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martedì 5 ottobre 2010

riedizione: “Post fata resurgo”: una volta le chiamavano Opere Pie ..

di Leonardo Angelini,

già apparso su questo blog il 2 Maggio 2009

In base ad un decreto legge del 2 giugno del 2001, voluto dall’allora ministra Turco, e varato a parlamento chiuso pochi giorni prima dell’avvento del redivivo Berlusconi, le vecchie IPAB furono trasformate in ASP (Aziende di Servizi alle Persone) destinate a diventare – nelle intenzioni della Turco – uno dei fulcri di quel processo di esternalizzazione dei servizi volto a rovesciare i criteri si sussidiarietà, a mettere fuori gioco i vecchi servizi pubblici e a diventare il motore dei nuovi servizi alla persona dell’allora nascente welfare mix.

In base a quella legge – peraltro mai discussa in parlamento - che demandava poi alle regioni la fissazione dei criteri attuativi in base ai quali poi mettere concretamente in piedi nel territorio le varie ASP, negli anni scorsi la Regione Emilia e Romagna ha varato un insieme di norme in base alle quali, entro e non oltre il 30 aprile scorso, le ex IPAB regionali dovevano trasformarsi in ASP, pena l’alienazione da parte dei comuni dei loro patrimoni.

Sono nate così in fretta e furia in Regione, fra il gennaio e l’aprile di quest’anno, 41 ASP, sei delle quali in provincia di Reggio Emilia: l’Opus Civium, l’OSEA, il S. Pietro e Matteo, la Magiera Ansaloni, il Progetto Persona e la Rete. In base alla legge regionale del 2 Marzo del 2003, poi perfezionata a più riprese, tutte queste neo-aziende sono state istituite dai comuni del distretto in cui operavano in precedenza come IPAB.

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martedì 28 luglio 2009

Un esplosivo tranquillo autunno

di Alessandro Robecchi, da Il Manifesto on line del 26.7.09

Credo che succederà questo. Che in settembre-ottobre avremo 700-800 mila posti di lavoro in meno (un impoverimento per alcuni milioni di persone). Che taglieranno fondi alle università con metodi furbetti parlando di merito e di efficientismo. Che aumenteranno le tasse universitarie. Che i terremotati de L'Aquila non avranno nuove case, con l'eccezione di una minuscola quota da mostrare in apertura di Tg1 e Tg5.

Che i precari passati da «reddito poco» a «reddito zero» diventeranno un esercito. Che la crisi servirà a giustificare l'ennesima mattanza sociale. Insomma, credo che succederà quel che tutti dicono debba succedere: paura e casino. Per una volta non è peregrino misurare la società con i meccanismi della domanda e dell'offerta: la domanda è molto forte. Domanda di stabilità, di difesa dalla crisi, di qualità dell'offerta scolastica. Domanda di uscire dalle tende. Domanda di arrestare l'erosione di reddito e di diritti. Domanda di dignità per il paese (vero, papi?). Domanda di fermare la ristrutturazione feroce attuata con la scusa della crisi. La domanda non manca, ma l'offerta è inesistente. Credo che succederà questo, che quando salterà il tappo non capiremo al volo. Ci siederemo lì a leggere, che so, le pagelle della signorina Serracchiani. O annuiremo al vecchio buon senso progressista di Bersani su musica di Vasco. O commenteremo le astute strategie dalemiane di apertura all'Udc. O leggeremo come fondi di caffè le elucubrazioni di partitini inconcludenti che prendono il tre per cento se si presentano insieme e il tre per cento a testa se si presentano divisi, miracolo dell'aritmetica comunista. Credo che ci siederemo comodi, tristi ma dignitosi. E quando comincerà a volare qualche sasso, e qualche schiaffone farà sciak!, ci chiederemo esterrefatti: ehi, come? Cosa? E dovremo reimparare da capo a scrivere e pronunciare la parola «conflitto». E sarebbe anche ora.

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martedì 14 luglio 2009

La solitudine delle famiglie italiane

di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina 10.07.2009 da "lavoce.info"
I dati confermano che nel nostro paese il peso dell'assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia. O meglio, sulle donne e in particolare sulle figlie adulte. Che sempre più ricorrono ai servizi delle immigrate. Ora le nuove norme sull'immigrazione sono un'ulteriore conferma che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie. Non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse Ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che, con difficoltà, tentano di darsi da sole. Per esempio, tramite le cosiddette "badanti".



Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro.

LAVORO FEMMINILE COME RISPOSTA ALL’INVECCHIAMENTO

La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha fatti diventare uno dei paesi al mondo con maggior invecchiamento. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi su occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: uno su due, contro una media Unione Europea a 15 del 38 per cento. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore.
Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità.
È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro.
Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischiano di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. (1)

LE BADANTI COME RISPOSTA ALLE CARENZE DEL SISTEMA DI WELFARE

L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini, ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico.
I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti.
Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri.
A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale.
Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole.

(1)Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009.


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mercoledì 8 luglio 2009

Cittadinanza e mutualismo

di Pino Ferraris, da: UNA CITTÀ
Terzo settore, terzo sistema, non profit, economia civile… sono innumerevoli i tentativi di costruire e di definire il grande contenitore nel quale riversare pratiche e attori sociali, che sfuggono ai chiari e consolidati criteri di classificazione dei sistemi di azione: l’agire amministrativo pubblico e l’azione privata di mercato.


