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martedì 6 luglio 2010

LA CANTATA COLTA DI AMODEI SUI MORTI DI REGGIO EMILIA

di Alberto Piccinini, da Il Manifesto on line


«Compagno cittadino, fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi». Ha scritto Umberto Eco che Per i morti di Reggio Emilia è l'unica canzone che può stare, «per forza di trascinamento, alla pari con la Marsigliese». A cominciare dal quel termine, «cittadino» («Aux armes, citoyens»). «Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo giù in Sicilia/ son morti dei compagni per mano dei fascisti». Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia nel 1960, a 25 anni. Faceva parte del gruppo torinese Cantacronache, culla della canzone impegnata italiana. Musicalmente coltissimo, era innamorato pazzo di Brassens e Brel.

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domenica 20 giugno 2010

La nostra storia

(a cura della Redazione di Micromega) di Maria Bianchi, testo di Lidia Ravera




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venerdì 30 aprile 2010

Rossana Rossanda: "La sinistra non ha linguaggio e programma"

di Bruno Gravagnolo, da L'Unità

«Subalternità della sinistra all’impresa privata», mancanza di un «suo» linguaggio e persino rinuncia «a difendere fino in fondo l’impianto della Costituzione repubblicana». Disamina tagliente e venata di forte pessimismo quella che Rossana Rossanda ci consegna dalla sua casa di Parigi. In una conversazione fatta di risposte stringate e nette («Non amo le interviste telefoniche...»). Ma almeno il succo è chiaro. Dice per esempio Rossanda: «Non capisco le zuffe tra Bersani, Franceschini e Veltroni. Pure questioni personali o in ballo c’è dell’altro: che società e che economia vogliono?». Oppure: «La verità è che si è smarrito il fondamento delle idee di sinistra. Ci si accapiglia su sostituzioni e sovrastrutture, regole, valori, “narrazioni”, ma non si parla dell’essenziale: i soggetti in conflitto, gli interessi, la natura sociale del potere...». E ancora:

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martedì 8 dicembre 2009

Saluteremo il signor padrone



Giovanna Marini e Francesco De Gregori

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mercoledì 30 settembre 2009

Europa, la sinistra smarrita

di Paolo Flores d'Arcais, da il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2009, apparso anche su Micromega
Il Partito socialdemocratico tedesco ha subito domenica un vero e proprio tracollo. Commentatori e politici fingono di interrogarsi sul “perché?”, e allargano pensosamente l’orizzonte al declino dei partiti di “sinistra” in atto da tempo nell’intera Europa. Fingono, perché mai spiegazione fu più lapalissiana e sotto gli occhi di tutti. La “sinistra” perde in Europa, puntualmente e sistematicamente, perché da tempo ha smesso di essere di sinistra. Da tempo ha smesso di fare della eguaglianza la sua bandiera, la sua bussola, la sua strategia. E dire che la realtà economica e sociale non fa che offrire alimento ad una battaglia sempre più sacrosanta e doverosa per ogni persona minimamente civile: una generazione fa la distanza, nella stessa azienda, fra il reddito di un operaio e quello del super-manager poteva essere di 1:30, 1:40 (una enormità). Oggi tocca tranquillamente la cifra, esorbitante e mostruosa, di uno a trecento o quattrocento. Ma ci sono casi non rari in cui viene superato il rapporto uno a mille.

La sinistra, intesa come socialdemocrazia, si sta avvitando in un declino rapido e galoppante perché è sempre più indistinguibile dalla destra, questa è l’ovvia verità. E dovendo scegliere tra due destre, una dichiarata coerente e orgogliosa dei suoi “valori”, l’altra titubante e ipocrita, che qui lo dice e qui lo nega, l’elettore reazionario o il mitico “moderato” che sogna un futuro di privilegio, sceglierà ovviamente la prima, mentre l’elettore democratico finirà per restare a casa – dopo due o tre “ultime volte” in cui ha volenterosamente votato tappandosi il naso. Eppure i commenti di tutti i dirigenti del Partito democratico ai risultati delle elezioni tedesche non fanno che ripetere la giaculatoria d’ordinanza: attenti a non ascoltare le sirene estremiste (sarebbe Lafontaine!), non dobbiamo rinunciare alla “cultura di governo”, l’unica anzi che alla lunga ci farà vincere (“nel lungo periodo saremo tutti morti” ammoniva il grande Keynes. Anche lui estremista, evidentemente).

Giaculatoria masochista, con la quale la “sinistra” non vincerà mai più, ma giaculatoria obbligata, perché ammanta di nobiltà (“cultura di governo”) la realtà mediocre e spesso sordida di una nomenklatura (nazionale e locale) totalmente succube dell’establishment e pronta a difenderne gli interessi, garantirne i privilegi e financo soddisfarne i capricci – e soprattutto le illegalità - anziché riequilibrare radicalmente redditi e potere a vantaggio dei meno abbienti.
Perché non è affatto vero che in Europa la sinistra sia sconfitta, e non è stato vero neppure in Germania domenica scorsa. I voti di Spd, Die Linke, Verdi e “Pirati” equivalgono e forse superano la somma dei suffragi cristiano-democratici e liberali. L’elettorato per un’alternativa alla signora Merkel ci sarebbe, insomma. E in Francia è bastato che Dany Cohn-Bendit inventasse un nuovo e credibile partito ecologista per ottenere alle europee un risultato equivalente a quello del declinante Partito socialista.

Perché dunque i partiti socialdemocratici perseverano nella politica diabolica che li sta portando all’estinzione, anziché mettersi a disposizione delle istanze di “giustizia e libertà” che percorrono massicciamente le società civili della vecchia Europa? Perché non colgono l’occasione di una crisi drammatica, colpevolmente prodotta dai padroni della finanza e governi complici, per guidare le masse nell’imporre all’avidità sfrenata e inefficiente delle classi dirigenti un sacrosanto redde rationem?

Perché hanno smesso da tempo di “rappresentare” forze popolari, e istanze di critica ai privilegi (sempre più smisurati) e all’establishment. Perché di quell’establishment sono parte integrante, benché subalterna, perché aspirano solo a partecipare alla torta di quei privilegi, anziché a sostituirvi un agape più fraterno. Perché sono casta, partitocrazia autoreferenziale, e di conseguenza strutturalmente incapaci di indicare nei nemici dell’eguaglianza i propri nemici. Ma senza indicarli, senza proporre misure che colpiscano i finanzieri della speculazione, e gli imprenditori che “delocalizzano” (cioè licenziano in patria per iper-sfruttare con profitti iperbolici nei paesi più poveri), e il dilagare dell’intreccio corruttivo-politico-criminale (le mafie ormai impazzano, dagli Urali alla penisola iberica), senza rilanciare il welfare tassando i più ricchi, la socialdemocrazia non solo non fa più politica ma è ormai morta.

Si tratta di seppellirla al più presto nella consapevolezza degli elettori, perché lo zombie di quella che fu una sinistra è oggi l’ostacolo maggiore alla nascita di nuove organizzazioni di “giustizia e libertà”.
Tentare di riformare le socialdemocrazie è una perdita di tempo. Cercare di “superarle” in una sintesi con pulsioni e illusioni “centriste” è ancora peggio, una dissipazione di energie democratiche e di passione civile. Le lezione ripetuta e convergente che da anni viene dalle urne elettorali in Europa dice invece che è maturo il momento per dare al bricolage politico dei movimenti di opinione una forma organizzativa, autonoma dai partiti, capace di non riprodurne i difetti e le derive di omologazione. Tanto più in Italia, dove sponde ecologiste o alla “die Linke” sono state cancellate definitivamente dalla corriva nullità dei gruppi dirigenti.

(29 settembre 2009)

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domenica 9 agosto 2009

Perché la Lega sta facendo ammuina (*)

di Eugenio Scalfari, su Repubblica online
LA PAROLA "isteria" e l'aggettivo "isterico" sono stati usati per la prima volta da Ezio Mauro nel suo articolo di ieri a proposito dei recentissimi comportamenti del nostro presidente del Consiglio. Si sente braccato, inventa un suo ruolo maieutico in tutte le trattative internazionali che si rivela però del tutto infondato (a cominciare dal vertice russo-turco sul gasdotto); insulta come delinquenti due giornalisti che fanno domande scomode ma pertinenti nel corso di una conferenza stampa da lui convocata; teme l'arrivo di un settembre difficile per il governo e per lui e lo dice nel corso d'una riunione con i suoi collaboratori mentre contemporaneamente riafferma che il peggio della crisi è passato e che da settembre verrà il bello.
Insomma isteria. Isteria da insicurezza psicologica, economica, politica.

Osservo tuttavia che il presidente del Consiglio non è il solo a soffrire di questo sintomo e a manifestarlo con i suoi comportamenti. Ne sta infatti visibilmente soffrendo il partito a lui più vicino, quello dalla cui tenuta dipende la permanenza in carica del governo e del premier. Parlo della Lega Nord e del terzetto che la guida: Umberto Bossi e i suoi colonnelli Calderoli e Maroni. I loro più recenti comportamenti non consentono dubbi su questa diagnosi: il terzetto di punta della Lega sembra in preda ad un male oscuro al quale cerca di sottrarsi inseguendo alternative che hanno il solo effetto di peggiorare la situazione e di scaricarne gli effetti negativi non tanto sulla Lega quanto sull'intera comunità nazionale.

Le due insicurezze e le isterie che ne derivano - quella del premier e quella della Lega - rischiano di raggiungere la loro massima intensità nei prossimi mesi a partire dalla ripresa di settembre, con conseguenze preoccupanti sulla tenuta democratica. Perciò è urgente e necessario approfondire questa diagnosi e ricercarne le cause.

