, comprimerli sine die in una condizione di post-adolescenti mai compiutamente adulti, e cioè autonomi e capaci di assumere con spirito critico una loro posizione sui problemi della polis (come giustamente auspicano Zagrebelsky e gli altri firmatari dell'appello "Rompiamo il silenzio").
Su questa modalità discrezionale di riconfigurazione del mondo del lavoro, si è andata solidificando nel tempo anche nelle nostre istituzioni di sinistra, una modalità clientelare di assunzione e di appalto che finisce o con il corrompere le coscienze dei giovani, costretti a vendere le loro coscienze pur di avere un posto, o con il sedimentare nelle menti dei migliori fra essi l’idea che la politica è una cosa sporca e che “tanto sono tutti uguali”.
Io - che sono pugliese d’origine, e che già conoscevo questo modo democristiano di operare nella sfera pubblica – penso che ci troviamo di fronte ad una pugliesizzazione delle nostre amministrazioni. E non è un caso che i più abili fra i nostri homines novi che guidano la cosa pubblica reggiana siano dei cattolici.
sabato 7 febbraio 2009
tutti al presidio in difesa del Presidente della Repubblica, della Costituzione e della laicità dello Stato
ovviamente anche Reggio Fahrenheit invita tutte e tutti al presidio in difesa del Presidente della Repubblica, della Costituzione e della laicità dello Stato, che si terrà oggi pomeriggio, 7.2.09, alle 17,00 a Reggio Emilia, davanti alla Prefettura, in Corso Garibaldi.
il presidio è promosso da: CGIL, ARCI, ANPI, ISTITUTO “A. CERVI”, ASSOCIAZIONE REGGIANA PER LA COSTITUZIONE, ASSOCIAZIONE ALTA VOCE, PARTITO DEMOCRATICO, SINISTRA DEMOCRATICA, VERDI, PdCI, RIFONDAZIONE COMUNISTA, PARTITO RADICALE, PARTITO SOCIALISTA, ITALIA DEI VALORI, LA SINISTRA PER REGGIO
Approfittiamo per ricordare anche la già programmata pubbblica lettura - organizzata da Reggio Fahrenheit, Iniziativa Laica e Alta Voce - del 14.2.09:
Di chi è la nostra vita? - letture su autodeterminazione e libertà dell'individuo
Sabato 14 febbraio 2009 ore 17,00 - 18,30
Officina delle Arti - via Brigata Reggio 29 - Reggio Emilia
chi vuole prenotarsi per la lettura di un brano ce lo faccia sapere scrivendo all'indirizzo mail: fahre@email.it