Dentro questo generico recipiente si affastellano dati statistici: numero sterminato di organizzazioni non profit, cifre che quantificano la presenza dell’impegno volontario e del lavoro dipendente, comparazioni internazionali. La precisione matematica in questo caso fallisce: i risultati statistici sono discordanti, contraddittori, controversi.L’almanacco delle buone pratiche di cittadinanza con le sue numerose e lunghe interviste che raccontano esperienze di intervento sociale su scuola e immigrazione, disagio mentale e cura del dolore, contratti di quartiere e difesa di beni comuni, ecc., cambia il punto di vista, muta angolazione. Qui prevale l’approccio “soggettivo” che racconta le motivazioni, le capacità e i limiti degli attori sociali, narra i percorsi e le forme del mettersi insieme, fa emergere le interazioni concrete con l’ambiente e con i soggetti, le difficoltà incontrate, le risorse e le competenze attivate, i modi e i livelli di incontro con la pubblica amministrazione.Sono sondaggi puntiformi che scendono in profondità all’interno di segmenti parziali, interrogano la qualità del frammento.Mi pare inedito l’apporto “qualitativo” di conoscenza che proviene da un agire sociale che si racconta.Non è affatto esaustivo questo approccio, ma proprio perché è troppo trascurato lo ritengo molto prezioso. Mi limito ad estrarre dal corposo materiale delle 400 pagine dell’Almanacco due spunti che utilizzo per sviluppare argomentazioni di carattere più vasto che voglio collocare ad introduzione di questo mio intervento.Prendo avvio dalla bella intervista ai membri di una cooperativa di tutoraggio di ragazzi in gravi difficoltà in un quartiere degradato di Napoli. L’associazione ha un nome misterioso “Il tappeto di Iqbal”. L’intervistato spiega che quel nome richiama la vicenda di un piccolo schiavo pachistano ucciso a dodici anni dalla mafia dei tappeti quando ha cercato di organizzare la resistenza alla disumana condizione sua e dei suoi compagni. Il collegamento simbolico tra quell’esperienza così lontana nello spazio e l’azione di sottrazione di ragazzi napoletani alla servitù del circuito camorristico evidenzia una rilevante circolazione globale di informazione ed identificazione all’interno di pratiche sociali e valori condivisi: impegni sociali molecolari molto diffusi ma anche fittamente interconnessi.Le buone pratiche di cittadinanza non nascono dal buon cuore ma dall’interazione tra la risposta a bisogni “locali” e il coinvolgimento nella costellazione di ideali e di esperienze comunicati dalla diffusione dei nuovi movimenti sociali. Senza Seattle e Porto Alegre e senza internet si rischia di capire molto poco delle forme della sociabililità contemporanea.La seconda occasione di riflessione l’estraggo dalla ricca intervista a due animatori dell’associazione friulana “Vicini di casa”. Gli intervistati anche questa volta prendono il discorso da lontano, ma da lontano nel tempo: “In Friuli ogni paese aveva la sua latteria sociale cooperativa, erede della vecchia esperienza cooperativa cattolica e socialista di fine 800 e inizi 900…”. I tempi nuovi hanno travolto quell’esperienza rurale che però ha lasciato un’eredità di tradizioni culturali e di strutture materiali. Si è deciso di rilanciare quel patrimonio antico per affrontare un problema nuovissimo: offrire agli immigrati una possibilità di civile inserimento abitativo. Ora l’associazione gestisce l’affitto di 1500 famiglie di immigrati.Perché il nome “Vicini di casa”? Gran parte dei lavoratori friulani erano muratori migranti e costruivano da sé la propria casa al paese con il mutuo sostegno tra vicini di casa. Anche in questo caso la buona pratica attiva nel presente non nasce nel vuoto, ma si alimenta nel sedimento storico della cultura sociale: la attualizza e la rilancia.Per rielaborare l’antico mutuo appoggio tra i vicini di casa del villaggio friulano nel sostegno solidale ai nuovi “vicini” che sono cingalesi, kossovari e curdi, occorre che sia intervenuta un’evoluzione innovativa all’interno dei valori del passato. Vorrei far presente con forza questa doppia riduzione di distanza: da una parte l’apertura verso uno spazio di cittadinanza “globale”, dall’altra la riattivazione nel tempo presente di ciò che resta vivo nelle radici del passato “locale”. Qui vedo l’originalità e la forza delle forme emergenti della sociabilità.Il “primo mondo” occidentale è ormai da tempo uscito dal “glorioso trentennio”. Allora un processo di crescita economica lineare aveva ridimensionato la portata dei dilemmi sociali: tecniche specialistiche e amministrative di correzione distributiva e di adattamento culturale apparivano sufficienti a garantire stabilità di consenso e di coesione.E’ lenta la percezione dell’insorgere anche all’interno dell’Occidente (non solo nel “resto del mondo”) di una nuova questione sociale che esige straordinaria mobilitazione di cultura, grande capacità di invenzione politica e istituzionale, attivismo creativo nella tessitura della trama associativa e dei legami sociali.E’ difficile l’impresa analitica di ricostruzione dei molteplici e complessi profili dell’attuale crisi sociale. Non aiuta l’economicismo a dipanare il groviglio di tensioni inter-culturali, di deprivazioni relative, di insicurezze ecologiche, di rischi di mobilità sociale discendente, di perdite di identità che si avvitano intorno ai sussulti dell’economia e ai traumi tecnologici.Tuttavia mi pare indubbio che l’epicentro del terremoto sociale si colloca nel colossale processo di destabilizzazione di quel lavoro salariato che era diventato il grande integratore delle nostre società attraverso lo stabile rapporto con l’impresa, mediante l’affermazione di identità collettive sindacalmente e politicamente rappresentate e con un riconoscimento della propria centralità concretizzato nelle tutele dello Stato sociale. Ci troviamo di fronte ad un apparente paradosso. Gli ambiti di lavoro, che sono violentemente ed estesamente colpiti da insicurezze e disoccupazione, da nuove costrizioni e disagi, da svalutazione economica e sociale, non ci appaiono in questo momento come i luoghi della resistenza più significativa, come i contesti delle esperienze sociali e politiche più radicali e innovative. E’ invece all’interno degli ambiti di vita, all’interno dei processi di riproduzione sociale che le onde lunghe e ruvide degli sconvolgimenti del lavoro sembrano esprimere insorgenze di risposta, di auto-difesa, manifestare fermento critico e propositivo.Parlo di paradosso “apparente”, ricordando che nel tempo delle drammatiche fratture prodotte dal primo industrialismo il mutuo soccorso nelle condizioni di esistenza ha preceduto la resistenza sul lavoro. Allora la costruzione di aggregazioni della solidarietà negli ambiti di vita fu premessa e presupposto delle lotte del lavoro.Nei primi decenni del secolo scorso il sindacalista francese Victor Renard aveva teorizzato e proposto il “sindacalismo a base multipla”, in sostanza un sindacalismo che fosse in grado di utilizzare la solidarietà mutualistica negli ambiti di vita come leva per rafforzare la coesione rivendicativa nei luoghi di lavoro. Oggi che il lavoro è vulnerato, precarizzato e disperso non si possono pensare forme di associazionismo mutualistico come itinerario verso la ricostruzione di una capacità di coalizione e di rivendicazione nel lavoro?Il sindacato dovrebbe apprendere a “fare società”, non limitarsi ad aprire sportelli di servizio.Un vecchio lavorista come il sottoscritto, che ha sempre visto i rapporti di produzione come lo spazio primario e privilegiato del conflitto sociale e dell’autonomia dei lavoratori, trova difficoltà a mutare il punto di osservazione, a concentrare attenzione positiva sui cosiddetti processi di riproduzione sociale. Non è facile per me osservare e valorizzare le dinamiche sociali che sembrano provenire dal lato “maledetto” del consumo.Consumismo di mercato e sudditanza allo Stato paterno li ho sempre visti come i momenti della passivizzazione, della dipendenza e dell’integrazione sociali.Era difficile, nei tempi d’oro del “miracolo” consumista e delle conquiste welfariste, scorgere la presenza di resistenze, di aree di autonomia nella vita quotidiana all’interno di una società sempre più pesantemente colonizzata dall’offerta di mercato e dall’interventismo di Stato. Eppure persone, famiglie e comunità mai sono state completamente inerti, passive “destinatarie” dei beni delle attività di impresa e dei servizi delle amministrazioni. Le fatiche e le capacità di processare e di adattare i beni e i servizi dell’offerta all’uso per se stessi hanno sempre generato un’area di attività, un corpo di saperi taciti, implacabilmente relegati nel cono d’ombra degli affari domestici e dell’arrangiarsi informale .Certamente la “rivoluzione silenziosa” delle donne ha costituito la leva principale nel portare alla luce, nel dare valore sociale alla segregata ed oscurata “economia domestica”. La rilevanza sociale e politica del lato attivo, competente e propositivo della “domanda”, ha avuto accelerazioni soprattutto dentro la crisi del welfare che precipitava sia come ridimensionamento di prestazioni, sia come modalità burocratiche e clientelari in conflitto con una più esigente ed attiva cittadinanza, sia come rigidità dell’offerta rispetto alla mappa, in rapida trasformazione, delle aree e delle forme del disagio e dei bisogni.Il volontariato, negli anni ‘80, nasce fortemente orientato alle nuove marginalità: i tossicodipendenti, i senza fissa dimora, gli immigrati, i disabili e i malati di mente. Non si manifesta come “azione compassionevole” verso i bisognosi, ma come impegno di cittadini attivi volto a rendere esigibili diritti negati ai cittadini deboli. La combinazione e l’intreccio del volontariato con movimenti ad obiettivo specifico, come il pacifismo, l’ambientalismo e l’antirazzismo creano sinergie che arricchiscono un inedito associazionismo che si colloca ormai all’esterno degli storici e fondamentali corpi intermedi novecenteschi: il sindacato e il partito politico.Le caratteristiche originali di quelle che chiamiamo buone pratiche di cittadinanza consistono nel fatto che esse non sono chiuse all’interno della mera rivendicazione verso l’alto e non operano come semplice azione di supplenza rispetto a ciò che dall’alto non viene. Esse