* * *

Sappiamo da sempre quali siano gli obiettivi politici della Lega: staccare le sorti del lombardo-veneto e possibilmente dell'intera Padania dal resto del Paese. Per un lungo periodo vagheggiarono una vera e propria secessione mantenendo semmai un innocuo legame confederativo con le altre zone del paese. Ma visto che la Padania in quanto tale era malvista come entità politico-territoriale da moltissimi dei suoi abitanti, ripiegarono sul federalismo, fiscale e istituzionale.
L'obiettivo era ed è quello di trattenere il reddito e la ricchezza nei luoghi dove si forma, concedendo blande forme di perequazione alle zone più deboli. E poiché l'alleanza politica con la Lega è sempre stato uno dei punti fermi di Berlusconi a partire dalla sua prima discesa in campo, così il federalismo fiscale e istituzionale diventò anche un obiettivo di Forza Italia ed ora del Partito della libertà, essendosi in buona parte spente le resistenze un tempo opposte da An in nome dell'unità nazionale.

Poiché un obiettivo così complesso come quello di trasformare uno Stato unitario e centralizzato in un'unione di regioni federate aveva bisogno di aggregare ampi e solidi consensi in tutto il Paese e poiché il federalismo in quanto tale quei consensi non era in grado di produrli, gli strumenti per ottenerli furono individuati nei due temi, strettamente connessi tra loro, della sicurezza e della lotta contro l'immigrazione.

Fu messa in campo tutta la potenza mediatica della quale Berlusconi dispone per montare al massimo la "paura percepita" dei reati e il loro collegamento con l'immigrazione. In particolare con quella clandestina, ma anche con quella regolarizzata che ammonta ormai a quasi 5 milioni di persone.
Questa strategia, che aveva già dato i primi risultati nella legislatura 2001-2006, fu ampiamente premiata durante la campagna elettorale del 2007 ed ha raggiunto ora il punto culmine di attuazione. La legge-quadro sul federalismo è stata votata (con l'astensione del centrosinistra) nello scorso maggio. Pochi giorni fa è stata approvata la legge sulla sicurezza. Alla ripresa di settembre verranno sul tavolo i problemi della delega e dei decreti delegati per la graduale attuazione del federalismo fiscale, nonché la riforma costituzionale che trasformerà il Senato in Assemblea delle autonomie con tutto il ricasco che una tale trasformazione avrà sull'organizzazione del governo, delle istituzioni di controllo a cominciare dal Parlamento, dalla Corte costituzionale e dall'Ordine giudiziario. Per finire con inevitabili modifiche sul ruolo del presidente della Repubblica.

Insomma, un sommovimento istituzionale di ampie dimensioni che ha come radice il federalismo fiscale e come obiettivo della Lega quello di "isolare" la parte ricca ed efficiente del paese dal contagio con la parte "povera, brutta e cattiva" che vive "oziosa e parassitaria" nel Centro e nel Sud.

Poiché questa strategia sta andando avanti ed è stata fin qui largamente premiata per l'asse Berlusconi-Bossi, sembrerebbe incongruo parlare di isteria, soprattutto per quanto riguarda la Lega. E invece no. La strategia nordista si trova infatti proprio ora ad una stretta e in uno stallo che forse i suoi fautori non avevano previsto e che rischia di frantumargli in mano il giocattolo che volevano costruire.

* * *

Voglio dire che, passando da una versione generica e ideologica ad una concreta, sono emerse alcune gravi difficoltà ed alcune profonde reazioni che stanno prendendo corpo e suscitando crescente inquietudine. Non si tratta soltanto della rabbiosa rivendicazione dei siciliani di Lombardo e di Micciché, che il premier è ancora in grado di tacitare con regalie personali e spostamento di risorse.
Si tratta dell'incognita del federalismo fiscale che è arrivata ormai al punto di svolta. Dopo la legge-quadro che è stata un puro elenco di intenzioni e di vaghi principi, si profila ora il passaggio dall'ideologia al merito, emergono le contraddizioni, la diversità degli interessi, la complessità dei parametri e soprattutto l'incognita del costo.

Nessuno è in grado di dire quanto costerà il federalismo fiscale, chi ne sopporterà l'onere maggiore, quali ne saranno i vantaggi per la comunità nazionale, per le zone più ricche come per quelle più povere, tenendo presente che ricchezza e povertà non sono divisibili soltanto tra il Nord e il Sud poiché aree ricche esistono anche nel Mezzogiorno (soprattutto quelle che coincidono con le organizzazioni criminali e con le clientele della zona grigia) così come sacche di povertà frastagliano anche il Nord.

Le cifre del federalismo fiscale non le conosce nessuno, neppure il ministro dell'Economia che pure dovrebbe esserne debitamente informato. Quelle cifre danno (a regime) un saldo attivo o un saldo passivo? Quanto tempo dovrà passare perché il sistema funzioni a pieno ritmo? E che cosa accadrà nel frattempo, quali scosse, quali tensioni si verificheranno e quali ceti sociali e quali territori avvertiranno quelle scosse con maggiore intensità?

Questo nodo di domande ha fatto dire a chi spinge avanti il progetto federalista che la qualità del budino si conoscerà dopo averlo mangiato. Lo stesso Tremonti ha usato l'immagine del budino.
Dal canto mio dico, parafrasando, che il federalismo fiscale è come l'araba fenice: che ci sia ciascuno lo dice, come sia nessuno lo sa. Potrà essere un salto di qualità oppure una trappola di sabbie mobili, una più solida democrazia oppure un brulicare di burocrazie, un diretto controllo dei cittadini o una delega in bianco a gruppi di potere locali. Infine un'accresciuta solidarietà oppure una secessione silenziosa e lo sfasciamento del paese.
Tutto si svolge alla cieca. Ecco perché perfino la Lega è impaurita ed ecco perché i tempi di realizzazione concreta del federalismo fiscale saranno inevitabilmente allungati.

Nel frattempo però il consenso popolare rischia di smottare e alcuni segnali già ci sono.
In vista di questo pericolo il terzetto di punta della Lega ha deciso di fare "ammuina": le ronde, le gabbie salariali, il ritiro delle missioni militari all'estero, la guerra delle bandiere regionali contro quella nazionale, sono pura e semplice "ammuina" per nascondere che l'incognita del federalismo fa paura perfino a coloro che lo hanno voluto e portato avanti fino ad un punto di non ritorno.

Domenica scorsa scrissi che questa situazione di disfacimento e di secessione silenziosa richiede il lancio di un allarme rosso che blocchi la deriva e metta in campo tutte le energie positive, latenti ma disperse, e le riporti in campo. Ripeto quel mio invito. E' il momento che queste energie potenziali entrino in scena, si manifestino, usino gli strumenti che ci sono per costruirne altri più appropriati ed efficaci.
Temo che non ci sia tempo da perdere. L'abbiamo detto tante volte in questi quindici anni ed anche prima. Purtroppo era sempre vero ma questa volta è più vero che mai.

* * *

Post Scriptum. Il ministro Brunetta (ma sì, quel simpaticone) ci ha scritto una lettera a proposito dello sfondamento della spesa ordinaria di 35 miliardi tra il 2008 e il 2009. Avevo scritto che uno sfondamento di tali dimensioni in una fase di crisi e dissesto dei nostri conti pubblici (anche se il ministro Tremonti continua pervicacemente a negare quest'evidenza da lui stesso documentata nell'ultimo Dpef) era incomprensibile. Quei miliardi di euro equivalgono ad un aumento del 4,9 per cento della spesa ordinaria. Vogliamo sapere a che cosa sono serviti. E' una curiosità morbosa? Tremonti dovrebbe rispondere ma ecco che in sua vece ha risposto Brunetta nella lettera da noi pubblicata.
So bene che con questo "post scriptum" espongo i lettori di "Repubblica" al rischio di un'altra lettera del Brunetta medesimo, ma le cifre da lui fornite chiedono risposta.

Dunque. Scrive il ministro della Funzione pubblica che tra il 2008 e il 2009 le spese della Pubblica amministrazione destinate al personale sono aumentate di circa quattro miliardi. Il ministro ne spiega la ragione e noi non vogliamo entrare nel merito. Spiega anche che la spesa per "Consumi intermedi" è a sua volta aumentata da un anno all'altro di 3850 milioni. Non dice il perché, debbo dedurne che si tratta di sprechi.
Altro Brunetta non dice. Il totale delle risorse da lui giustificate nel modo suddetto ammonta dunque a poco meno di otto miliardi. Lo sfondamento della spesa ordinaria è stato di 35 miliardi. La differenza per la quale attendiamo ancora notizie dal ministro dell'Economia o dal suo vice alla Funzione pubblica è quindi di 27 miliardi di euro. Volete per favore dire alla pubblica opinione come diavolo li avete spesi?

(9 agosto 2009)
(*) Facite ammuìna (che in napoletano significa fate confusione, rumore) sarebbe stato un comando contenuto nel Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841. L'ordine sarebbe stato questo:
« All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann' a poppa e chilli che stann' a poppa vann' a prora:chilli che stann' a dritta vann' a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann' a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann' ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann' bascio passann' tutti p'o stesso pertuso:chi nun tene nient' a ffà, s' aremeni a 'cca e a 'll à". N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

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venerdì 31 luglio 2009

La strategia autoritaria del governo

di Luigi de Magistris*, da Il Manifesto

Credo sia un grave errore pensare che il governo Berlusconi, la maggioranza berlusconiana, non persegua una ben precisa strategia che mira a modificare in modo radicalmente autoritario ed illiberale il nostro Paese. Il disegno, di chiara matrice piduista, impone sia ampie revisioni costituzionali che svuotamenti della Carta attraverso la legislazione ordinaria: matrice di fondo è la soppressione di quella che gli anglosassoni chiamano balance of powers, il bilanciamento dei poteri.


