di Livio Pepino, da il Manifesto online
Poco meno di vent'anni fa, mentre le indagini di Tangentopoli sembravano far vacillare il sistema politico, un parlamentare democristiano invitò i suoi sodali ad avere pazienza e ad aspettare fiduciosi che «i vertici della magistratura riprendessero l'antico potere»... Sbagliò - quel politico - i tempi, ma colse esattamente i termini della questione.
mercoledì 14 luglio 2010
Il partito delle nebbie
domenica 20 giugno 2010
La nostra storia
(a cura della Redazione di Micromega) di Maria Bianchi, testo di Lidia Ravera
lunedì 20 luglio 2009
Se la politica "pop" costruisce la morale
TRE MESI dopo l'avvio delle polemiche sulle frequentazioni del premier. Le reazioni della moglie. Le rivelazioni e i servizi fotografici sulle feste che hanno ravvivato le sue residenze. A Roma e in Sardegna. Private ma al tempo stesso pubbliche. Sede di rappresentanza per missioni dello Stato. E di feste fastose, abituali a casa "sua". Dopo molte spiegazioni - date e ritrattate - per spiegare vicende mai spiegate perché inspiegabili. Sentiamo echeggiare una questione, non solo in ambienti amici (suoi). Questa insorgenza morale e moralista. A chi e a che è servita?
Infine la maggioranza ha vinto le elezioni europee. Stravinto le amministrative. Magari "lui" non ha ottenuto il plebiscito personale che aveva chiesto. Il "suo" partito non ha ottenuto il risultato che sperava. Però, è ancora saldamente al comando. Del partito, della maggioranza, del governo. "Lui": ha vinto anche il G8. Tre mesi di inchieste giornalistiche, fotografie maliziose, rivelazioni piccanti e imbarazzanti. E poi scandali, veline, escort. Se dopo tutto questo "lui" è ancora saldamente al comando: ma chi ne potrà scalfire il potere e il consenso in futuro? Non solo: se dopo tutto questo la popolarità del premier è calata ma non è collassata, non significa che la maggioranza dei cittadini, in fondo, gli somiglia? Pensa come lui?
Definite in questi termini, le questioni ci sembrano mal poste. Anzitutto perché queste vicende hanno comunque influito sul risultato. Spingendo una quota elevata di elettori del PdL nel grande buco grigio dell'astensione. Ma, soprattutto, poste in senso meramente utilitarista. Come se il valore delle inchieste dipendesse solo da chi ci perde e guadagna. Non intendo affrontare discorsi moralisti e tantomeno morali. Non ne avrei titolo. Non scrivo per Famiglia Cristiana e non sono un portavoce della Cei. Solo un peccatore come (e forse più di) tanti altri.
Mi interessa, invece, tornare su un tema già affrontato in altre occasioni. Riguarda il rapporto fra le istituzioni, i leader e gli elettori in tempi di democrazia dell'opinione. Quando i cittadini diventano pubblico. Spettatori. Le istituzioni e i leader: attori. I media: teatro. Quando i valori diventano slogan. Le politiche e i politici prodotti da vendere. Quando il privato diventa pubblico. Perché è esposto in pubblico. E ha valore pubblico. Quando il gossip: diventa linguaggio politico.
È l'epoca della "politica pop". E si rischia di scambiare la popolarità per la realtà. Identificare la volontà popolare con la realtà sociale. Peggio: con l'etica pubblica. E viceversa: immaginare l'etica pubblica come un dato. Ma ciò che pensa e dice la "gente", anche in larga maggioranza, non è "innato". Riflesso della natura umana. Intanto perché una minoranza, talora molto ampia, pensa e dice diversamente. Poi perché a costruire l'opinione pubblica e la realtà sociale contribuiscono, in misura significativa, le istituzioni, chi le rappresenta e governa. Attraverso gli atti, l'esempio, le parole, i contatti quotidiani.
Attraverso i media. Il "fatto" che l'intolleranza e la xenofobia montino a folate in modo non coerente con le tendenze dei reati e dei crimini. Non è un "fatto", ma un "risultato". Prodotto dall'enfasi attribuita dai media e dagli attori politici e sociali. A livello nazionale e locale. Come ha scritto Barbara Spinelli sulla Stampa: "I fatti sono reali, ma se vengono sistematicamente manipolati (omessi, nascosti, distorti) la realtà ne risente, ed è così che se ne crea una parallela".
Si pensi all'esecrazione che, a seconda del periodo, investe i cani assassini, gli stupri, gli zingari, i romeni, gli albanesi. Gli islamici. A ondate. Oggi ad esempio pare che gli sbarchi degli immigrati si siano arrestati. I clandestini ridotti. D'altronde, se tali smettono di essere le badanti, ne abbiamo eliminati più della metà.
La realtà sociale, inoltre, è spesso trasfigurata dall'iperrealtà (come abbiamo scritto, riprendendo una suggestione di Carlo Marletti). Un ritratto quasi fotografico. Che si concentra su alcuni particolari. Li dilata oppure li riproduce in modo ossessivo.
Così propone uno specchio tanto fedele quanto distorto. Riflette una prospettiva unilaterale - e per questo falsa - della realtà. Perché ognuno di noi è "diverse persone". Siamo tutti, almeno un poco: opportunisti, egoisti, xenofobi, intolleranti, bugiardi, trasformisti, evasori (latenti), diffidenti (verso gli altri e lo Stato). Ma siamo tutti - almeno un poco - anche: altruisti, solidali, generosi, ospitali, dotati di civismo, sinceri, aperti, felici di stare in comunità.
E ci sentiamo tutti - almeno un poco - infastiditi: da chi dice bugie, evade, frega il prossimo, tratta male gli altri, è arrogante, prepotente, usa le cose pubbliche come fossero private e le cose private come fossero pubbliche. Tutti. (In particolare quando ci trasformiamo in vittime di questi atteggiamenti.) Per cui siamo capaci di grandi slanci e grandi chiusure. Per questo ogni raffigurazione unilaterale e caricata è irreale quanto iperreale.