contengono elementi critici ma tendono a proporre soluzioni. Mentre avanzano proposte sovente incominciano a realizzarle in proprio. Queste nuove forme di intervento sociale cercano di trasformare gli “utenti” passivi di prestazioni esterne in soggetti capaci di esprimere proprie energie latenti, di riprendere iniziativa e di ritrovare anche limitati ma possibili spazi di autonomiaQueste spinte tendono a incrinare il nesso assistenza-dipendenza, il paradigma forte che compatta le esigenze di comando del ceto politico, la volontà di conservazione del ruoli amministrativi, l’intangibilità dei circuiti di potere-sapere degli esperti. Esse rimettono in discussione l’autoreferenzialità delle strutture di welfare, autoreferenzialità che riproduce i processi di fondo della logica delle organizzazioni, tendenti alla divaricazione tra fini dichiarati (la missione sociale) e fini reali (l’autodifesa degli apparati).E’ severamente vietato agli utenti destinatari di diventare attori sociali proponenti. L’“oggetto” delle pratiche di tutela politico-amministrativa non può pretendere di entrare nella scena pubblica come “soggetto”.In modo embrionale, implicito e carsico vediamo forse operare dinamiche sociali che vanno ad intaccare quello che è un solido paradigma d’ordine.Riprendendo la sintetica definizione (scritta nel 1936) dello storico del movimento operaio Edouard Dolléans si riapre “il conflitto tra le rivoluzioni di potenza e le rivoluzioni di capacità”. Da una parte la gestione della società delegata alle macchine politiche, alle tecnocrazie e allo Stato, dall’altra il mutamento sociale che cerca le sue risorse principali e prioritarie nell’incremento delle capacità morali e intellettuali dei cittadini e nell’iniziativa costruttiva e realizzatrice delle libere associazioni. Se la sfida delle alternative sociali ha veramente questo respiro e questa rilevanza, è difficile però vederle rappresentate nell’attuale dibattito politico e ideale.Un fattore di rimozione e di blocco della discussione viene dall’interno dello stesso “terzo settore”. In esso operano grandi società di capitale (non profit) che utilizzano personale dipendente per fornire servizi sociali appaltati all’esterno da enti pubblici: l’impresa sociale. Dall’altra parte abbiamo una galassia di associazioni tra persone rivolte all’azione solidale di sostegno e di aiuto: il volontariato.I primi operano per erogare servizi all’utenza sociale, i secondi sono soprattutto impegnati con i soggetti deboli titolari di diritti sociali elusi o negati.I primi sono applicati ad agire sui modi, sugli indirizzi, sulle normative di elargizione dell’offerta di prestazioni e di servizi.I secondi si sentono più impegnati a dare voce, a suscitare capacità di espressione e di influenza nella domanda sociale.Sono ambiti che esprimono logiche diverse dell’azione sociale. I vertici visibili e ascoltati del cosiddetto terzo settore esprimono una torsione unilaterale della rappresentanza, esercitano soprattutto una sorta di pressione “sindacale” dell’impresa sociale verso i pubblici poteri per sollecitare e captare l’esternalizzazione dei servizi sociali. La vasta galassia delle buone pratiche di cittadinanza, dell’associazionismo volontario, della cittadinanza attiva non ha rappresentanza propria, visibilità e peso politico. Eppure è da questo lato che vengono gli apporti per un welfare arricchito, rinnovato e partecipato, la cui costruzione coincide con una rivitalizzazione democratica della società civile.La convergenza tra “imprenditori sociali”, apparati politici e burocrazie amministrative, applicati in operazioni di ingegneria sociale e ossessionati dai “costi” dell’offerta sociale, tende sempre più a far coincidere l’innovazione con il ridimensionamento del Welfare.L’oscuro oggetto del desiderio di tanta parte della classe dirigente italiana ed europea è il modello americano di “conservatorismo compassionevole” e di welfare residuale. Il prof. Stefano Zamagni è uno studioso cattolico che da anni dedica intelligenza e passione nella ricerca economica, sociale e storica dei fondamenti di quella che egli chiama una “economia civile” che sia in grado di sfuggire alla stretta delle ganasce del neo-liberismo e del neo-statalismo.Egli non ha dubbi nel tracciare netti confini rispetto all’esperienza americana del “capitalismo caritatevole” dove “un mercato scatenato produce ricchezza e i ‘ricchi’ fanno la ‘carità’ ai poveri, ‘utilizzando’ la società civile (che quindi viene deformata) e le sue organizzazioni (le charities e le Foundations).”Lascia un po’ perplessi l’intento di Zamagni a ricercare nell’“umanesimo civile” della prima metà del Quattrocento fiorentino il riferimento culturale e sociale per il progetto di una “economia civile” del nostro tempo. Personalmente ritengo che, per affrontare l’insorgente questione sociale, le forze politiche e culturali del nostro continente debbono fare i conti, nel bene e nel male, con la peculiarità di un’esperienza non così lontana: la storia sociale di un’Europa percorsa da 150 anni di vicende del movimento operaio e socialista e da 100 anni di impegno del movimento del cristianesimo sociale. E’ all’interno di questa lunga storia che si possono rintracciare contributi di pratiche e di idee che, con alterne fortune, hanno cercato di contenere le opposte derive del mercatismo individualista e dello statalismo collettivista.Il filo rosso di questa tradizione, da ripensare e da riattivare, lo ritrovo nell’esperienza del mutualismo. Parlando del mutualismo storico penso che non sia opportuno dilatarlo troppo, quasi fosse un sistema complessivo di socialismo mutualista, e neppure ridurlo alla mera esperienza delle “mutue”. A mio avviso il mutualismo realizza una particolare articolazione di quel principio di solidarietà nel quale si concentra e si riassume il contributo morale e pratico del movimento operaio nella storia dell’Europa del XIX secolo.La parola “solidarietà” è apparsa sulle bandiere degli operai parigini durante la rivoluzione del 1848. Essa si è presentata accanto a quelle di libertà e di uguaglianza ed in sostituzione del termine fraternità.Fratellanza significa sollecitudine morale all’oblazione dall’alto verso il basso tra diseguali in nome di una comune appartenenza: fratelli in quanto figli di dio, fratelli in quanto figli della patria. Era la parola della carità cristiana e della filantropia massonica.La solidarietà operaia segna una rottura: esprime un sentimento morale e una disposizione pratica che unisce orizzontalmente gli eguali: uno per tutti, tutti per uno. E’ la presa di coscienza della necessità dell’agire cooperativo da parte di coloro che posseggono soltanto la forza del numero. La solidarietà ha suscitato e animato la grande e ricchissima fioritura dell’associazionismo nell’Europa della seconda metà dell’800.Le società di mutuo soccorso furono luogo privilegiato di solidarietà operaia. All’interno della cerchia “privata” dell’associazione, il mio dovere di essere solidale con tutti comportava l’obbligo di tutti gli altri di essere solidali verso di me. All’interno di quell’ambito associativo circoscritto i lavoratori, di fronte alle sventure dell’esistenza, hanno cessato di rovinare nella condizione di bisognosi mendicanti per diventare soggetti portatori del diritto al sostegno solidale.Ma ben più vasto era il ventaglio delle forme della solidarietà operaia.Il sociologo Roberto Michels, nei primi anni del 900, esamina e riflette sulle forme in cui si articola la solidarietà tra i lavoratori. Egli ritiene di tracciare una distinzione importante tra le forme della “solidarietà negativa” che genera coesione contro qualcuno e quelle della “solidarietà positiva” che si alimenta nell’impegno cooperativo per risolvere in proprio, direttamente e dal basso, problemi e difficoltà insorgenti nella vita e nel lavoro. La solidarietà negativa prevale nelle coalizioni di “combattimento” del movimento operaio: il sindacato in lotta contro il padrone, il partito in lotta per il potere nello stato.Il mutualismo invece rappresentava l’ampia area delle solidarietà positive che puntavano sulle “virtù proprie” del mondo del lavoro: le loro capacità di autogestione, l’esercizio dei loro saperi-taciti nel costruire società, nel fare tecnico e nell’agire economico. L’ area del mutualismo comprendeva le società del mutuo soccorso, le cooperative di produzione e di lavoro, il credito cooperativo, le case del popolo, i circoli ricreativi, le società di istruzione professionale, le università popolari…Nell’esperienza concreta del movimento dei lavoratori esistevano relazioni reciproche e contaminazioni tra militanza sindacale, lotta politica e attivismo mutualistico.Nel corso del ‘900 (a partire dalla Prima guerra mondiale) avviene però un radicale mutamento di scenario nella configurazione delle pratiche, delle culture, delle logiche di raggruppamento all’interno della società del lavoro. Lo sviluppo del capitalismo organizzato cui si contrappone la risposta di un sindacalismo centralizzato e istituzionalizzato, la militarizzazione della politica in una logica di scontro amico-nemico, la progressiva statizzazione della mutualità, tendono ad assolutizzare i momenti e le istituzioni della solidarietà negativa ( sindacati e partiti). Prevale una logica di organizzazione d’apparato, disciplinata e gerarchica, dettata dalla necessità di “combattimento”.A questa svolta storica corrisponde il declino, il deperimento del mutualismo inteso come l’area della solidarietà positiva e del pluralismo associativo nel quale si esprimevano le autonome capacità dei cittadini nell’affrontare, a partire da se stessi e in modo cooperativo, i problemi e le difficoltà della vita personale e sociale.E’ forse arbitrario collegare le forme dell’operare e i modi di vivere e di vedere la società di quanti oggi sono impegnati nelle buone pratiche di cittadinanza con il patrimonio tutto nostro di quella solidarietà mutualistica che è stata parte tanto importante nella storia sociale del nostro continente?Il sociologo tedesco Reiner Zoll, in un suo recente volume intitolato Solidarietà, affronta la metamorfosi della solidarietà classista operaia, tra uguali ed esclusi, verso nuove forme della solidarietà civile tra diversi e diseguali che si ispira ad un’etica di giustizia e a una cultura dei diritti.