La Costituzione deve subire - in tale progetto strategico - una svolta presidenziale, con la concentrazione dei poteri di governo nelle mani di un'unica persona: il Parlamento ridotto a mero organo di ratifica dei voleri della maggioranza, Corte costituzionale e Consiglio superiore della magistratura modificati nella loro composizione attraverso l'aumento dei membri di nomina politica. Il Presidente della Repubblica sarà quindi capo del governo, capo delle forze armate, capo del Csm e magari, se lo scenario di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e politico-istituzionale del nostro paese rimarrà quello attuale, anche capo dei capi.
Dal momento che anche una maggioranza di chiara ispirazione autoritaria ed illiberale non potrà mai abolire formalmente l'art. 3 della Costituzione (l'uguaglianza delle persone di fronte alla legge) e l'art. 21 della Costituzione (libera manifestazione del pensiero e diritto di cronaca) ecco che si colpiscono - attraverso lo strumento della legge ordinaria - quelli che sono due baluardi di ogni stato di diritto che consentono l'effettiva attuazione di tali principi: l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e dell'informazione. In questi ultimi mesi la maggioranza sta portando avanti un disegno di complessivo annichilimento dell'autonomia della magistratura e dell'indipendenza, libertà e pluralismo dell'informazione.
Corollari di un disegno autoritario di questo tipo sono anche taluni censurabili provvedimenti normativi adottati negli ultimi mesi e che offrono una chiara cornice dell'avanzare del fascismo del terzo millennio: 1) le ronde che - mortificando le forze dell'ordine - introducono la privatizzazione della sicurezza pubblica e l'istituzionalizzazione in alcune aree del controllo del territorio da parte della criminalità organizzata (tipico strumento utilizzato nel ventennio del secolo scorso e nel periodo iniziale dei paramilitari colombiani); 2) il ricorso sempre maggiore ai militari per compiti di ordine pubblico che - soprattutto in un'ottica di presidenzialismo di chiara ispirazione piduista - potranno essere utilizzati per affrontare conflitti sociali e reprimere il dissenso che viene sempre più criminalizzato nel nostro paese attraverso pratiche liberticide tipiche della tolleranza zero; 3) la criminalizzazione dell'immigrato in quanto tale e non perché ha commesso un reato, ossia l'introduzione della colpa d'autore tanto cara al regime nazi-fascista, con tratti xenofobi indegni di un paese democratico.
Un disegno autoritario di tale portata nasce e si consolida attraverso un ricercato crollo etico anche grazie all'imperversare della pubblicità commerciale, del consolidamento della teoria del consumatore universale, del radicamento del pensiero unico, del rovesciamento dei valori: non conta chi sei, qual è la tua storia, ma quanto appari; il culto del profitto, dell'avere al posto dell'essere, del dio denaro. Un revisionismo culturale realizzato in anni di bombardamento mediatico, in un conflitto di interessi mai affrontato da un opaco centro-sinistra intriso da tanti conflitti d'interessi. Un definitivo controllo delle coscienze e la narcotizzazione delle menti e finanche dei cuori deve passare attraverso la mortificazione della scuola pubblica, dell'università e della ricerca: deve apparire che siamo un paese normale (quanto bello ed attuale quell'articolo di Domenico Starnone che parlava di normale devianza).
Di fronte ad un disegno che appare a tratti anche eversivo dell'ordine costituzionale; di fronte ad un paese dove le mafie condizionano in modo devastante parte significativa del Pil e riciclano immani somme di denaro in ogni settore suscettibile di valutazione economica ed in ogni parte del territorio nazionale; di fronte ad una capillare penetrazione della criminalità organizzata in vasti settori della politica e delle istituzioni, attraverso soprattutto il controllo della spesa pubblica; di fronte ad un collante sempre più evidente tra sistema politico castale e criminalità organizzata; di fronte a tutto questo, le forze democratiche - in qualunque articolazione della società civile siano presenti - debbono impegnarsi concretamente per impedire la realizzazione di un tale progetto politico che condurrà inesorabilmente alla fine dello Stato di diritto.
Così come chi è investito di ruoli istituzionali e non è ancora totalmente assuefatto a tale sistema di potere deve battere un colpo per difendere la Costituzione nata dalla Resistenza e per far sì che venga attuata giorno per giorno.
* parlamentare europeo Idv

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Due proposte per fermare il regime

di Paolo Ferrero*, il Manifesto

Condivido l’articolo di Luigi de Magistris sulla strategia autoritaria del governo. Condivido e ritengo necessario, dopo la raccolta di firme che Rifondazione comunista ha fatto con l’Italia dei Valori per sottoporre a referendum il lodo Alfano, proseguire l’iniziativa per contrastare l’azione antidemocratica del governo. Occorre costruire una manifestazione nazionale unitaria contro il pacchetto sicurezza ma anche una azione unitaria delle diverse forze politiche, culturali e sociali che si collocano all’opposizione, articolata sul territorio, che sveli a fondo il carattere eversivo dell’azione di governo. Occorre fare una vera e propria campagna di massa.

Sono rimasto colpito però della assenza nell’intervento di de Magistris della questione sociale. Ritengo infatti che senza una discussione di fondo sul rapporto tra questione democratica e questione sociale, Berlusconi non solo demolirà la democrazia nel nostro paese ma lo farà con il sostanziale consenso – attivo o passivo – del paese. Occorre cioè fare i conti con la situazione reale del paese che a me pare caratterizzata da due elementi: da un lato la separazione nella testa di milioni di persone tra questione sociale e questione democratica. Dall’altra la questione sociale oggi non trova “naturalmente“ uno sbocco a sinistra, in termini di conflitto di classe, o se volete di conflitto del basso contro l’alto; sempre più spesso è la guerra tra i poveri, dei penultimi contro gli ultimi, ad esprimere la questione sociale.
Penso che se l’opposizione non saprà fare i conti con questo doppio problema, sarà destinata a soccombere di fronte all’avanzata della destra populista e della crisi della politica: non sarà efficace al fine di battere Berlusconi e il berlusconismo.
In altri termini Berlusconi trae un vantaggio decisivo dal fatto che milioni di persone appartenenti agli strati subalterni o non vanno più a votare, schifati dalla politica, oppure votano a destra – a partire dalla Lega – perché la ritengono più efficace per difendere i loro interessi.
Occorre quindi unire alla denuncia del carattere eversivo dell’azione di governo, una azione coerente di denuncia del carattere di classe dell’azione del governo e la costruzione di una seria opposizione alle sue misure economiche e sociali. A tal fine è completamente suicida la linea di gran parte dell’opposizione di appoggiarsi a Confindustria per criticare il governo; è suicida che il provvedimento più estremista varato dal governo sul piano economico e sociale e cioè il federalismo fiscale, sia stato approvato dall’Italia dei Valori e abbia visto l’astensione del Pd. Col federalismo fiscale si taglierà la spesa sociale, la guerra tra i poveri verrà istituzionalizzata e si apre una autostrada alla distruzione del contratto nazionale di lavoro e alla gestione localistica dei conflitti. Il federalismo fiscale è una manna per la Lega Nord e per il nascituro partito del Sud, per balcanizzare l’Italia. Ho fatto questo esempio ma potrei proseguire con l’opposizione che vota mozioni di sostegno al finanziamento delle scuole private, non dice nulla sulla spesa di 14 miliardi per l’acquisto di cacciabombardieri, non dice nulla sulle prebende per il sistema bancario, balbetta sull’attacco al contratto nazionale di lavoro, concorda sulla riduzione della tassazione per le rendite fondiarie, ecc.
A me pare evidente che la sostanziale subalternità dell’opposizione parlamentare (e quindi dell’opposizione presente sui mass media) alla Confindustria apra uno spazio politico immenso alla destra populista di Berlusconi e alla sua azione demolitrice dell’impianto costituzionale.
Per questo faccio a mia volta un appello a de Magistris: costruiamo insieme nell’autunno, tutte le forze disponibili, una mobilitazione sociale degna di questo nome che contesti radicalmente la politica e economica e sociale del governo, contro la precarietà, per la redistribuzione del reddito e del lavoro, per una riconversione ambientale dell’economia. Per rendere credibile agli occhi di larghi strati popolari la nostra battaglia per la democrazia occorre schierarsi dalla loro parte nel conflitto sociale, altrimenti i nostri discorsi saranno incomprensibili.
Aggiungo una seconda considerazione e una seconda proposta che concerne il piano istituzionale. Con questa legge elettorale maggioritaria e bipolare è pressoché impossibile sconfiggere il berlusconismo. Berlusconi ha uno schieramento che vale il 45% mentre i suoi oppositori sono divisi e hanno voti non facilmente sommabili. Non penso possibile fare una alleanza con l’Udc di Cuffaro per governare l’Italia. La gabbia bipolare, costruita stupidamente dal centrosinistra negli anni ’90, si è rivelata il contesto concreto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, il sistema che più favorisce Berlusconi e il suo tentativo di trasformare in regime il suo governo. Se fosse passato il referendum sul partito unico su cui il Pd ha dato indicazione di voto favorevole e per cui Di Pietro ha raccolto le firme, il discorso sarebbe chiuso. La sconfitta del referendum apre però una strada che voglio proporre a de Magistris. Prendere atto che il bipolarismo è all’origine del successo berlusconiano e proporre una legge elettorale proporzionale. Una legge proporzionale garantirebbe una cosa semplicissima e cioè che Berlusconi, che è minoranza nel paese, non si trovi poi ad avere la maggioranza assoluta di parlamentari in virtù della legge elettorale bipolare. L’Udc e le forze della sinistra propongono il sistema elettorale tedesco, se l’Italia dei Valori si pronunciasse chiaramente su questo indirizzo avremo buone possibilità che anche il congresso del Pd si muova in questa direzione. Un comune orientamento di questo tipo permetterebbe di costruire uno schieramento di salvaguardia costituzionale con l’obiettivo di fare una legge elettorale proporzionale e una legge sul conflitto di interesse. Questi provvedimenti si possono fare in sei mesi e su questo obiettivo si può costruire uno schieramento per dar vita ad una brevissima legislatura di salvaguardia costituzionale che cambi le regole del gioco per poi andare a votare con un sistema proporzionale, ognuno con la propria faccia e il proprio programma. Noi tutti ci battiamo perché Berlusconi cada ma è nostro obbligo avanzare un proposta per sconfiggerlo senza fare pasticci: questa proposta a me pare utile e praticabile.
Riassumendo voglio quindi dire a de Magistris che per impedire a Berlusconi di realizzare il proprio disegno eversivo occorre costruire sul piano sociale una forte opposizione alla sua politica di classe e sul piano istituzionale porre con chiarezza l’obiettivo dell’uscita dal regime bipolare. Questo non dipende solo dagli altri ma in buona misura anche da che cosa farà l’Italia dei Valori nei prossimi mesi.
*Segretario nazionale Prc


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sabato 25 luglio 2009

Crisi della politica, e della democrazia

di Alberto Burgio, da il Manifesto on line

In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata?