È la pop-art della democrazia-pop. Dove i valori sono trasmessi dai comportamenti pubblici e privati - tanto è lo stesso - esibiti dalle istituzioni. Dall'esempio degli uomini che le rappresentano e le governano. Dai media. Tanto più oggi, in Italia. Dove i confini tra chi guida la politica, il governo, i media sono tanto sottili e confusi che quasi non si vedono. Per questo ciò che il premier dice e non dice. Quel che fa e non fa. Anche in privato. Ha valore pubblico. Forma - o deforma - i valori pubblici. E privati. Le inchieste e le critiche (di una parte solo) della stampa e della politica che tanto infastidiscono il premier, per la stessa ragione, non sono un "attentato" alla democrazia. Ma una garanzia.
Un antidoto contro l'iperrealismo. Servono a correggere la distorsione di questo "specchio unico". In cui si riflette, ripetuta e dilatata all'infinito, l'immagine del berlusconi-che-è-in-noi. Fino a sovrapporla al nostro profilo. Un'idea che, personalmente, mi inquieta non poco. (19 luglio 2009)
domenica 5 luglio 2009
Tremori ABRUZZESI
professore di Geografia del potere presso la Facoltà di lettere e Filosofia a L'Aquila
20 mila scosse in due mesi hanno reso gli aquilani esperti in terremoti, trasformato l'immaginario e distrutto un'identità fondata su casa e lavoro. Ma per qualcuno la terra non ha tremato.
La terra trema sempre, ma noi ce ne accorgiamo solo quando i tremori raggiungono il rantolo. A tutti la terra appare quanto di più stabile esista sulla terra. In due mesi esatti, secondo la notizia riportata da un telegiornale nazionale che, basandosi sui dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha richiamato la ricorrenza il 6 di giugno, nell'area sismica dell'alto Appennino centrale ci sarebbero state ventimila scosse: circa 322 ogni giorno, 13 ogni ora e una ogni quattro minuti e mezzo. Da quando la terra ha tremato all'Aquila, facendo traballare l'intero Abruzzo, ogni cittadino della provincia più interna e montuosa della regione adriatica si è improvvisato esperto, o ha comunque provato a capire qualcosa dei terremoti. Nello scorrere della quotidianità ormai, dal Gran Sasso al litorale e anche sull'altro versante, non si parla d'altro. Il terremoto e le sue continue manifestazioni permeano la nuda vita, anche in forma di semplici battute scaramantiche mirate a contrappuntare l'angoscia e a esorcizzare la paura.
Non c'è bisogno di scomodare Freud e la sua analisi dell'io, né la sua psicologia delle masse per comprendere la natura collettiva degli eventi sismici. Ma proprio perché ciascuno è uno, le oltre cinquantamila persone sfollate sono una, una, una... Ognuna ha una storia, e a metterle in fila ci ha pensato il terremoto. Ciascuna è una storia, e a metterle in fila non basterebbe un'intera esistenza per raccontarle. Qualcuno ci proverà, forse molti, con intenti scientifici o narrativi, tuttavia ciò che questo evento recente nasconde nella profondità degli animi non potrà emergere che a brandelli, le voci rimarranno inevitabilmente strozzate. C'è da aspettarsi che, come quando qualcosa ostacola un flusso, il dire prenda direzioni impreviste. C'è da aspettarsi che accada di tutto ma, come quando una crosta ostruisce la fuoriuscita di materiale incandescente, è certo che la terra continuerà a tremare suscitando timori e tremori, nel capoluogo e nei comuni della sua provincia, allarmando anche i centri più lontani di altre regioni.
Nei pressi della città, tra gli aquilani, anche la popolazione dell'area residenziale di Pettino ha subito gravi danni, soprattutto al pedemonte, che non si sa come e in quali tempi potranno essere riparati. Prima dell'indescrivibile botto del 6 aprile, nella pianura che gravita attorno alla statale 80, sono stato per anni ospite di una famiglia a Cansatessa. Come in un arcinoto abbrivio della letteratura gialla, qui le notti estive sono dolcissime. Profumano d'erba e di tigli, di rose e di amarene, di muschio e di fiori di campo. Le stelle sembrano vagolare in un cielo più basso, sono calde e amiche, non fredde e distanti come in altri luoghi del mondo. Quando una brezza leggera agita le tende alle finestre aperte, l'aria è frizzante ma morbida per chi la conosce. Porta odori dai monti di sopra, dove gli alberi faticano ad arrampicarsi ma si radicano a una terra aspra, portando il loro rancore fino alle stanze dell'intimità. Le luci delle case, ancora non troppo numerose, si riverberano sul selciato del cortile e sul giardino, striandoli con giochi di specchi e di colori, di ombre e di figure informi alle quali si possono dare nomi e significati.
Ebbene sì, le notti estive sono proprio dolcissime a Cansatessa. Ma non per noi. O almeno, ora non più, nemmeno per noi.
Non c'è più il silenzio e l'immobilità della vita tranquilla, sicura, da quando "lui" è arrivato, come un urlo lacerante nella notte. Dopo il terremoto le persone che amano L'Aquila, ancora stordite, si sono accorte di avere sposato un'ombra. Ora i profumi non sono più gli stessi, le stelle si sono allontanate nel buio della volta celeste, le brezze sono diventate gelide accompagnando gli scrosci di pioggia e, alternativamente, le folate di caldo asfissiano con lunghi singhiozzi la gente sotto le tende. E, nella città più fredda d'Italia, si aspetta con preoccupazione il rigido inverno. Gli alberi sembrano ripiegarsi, rifiutando la loro fragile compagnia ai cercatori di senso, le luci assumono forme sinistre ed evocano scenari futuri impensabili, aleggia un irriconoscibile odore di morte - reale e simbolico. E l'immaginario ne risente in modi inequivocabili.