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venerdì 12 giugno 2009

Politica e statistica, così è se ci pare


Numeri veri, numeri esagerati, numeri taroccati. Come si misura un Paese? Il mondo statistico dibatte, dopo l'ultima del premier sul sostegno ai disoccupati
Ma allora siamo meglio dei paesi scandinavi! Qualsiasi lavoratore che perda il lavoro in Italia riceve un aiuto dallo Stato pari addirittura all’80%, e se lo dice il primo ministro sarà pur vero! O forse avrà ragione la Banca di Italia denunciando il fatto che più di un milione e mezzo di lavoratori sono lasciati senza ammortizzatori?

La politica è entrata a gamba tesa sulla statistica. Si appropria di alcuni risultati rendendoli faziosi (si pensi ai salari in Italia che secondo alcuni sarebbero tra i più bassi dei paesi Ocse solo per via della tassazione), ne ignora deliberatamente altri (i dati sull’immigrazione e sulla sicurezza, per esempio) e infine alcuni li genera ex novo ad uso e consumo del momento mediatico (la cassa integrazione per i co.co.pro. appunto). Sono moltissime le condizioni che hanno portato al concretizzarsi di questa situazione. Si dovrebbe parlare del sistema informativo passivo e più spesso complice di una classe politica che approfitta del declino nel livello di educazione e fiducia politica della popolazione o del generale degrado politico-culturale, associato ad un preoccupante moltiplicarsi delle manifestazioni di intolleranza per il diverso, compreso chi la pensa diversamente (Putnam chiamerebbe tutto questo il lento erodersi del capitale sociale del paese). Ma c’è un fenomeno strettamente connesso a questo scenario che colpisce in maniera particolare il mondo della ricerca socio-economica, accademica e non: la mancanza di autorevolezza dei dati pubblicati dai principali istituti incaricati della produzione di statistiche ufficiali Isae, Istat, Isfol, più in generale tutto il Sistan (Sistema Statistico Nazionale, rete di soggetti pubblici e privati che fornisce l’informazione statistica ufficiale) ma anche, evidentemente, la Banca d’Italia. Si badi bene non è che la gente non si fidi di quei dati (di fatto quasi il 60 percento degli italiani ha fiducia dei dati prodotti a livello ufficiale – anche se rimane un 40 che non lo fa -, secondo i dati pubblicati su D’Urzo , M. Gamba, E. Giovannini, M. Malgarini, About the Progress of their Country What Do Italian Citizens Know) ma quei dati non hanno di fatto la forza, quando citati, di porre ordine alla crescente massa di informazione/disinformazione a cui siamo sottoposti. Una delle conseguenze che questa situazione porta con sé è una diffusa e crescente divergenza tra la percezione della realtà -letta, ascoltata e vista tramite i mezzi di informazione- e la realtà per come può essere descritta dalle statistiche. E' stato proprio questo il tema di un interessante dibattito che si è svolto durante una delle tavole rotonde organizzate nell’ambito della tradizionale conferenza Monitoring Italy. Il convegno, organizzato ogni due anni dall’Istituto di Studi e Analisi Economia Isae in collaborazione con l’Ocse, quest’anno si è concentrato sul tema della misurazione del progresso nella società italiana. Interrogandosi sulle origini della divergenza tra la percezione e la realtà il demografo Massimo Livi Bacci dell’Università di Firenze, Luca Paolazzi del Centro Studi Confindustria e Ignazio Visco della Banca d’Italia sono naturalmente incappati in questa triste e pericolosa realtà, a dire il vero non solo Italiana, in cui ogni numero può semplicemente essere messo in discussione. Non importa se prodotto da una fonte ufficiale. C’è dunque qualcosa che questi Istituti possono o devono fare? Una delle proposte più dibattute è stata quella sull’opportunità o meno che queste istituzioni, la cui indipendenza è stata ottenuta anche e soprattutto grazie ai calendari ufficiali, escano dai calendari stessi e intervengano più direttamente nel dibattito politico. Questa scelta, che permetterebbe forse di richiamare l’attenzione su dati ufficiali e legittimati dall’indipendenza degli istituti nazionali, rischierebbe però di metterne in crisi proprio l’indipendenza già fortemente a rischio in contesti, come quello europeo, in cui i governi vengono giudicati proprio alle luce di statistiche ufficiali (rapporto defici/PIL e inflazione sopra a tutti). La questione, di fatto, è rimasta aperta. Unico punto certo è il ruolo che stanno giocando in questa partita, e non solo, i mezzi di informazione, anche quelli più autorevoli, che si limitano a presentare tutto quello che succede nella scena politica come un semplice opporsi di opinioni divergenti ma altrettanto legittime, senza preoccuparsi, di verificare fonti e informazioni e soprattutto di fornirle al lettore/spettatore ascoltatore che sia. Non è forse un caso quindi che uno degli articoli più scaricati dal sito di sbilanciamoci.info nella scorsa settimana sia stato proprio quello in cui ci si limitava a pubblicare la tabella dei dati prodotti da Banca d’Italia sugli ammortizzatori sociali in Italia. Senza ulteriori commenti.