In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.
La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente. La Costituzione disegna un sistema politico a centralità parlamentare e allude a una rappresentanza proporzionale. Ma da un decennio non si fa che varare «riforme» elettorali e istituzionali che emarginano il Parlamento, introducono elementi di presidenzialismo decisionista e impongono una sorta di bipolarismo coatto tendente al bipartitismo, in violazione del principio di uguaglianza nel diritto alla rappresentanza.
La legge sulla sicurezza, poi, privatizza una funzione-chiave della sovranità come la tutela della sicurezza sul territorio nazionale e re-introduce norme francamente razziste (si è puniti per quel che si è, non per quel che si fa) che ci riportano dritti al 1938. Il progetto TivùSat (di cui pochissimi giornali - tra cui il manifesto - hanno parlato) concentra nelle mani di un'unica persona (il padrone di Mediaset, presidente del Consiglio) il controllo del 96% della nuova piattaforma satellitare. Infine, il terzo scudo fiscale di Tremonti vara l'ennesima amnistia mascherata per gli evasori nel Paese occidentale che vanta il record assoluto di evasione fiscale. Uno dei fondamenti delle democrazie borghesi lega l'onere fiscale al diritto di rappresentanza. C'è da chiedersi se il fatto che in Italia il potere politico sia da tempo prerogativa dei grandi evasori e dei loro garanti non leda in radice questo principio-base. Ce n'è abbastanza per dire che la Costituzione somiglia sempre più a un venerabile simulacro, e il problema non si risolve certo rimuovendolo. Per parafrasare le parole di Napolitano, la crisi della politica c'è ed è grave proprio perché è in crisi la democrazia e le sue istituzioni.
Resta da domandarsi dove nasca questa grave patologia. Una volta tanto non daremo tutta la colpa a Berlusconi e alla sua parte politica. Il problema nasce a monte. È il neoliberismo a scaricare un impatto eversivo sulla Costituzione. L'estrema subordinazione del lavoro dipendente; la privatizzazione delle istituzioni e della sfera pubblica; lo smantellamento del welfare; la guerra e la gestione razzista delle migrazioni, tutto questo è parte integrante della costituzione materiale del capitalismo neoliberista ed è l'esatto contrario del modello sociale inclusivo ed egualitario al quale guardavano i nostri costituenti.
Se la Costituzione resta formalmente in vita mentre prende corpo una forma di governo autoritaria e oligarchica (che ricorda il progetto piduista), non torna allora utile il discorso del «doppio Stato»: l'ipotesi che, nel rispetto apparente della legalità costituzionale, si venga consolidando un diverso sistema di dominio improntato all'arbitrio e alla corruzione, plasticamente aderente agli assetti di potere di una società sempre più ineguale ed immobile? Dovessimo rispondere di sì, potremmo finalmente celebrare la nascita della famigerata «seconda Repubblica».

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lunedì 20 luglio 2009

Se la politica "pop" costruisce la morale

di Ilvo Diamanti da Repubblica on line

TRE MESI dopo l'avvio delle polemiche sulle frequentazioni del premier. Le reazioni della moglie. Le rivelazioni e i servizi fotografici sulle feste che hanno ravvivato le sue residenze. A Roma e in Sardegna. Private ma al tempo stesso pubbliche. Sede di rappresentanza per missioni dello Stato. E di feste fastose, abituali a casa "sua". Dopo molte spiegazioni - date e ritrattate - per spiegare vicende mai spiegate perché inspiegabili. Sentiamo echeggiare una questione, non solo in ambienti amici (suoi). Questa insorgenza morale e moralista. A chi e a che è servita?



Infine la maggioranza ha vinto le elezioni europee. Stravinto le amministrative. Magari "lui" non ha ottenuto il plebiscito personale che aveva chiesto. Il "suo" partito non ha ottenuto il risultato che sperava. Però, è ancora saldamente al comando. Del partito, della maggioranza, del governo. "Lui": ha vinto anche il G8. Tre mesi di inchieste giornalistiche, fotografie maliziose, rivelazioni piccanti e imbarazzanti. E poi scandali, veline, escort. Se dopo tutto questo "lui" è ancora saldamente al comando: ma chi ne potrà scalfire il potere e il consenso in futuro? Non solo: se dopo tutto questo la popolarità del premier è calata ma non è collassata, non significa che la maggioranza dei cittadini, in fondo, gli somiglia? Pensa come lui?

Definite in questi termini, le questioni ci sembrano mal poste. Anzitutto perché queste vicende hanno comunque influito sul risultato. Spingendo una quota elevata di elettori del PdL nel grande buco grigio dell'astensione. Ma, soprattutto, poste in senso meramente utilitarista. Come se il valore delle inchieste dipendesse solo da chi ci perde e guadagna. Non intendo affrontare discorsi moralisti e tantomeno morali. Non ne avrei titolo. Non scrivo per Famiglia Cristiana e non sono un portavoce della Cei. Solo un peccatore come (e forse più di) tanti altri.

Mi interessa, invece, tornare su un tema già affrontato in altre occasioni. Riguarda il rapporto fra le istituzioni, i leader e gli elettori in tempi di democrazia dell'opinione. Quando i cittadini diventano pubblico. Spettatori. Le istituzioni e i leader: attori. I media: teatro. Quando i valori diventano slogan. Le politiche e i politici prodotti da vendere. Quando il privato diventa pubblico. Perché è esposto in pubblico. E ha valore pubblico. Quando il gossip: diventa linguaggio politico.

È l'epoca della "politica pop". E si rischia di scambiare la popolarità per la realtà. Identificare la volontà popolare con la realtà sociale. Peggio: con l'etica pubblica. E viceversa: immaginare l'etica pubblica come un dato. Ma ciò che pensa e dice la "gente", anche in larga maggioranza, non è "innato". Riflesso della natura umana. Intanto perché una minoranza, talora molto ampia, pensa e dice diversamente. Poi perché a costruire l'opinione pubblica e la realtà sociale contribuiscono, in misura significativa, le istituzioni, chi le rappresenta e governa. Attraverso gli atti, l'esempio, le parole, i contatti quotidiani.

Attraverso i media. Il "fatto" che l'intolleranza e la xenofobia montino a folate in modo non coerente con le tendenze dei reati e dei crimini. Non è un "fatto", ma un "risultato". Prodotto dall'enfasi attribuita dai media e dagli attori politici e sociali. A livello nazionale e locale. Come ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa: "I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela".

Si pensi all'esecrazione che, a seconda del periodo, investe i cani assassini, gli stupri, gli zingari, i romeni, gli albanesi. Gli islamici. A ondate. Oggi ad esempio pare che gli sbarchi degli immigrati si siano arrestati. I clandestini ridotti. D'altronde, se tali smettono di essere le badanti, ne abbiamo eliminati più della metà.
La realtà sociale, inoltre, è spesso trasfigurata dall'iperrealtà (come abbiamo scritto, riprendendo una suggestione di Carlo Marletti). Un ritratto quasi fotografico. Che si concentra su alcuni particolari. Li dilata oppure li riproduce in modo ossessivo.

Così propone uno specchio tanto fedele quanto distorto. Riflette una prospettiva unilaterale - e per questo falsa - della realtà. Perché ognuno di noi è "diverse persone". Siamo tutti, almeno un poco: opportunisti, egoisti, xenofobi, intolleranti, bugiardi, trasformisti, evasori (latenti), diffidenti (verso gli altri e lo Stato). Ma siamo tutti - almeno un poco - anche: altruisti, solidali, generosi, ospitali, dotati di civismo, sinceri, aperti, felici di stare in comunità.

E ci sentiamo tutti - almeno un poco - infastiditi: da chi dice bugie, evade, frega il prossimo, tratta male gli altri, è arrogante, prepotente, usa le cose pubbliche come fossero private e le cose private come fossero pubbliche. Tutti. (In particolare quando ci trasformiamo in vittime di questi atteggiamenti.) Per cui siamo capaci di grandi slanci e grandi chiusure. Per questo ogni raffigurazione unilaterale e caricata è irreale quanto iperreale.

È la pop-art della democrazia-pop. Dove i valori sono trasmessi dai comportamenti pubblici e privati - tanto è lo stesso - esibiti dalle istituzioni. Dall'esempio degli uomini che le rappresentano e le governano. Dai media. Tanto più oggi, in Italia. Dove i confini tra chi guida la politica, il governo, i media sono tanto sottili e confusi che quasi non si vedono. Per questo ciò che il premier dice e non dice. Quel che fa e non fa. Anche in privato. Ha valore pubblico. Forma - o deforma - i valori pubblici. E privati. Le inchieste e le critiche (di una parte solo) della stampa e della politica che tanto infastidiscono il premier, per la stessa ragione, non sono un "attentato" alla democrazia. Ma una garanzia.

Un antidoto contro l'iperrealismo. Servono a correggere la distorsione di questo "specchio unico". In cui si riflette, ripetuta e dilatata all'infinito, l'immagine del berlusconi-che-è-in-noi. Fino a sovrapporla al nostro profilo. Un'idea che, personalmente, mi inquieta non poco. (19 luglio 2009)


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venerdì 17 luglio 2009

UN ORGANISMO PER FARE SOCIETÀ E POLITICA

di Paolo Cacciari, da Il Manifesto

Chi più, chi meno, ognuno di noi è geloso delle proprie appartenenze, è affezionato alla propria storia politica, al fondo, è convinto di avere la soluzione in tasca. Molto del nostro tempo lo spendiamo cercando di convincerci a vicenda. Siamo arrivati al punto di preferire la sconfitta certa comune piuttosto che correre il rischio di vedere vincere l'altro. Non è bello ma bisogna capirne i motivi. Altrimenti anche i più genuini e generosi appelli all'unità, i vari e ripetuti tentativi di associazione e federazione sono destinati a rimanere vox clamantis in deserto.