La casa che non c'è più
L'epoca globale ha trasformato ovunque e in modo profondo l'immaginario collettivo, incidendo anche su quello personale, mutando dunque gli orizzonti identitari. Eppure il senso di appartenenza a una "casa" resta solido, apparentemente fermo al suo posto (...). La casa che la maggior parte di noi abita, mentre per L'Aquila e dintorni si può dire che più di cinquantamila cittadini hanno abitato fino a ieri, rappresenta il luogo per eccellenza degli affetti, dei conflitti, della convivialità, dei problemi, delle soddisfazioni, degli affanni, del ristoro, del ripiegamento su sé stessi, dei progetti, delle incomprensioni, del sogno. È lì che si insinua l'appartenenza locale, connessa a un'appartenenza globale: la cellula famigliare o il singolo individuo, consapevolmente o a diversi e incompleti livelli di coscienza, intessono legami tra la casa propria e la "casa" intesa come sentirsi parte di qualcosa che supera e aggira la residenza. Mentre la prima è figlia dell'abitare, la seconda è figliastra della cultura e nasce senza concepimento, come distillato di un mistero che ha radici nel desiderio di andare oltre. Ne sanno qualcosa, e molto bene, le popolazioni rom. La casa, benché sia costruita, è in larga parte naturale; viceversa la "casa", per quanto provenga da spinte naturali, è cultura in ogni sua manifestazione.
Quest'ultima casa, se viene intesa come domus, evoca la questione del dominio come implicazione etimologia del dominus dal quale essa deriva. Ma anche la casa come abitazione non è esente dall'idea di dominazione: tra le mura domestiche cresce e si rafforza l'impulso, che eccede la nostra razionalità, a controllare, gestire - dominare, appunto - i soggetti e gli oggetti, i corpi e le cose, la creatività e gli eventi nelle relazioni con gli altri e con il mondo. L'appartenenza, perciò, ha un legame profondo con l'irrazionale ma pure con le relazioni di potere, con i rapporti asimmetrici e con la possibilità di esercitare un controllo fondato sul lavoro umano. Perché è nel lavoro, non nella casa, che risiede l'origine del potere come energia che si accompagna a una conoscenza, si coniuga alle informazioni che abbiamo su chi ci circonda e ciò che ci circonda.
Senza contare lo scossone più duro - la vibrante pugnalata a coloro che non ci sono più e a chi, rimanendo qui, è destinato a piangerli per sempre - gli aquilani sono stati colpiti dal terremoto soprattutto nella casa e nel lavoro. Tutto ciò ha lacerato, alterato, esasperato il loro senso di appartenenza - vale a dire l'identità nella quale, da posizioni sociali differenziate per risorse e opportunità, si riconoscevano. Ed è da queste rispettive posizioni, non neutre, che ciascuno cercherà di ricomporre o reinventare la propria appartenenza identitaria e, insieme, la sua città - se si daranno le condizioni per sentirla ancora come propria "casa". Ma questa circostanza non è detto che si verifichi, visto come finora le istituzioni preposte alla ricostruzione hanno impostato in termini progettuali e affrontato concretamente i panorami del post evento. La situazione è oggettivamente difficile, si sa, e d'altro canto sino a oggi nel nostro paese mai era accaduta una cosa del genere, con una forza che ha distrutto e ferito a morte un intero capoluogo di regione e, con esso, il suo ammirevole centro storico. Eppure lo spazio per la fantasia nelle soluzioni programmatiche e il rigore nei provvedimenti amministrativi e finanziari non è stato sfruttato adeguatamente, preferendo soluzioni frettolose e avventate. Contrariamente ai proclami e all'ottimismo propagandato con modalità artificiose, molto resta ancora da fare.
L'assedio per il G8 e i problemi reali
La scala delle priorità, del resto, viene invertita con inammissibile sciatteria. Stride la corsa a doppia velocità, sconcerta la spaccatura tra l'assedio per il G8, accompagnato da una sproporzionata militarizzazione del territorio, e l'assenza di attenzioni ai problemi e alle urgenze reali. Infine, ammutolisce la doppiezza dei politici, accompagnata da una cecità allarmante. L'ossessione per la sicurezza va di pari passo con la noncuranza per l'incertezza in cui vengono lasciate migliaia di famiglie. In una provincia che sta subendo un collasso economico, dove la disoccupazione aumenta perché scompaiono i posti di lavoro e dove la crisi produttiva la fa da padrone ponendo questioni cruciali per il futuro, ci si inventa la bella trovata, a dir poco grottesca, di far venire qui gli otto Grandi del mondo, allargando in tempi record e a spese dei cittadini le strade che dovranno percorrere i massimi capi di Stato e di governo, mentre le tendopoli e gli scempi nel centro storico andranno nascosti alla vista per non guastare il panorama.
Del resto la vita delle persone comuni, già bloccata dalle conseguenze devastanti del sisma, subirà un altro arresto dovuto ai divieti di circolazione sugli assi viari più importanti, senza preoccuparsi di quanto offensive e ingiuriose possano apparire queste inestimabili spese agli oltre trentamila sfollati sul litorale e agli oltre ventimila alloggiati nelle tendopoli, acquitrinose o allagate in caso di pioggia battente e dove si brucia sotto il sole nei giorni più caldi. Rispetto agli strombazzamenti del G8 i problemi, anche gravi, sperimentati dalla gente comune passano in secondo piano, si conoscono poco e vengono considerati ancora meno (...).
Molte scuole di ogni ordine e grado, così come l'università, si danno per praticabili e funzionanti ma non si dice come, mentre la più gran parte di esse non ha ancora trovato una sede, nemmeno provvisoria. Non accenno agli ospedali, troppo tristi e note sono le vicende che ne hanno coinvolto uno, il più nuovo e il più grande, nel terremoto. Ricordo solo che in quelli da campo, improvvisati e appoggiati a ciò che è restato in piedi nei fabbricati destinati alla cura della salute dei cittadini prima del sisma, si notano le file degli utenti più disagiati davanti a strutture sanitarie che sembrano finzioni borgesiane. Senza omettere lo stato in cui versano gli edifici privati destinati a ogni genere di attività commerciale o culturale e gli edifici pubblici che ospitavano le istituzioni preposte al funzionamento di un organismo complesso come la città. L'opinione pubblica va tranquillizzata, certo, ma sarebbe meglio non raccontarle troppe frottole (...).