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martedì 19 maggio 2009

DA CHE PARTE STARE - appello per la manifestazione nazionale dei migranti del 23 Maggio a Milano

Appello per la manifestazione nazionale dei migranti del 23 maggio a Milano.
(per aderire: da.che.parte.stare@gmail.com )

La crisi colpisce duro, la crisi colpisce tutti: donne e uomini,italiani e migranti. Eppure, per rispondere alla crisi, il governoproduce e sancisce differenze. È razzismo istituzionale: la leggeBossi-Fini e il “pacchetto sicurezza” inseguono il sogno di una forzalavoro usa e getta, vogliono ridurre i migranti e le migranti allaperenne espellibilità. Tutti i lavoratori e le lavoratrici in cassaintegrazione, sospesi dal lavoro e licenziati vedono ogni progetto divita frantumarsi di fronte ai loro occhi. Tra i lavoratori, i precaricon contratti a termine e senza garanzie sono messi alla porta perprimi. Tra i lavoratori, i migranti vivono una doppia precarietà,sanno che il permesso di soggiorno non sarà rinnovato, laclandestinità è una minaccia più vicina, l’espulsione una possibilitàsempre presente. Per questo è ora di scegliere DA CHE PARTE STARE.

Il razzismo istituzionale colpisce duro: il Governo Berlusconi, con laLega Nord in prima fila e buona parte dei media, hanno dato il via aduna campagna di odio che si indirizza prevalentemente contro i“clandestini” ma criminalizza tutti i migranti giustificando il lorosfruttamento. La proposta di un “contributo” per il rinnovo deipermessi – che si aggiunge al furto dei contributi previdenziali epensionistici che non possono essere ritirati – mostra che il salariodei migranti è considerato risorsa sempre disponibile. Si tratta didenaro che, con quello di tutti i lavoratori, pagherà nuovi Centri diidentificazione ed espulsione. E mentre il razzismo istituzionale silegittima sul corpo delle donne facendo strada a ronde e linciaggipopolari, la violenza continua nelle case, i tagli alla scuola e alwelfare pretendono di rinchiudere tutte le donne tra le muradomestiche, riservando alle migranti solo un posto da “badanti”. Perquesto è ora di scegliere DA CHE PARTE STARE.La crisi mostra spietatamente che lo sfruttamento non conoscedifferenze: tutti hanno mutui e affitti da pagare, l’incubo del giornodopo. Il razzismo istituzionale impedisce però ai migranti di sperarepersino nelle già povere “misure anticrisi”. Ammortizzatori sociali,piani edilizi, bonus bebè non li riguardano: devono solo pagare, efarlo in silenzio. L’abolizione del divieto di denunciare i migrantiirregolari che si rivolgono alle strutture sanitarie è l’espressionepiù meschina di una strategia che vuole produrre una clandestinitàpolitica oltre che legale. Impedire di certificare la nascita deifigli e delle figlie dei migranti senza documenti pone un’ipotecasulle prossime generazioni. Per questo è ora di scegliere DA CHE PARTESTARE.Contro i colpi duri della crisi e del razzismo istituzionale, larisposta deve essere altrettanto forte. È ora di scegliere DA CHEPARTE STARE, e tutti e tutte siamo chiamati in causa. Leorganizzazioni autonome dei migranti, che in questi anni hanno tenutoalta la lotta contro la legge Bossi-Fini, le associazioni e imovimenti antirazzisti, i sindacati, tutti siamo tenuti a schierarcicontro questa politica del razzismo. Fino a quando i migranti sarannoesposti al ricatto, tutti saranno più ricattabili. È tempo diritessere il filo della solidarietà, di avviare in ogni territorio unanuova grande azione concreta di lotta capace di opporsi a un attaccoalle condizioni di vita che colpisce prima di tutto i migranti, ma nonsolo i migranti.È ORA DI STARE DALLA PARTE DEI MIGRANTI E DELLE MIGRANTI. Per questo,facciamo appello a tutti i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti ele studentesse, le associazioni e i sindacati, affinché siano parte diquesta lotta. Con questo appello inizia il percorso per unamobilitazione che arrivi a una grande manifestazione nazionale il 23maggio a Milano, una città del nord dove più evidenti sono lecaratteristiche dell’offensiva del razzismo istituzionale e piùmarcati gli effetti della crisi. Affinché gli effetti della leggeBossi-Fini non amplifichino quelli della crisi, NOI CHIEDIAMO:- che i permessi di soggiorno siano congelati in caso dilicenziamento, cassa integrazione, mobilità, sospensione dal lavoro;- che i migranti, così come tutti quei lavoratori che non usufruisconodi ammortizzatori, partecipino alla pari di ogni altro lavoratore aogni misura di sostegno e vedano salvaguardati i contributi che hannoversato;- che i migranti e tutti i lavoratori possano rinegoziare i loro mutuiin caso di perdita del lavoro; il blocco degli sfratti per tutti ilavoratori e le lavoratrici nella stessa condizione, perché sappiamoche un migrante senza contratto di locazione è un lavoratoreclandestino;- il mantenimento del divieto di denuncia dei migranti senza documentiche si rivolgono alle strutture sanitarie e della possibilità diregistrare la nascita dei loro figli;- il ritiro della proposta di un permesso di soggiorno a punti e diqualunque tipo di “contributo” economico, sia esso di 80 o di 200 €,per le pratiche di rinnovo dei permessi.- il blocco della costruzione di nuovi centri di identificazione edespulsione, l’utilizzo dei fondi stanziati per iniziative a favore ditutti i lavoratori colpiti dalla crisi, la cancellazione di ogni normache preveda l’allungamento dei tempi di detenzione, la chiusura deiCIE.