Bisogna ammettere che le differenze trovano ragione in culture e visioni diverse, spesso molto diverse. I comunismi sono stati e saranno sempre molti. Gli antagonismi anticapitalisti sono ancora più numerosi. Come fare a stabilire qual è quello «giusto», più efficace e vincente? Il nostro o il loro? È evidente che così non se ne va fuori. Anche il più modesto risultato elettorale, il più striminzito sciopero, il più malriuscito corteo, il meno diffuso giornale... potrà essere rivendicato come «un buon inizio».
La nostra generazione politica (diciamo quella che si è formata tra il '68 e il '77) è prigioniera di una cultura politica competitiva e aggressiva, che pretende di «egemonizzare» chiunque esprima visioni differenti dalle nostre. Contrariamente a quanto predichiamo in pubblico (una società di liberi ed eguali) applichiamo acriticamente al nostro interno i metodi peggiori che abbiamo imparato vivendo nella società borghese: tra questi il «principio di maggioranza». Ma poiché (come giustamente spiegava Bakunin) le decisioni non possono che valere per chi le prende, alle minoranze non è data altra alternativa che ubbidire o allontanarsi. Da qui la straordinaria propensione alla scissione delle formazioni politiche di sinistra. Per di più, come ci insegnano gli scienziati dell'organizzazione, esiste un principio di sopravvivenza che trasforma i «gruppi dirigenti», anche della più piccola e scalcinata organizzazione, in una oligarchia.
Noi, gente di sinistra, non possiamo avere altri legami e motivi di stare assieme se non la condivisione di idee. Per Ekkehart Krippendorff: «Il movente originario della sinistra sta in una ribellione morale». Quindi, un processo di compresenze, convergenze e accumunamento tra diverse soggettività antagoniste, spiriti critici, coscienze dotate di spirito di giustizia... o come altro preferiamo chiamarci, avviene per catarsi esterna sotto la forza di un attrattore ordinatore generale (il comparire di un soggetto rivoluzionario in sé e per sé, l'esplodere della contraddizione principale, l'affermazione di un modello di ordinamento sociale assunto come guida), ma non è questo il nostro caso storico, oppure bisogna cercare dei sistemi di collaborazione, di mutualità, di reciproco appoggio utili a tutti e a ciascuno. Per questo le regole (vedi proposte di Marcon e Pianta, formulate prima e dopo le elezioni) assumono un valore decisivo.
Del resto, come diceva già quel vecchio seminudo all'arcolaio, tra mezzi e fini esiste la stessa connessione inviolabile che vi è tra il seme e la pianta. Penso ad un agire insieme per campagne di iniziative (quelle elettorali sono solo alcune tra le altre) su piattaforme elaborate con modalità partecipate, con auditing e convention pubbliche, con l'uso di delegati sempre revocabili ma titolari di una propria inalienabile libertà di coscienza. Penso ad un sistema di connessioni, collaborazioni, coordinamenti multidimensionali che costituiscono spazi pubblici e forme organizzate stabili dell'agire politico. Penso alla fine di ogni separazione tra lavoro sociale e lavoro di rappresentanza. Non un «incontro a metà strada» e più che un «intreccio» tra pratiche sociali e rappresentanze, tra spontaneità insorgente e mediazione politica, ma una forma di autoriconoscimento e autodeterminazione di soggetti capaci assieme di conflitto e di contrattazione, capaci di «fare società» perché sanno districarsi tra le istituzioni e capaci di «fare politica» perché sono parti di società.
Questa nuovo «organismo» lo chiameremo ancora partito (anche se variamente aggettivato: politico, sociale, di massa, cartello elettorale, federazione, ecc.) o in qualche altro modo? Non nascondo che se riuscissimo a distinguerlo dagli altri e da tutti quelli che ci sono stati fino ad oggi anche nel nome, oltre che nei modi d'essere e nelle modalità di funzionamento, sarebbe già un gran bel passo avanti.


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mercoledì 15 luglio 2009

Uomini che amano le donne

di Ida Dominijanni, da Il Manifesto

Ha perfettamente ragione Stefano Rodotà a chiedere (su Repubblica di ieri) che il nuovo corso politico auspicato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (sul Corsera di domenica) non cominci «all'insegna di una omissione», ovverossia archiviando scandali e rivelazioni che hanno travolto la figura, immagine e sostanza, del presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Ha ragione, e con lui hanno ragione vari esponenti dell'opposizione, a chiedere che il premier riferisca in parlamento, che venga restituito onore alla responsabilità politica, che quello che è accaduto non venga rinchiuso in una «parentesi moralistica», che si ristabilisca il valore dirimente della verità nella sfera pubblica.

Sono princìpi basilari della democrazia liberale, mica di chissà quale rivoluzione, che dovrebbero essere dati per assodati e ampiamente condivisi, e che scopriamno invece essere negletti e calpestati non solo dal premier ma da chi lo sostiene con i voti e con gli argomenti; princìpi, dunque, per i quali non bisogna smettere di lottare.
Tuttavia, man mano che passano le settimane, cresce la sensazione che la difficoltà o il pudore di parlare del merito della questione, oltre che dei principi liberaldemocratici violati, indebolisca altro che rafforzare le armi dell'attacco a Berlusconi. Difficoltà e pudore si possono capire ovviamente, perché quando c'è di mezzo la sessualità sono forti sia la tendenza a confinare il discorso della sfera privata - e abbiamo visto quanto questa tendenza sia stata prevalente nell'opposizione - sia la tendenza ad astenersi dal giudizio per non essere tacciati di moralismo; per non dire di una incoffessata e incoffessabile complicità maschile pronta a scattare trasversalmente e inconsciamente. E però, finché l'opposizione - politica e intellettuale - non troverà le parole per dire qual è l'elemento insopportabile della berlusconeide degli ultimi due mesi, non troverà di conseguenza nemmeno l'elemento irrinunciabile della propria battaglia. E l'elemento insopportabile non è né l'esuberanza o l'edonismo del premier, né i suoi gusti o le sue preferenze sessuali, né la quantità di amanti che gli piace esibire. E' l'uso sistematico di un sistema di scambio sesso-danaro-potere, quale risultava fin da subito dalle parole di sua moglie e quale è stato confermato dalle inchieste giornalistiche. Un uso sistematico che prima che inquinare la vita istituzionale, denota un indecente disprezzo delle donne, camuffato da seduzione e galanteria. E segnala dunque una questione di civiltà, di fronte alla quale la politica non può tacere e non deve fare un passo indietro ma due avanti.
Sembrerebbe lapalissiano ma non lo è affatto, infatti questo argomento compare poco, troppo poco nel dibattito sulla moralità pubblica del premier, sull'onore delle istituzioni, sulla trasparenza della democrazia eccetera. E non può trattarsi di una omissione casuale. Senza fare paragoni incongrui, la controprova sta nel caso dello stupratore seriale che si è abbattuto nel dibattito precongressuale del Pd. Ignazio Marino l'ha trattato, impropriamente, come indice di una «questione morale» che riguarderebbe la selezione dei dirigenti del partito. Altri hanno avuto buon gioco nel rispondergli che strumentalizzava un caso doloroso a fini di lotta congressuale, tacendo sul merito. Altri ancora - esempio, Marco Follini nella conversazione domenicale con Marco Pannella trasmessa da Radio radicale - hanno fatto di peggio, equiparando come spesso capita questione morale e giustizialismo e archiviando la faccenda onde non apparire giustizialisti. Ora, fatta salva la presunzione di innocenza pu di fronte ai pesanti indizi di colpevolezza del caso, è evidente che il dibattito è completamente fuori fuoco. Lo stupro non è una questione morale, e prima di essere una questione penale è - di nuovo - un problema di civiltà, che riguarda la sessualità maschile, purtroppo non solo nelle sue espressioni perverse. E nel caso in questione, stando pur solo ai precedenti di Luca Bianchini, ai suoi dvd e ai suoi minuziosi diari, siamo di fronte - di nuovo - a una sessualità compulsiva, a una concezione quantitativa e accumulativa dei rapporti con le donne («Avere tanti rapporti con donne grandi e stare tranquillo senza impulsi» è quello che Bianchini si propone), a una bizzarra associazione fra «fare» sesso e «fare» politica, come fossero due carriere parallele e reciproche. Può darsi che il Pd non abbia e non voglia avere gli strumenti di valutazione e filtro dei vecchi partiti sui suoi quadri, e che non possa e non voglia indagare sulla loro fedina penale. Ma da qui a non avere nulla da dichiarare ce ne corre. E a proposito delle assurdità del suo statuto, provate a leggervi con questo silenzio nelle orecchie l'articolo 3.

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lunedì 22 giugno 2009

Sulla catastrofe del femminile nella politica del centrodestra

di Clelia Mori


Forse la catastrofe del femminile nella politica del centrodestra sta diventando collettiva e sta trasformandosi in una catastrofe di pensiero, azione, governo, sicurezza nazionale e magari internazionale e soprattutto di una certa idea del maschile. Ma può essere anche lo strumento della rinascita e la dimostrazione che dal pensiero delle donne per le donne oggi in politica non si può prescindere. Per gli uomini stessi ma anche per la loro nostra vita politica. E’ la dimostrazione che il femminile non si può baipassare come un ornamento del letto o della politica, meno che mai della democrazia.