La stampa e le girandole mediatiche hanno a loro volta una grossa responsabilità che oggi, a luci spente, si mostra in tutto il suo muto splendore. Fino a che il chiodo era caldo, sentimenti ed emozioni espressi dalla gente sono stati sbattuti in prima pagina, individuando di volta in volta il "mostro" di cui si aveva bisogno. E l'auditel era, come lo è ora per altre notizie, sempre dietro l'angolo. Per gli scopi e nelle occasioni più diverse, stante la possibilità di altri crolli, ciascuno ha fatto allora la sua passerella con l'elmetto d'ordinanza dei vigili del fuoco o con un altro copricapo. C'è un cappello per ogni circostanza, come ben sapeva Ennio Flaiano, un abruzzese doc (...).
Domenica 21 giugno, dalle undici di mattina alle dieci di sera, hanno riaperto un pezzetto del centro storico, tra la Villa comunale e piazza Duomo, collegate da un breve tratto del Corso Federico II. Una breccia temporanea ma decisiva nella cintura sanitaria di militari, vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, finanzieri che, per precauzione, hanno impedito l'accesso della popolazione a constatare direttamente lo stato in cui si trovava la città (...).
La grancassa dei quotidiani nazionali ha parlato ancora del capoluogo abruzzese, sottolineando l'occasione per gli aquilani di poter finalmente fare una passeggiata nei luoghi della memoria, dei simboli, dell'arte. In realtà pareva un funerale, tra le macerie che si potevano scorgere al di là delle reti metalliche che sbarravano il passaggio ai vicoli laterali di quello scampolo di centro storico: musi lunghi, voci sommesse, esclamazioni accorate, discorsi tutti invariabilmente uguali. Stanchezza, incredulità, dolore, rifiuto e impossibilità di vedere un domani normale (...).
Chi vive il terremoto e chi no
Oggi sembra quasi di assistere a una rappresentazione: c'è chi il terremoto lo vive e lo interpreta e c'è chi assiste allo spettacolo. C'è chi ha sentito la terra tremare sotto i piedi e ha visto crollare le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro, chi ha trovato sepolti sotto le macerie i suoi cari o i suoi amici e chi, almeno per un po', si è dispiaciuto e commosso di fronte alla tragedia, ma poi se n'è dimenticato perché aveva cose più urgenti a cui pensare. Il tempo fa bene il suo lavoro, è in grado di cancellare tutto, anche le guerre: come ognuno ben sa, tra queste e i terremoti spira un'aria di famiglia e, sebbene i secondi vengono dalle viscere del mondo e non dagli uomini, sono pur sempre gli uomini a poterne limitare gli effetti, sia in termini di prevenzione sia in materia di cura. In questo senso, senza trascurare tutti coloro che, venendo da ogni dove, hanno aiutato e si sono spezzati la schiena per dare una mano senza essere stati direttamente coinvolti dal sisma, bisogna ammettere che molti, e sono i più, potranno sempre dire: «La terra trema, ma non per noi». A ben vedere, se questi ultimi si interrogassero meglio, forse in loro si potrebbe insinuare almeno un dubbio - e fra i molti mi auguro che vi siano anche coloro che hanno responsabilità di governo della cosa pubblica. Si dovrebbero domandare se il controllo, la gestione, il dominio nel campo degli eventi sismici, durante il "prima" non restino una pura e semplice questione statistica legata al caso e a una natura indifferente alle umane tribolazioni che, prima o poi, potrebbe coinvolgere anche loro; e, correlativamente, si potrebbero chiedere se, quando fa capolino il "dopo", non valga la pena confrontarsi urgentemente e senza rescissioni con le necessità sociali. Eppure, da più parti, si preferisce continuare a vedere soltanto il primo corno del problema, sostenendo che il terremoto non è comunque prevedibile. Stando così le cose, perché gli esperti si ostinano a "rassicurare"? In ogni caso, dato che nulla gli uomini possono fare in anticipo per evitarlo, non resta altro da sperare che Dio e i suoi disegni non vogliano. Ma se proprio dovesse accadere, malgrado le ipotesi più ottimistiche e i necessari scongiuri, bisognerebbe augurarsi che il grande botto arrivi almeno durante il prossimo G8, per ricordare ai potenti della terra che la terra è più potente di loro.
venerdì 3 luglio 2009
disobbedienza civile contro le nuove leggi razziali
di Annamaria Rivera, sul Manifesto di domani 4 luglio
Come durante i regimi fascisti, queste norme sono finalizzate a punire non singole condotte individuali criminose, ma una categoria di persone, in tal caso definita da una condizione non solo giuridica ma anche sociale: quella di lavoratore immigrato privo di titolo di soggiorno, non certo per sua scelta o volontà. Basta considerare l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, l’aggravante di un terzo della pena per qualsiasi reato se commesso da “irregolari”, i dispositivi che tendono a inibire atti che concernono i diritti fondamentali della persona: l’accesso all’istruzione e alle cure mediche, a molti servizi e protezioni sociali, la possibilità di contrarre matrimonio, la registrazione delle nascite e dei decessi…Si inverano così il rigurgito del passato più vergognoso –ma neppure il fascismo osò a tal punto- e nel contempo un radicale salto di paradigma: rispetto non solo ai fondamenti dell’ordine costituzionale e della civiltà giuridica, ma perfino ai presupposti minimi che rendono possibile la convivenza degli umani (e anche di altre specie). Che altro è se non la cancellazione di un principio elementarmente umano la possibilità, prevista dalla legge, che un infante venga strappato dallo Stato alla madre “irregolare”, dato che la legge le vieta di riconoscerlo? E non è forse più crudele delle norme del regime mussoliniano la sottrazione di ogni protezione agli apolidi, oggi di fatto esposti alla deportazione? Coloro che ci governano non sono maestri di etica personale, tanto meno pubblica. Sporcaccioni -e bacchettoni quando conviene- ogni giorno danno prova di quale rispetto abbiano dell’umano: dalla mercificazione totale dei corpi femminili alla espropriazione e marchiatura simbolica dei corpi degli stranieri e dei minoritari, che essi hanno provveduto a rappresentare come onnipresenti, proliferanti, minacciosi. Gli uni e gli altri deumanizzati, dunque esposti ad ogni insulto ed arbitrio. Le nuove leggi razziali a questo mirano o almeno questo effetto avranno: una mutazione culturale del clima del paese, già per molti versi alla deriva, per cui offese e violenze contro gli stranieri non saranno più considerate tali. “Clandestini” e rom non sono umani, dice la legge, dunque non trattateli da umani. Come Domenico Gallo anch’io chiedo rispettosamente al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge per non rendersi corresponsabile di una nefandezza. Nel contempo penso che ogni forma di disobbedienza civile debba essere praticata. Io la pratico subito dichiarando che ho offerto ed offro solidarietà concreta ed assistenza umanitaria a persone prive del titolo di soggiorno.