- la garanzia di accesso al diritto d’asilo e il blocco immediato deirespingimenti alla frontiera in attesa della promulgazione di unalegge organica in materia.Coordinamento immigrati BresciaCoordinamento migranti Bologna e provinciaRete migranti TorinoMayDay MilanoImpronte – Rete per la libertà di movimento RomaRete 28 aprileAssociazione Città migrante – Reggio EmiliaCoordinamento migranti FIOM-CGIL – ParmaCoordinamento lavoratori immigrati CGIL – Reggio EmiliaCoordinamento immigrati CGIL – BresciaCoordinamento migranti FIOM-CGIL - BolognaAssociazione diritti per tutti – BresciaSportello Illegale CSOA Gabrio – TorinoCittadinanza globale – VeronaCoordinamento migranti basso mantovanoSinistra critica - movimento per la sinistra anticapitalistaLaboratorio femminista Kebedech SeyoumCSOA Casaloca – MilanoCoordinamento Nord sud del mondoAssociazione culturale "Carlo Giuliani" - San lazzaro - Ozzano (BO)Comitato di solidarietà con profughi e migranti – TorinoAsociación Real Juvenil – MilanoCase di Plastica – MilanoAssocafé (Asociación Cultura Arte Fuerza al Exterior) – MilanoAssociazione Antigone – Milano Città ApertaSinistra Critica – MilanoRete Antirazzista CampanaCoordinamento Immigrati BergamoLavoratori migranti FIOM - BergamoRete Antirazzista CataneseCUBCoordinamento migranti VeronaLe radici e le ali ONLUS – MilanoCartaAgenzia per la Pace –Valtellina,Valchiavenna e Alto LarioRete Milano Città ApertaAss.ne Todo Cambia – MilanoCoordinamento Nazionale Migranti FIOMSinistra critica CalabriaSinistra critica FirenzeIl Coordinamento lavoratori della Scuola "3 ottobre"Cobas Scuola – CosenzaAssociazione Arcobaleno insieme senza frontiere – SondrioAssociazione I Rom per il futuro – TorinoSdL intercategorialeCsa Magazzino 47 – BresciaSinistra critica – MantovaScuola Popolare Migranti – Cologno MonzesePartito della rifondazione comunista Sinistra EuropeaPartito della rifondazione comunista LombardiaPartito della rifondazione comunista - Federazione di MilanoAssociazione ALFABETI Onlus – quartiere S. Siro MilanoRete italiana di solidarietà con il popolo kurdo – MilanoComunità kurda – MilanoL'Alternativa – San Paolo d'Argon (Bg)Rete nazionale sicurezza sul lavoro – RavennaAssociazione culturale Umoja – ParmaCISDA FVG – sportello operativo Coordinamento Italiano Sostegno DonneAfgane – TriesteUSIAIT – Lavoratrici e lavoratori anarchiciCasa editrice agenzia XCoordinamento donne contro il razzismoUnione Migranti SondrioCoordinamento Rifugiati e Migranti di AmnestyNAGA – MilanoCentro Interculturale Donne Native-Migranti Trama Di Terre – ImolaAssociazione Interculturale Dawa – ModenaCantiere - MilanoComitato per non dimenticare Abba e per fermare il razzismoComitato in supporto dei rifugiati di MilanoAttac – NapoliAssociazione Ambulatorio Medico Popolare di Via dei Transiti 28 – MilanoAttac ItaliaCoordinamento Attac – MilanoLaboratorio sociale "la città di sotto" – BiellaAssociazione Itaca – CorsicoConfederazione Cobas – TorinoCollettivo Climax – MilanoAssociazione vittime ed ex vittime della tratta del Progetto laragazza di Benin CityNetwork antagonista torineseRadio Ciroma – CosenzaCentro delle Culture MilanoTerre Libere – Lista per la Provincia di BolognaArea programmatica Lavoro Società - CGIL nazionaleComunità Carlo del PreteGiovani Comunisti – MilanoRete 25 aprile- partigiani in ogni quartiereAssolei Sportello donna Onlus – RomaXM24 – BolognaAssociazione Mosaico InterculturaleAssociazione Senegalese "SUNUGAL" – VeneziaCasa di Mattoni – FermoUn ponte per…Attac PerugiaCascina Autogestita Torchiera Senz'AcquaAssociazione Famigliari e Amici di Fausto e IaioAssemblea Permanente NO F-35Circolo Prc Francesco Vella – PalermoCircolo Migranti “Amal”- Prc GenovaANPI – Cassano d'AddaPartito d’Alternativa ComunistaVag 61 – BolognaCollettivo La Rosa Bianca – RozzanoAssociazione Fulbè – BergamoSOKOS - Associazione per l'assistenza a emarginati e immigrati – BolognaCollettivo femminista figlie femmine – BolognaConsultoria Autogestita – BolognaComitato antifascista della zona 8 di MilanoCoordinamento stranieri – VicenzaAltra Città Lista Civica di Donne BolognaComitato Intercomunale per la Pace del MagentinoEmergencyRete Scuole Senza Permesso – MilanoScuola d'italiano per stranieri – BaobabRivista "Guerre&Pace"Coordinamento Diversi Uguali – ArezzoSinistra Critica – VeronaAssociazione Cittadini senza Confini - Certaldo (FI)ANPI – CataniaPartito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo MilanoPIAM ONLUS - Progetto Integrazione Accoglienza Migranti – AstiProletaria comunicazione militanteGruppo Migranti della Seconda Casa di Reclusione Milano-BollateAssociazione Culturale "L'Officina del Futuro" - LodiCoordinamento Vittime della Globalizzazione – LodiCentro Occupato Autogestito T28 – via dei Transiti 28 MilanoCollettivo “Prendiamo la Parola" – MilanoANPI – TrevisoComitato No Expo - Milano
Gruppo Prometeo, Facoltà di medicina e chirugia - BolognaADESIONI INDIVIDUALIRoberto Vassallo – RSU FIOM – Almaviva finance – MilanoAntonello Tiddia - RSU Carbosulcis rete 28 aprile CGILGuerrino Donegà – Resp. Dipartimento Politiche Sociali e ImmigrazioneCGIL - LECCOVincenza Perilli – BolognaSilvio Messinetti (Avvocato)Davide Colace – CosenzaSandra Cangemi (Giornalista) – MilanoAntonio FusaroAlessio TenagliaMaddalena CelanoBruno AmbrosiChiara Dall’AstaAlma Masè – TriesteSimona ValmoriIssa Diallo – VeronaThiam Mbaye NIANG – VeneziaLuciano MuhlbauerUmberto BardellaStefano G.Ingala (Responsabile cittadini Immigrati PRC Biella)Marco Sansoé - Laboratorio sociale "la città di sotto", BiellaRiccardo Casolo (medico)Cristina Liverani - Sindacalista CGIL E.R.Igor Gianoncelli - segretario FILLEA CGIL SondrioMassimiliano Piacentini – LuccaAnnamaria Rivera (antropologa e attivista antirazzista)Giovanni Ozino Caligaris (Candidato per Candelo Democratica Lista Aperta)Eugenio Viceconte - RomaAnnalisa Frisina (ricercatrice sociologia, Università di Padova)Carlo Olivieri (medico umanista)Devi Sacchetto (ricercatore, Università di Padova)Francesca Vianello (ricercatrice, Università di Padova)Giorgia MoreraSusanna MagistrettiAnna ViolaCatia BianchiMarco Fabio Fachini - Responsabile Ufficio Immigrazione CGIL SondrioFranco Cilenti – direttore Periodico "Lavoro e Salute" TorinoFranco Fortunato (architetto, Biella)Marina Pensa – Segretaria CGIL SondrioCasadra Cristea - Bologna

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mercoledì 6 maggio 2009

Organici nella scuola reggiana

FLC della CGIL reggiana: COMUNICATO STAMPA del 6.5.09
In questi giorni in tutte le province l'amministrazione sta convocando i sindacati per fornire il quadro dettagliato delle ricadute dei tagli previsti dai provvedimenti del governo, tagli che si confermano drammatici per tutti gli ordini di scuola.
La dotazione organica del personale docente per il 2009-2010 assegnata dal MIUR all'Emilia Romagna conferma che anche nella nostra regione siamo di fronte, di fatto, ad una riduzione dell'offerta formativa e ad una contrazione del tempo scuola, con un pesantissimo taglio complessivo di 1637 posti comuni: 265 insegnanti in meno per la scuola primaria; 369 insegnanti in meno per la secondaria di I grado (un ulteriore taglio è previsto in un secondo momento); 427 insegnanti in meno nella secondaria di II grado.