Lo sconforto che mi e ci prendeva come donne quando ne parlavamo pensando alla politica della differenza sta diventando per la destra un boomerang. Si sta dimostrando che persino il trattarci come merce non serve a emarginarci, a rendere invisibile i nostri desideri e la nostra libertà, a ridurci al silenzio anche se non ne parliamo tanto, e che non basta a nessun* che le merci vengano poi nobilitate passandole al parlamento italiano o europeo. Le donne anche come merci colpiscono sempre, sono un pericolo se maneggiate male e persino l’affidabilità politica di un uomo di governo, che informa de-formando tutta la comunicazione dell’azione pubblica e politica, può venirne colpita. Forse, ma potrebbe essere anche una mia ipersensibilità, scricchiola perfino un modello di comunicazione visto che il premier deve spingere le industrie a farsi affidare pubblicità per le sue tv, con la scusa che certi giornali gli remano contro.
Profondi scricchiolii, non solo legati alla crisi internazionale, si sentono nel castello mediatico e politico del sovrano, scuotono alla radice il modello del sistema di potere e di pensiero che si è andato affermando in questi ultimi 15 anni: il famoso “ciarpame politico”, di purtroppo antichissima data.
Non si capirebbe altrimenti perché una donna oggi può prendere per mano pubblicamente, perfino in Iran, il proprio compagno candidato alle elezioni presidenziali, scuotendo profondamente l’immaginario locale che scende in piazza contro il regime per difenderli spingendo uomini e donne a morire, e non dovrebbe succedere nulla in Italia se un presidente del consiglio si fa mandare a palazzo donne a pagamento come “utilizzatore finale” -da uno che sembra traffichi con la droga- e se la moglie dice che è malato e che nessuno ha voluto aiutarlo? Addirittura il suo avvocato personale afferma per difenderlo, con un macio colpo di genio, che non ha bisogno di donne a pagamento perchè potrebbe averne in grande quantità, gratuitamente.
Quantità non qualità, ha detto…
E’ proprio vero, il pubblico e il privato, finalmente entrambi pubblici hanno proprietà destabilizzanti se il privato non è garante della qualità del pubblico, soprattutto nel guidare un paese e hanno avuto ragione le femministe del ‘68 a pretendere stessa dignità e visibilità per entrambi, qualsiasi faccia abbiano. Sono tra loro profondamente intrecciati anche se illuminati in maniera diversa e la differente illuminazione mi pare la spia più evidente della loro non comune importanza. Persino il bisogno del buio e del silenzio del privato pubblico, fino ad oggi richiesto a gran voce, racconta la difficoltà del dire apertamente aspetti di sé che si vogliono velare per le conseguenze che potrebbero manifestare nell’interpretazione dell’azione pubblica. E’a questo punto che il privato diventa una garanzia per il pubblico.
Lo avevo però immaginato arrivare tra noi in modo meno traumatico e più pulito e mi sentivo vagamente smarrita dalla qualità del suo arrivo in piazza. Forse quello che mi prefiguravo era l’aspetto finale del lavoro del privato sul pubblico e sul singolo e per questo non ho riconosciuto subito la sua importanza. Ma giunti a questo punto della narrazione il privato, presidenziale, mi dà meglio la misura del suo bisogno nel pubblico per garantire un paese.
E, se il meccanismo non è più sopportabile nemmeno per la moglie che parla per lui addirittura di malattia, perché mai dovrebbe esserlo per una intera comunità nazionale?
Questa questione della malattia che i suoi -per opportunismo personale e politico, non hanno mai voluto vedere per quello che è, nell’intento di non dar credito alle parole dirompenti di una moglie che ha invece dimostrato il potere, la sincerità, la forza e il dolore della sua parola- hanno preferito sbandierare come esibizione di tarda virilità maschilista, sta comunque distruggendo dall’interno la credibilità del loro sistema di pensiero e di governo senza nulla togliere alla pericolosità del suo star male. Anzi, così facendo, hanno acuito l’inquietudine comune sullo stato di salute psicologica e fisica del presidente.
Ma il nascondimento della malattia presidenziale, nel groviglio attuale, inquieta anche per un altro motivo: è la cosa di cui si parla meno tra gli uomini, nonostante la sua pericolosità. E allora mi chiedo se può essere tanto forte anche in politica il legame maschile sulla virilità, da permettere un ribaltamento di lettura della malattia del capo del governo, che comunque non si riesce ad oscurare, senza rendersi conto del potenziale distruttivo del ribaltamento stesso? Pesa così tanto il legame oscuro, difficile da indagare, tra virilità e corpo maschile e corpo delle donne da nasconderlo dentro come un demone irrisolto nel legame con la prostituzione? Lo squilibrio virile con sé stessi e nella relazione con una donna, si equilibra pagando? Cercando di comprare una virilità da chi, comunque, non l’ha da vendere? Senza responsabilità e “false ipocrisie” come diceva Corrado Augias in una risposta nella sua rubrica, su Repubblica alcuni anni fa. Può l’irresponsabilità virile malata, elevata a sistema dal presidente, diventare garanzia di governo retta da continue improvvisazioni di verità?
Preoccupa questo nascondimento maschile della malattia del presidente su cui sorvola persino Vittoria Franco. Sembra le basti chiedergli, con una qualche studiata furbizia parlamentare su Aprileonline di sabato 20, che venga a riferire in Parlamento, giocando sull’impossibilità di dire lì il falso, per smascherarlo. Mi chiedo se è così difficile fare un discorso pulito sulla sessualità maschile e femminile e il potere politico dentro e fuori le istituzioni parlamentari?
In gioco non c’è solo una questione di ricattabilità del presidente, ma lo squilibrio di una persona che ci si rifiuta di vedere psicologicamente molto malata, incapace di controllo su di sé e capace invece di condizionare il governo per giustificarlo e che detiene, pericolosamente per tutt*, pieni poteri nel nostro paese.
Non si tratta più di disquisire sulla possibilità di poter parlare o meno del privato, ma di prenderne atto per le pericolose conseguenze che per noi potrebbe avere, invece che stendervi su questo pietoso e pruriginoso silenzio, visto che non si riesce a chiuderlo neppure tra le pareti dei palazzi governativi e così profonda è la sua essenza intima da poter portare a rischio un paese.
Credo sia da ripensare urgentemente la relazione tra donne uomini e potere in Italia, dagli uomini soprattutto ma con un occhio attento a quello che le donne confliggono con loro se non vogliono aggiungere una ulteriore crisi al paese per la difesa di una stantia visione maschile.


Clelia Mori

21. 06 . 09

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lunedì 15 giugno 2009

D'Alema: Berlusconi è un leader dimezzato (da: in Mezz'ora)

il 14 giugno '09 a "In 1\2 ora"



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domenica 14 giugno 2009

In ricordo di Ivan Della Mea

O cara moglie
(Do you remember '68?)




Nostra patria è il mondo intero (il video è del 15 Marzo scorso!)

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giovedì 11 giugno 2009

Elezioni europee. Commento n. 1

di Jaime
Ho letto i tre commenti sui risultati dell'elezioni amministrative e al parlamento europeo, posti nel Blog. Quello della direttrice dell'Unità, non aggiunge del nuovo a quanto già le pagine dei giornali di parole ci forniscono in abbondanza. In quello della Rossana Rossanda, tenuto conto delle sue esperienze politica e giornalistica, trovo un deludente predominio di quest'ultima, vale a dire, che rimane a livello del fogliame dell'albero.
Rispetto al commento del giornalista di Repubblica, ho colto la stessa tendenza a rimanere sul fogliame senza scendere verso il tronco e le radici, ma ha approfondito sul tema dell'eventuale divisione del PD col ripristino di un partito a predominio Ds e spinto dolcemente verso contenuti socialdemocratici, eventualità che merita un'analisi più dettagliata. Se si riconosce che i partiti politici siano delle organizzazioni sociali tese a servire e cautelare gli interessi di settori socio-economici ben definiti, dobbiamo porci la domanda: perché è sorto il PD? Secondo me, è sorto perché ad un certo momento della storia dello sviluppo economico del Paese nel dopoguerra, si erano conformate le condizioni materiali con i rispettivi legami più o meno saldi, che rendevano obsolete le tradizionali linee divisorie "ideologico-politiche" tra "rossi" e "bianchi", e consentivano tentare l'avvicinamento, prima, sul piano economico-finanziario (in maniera non compatta, ma piuttosto irregolare secondo i gradi di maturità raggiunto dai diversi settori interessati), e poi sul piano politico, il quale, come è noto, compie l'importantissimo ruolo di leggiferare all'uopo, per dare la dovuta scorrevolezza alla riproduzione della cuota del capitale (nazionale-estero) da esso rappresentata.
E' vero che rimangono al suo interno concezioni del mondo differenti, ma il Re capitale ha il potere di abbattere ogni tipo di barriera, oppure, di cambiare le carte in tavola, per proseguire la sua riproduzione nella maniera più efficiente ed efficace possibile. E' come l'acqua corrente, che trova sempre i punti di minor resistenza ( i più deboli) per proseguire il suo corso. In questo senso, la possibilità avanzata dal giornalista di Repubblica sull'eventuale divisione delle due anime fondatrici del PD, la vedrei fattibile, solo se la dinamica del capitale in questi quasi due anni avesse sperimentato cambiamenti tali da giustificare un cambiamento delle carte in tavola. Altrimenti, ci si trova a disquisire solo sul fogliame.
Tuttavia, ammesso ma non concesso che l'ipotesi "fantapolitica" di Massimo Giannini si avverasse, il taglio socialdemocratico da egli supposto rimarrebbe a livello di parole, di sola tattica politica contingente, perché un'organizzazione politica formatasi grazie al progressivo trentennale consolidamento della fase neoliberista del capitalismo nazionale, non può ricredersi per tornare a dare allo Stato e alle sue istituzioni pubbliche, la gestione del capitale nelle aree strategiche della produzione, della finanza, del commercio estero e dei servizi.
Jaime

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mercoledì 10 giugno 2009

E D'Alema affila le armi - "Questo partito va ricostruito"

di Massimo Giannini, su Repubblica on line
La tregua. Hanno parlato di tregua. "Almeno fino ai ballottaggi non facciamoci male", è la linea di Dario Franceschini. Ma se dal voto europeo esce una crepa nel Pdl, il voto amministrativo tradisce la frana del Pd. Dunque, altro che tregua. È già calata la notte dei lunghi coltelli.