mercoledì 17 giugno 2009
Pugno di ferro, cosi si vive nel «Principato delle macerie» Terremoto 8
Mentre decine di migliaia di persone continuano a vivere disagi enormi, in Abruzzo il governo sperimenta un modello di organizzazione sociale e, assieme, un apparato di propaganda e di gestione del consenso. In nome dell’emergenza è stato limitato il potere decisionale delle comunità locali. In nome della propaganda e stato creato un sistema di controlli che rende difficile il lavoro dei giornalisti e molto complicata la diffusione delle notizie su quanto accade all’interno delle 180 tendopoli.
Oggi, dopo oltre due mesi di paziente attesa, duemila cittadini del Principato delle macerie raggiungeranno la capitale d’Italia per far sentire la loro voce. Lo faranno - con un sit in davanti alla sede del governo - proprio nel giorno in cui la Camera dei deputati avvia la discussione sul decreto-terremoto.
Un provvedimento che la maggioranza non intende modificare, tanto che e possibile l’ennesimo voto di fiducia.
Silvio Berlusconi ha fatto sul terremoto un forte investimento di immagine.
La sua presenza quotidiana nei luoghi della catastrofe ha accresciuto la sua popolarità. La decisione di trasferire il G8 dalla Maddalena allAquila l’ha rafforzata sul piano internazionale prima che le sue vicende giudiziarie (il processo Mills) e coniugali (il caso Noemi) la riportassero al tradizionale basso livello.
Di certo il premier e il suo governo si giocano tra le macerie d’Abruzzo molta della loro credibilità. E il capo della Protezione civile Guido Bertolaso - che del Principato delle Macerie e il capo supremo, ne e perfettamente consapevole. Cosi ieri - dopo che i sudditi avevano occupato per protesta la pista dell’aeroporto di Preturo (quella dove, dopo le opportune modifiche, atterreranno i grandi del G8) si e affrettato a dare una intervista al ≪La 7≫ per assicurare che tra le macerie d’Abruzzo tutto va per il meglio. E palazzo Chigi ha diffuso un comunicato nel quale, tra l’altro, si assicura che anche le seconde case saranno pagate. Chissà. Il fatto è che questo concetto non e presente nel decreto che oggi il Parlamento comincia a esaminare.
Cosi come non compaiono le iperboliche promesse fatte dal premier in questi due mesi.❖
venerdì 5 giugno 2009
Giuliano la Prostata
di Marco Travaglio, da Zorro, sull'Unità online: http://www.unita.it/rubriche/Travaglio
La situazione dev’essere davvero grave se hanno riesumato persino Giuliano Ferrara. Il proiettile più contundente della ditta giaceva nell’armeria di Arcore, tutto ammaccato dopo la campagna No Aborto che raccolse più uova che voti. Ma l’esercito dei nuovi servi batte in ritirata dinanzi ai terribili agenti delle sinistre - Veronica, Gino e Zappadu - e si richiamano i riservisti. Giuliano La Prostata non si fa pregare:
ben due articoli sul Foglio e sul Die Welt: «Se Berlusconi fosse gay se le sue feste avessero lo charme discreto di casa Armani o il sapore un po’ trasgressivo di Dolce & Gabbana», nessuno obietterebbe nulla. Forse gli sfugge che Armani e Dolce & Gabbana non sono presidenti del Consiglio, non aviotrasportano stock di nani e ballerine a spese dei contribuenti, non leccano la mano al Papa, non presenziano al Family Day. Ma il «molto intelligente» per scienza infusa non bada a certe sottigliezze. Per far quadrato (da solo) attorno al padrone, rinnega financo la conversione al cattolicesimo: «C’è qualcosa di marcio nel moralismo machofobico di certi ambienti cattolici», incapaci di comprendere «il patronage, il rapporto di uomini importanti, in età, con persone più giovani». Le canta pure alla stampa estera «moralista», scandalizzata per le balle su Noemi: innocenti «imprecisioni, inesattezze, mezze bugie contro la stampa inquisitoria». Ecco: le telefonate di un vecchio sporcaccione a una minorenne si chiamano «patronage» e le sue menzogne «imprecisioni e inesattezze». Sempreché l’autore sia «un uomo importante» e paghi due o tre stipendi a Ferrara.
lunedì 18 maggio 2009
“A chi appartiene la tua vita?”
ARCI Reggio Emilia e Iniziativa Laica organizzano:
Giovedì 21 maggio ’09 alle ore 17,30 -20,00 presso il cinema CRISTALLO via Ferrari Bonini, 4 – R.E.
PAOLO FLORES D’ARCAIS
Filosofo e direttore di MicroMega
Presenta e discute il suo libro
“A chi appartiene la tua vita?”