E questo a fronte di un aumento della popolazione scolastica di almeno 7000 alunni previsto per l'anno prossimo! Situazione che richiederebbe una dotazione organica aggiuntiva di circa 800 posti in più solo per mantenere la situazione esistente. Si sottolinea che con queste scelte la media degli alunni per classe nella nostra regione salirà a più di 22 alunni, di gran lunga la media più alta a livello nazionale!
Per quanto riguarda la scuola dell'infanzia la proposta è quella di consolidare l'organico dello scorso anno; i problemi, dunque, riguardano la possibilità di costituzione di nuove sezioni.
Per la scuola primaria, pur considerando criteri e parametri oggettivi di suddivisione tra le province, i conti non tornano perchè “la coperta è stretta”!
Nessuna provincia viene risparmiata, ma Reggio Emilia è quella, nei fatti, più penalizzata: meno 61 posti normali nella scuola primaria! Questo perchè, oltre ai punti fermi degli organici di lingua ed educazione agli adulti, si è dovuto garantire l'organico per le classi a tempo pieno attualmente funzionanti, di conseguenza ne risentono i territori dove il tempo pieno è meno diffuso( a Reggio Emilia copre il 25% dell'offerta formativa, mentre a Modena e a Bologna oltrepassa il 70%).
L'Ufficio Scolastico Provinciale ha fatto quanto poteva sulla base delle dotazioni organiche assegnate, garantendo a tutti almeno la quantità oraria di tempo- scuola richiesto dalle famiglie.
Ciononostante è evidente che i tagli di risorse e l'eliminazione delle compresenze incideranno negativamente sulla qualità dell'apprendimento e sarà necessaria, in molte scuole, una rimodulazione complessiva dell'organizzazione didattica per rispondere ai bisogni assistenziali, peraltro sempre crescenti, piuttosto che ad un progetto pedagogico-didattico di qualità.
A completare il quadro si aggiungeranno i tagli del personale ATA, non ancora quantificati ufficialmente a livello provinciale (stimabili attorno alle 100 unità a Reggio Emilia). Tagli che, per certe scuole, metteranno in seria discussione la qualità del servizio ordinario (accoglienza, vigilanza, supporto agli alunni diversamente abili...).
E non va dimenticato che, nel travaglio dell'attuale crisi economica, la maggior parte di questi tagli corrisponderà al licenziamento di persone che da anni lavoravano nella scuola, con supplenze annuali.
La Flc-CGIL ribadisce i seguenti obiettivi, che restano al centro dell'iniziativa sindacale:
-garantire una scuola pubblica di qualità che risponda alle domande delle famiglie ed ai bisogni formativi degli studenti;
-risolvere finalmente il problema del precariato, garantendo continuità all'azione didattico-educativa.
Su questi obiettivi si chiede la mobilitazione non solo del personale della scuola e dei genitori, ma anche di tutte le forze sociali interessate allo sviluppo del Paese.
Si richiede inoltre un intervento forte e puntuale delle forze politiche e degli Enti Locali che non possono dirsi estranei alle sorti della scuola statale, che tanta parte è dello sviluppo democratico e sociale del nostro territorio.

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sabato 2 maggio 2009

“Post fata resurgo”: una volta le chiamavano Opere Pie ..

di Leonardo Angelini
In base ad un decreto legge del 2 giugno del 2001, voluto dall’allora ministra Turco, e varato a parlamento chiuso pochi giorni prima dell’avvento del redivivo Berlusconi, le vecchie IPAB furono trasformate in ASP (Aziende di Servizi alle Persone) destinate a diventare – nelle intenzioni della Turco – uno dei fulcri di quel processo di esternalizzazione dei servizi volto a rovesciare i criteri si sussidiarietà, a mettere fuori gioco i vecchi servizi pubblici e a diventare il motore dei nuovi servizi alla persona dell’allora nascente welfare mix.

In base a quella legge – peraltro mai discussa in parlamento - che demandava poi alle regioni la fissazione dei criteri attuativi in base ai quali poi mettere concretamente in piedi nel territorio le varie ASP, negli anni scorsi la Regione Emilia e Romagna ha varato un insieme di norme in base alle quali, entro e non oltre il 30 aprile scorso, le ex IPAB regionali dovevano trasformarsi in ASP, pena l’alienazione da parte dei comuni dei loro patrimoni.
Sono nate così in fretta e furia in Regione, fra il gennaio e l’aprile di quest’anno, 41 ASP, sei delle quali in provincia di Reggio Emilia: l’Opus Civium, l’OSEA, il S. Pietro e Matteo, la Magiera Ansaloni, il Progetto Persona e la Rete. In base alla legge regionale del 2 Marzo del 2003, poi perfezionata a più riprese, tutte queste neo-aziende sono state istituite dai comuni del distretto in cui operavano in precedenza come IPAB.
Si badi bene che la legge regionale non obbliga i Comuni ad integrare i propri servizi con le ASP, ed anzi lascia aperta la possibilità che essi procedano autonomamente; o anche che si convenzionino con le ASL (con le quali sul tema dei minori tutti i comuni della nostra provincia erano convenzionati fino al cosiddetto “ritiro delle deleghe” avvenuto intorno al 2000).
In base all’articolo 45 della legge del 2003 ciò significa che i fondi nazionali, regionali e locali per il “sociale” possono essere indirizzati dai comuni o verso le ASP, o – come accade attualmente – in direzione dei propri servizi sociali più o meno consorziati, oppure in direzione delle ASL.
Ebbene all’interno di questo quadro così fluido il Comune di Reggio, finora non ancora corroborato in questo proposito dagli altri comuni, è orientato, almeno per quanto riguarda l’età evolutiva, ad imboccare decisamente la prima strada, quella della esternalizzazione in direzione delle ASP delle funzioni sociali tipiche di quest’area, nonché della direzione dei delicati processi ad esse connessi.
Se andasse in porto, un’operazione di questo genere – che, si badi bene, avrebbe senz’altro un senso qualora fossimo in un territorio privo di una tradizione di servizi sociali forti - a Reggio Emilia diventerebbe una costosa opera di ridisegno dei servizi per l’infanzia e la famiglia qui esistenti, destinato a porre una pietra tombale sopra una storia gloriosa lunga quasi 40 anni.
L’allocazione delle risorse statali, regionali e locali in direzione delle ex-IPAB, infatti, sguarnirebbe di risorse i servizi pubblici per l’infanzia che in questo quarantennio hanno chiuso l’ospedale psichiatrico e gli enti inutili, integrato i disabili nelle scuole e nella società, affrontato il disagio, messo in piedi progetti di volontariato giovanile e - per ultimo - il problema dell’accoglienza e l’integrazione dei migranti mettendo in piedi sempre servizi di prim’ordine, non dimenticando mai di concorrere efficacemente sul piano delle domande che provenivano dal sociale, sia quando esso era all’interno dell’ASL, sia ora che è stato decentrato ai comuni: operando e riflettendo sempre sul significato del proprio operare e sulle trasformazioni strutturali e sovrastrutturali che, col passare degli anni, sono intervenute nel territorio reggiano.
E adesso, per compiacere i grandi elettori - cattolici e non - che vivacchiano da una vita nelle ex-IPAB si dovrebbe buttare a mare tutto questo patrimonio reggiano di servizi e di esperienze?! Se la sinistra ha ancora un’anima deve contrastare risolutamente questa operazione clientelare, foriera di sprechi, incunabolo di ulteriori spinte alla precarizzazione del lavoro all’interno del welfare locale.