Le tante, troppe anime perse del partito, senza dirselo esplicitamente, affilano le lame. Tra ex Ds ed ex Margherita divampa il fuoco amico: schermaglie dialettiche, che preparano battaglie politiche. Pierluigi Bersani osserva "per carità, ci siamo salvati, ma 'mo non raccontiamoci la balla che le cose vanno bene...". Telefona a un insoddisfatto D'Alema, che rimanda ogni valutazione pubblica al dopo 21 giugno, e stende i quattro punti programmatici per riancorare a sinistra il partito al congresso di ottobre. Enrico Letta aggiunge "abbiamo evitato il disastro, ma certo non possiamo brindare". Si consulta con un insofferente Rutelli, che convoca i suoi "coraggiosi" per il 3 luglio a Roma, e lancia subito un segnale di fumo all'Udc di Casini. Nel frattempo, il redivivo Walter Veltroni si prepara a "dire la sua" tra qualche giorno, mentre il semprevivo Romano Prodi non aspetta e la dice subito: "Ora è urgente un grande dibattito programmatico e ideologico, che fino ad oggi è mancato". E la chiamano tregua. In realtà il gruppo dirigente del Pd è più diviso che mai, e non ha un'exit strategy condivisa. La ventata d'aria nuova incarnata da Debora Serracchiani non basta a convincersi che serve una svolta, un'idea, una scommessa. La nomenklatura è confusa, e indecisa a tutto. "Attenti, così scorrerà del sangue...". A sfoderare le lame, suo malgrado, è proprio Massimo D'Alema. Finora ha taciuto. E vuole tacere fino ai ballottaggi. Ma il risultato delle elezioni non lo conforta. "Stavolta, almeno, evitiamo di fare l'errore dell'altra volta, e per favore, non diciamo che abbiamo vinto...". Il partito, secondo lui, non ha un profilo politico. E paga questo deficit, nelle urne.
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C'è di più. Secondo lui, il Pd paga anche il progressivo smarrimento della sua identità "di sinistra". "In campagna elettorale - confidava qualche giorno fa - la nostra gente non faceva altro che chiedermi: ma dove sono i nostri? Perché dobbiamo votare tutti candidati della ex sinistra democristiana?". Per questo il congresso di ottobre dovrà essere un momento di verità, un confronto a viso aperto, dal quale dovranno uscire una linea, un programma, un leader. Senza accordi sottobanco, senza soluzioni pre-confezionate. Il problema è che il Pd rischia di presentarsi a quell'appuntamento nel caos più totale. Per questo, D'Alema ha una tentazione segreta. Scendere in campo in prima persona. Giocare lui, in campo aperto, la partita. E magari candidarsi neanche alla presidenza (come gli è già accaduto ai tempi dei Ds). Ma direttamente alla segreteria. Un azzardo, che sembra fuori dalla logica e fuori dalla storia. Lui stesso ne è, in buona parte, consapevole. L'ha spiegati ai suoi, in queste lunghe settimane di campagna elettorale, i dubbi che lo tormentano. Almeno due. Il primo è che, dopo averlo già affossato una volta, non può silurare di nuovo Bersani, cui ha dato via libera appena un paio di mesi fa. Il secondo è che per storia e carattere si è ormai fatto tanti, troppi nemici: "Io lo so, nel partito, e non solo nel gruppo dirigente, c'è chi non mi ama. Sono uno che divide, anche se ho passato la vita a cercare di costruire l'unità...". Ma poi, qua e là, la tentazione riemerge. Ci sono segnali inequivocabili. La sua campagna elettorale è stata massacrante come nessun'altra, nella sua carriera politica. Otto, dieci comizi al giorno. Battendo ogni angolo d'Italia, dalla Puglia al Veneto. Con un'attenzione al centro Italia, alle ex zone rosse. In un solo giorno, per esempio, Montefalco, Perugia, Foligno, Terni, Livorno, Cecina, Grosseto. In un solo weekend, Bagnaia, Marina di Camerota, Battipaglia, Avellino. Perché questo tour de force, in solitaria? Con tutta evidenza, D'Alema ha trasformato la campagna elettorale in un suo sondaggio personale, per capire quanto consenso riscuote ancora tra quello che fu il "popolo della sinistra". In questo senso, il test lo ha confortato. Piazze piene. "A Piombino - raccontava qualche giorno fa - dopo un comizio un operaio mi ha preso per la giacca, e a brutto muso mi ha urlato: Massimo, 'sto partito l'è un casino, stavolta se ti tiri indietro te ci tiriamo indietro tutti...". A Orvieto mi ha illustrato invece la metafora di Telamonio Aiace. A domanda diretta: a ottobre si candida leader del Pd? Lui ha risposto vago, allusivo, col solito ghigno: "Mah... Tutti mi attaccano, tutti mi accusano di qualcosa, ma io sono in campo. Io sono come quel personaggio minore dell'Iliade, Aiace Telamonio. Ha presente? Il cugino di Achille, quello che combatteva un passo dietro agli eroi. Ma guarda caso, era quello che gli achei chiamavano sempre, all'ultimo momento, quando tutto era perduto e c'era da salvare le navi bruciate dai troiani...". Ma le urne del centrosinistra si riempirebbero mai, con il ritorno in pista di D'Alema-Telamonio, posto che qualche acheo abbia davvero l'ardire di richiamarlo a difendere le navi del Pd? Anche lui riconosce l'azzardo. Ma c'è uno schema, dietro quell'azzardo, che un minimo di logica, sia pure negativa, ce l'ha tutta. Un Pd con l'impronta dalemiana sconta, per il Partito democratico, il peggiore degli scenari. Cioè la diaspora dei centristi, la fuoriuscita di una costola ex democristiana dal Pd: Letta, Rutelli, Fioroni, Follini e tutti gli altri teodem in circolazione. A quel punto, si produrrebbe un chiarimento definitivo, e una "divisione del lavoro" tra le due forze. Il Partito democratico, in questo schema, prenderebbe atto di essere diventato quella Lega degli Appennini" vagheggiata da Tremonti: cioè una replica geopolitica riformista del vecchio Pci, che presiederebbe l'area sinistra in chiave socialdemocratica, e punterebbe a riassorbire ampi strati di elettorato della sinistra radicale di Vendola e di Rifondazione. La nuova formazione centrista, invece, dovrebbe mettere in piedi una "Cosa Bianca", con l'obiettivo di trovare un accordo con l'Udc, per impedire che Casini sia risucchiato, prima o poi inevitabilmente, nel nuovo "abbraccio mortale" con il Cavaliere. In questo modo, rinascerebbe il centro-sinistra con il trattino. Non più l'Unione prodiana, ma qualcosa di ancora più largo, che riaprirebbe i giochi politici e potrebbe tornare a contendere la maggioranza al centrodestra. Pura fantapolitica? È probabile. Ma anche di questo si parla, nel tintinnar di sciabole che prelude all'ennesima, sanguinosa resa dei conti del Pd. "Sfasciare il Pd per salvare il centrosinistra", è la formula paradossale riassunta da Follini. Ma le incognite sono infinite. D'Alema ci pensa. Franceschini è preoccupato. Veltroni medita. Prodi incombe. Fassino aspira. Rutelli scalpita. Viene in mente Arthur Koestler, in "Schiuma della terra": "Passeri cinguettano sui fili telegrafici, mentre il filo trasmette telegrammi con l'ordine di uccidere tutti i passeri".

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Elettori DP chiedono rinnovamento

Elettori PD chiedono rinnovamento,
Commento sull'Unità on line di oggi 10.6.09: http://video.unita.it/?video=1093 ,

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Le sberle del voto

di Rossana Rossanda, da il Manifesto on line:
Assieme all'astensione, che ha punito tutti i cantori dell'Europa quale che sia, le elezioni del 7 giugno hanno somministrato in Italia diverse sberle severe. La prima è quella dei due rissosi spezzoni di Rifondazione, nessuno dei quali ha raggiunto il 4 per cento, disperdendo oltre il 6 per cento dei voti espressi. Non ci riprovino, perché non beccherebbero più neanche quelli. La seconda è quella del Pd, il quale ha incassato lo schiaffone infertogli dallo sceriffo dell'Italia dei valori e col suo pasticciato programma ha subìto lo stesso colpo degli altri socialismi europei, privi di qualsiasi idea in proprio. La terza sberla l'ha presa Berlusconi, il cui sogno di oltrepassare il 40% per governare da solo con il sostegno della Lega si è dimostrato irrealizzabile