Una riflessione su testamento biologico, eutanasia,
libertà e autodeterminazione, diritti civili nell’epoca oscurantista
di Ratzinger e Berlusconi
tel. 339.1614102 - 347.8262964 – e.mail: iniziativalaica@alice.it
Nel corso dell’incontro sarà inoltre:
Ø distribuito un modello di testamento biologico (abbiamo chiesto ad alcuni notai di intervenire all’incontro e applicare un “compenso simbolico” a chi vorrà sottoscriverlo)
Ø annunciato l’utilizzo della petizione (ca. 700 firme) per richiedere la cittadinanza onoraria di RE e PR a Beppino Englaro
“Con che diritto il cardinal Bagnasco, l’onorevole Formigoni, l’onorevole Roccella,il ministro Sacconi pretendono di decidere
al posto nostro se quel sondino
dovrà essere lasciato o dovrà essere tolto?
Chi siete voi per decidere delle nostre vite?
Solo in uno Stato totalitario si può arrivare a questa enormità:
che la vita non appartenga al cittadino e che sulla sua malattia
e sulla sua sofferenza decida il governo anziché il malato.
La vita appartiene a chi la vive: non al governo
e neppure alla Chiesa delle gerarchie”.
Paolo Flores d’Arcais
durante la manifestazione a Roma del 21 febbraio 2009
Il coraggio dimenticato
di Roberto Saviano, da Repubblica on line
Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.
La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l'inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall'aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L'agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere. L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero. Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane. Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.
Quelle dieci domande
di Ida Dominijanni, da Il Manifesto on line
Il presidente del consiglio sta perdendo la brocca, e proprio su quell'arte di comunicare in cui vanta un primato indiscusso. Emette in contemporanea note ufficiali impersonali firmate Palazzo Chigi, book velinari (sempre di veline si tratta) personalissimi sulla propria vita firmati Vittorio Feltri, battute sui «birichini» che lo attaccano firmate Silvio Berlusconi. Troppi registri e troppi format diversi, gli spiegherebbe l'ultimo programmista delle sue tv: così l'audience rischia di confondersi e di scendere ancora di qualche punto rispetto agli ultimi sondaggi elettorali, che già gliene levano tre. Non aveva detto e strombazzato che l'affaire Veronica-Noemi è una faccenda privata, di cui intendeva tacere? E allora perché continua a non fare altro che parlarne, via note e via battute? E se della sua vita privata non vuole parlare, come mai replica l'operazione elettorale già fatta anni fa con il memorabile Una storia italiana, facendoci somministrare di nuovo da Libero la sua biografia inestricabilmente privata e pubblica, con i muscoli di quando aveva quindici anni esibiti accanto al sorriso da premier e Putin ospite a Villa Certosa?
La verità è che la favola della faccenda privata non ha retto neanche un minuto, e che fin dal primo minuto il premier, mentre ostentava strafottenza, imbastiva versioni approssimative dei fatti e armava i suoi contro la moglie per screditarla, ha capito che rischia grosso, più grosso di quanto già non vacilli per gli attacchi di Bossi sul referendum, di Brunetta sul governo, di Fini sulle coppie gay. Sì che di fronte alle dieci pertinenti domande sull'affaire messe in fila ieri da Giuseppe D'Avanzo su Repubblica (alcune formulate già su queste colonne da Gabriele Polo, dopo il monologo berlusconiano a Porta a porta), invece di rispondere come sarebbe suo dovere, accende con la nota ufficiale il solito pilota automatico - «invidia, odio, calunnia, diffamazione, strumentalizzazione» - e prova il contropiede straparlando d'altro per tutto il giorno: immigrati, G8, gasdotto sul Mar Nero, calcio, Millemiglia, piano casa, Nato, ricette per la ricrescita dei capelli, case ai terremotati, ponte sullo Stretto. Classica strategia di dépistage, patente quanto le contraddizioni che D'Avanzo imputa alle sue variegate versioni dei giorni scorsi sulle candidature delle veline, sul rapporto con Noemi, sull'amicizia con il padre di Noemi, sul suo arrivo alla festa di Noemi, sulle sue presunte frequentazioni di minorenni, sul suo stato di salute e via dicendo. Anche l'opposizione accende il pilota automatico e denuncia l'attacco alla libertà d'informazione. Che con Berlusconi va sempre bene, ci mancherebbe. Se non fosse che in democrazia oltre alla stampa libera esisterebbero anche delle libere istituzioni, e quelle dieci domande ci sarebbe piaciuto, a noi che facciamo informazione, resocontarle per esempio da un dibattito parlamentare. Ma fino a ieri anche per l'opposizione, salvo poche e meritevoli voci, l'affaire era una faccenda privata, di cui bisognava tacere. Tiriamo una linea e cominciamo da capo, con due preghiere. Fate quelle dieci domande, onorevoli deputati e senatori dell'opposizione. Risponda a quelle dieci domande, onorevole presidente del consiglio.
Incoerenze di un caso politico: dieci domande a Berlusconi
di Giuseppe D'Avanzo, da Repubblica on line
Repubblica ha chiesto, nei giorni scorsi, di rivolgere al presidente del Consiglio dieci domande sulle incoerenze e le omissioni di una storia che molti definiscono "di Veronica" o "di Noemi" e nessuno azzarda a definire per quel che è o appare: un "caso Berlusconi". Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, lunedì, ha chiesto due giorni per dare una risposta. Quella risposta non è arrivata. Per non dissimulare, come vuole il nuovo conformismo dell'informazione italiana, ciò che dovrebbe essere chiarito, pubblichiamo oggi le domande che avremmo voluto rivolgere al premier e le contraddizioni che abbiamo ritenuto di riscontrare tra le sue dichiarazioni e quelle degli altri protagonisti della vicenda.