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domenica 19 aprile 2009

Sinistra radicale e welfare locale

Leonardo Angelini e Deliana Bertani (*) (inviato al Manifesto)
Nell'afasica discussione che accompagna il processo di disgregazione e riaggregazione della sinistra radicale italiana, in vista delle elezioni di giugno, manca un qualsiasi cenno al welfare locale. In questo modo un argomento che dovrebbe essere centrale nel rinnovo delle amministrazioni locali sostanzialmente non viene neanche affrontato. Eppure in questi anni la sinistra radicale in buona parte d’Italia ha partecipato al governo degli enti locali, e quindi al governo del welfare locale insieme agli altri partiti del centrosinistra, e ha svolto una politica di contrasto più o meno efficace laddove il governo locale è stato nelle mani del centrodestra.

Viene da chiedersi: come mai questa amnesia in un momento di grave crisi economica in cui, dopo la vittoria del centrodestra a livello centrale, il welfare locale è destinato a rimanere, purtroppo per anni, uno dei pochi ammortizzatori sociali nelle mani del centrosinistra in tutti quei luoghi in cui vincerà le amministrative? Molte sono le ragioni di questa inverosimile dimenticanza. Fra le più immediatamente rilevabili, come abbiamo letto anche sul Manifesto: la chiusura autistica della sinistra radicale dopo la sconfitta dell’anno scorso; il suo distacco dai luoghi reali di vita e di lavoro; il formarsi al proprio interno di una “castetta” che mira solo ad autoriprodursi, etc. - A nostro avviso però vi è una causa più profonda, che non è riconducibile a ciò che è accaduto appena ieri, ma che affonda le sue radici nella storica assenza di una seria riflessione a sinistra sul significato del welfare locale e, più in generale, del decentramento e del governo locale del territorio. La qual cosa è tanto più grave in quanto è proprio su questi piani che le altre forze del centrosinistra hanno costruito, a partire dalla crisi delle prima repubblica, i muri portanti delle loro alleanza a livello locale.
La sinistra radicale, cioè, a nostro avviso, non ha compreso che il blocco sociale che si è andato formando intorno a Prodi e alle forze moderate del centrosinistra trova uno dei suoi elementi di coesione in un’ampia azione volta a ridisegnare il welfare locale in base ai processi di aziendalizzazione, di tickettazione dei servizi, di riallocazione di fette sempre più consistenti degli stessi nel privato, di marginalizzazione e di svuotamento dei servizi pubblici. Ciò ha prodotto la scomparsa di quello che in molte zone in cui governava la sinistra veniva chiamato welfare dei servizi, in contrapposizione al democristiano welfare dei sussidi; la scomparsa, cioè, di un modello di welfare universalistico e gratuito che ha funzionato per oltre vent’anni come un efficacissimo ammortizzatore sociale, in grado di contribuire non poco allo sviluppo delle regioni rosse in base alla erogazione di un salario indiretto che giungeva ai meno abbienti, a sostegno del loro tenore di vita.
Sicuramente l’ancoraggio all’euro ad opera del centrosinistra ha permesso di uscire dalla voragine in cui era finita l’Italia da bere del periodo craxiano, ma lo ha fatto con una feroce politica di attacco ai diritti ed al tenore di vita dei lavoratori che ha aperto il varco alle ancora più feroci operazioni che sul piano centrale ha poi fatto il centrodestra. Ma non considerare che, a fianco a questa partita, c’è anche quella che si va giocando a livello locale, a nostro avviso è un segno di miopia che impedisce di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti del processo: la perdita delle funzioni redistributive del welfare, la formazione del consenso e l’agglomerazione delle nuove classi dirigenti a livello locale.
Sul piano della perdita delle funzioni redistributive va detto che ormai i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione hanno finito con il mettere in piedi ed implementare un meccanismo perverso che toglie ai poveri ed ai lavoratori dipendenti, spesso costretti a pagare più volte per le stesse prestazioni, e favorisce i ricchi e gli evasori che possono fruire dei vantaggi del welfare sottraendosi, in maniera più o meno vistosa, al contributo per l'accantonamento delle risorse occorrente per tenerlo in piedi. Per non parlare dei processi di dismissione che scaricano sulle famiglie e sulle donne il peso della cura.
Intorno all’aziendalizzazione ed alla riallocazione al privato delle risorse per il welfare, poi, si sta giocando una partita costosissima, importantissima e spesso sporchissima (come, vox clamans in deserto, denuncia Report), che vede ogni gruppo di potere locale scomporsi e ricomporsi per espandere il proprio ambito di influenza per assumere, attraverso quella strada, il controllo delle città. L’elemento centrale che favorisce l’espansione a dismisura di questi fenomeni è rappresentato dal sempre più ampio e discrezionale potere assegnato, in base a leggi che anche il centrosinistra ha voluto, ai sindaci ed ai governatori sul piano delle dismissioni, delle assunzioni, degli appalti, eccetera. A partire da questa base si determinano due processi paralleli che si alimentano l’un con l’altro e che sono alla base del nuovo potere locale: la trasformazione del welfare in un affare e la formazione di clientele all’interno delle quali le varie componenti locali del PD e del centrodestra (per non parlare dei camaleonti di Comunione & Liberazione) pescano la loro nuova base e i loro “quadri”. Si tratta in ultima istanza di una fucina di clientele pigre e asservite che, attraverso lo strumento della precarizzazione del lavoro, si riverbera sui giovani spingendo i più deboli e più ricattabili fra essi all'asservimento all'interno delle clientele, e i più fieri ed autonomi all’allontanamento dalla politica, sempre più vissuta come un luogo in cui prevalgono loschi interessi di bottega. I più attivi in quest'opera di ridefinizione e corruzione del welfare sono gli ex-democristiani che, per di più, tendono ad imporre nei settori sensibili (consultori, ospedali, asili, scuole dell'infanzia, etc.), a fianco e dentro le trasformazioni cui accennavamo prima, le loro logiche clericali.
Torniamo a chiederci ed a chiedere ai compagni della sinistra radicale, che pure in molte amministrazioni sono in maggioranza e quindi al corrente di quanto detto qui sopra: che cosa avete fatto negli anni scorsi per contrastare questo fenomeno? perché non usare la forza residua di cui disponiamo sul piano del consenso per proporre in maniera trasparente al resto del centro sinistra alcune proposte, dopo averle individuate e discusse con i nostri sindacalisti, con i nostri economisti, con i nostri sociologi, ed innanzitutto con la nostra base?

(*)psicologi nei servizi pubblici, Reggio Emilia

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