Il Pdl non ha superato il 35% e la Lega non è la costola di nessuno, è l'espressione nazionale di una destra europea particolarmente brutta, che mette radici da tutte le parti e condiziona il Pdl invece che farsi condizionare. Quanto ai cattolici o ex Dc, ormai seguiranno Casini, ci si può scommettere. Per ultimo, è certo che gli uomini di Fini non si sono dati troppo da fare per il Cavaliere: se lavorano, lavorano per il loro capo che si sta volonterosamente fabbricando un'immagine di destra presentabile, cosa che a Berlusconi e Bossi è impossibile.Né il Pdl né il Pd né la sinistra radicale sono riusciti a motivare l'elettorato, anche se l'astensione deve aver giocato piuttosto a sinistra, sempre nell'idea dura a morire che le sinistre rifletteranno sicuramente su chi gli ha rifiutato per sdegno il voto. L'astensione non le ha mai corrette. Ancora più derisorio appare che alcuni dei loro esponenti, già sicuri contro qualsiasi verosimiglianza storica, della vocazione bipartitica degli italiani - che dal 7 giugno è, per i politicisti, la vittima principale - dichiarino che i risultati sono abbastanza buoni. Fa impressione sentire dal Pd che esso «sta tenendo bene il campo». Il Pd deve riconoscere al più presto che la miscela di cui è fatto è indigeribile per chiunque vorrebbe un riformismo dotato di qualche senso. Non si può andare con l'Opus Dei e negare i diritti civili a un elettorato laico e anche cattolico adulto. Non si può, con la scusa di non demonizzare Berlusconi, infliggere a un elettorato semplicemente democratico le leggi fatte ad personam, le insolenze alla magistratura, le porcherie fiscali e quelle personali del cavaliere. Voglio ammettere che un terzo degli italiani s'è abituato ad ammirare l'improntitudine e l'impunità, ma per gli altri due terzi è difficile ingoiarle. Infine, la mancanza nel Pd di qualunque sensibilità sociale, sia pur moderata, la voglia non nascosta di mettersi al seguito di Emma Marcegaglia, e nello stesso tempo la mancanza di qualsiasi altra credibile sinistra sociale - credibile nel senso di dare ai lavoratori dipendenti più importanza che alle proprie velleità di protagonismo - ha probabilmente regalato all'astensione o al protezionismo di Tremonti una parte dei voti di quegli operai, i quali hanno poche scelte davanti al perdere il lavoro e con esso la sussistenza. Leggere oggi che Massimo D'Alema ha raccolto i suoi non per proporre una correzione di linea ma per confermare la sua promessa di fare segretario del partito Bersani, liberalizzatore dei taxi, fa cadere le braccia.Per ultimo, due parole sulla scomparsa della sinistra radicale, quella che ha disperso fra gli altri anche il mio voto. Sbaglia Asor Rosa dicendo al Corriere che nessuno ha tentato di evitarle la sbandata che ha preso. Molti di noi hanno tentato e senza volere per noi proprio nulla. Solo per timore che accadesse quel che era molto probabile e che infatti è accaduto. E non proponevamo partiti pasticciati, solo di dare una certa rappresentanza a una lista unitaria, quindi anche di sensibilità parzialmente diverse, ma di sicura onestà, fedeltà di sinistra e competenza. Non hanno voluto. Anzi, mi si corregga se sbaglio, in particolare Ferrero e Diliberto non hanno voluto. Non è che con ciò abbiano salvato il comunismo. A Pd, Rifondazione e Sinistra e Libertà suggeriamo di mandare i loro dirigenti in congedo al più presto. E se in mezzo a loro ci sono - e sappiamo che ci sono - persone serie e ragionevoli, chiediamo che riflettano al più presto su come leggere senza troppi svarioni i problemi che il 2009 sbandiera alle sinistre. È vero che ce ne sono almeno due, ma tutte e due hanno a che fare con i disastri prodotti dal capitalismo, più o meno selvaggio, o dalle illibertà politiche e civili. Tutto è scritto, basta saper leggere.

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sabato 6 giugno 2009

Le anime belle di fronte alle urne

di Eugenio Scalfari, su Repubblica online di oggi 6.6.09

SCRIVO oggi e non domenica come è mia abitudine perché fin da oggi pomeriggio si comincerà a votare in Europa ed io voglio appunto parlare di questo voto. L'argomento è già stato trattato molte volte e da tempo in tutti i giornali e in tutte le televisioni ed anche noi di Repubblica l'abbiamo esaminato ripetutamente, come e più degli altri. Sento dunque un rischio di sazietà verso un tema usurato da motivazioni contrapposte e ripetitive. Del resto a poche ore di distanza dall'apertura delle urne anche gli indecisi avranno fatto la loro scelta e difficilmente la cambieranno.

Infatti non è del colore del voto che voglio parlare. I miei lettori sanno come la penso e come voterò perché l'ho scritto in varie e recenti occasioni. Non desidero dunque convincere nessuno ad imitare la mia scelta. Il mio tema di oggi è un altro. Voglio esaminare in che modo nella nostra storia gli italiani hanno usato la loro sovranità di elettori da quando il suffragio è stato esteso a tutti i cittadini di sesso maschile e poi, nell'Italia repubblicana, finalmente anche alle donne ed infine ai diciottenni abbassando la soglia della cosiddetta maggiore età. Storicizziamo dunque la sovranità del popolo e vediamo nelle sue grandi linee quali ne sono state le idee e le forze dominanti. * * * Il suffragio universale maschile coincise nel 1919 con un sistema elettorale di tipo proporzionale; una proporzionale corretta in favore dei partiti quantitativamente più forti, che lasciava però a tutti i competitori ampi margini di rappresentanza. Nelle elezioni del "Diciannove" (le prime dopo la fine della guerra mondiale del 1914-18) si affacciò sulla scena della politica italiana una forza nuova, quella dei cattolici riuniti attorno ad un sacerdote di grande carattere e di convinta fede religiosa: il Partito popolare di don Luigi Sturzo. Fu l'ingresso d'un nuovo protagonista la cui presenza ruppe gli schemi fino allora vigenti che avevano privilegiato le clientele liberali raccolte dalla destra nazionalista e salandrina e quelle democratiche che avevano in Giovanni Giolitti il loro leader parlamentare.
Il Partito socialista, massimalista con appena una spolverata di riformisti, stava all'opposizione in rappresentanza della parte politicizzata del proletariato. Che tipo di Italia era quella? Un paese traumatizzato da quattro anni di trincea, con un altissimo costo di morti, di mutilati, di sradicati; un paese che aveva però acquistato una certa coscienza dei propri diritti. In prevalenza contadino, in prevalenza analfabeta, in prevalenza fuori dalle istituzioni e della stato di diritto. Un paese in cui il popolo sovrano si limitava alla piccola borghesia degli impieghi e delle libere professioni, alla classe operaia del Nord, ai proprietari fondiari e ai mezzadri. Il grosso della popolazione era fuori mercato, bracciantato con paghe di fame e prestiti ad usura, tracoma e colera nel Sud, pellagra e malaria nelle pianure del Nordest. Ma gli ex combattenti della piccola borghesia erano agitati da sogni di rivincita e di dominio. Odiavano il Parlamento. Detestavano la politica. Vagheggiavano il superuomo e il D'Annunzio della trasgressione e dell'insurrezione fiumana. Poi trovarono Mussolini. * * * Ricordo queste vicende perché contengono alcuni insegnamenti. I più anziani le rammentano per averne fatto esperienza, i più giovani ne hanno forse sentito parlare ma alla lontana e comunque non sembrano darvi alcuna importanza. Sbagliano: i fatti di allora rivelano l'esistenza di alcune costanti storiche nella vita pubblica italiana. Si tratta di costanti antiche, cominciarono a manifestarsi con la Rivoluzione francese dell'Ottantanove, con il tricolore che diventò ben presto la bandiera-simbolo dell'Europa democratica e con i tre valori iscritti su quella bandiera: libertà eguaglianza fraternità. Quei valori hanno avuto un'influenza positiva tutte le volte che sono stati portati avanti insieme ed invece un'influenza negativa quando soltanto uno di loro ha esercitato egemonia culturale e politica. La libertà, da sola, ha generato privilegi in favore dei più forti; l'eguaglianza, da sola, ha dovuto essere imposta con la forza (ma ciò in Italia non è mai avvenuto); la solidarietà, da sola, ha dato vita ad un'infausta politica assistenziale che ha dilapidato le risorse e indebolito la competitività e la libera concorrenza. L'Italia non ha mai avuto una borghesia degna di questo nome perché i tre grandi valori della modernità non hanno mai avanzato insieme. Per la stessa ragione la laicità non ha mai raggiunto la sua pienezza e per la stessa ragione un vero Stato moderno, una compiuta democrazia, un'effettiva sovranità del popolo e un'autentica classe dirigente portatrice di interessi generali, non sono mai stati una realtà ma soltanto un sogno, un'ipotesi di lavoro sempre rinviata, una ricerca vana e frustrante, uno stato d'animo diffuso che ha alimentato la disistima delle istituzioni e l'analfabetismo politico. Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all'ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo. * * * L'analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra ma non risparmia la sinistra. Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti. Uno degli effetti più vistosi di questo fenomeno consiste nella ricerca di un partito da votare che corrisponda il più esattamente possibile alle proprie idee, convinzioni, gusti, simpatie. Ricerca vana poiché ciascuno di noi è un individuo, una mente, un deposito di pulsioni emotive non ripetibili. Le persone politicamente mature sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo. La ricerca del meglio porta inevitabilmente al frazionamento, alla polverizzazione del voto, al moltiplicarsi dei simboli e di fatto alla rinuncia della sovranità popolare. Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare. Non si tratta d'invocare il voto utile ma più semplicemente di predisporre un'alternativa efficace per sostituire il dominio dei propri avversari politici. La destra sa qual è il suo avversario e fa massa contro di lui. La sinistra coltiva il culto della testimonianza, ma quando si trasferisce quel culto nell'azione politica il risultato è appunto la rinuncia ad una sovranità efficace per far posto al narcisismo dell'anima bella, pura e dura. Pensare che questo scambio sia un'azione politica è un errore gravido purtroppo di conseguenze. Fu compiuto lo stesso errore dai popolari di Sturzo nel 1921: rifiutarono sia l'alleanza con i socialisti sia quella con i liberaldemocratici pur di restare puri nel loro integrismo cattolico. Rifiuto analogo fecero i socialisti. Le conseguenze sono note, ma non mi sembra che si siano trasformate in una solida esperienza. Vedo, a destra e a sinistra, una sorta di sonno della ragione dal quale bisognerebbe sapersi risvegliare. Post Scriptum. Anche in America la ragione si era addormentata dando spazio ai furori emotivi di George Bush. Dopo molti anni di letargo che hanno fatto degli Usa la potenza più odiata nel mondo, Barack Hussein Obama ha risvegliato la ragione facendo leva su una travolgente emotività carismatica. Quanto sta accadendo nel mondo e nella straordinaria trasformazione dell'immagine dell'America ci insegna questo: per svegliare la ragione ci vuole un forte soprassalto emotivo, senza il quale l'emotività si volge a beneficio della demagogia. Emozione razionale accresce la pienezza della democrazia, emozione demagogica le scava la fossa. Questo insegna Obama. L'insegnamento del giovane presidente afroamericano ci sia utile per la scelta che tra poche ore dovremo fare.

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