Silvio Berlusconi ha detto: "Credo che chi è incaricato di una funzione pubblica, come il presidente del Consiglio, possa accettare la continuazione di un rapporto [con la sua consorte, Veronica Lario] soltanto se si chiarisce chi ha provocato questa situazione". (Porta a Porta, 5 maggio 2009). Repubblica concorda con Silvio Berlusconi. E' evidente che, nonostante il frastuono mediatico di queste ore, non si discute di un divorzio o di una separazione, affare privato di due coniugi. Come ha chiaro il premier, la questione interroga i comportamenti di "un incaricato di una funzione pubblica". In quanto tali, quei comportamenti sono sempre di pubblico interesse e non possono essere circoscritti a un ambito familiare. D'altronde, la signora Veronica Lario, nelle sue dichiarazioni del 29 aprile e del 3 maggio, offre all'attenzione dell'opinione pubblica due certezze personali e una domanda. Le due certezze descrivono, tra il pubblico e il privato, i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene". La domanda, posta dalla signora all'opinione pubblica e a chi in vario modo la rappresenta, è invece tutta politica e chiama in causa le pratiche del "potere", il suo modo di essere, che si degrada e si avvilisce pericolosamente quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e la prossimità al premier. Ha detto la signora Lario: "Quello che emerge oggi, attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne (...). Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore". (Ansa, 28 aprile, 22:31) Silvio Berlusconi ha replicato, a caldo, evocando un complotto "della sinistra e della sua stampa che non riescono ad accettare la mia popolarità al 75 per cento (...) Tutto falso, nato dalla trappola in cui anche mia moglie purtroppo è caduta. Le veline sono inesistenti. Un'assoluta falsità". (Porta a porta, 5 maggio) E' il primo ingombro che bisogna verificare. Questa storia è soltanto una trappola bene organizzata? E' vero, se di complotto si tratta, che nasconde la mano della sinistra e della "sua stampa"? Tre evidenze lo escludono. Il primo quotidiano che dà conto della candidatura di una "velina" alle elezioni europee è il Giornale della famiglia Berlusconi. Il 31 marzo, a pagina 12, nella rubrica Indiscreto a Palazzo si legge che "Barbara Matera punta a un seggio europeo". "Soubrette, già "Letterata" del Chiambretti c'è, poi "Letteronza" della Gialappa's, quindi annunciatrice Rai e attrice della fiction Carabinieri", la Matera, scrive il Giornale, "ha voluto smentire i luoghi comuni sui giovani che non si applicano e non si impegnano. "Dicono che i ragazzi perdino tempo. Non è vero: io per esempio studio molto"". "E si vede", commenta il giornale di casa Berlusconi. Il secondo giornale che svela "la carta segreta che il Cavaliere è pronto a giocare" è Libero, il 22 aprile. Notizia e foto di prima pagina con "Angela Sozio, la rossa del Grande Fratello e le gemelle De Vivo dell'Isola dei famosi, possibili candidate alle elezioni europee". A pagina 12, le rivelazioni: "Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore" è il titolo. "Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl" è il sommario. Per Libero le "showgirl", che dovranno superare un colloquio, sono 21 (in lista i candidati a un seggio di Bruxelles, come si sa, sono 72). I nomi che si leggono nella cronaca sono: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e "una misteriosa signorina" lituana, Giada Martirosianaite. Difficile sostenere che Il Giornale e Libero siano fogli di sinistra. Come è arduo credere che la Fondazione farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, sia un pensatoio vicino al partito democratico. Il think tank, diretto dal professor Alessandro Campi, vuole "far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione". Coerentemente critica l'uso di "uno stereotipo femminile mortificante" e con un'analisi della politologa Sofia Ventura avverte che "il "velinismo" non serve". Nell'articolo si legge: "Assistiamo a una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto da fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con disinvoltura, denota uno scarso rispetto, da un lato, per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro; dall'altro, per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima". Sofia Ventura conclude: "Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi. Le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse". Quando la signora Lario prende (buonultima) la parola per censurare il "velinismo" - e "il ciarpame senza pudore" del potere - non si muove nel vuoto, ma su un terreno già smosso dalle rivelazioni dei giornali vicini al premier e dalle analisi critiche di intellettuali prossimi alla maggioranza di governo. Questo "caso" non ha inizio con un intrigo, come protesta Berlusconi, ma trova la sua trasparente ragione nella preoccupazione di ambienti della destra per un "impoverimento della qualità democratica di un paese" (ancora la Ventura). Rimosso il presunto "complotto", resta il "caso" politico, dunque. Un "caso" che diventa anche familiare, quando Veronica Lario scopre che Silvio Berlusconi ha partecipato a Napoli alla festa di compleanno di una diciottenne (Repubblica, 28 aprile). E ancora una volta politico quando la signora, annunciando la sua volontà di divorziare, denuncia pubblicamente i comportamenti di un marito che, "incaricato di una pubblica funzione", "frequenta minorenni", prigioniero com'è di un disagio che minaccia il suo equilibrio psicofisico. Il presidente del Consiglio ha replicato ai rilievi della signora Lario con due interviste alla carta stampata (Corriere della Sera e la Stampa, 4 maggio) e con un lungo monologo a Porta a Porta (5 maggio). In queste tre sortite pubbliche, la ricostruzione degli avvenimenti di cui si discute (la candidatura di giovani donne selezionate per la loro bellezza e amicizia con il premier; il suo affetto per Noemi Letizia, maggiorenne il 26 aprile; la partecipazione alla festa di compleanno; il lungo sodalizio amicale con la famiglia Letizia) ha avuto, da parte di Berlusconi, una parola definitiva, ma o contraddittoria o omissiva. Berlusconi nega di aver mai avuto intenzione di candidare "soubrette". "Non avevamo messo in lista nessuna "velina"" (Corriere, 4 maggio) Noemi lo chiama "papi". Perché? A chi glielo chiede, replica: "E' uno scherzo, mi volevano dare del nonno, meglio mi chiamino papi. Non crede?" (Corriere, 4 maggio). Berlusconi è più preciso con la Stampa (4 maggio): "Io frequenterei, come ha detto la signora [Lario], delle diciassettenni. E' una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre punto e basta. Lo giuro!" E' la stessa versione offerta a France2 (6maggio). Quando il presidente del Consiglio spiega le circostanze della frequentazione con Noemi Letizia - si tratta di un'antica amicizia di natura politica con il padre, dice - il giornalista lo interrompe per chiedere: "... dunque [Noemi] non è una ragazza che lei conosceva personalmente?". Berlusconi risponde: "No, ho avuto l'occasione di conoscerla con i suoi genitori. Questo è tutto". La versione di Berlusconi è contraddetta in tutti i suoi elementi dalle interviste che Noemi Letizia concede. Noemi così ricostruisce il suo legame affettivo con il presidente del Consiglio: "Mi vuole bene come a un figlia. E anch'io, noi tutti gli siamo molto legati". (Repubblica, 29 aprile) Al Corriere del Mezzogiorno, il 28 aprile, consegna dettagli chiave. "[Berlusconi, papi] mi ha allevata (...) E' un amico di famiglia. Dei miei genitori (...) non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni. Un anno [per il mio compleanno], ricordo, mi ha regalato un diamantino. Un'altra volta, una collanina. Insomma, ogni volta mi riempie di attenzioni. (...) Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che desidera da me. Poi, cantiamo assieme. (...) Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca e dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male, gli spiego che chi lo giudica male non guarda al di là del proprio naso. Nessuno può immaginare quanto papi sia sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore. (...) [Da grande vorrò fare] la showgirl. Mi interessa anche la politica. Sono pronta a cogliere qualunque opportunità. (...) Preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà papi Silvio". Nel racconto di Noemi c'è la narrazione di un rapporto diretto, intenso con il presidente del Consiglio. Che le fa tre regali per il 16°, 17° e 18° compleanno. Quindi, si può concludere, Berlusconi ha conosciuto Noemi quindicenne. Nel loro rapporto non c'è alcun ruolo o presenza dei genitori. Noemi non vi fa alcun riferimento e non è corretta dalla madre, presente al colloquio con Angelo Agrippa del Corriere del Mezzogiorno. Berlusconi ha tentato di ridimensionare il legame con la minorenne: "Ho incontrato la ragazza due o tre volte, non ricordo, e sempre alla presenza dei genitori". I genitori non hanno ancora confermato le parole del premier. Durante l'incontro con il giornalista, la signora Anna Palumbo - madre di Noemi - interviene soltanto per specificare le circostanze in cui Berlusconi ha conosciuto suo marito, Benedetto "Elio" Letizia. Dice: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista. Ma non possiamo dire di più". Noemi non è così evasiva quando affronta una delle questioni decisive per questa storia. E' addirittura esplicita. Ella ritiene di poter ottenere da Berlusconi l'opportunità di fare spettacolo o, in alternativa, di essere eletta in parlamento. Televisione o scranno a Montecitorio. Le aspettative di Noemi, sollecitate dalle attenzioni (o promesse) di Berlusconi, sono in linea con le riflessioni critiche di farefuturo, il think tank di Gianfranco Fini ("Le donne non sono gingilli") e della signora Lario ("Ciarpame senza pudore"). Quando e dove e come si sono conosciuti Berlusconi e Benedetto Letizia è un altro enigma di questa storia che raccoglie versioni successive e contraddittorie. A Varsavia Berlusconi dice: "[Benedetto] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, 16:34) Quando la circostanza è subito negata da Bobo Craxi ("Cado dalle nuvole. L'autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto, ed è morto da qualche anno", Ansa, 29 aprile, 16:57), Palazzo Chigi con un imbarazzato ritardo di venti ore, smentisce a sua volta: "Si rileva che il presidente Berlusconi non ha mai detto che il signor Letizia fosse autista dell'on. Bettino Craxi" (Ansa, 30 aprile, 12:30). Dal suo canto, Letizia non vuole ricordare in pubblico come e dove e quando ha conosciuto Berlusconi. Chi lo interroga raccoglie soltanto parole vuote. "Volete sapere come ho conosciuto Berlusconi? Va bene, ve lo dico, però allora vi racconto anche come ho conosciuto tutte le persone che conosco...". (Corriere, 10 maggio) In qualche altra occasione, il rifiuto di Letizia a raccontare il primo incontro con il futuro premier è ancora più categorico: "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, in edicola il 6 maggio) Anche Noemi non ha voglia di offrire rievocazioni: "Non ricordo i particolari [di come è nato il contatto familiare], queste cose ai miei genitori non le ho chieste. Non è che si siano incrociati sul lavoro: mio padre è un dipendente comunale...". (Repubblica, 29 aprile) Un ricordo vivo del primo incontro tra Berlusconi e Letizia sembra averlo Arcangelo Martino, un ex assessore socialista al comune di Napoli, oggi vicino al partito del presidente del Consiglio. "Fra il 1987 e il 1993 sono stato grande amico di Bettino Craxi. Tutti i mercoledì andavo a trovarlo a Roma all'hotel Raphael, una consuetudine. Mi accompagnava sempre qualcuno del mio staff e quel qualcuno era quasi sempre Elio Letizia (...) Parecchie volte è capitato che al Raphael ci fosse Silvio Berlusconi. E' lì che ho presentato i due che poi hanno fatto amicizia". (Corriere della sera, 10 maggio). Il ricordo di Arcangelo Martino è sconfessato con nettezza ancora una volta da Bobo Craxi. "Escludo categoricamente che il signor Letizia fosse un habitué dell'hotel Raphael (...) Lo stesso Martino credo che sia passato qualche volta a salutare mio padre". (Repubblica, 11 maggio) Chiara anche la smentita di uomini che furono accanto al leader socialista: Gianni De Michelis ("Mai sentito nominare Letizia"); Gennaro Acquaviva ("Mai sentito nominare Letizia, neanche dai napoletani"); Giulio Di Donato ("Questo signor Letizia, nel panorama napoletano e campano dei socialisti, non esisteva, a mia memoria"). Ancora più efficace la contestazione di Stefano Caldoro: "Proprio nei primi anni novanta, abitavo al Raphael tutte le volte che mi fermavo a Roma. Si scherzava sulla intraprendenza di Martino (...) ma escludo categoricamente di aver mai visto e sentito che questo Letizia venisse presentato a Craxi. Perché mai l'avrebbero dovuto presentare? Non era un dirigente, non era un esponente del sociale, non era un militante" (Ancora Repubblica, 11 maggio 2009). L'occasione dell'incontro tra Berlusconi e Letizia è ancora da chiarire. Come i tempi della decisione del presidente del Consiglio di partecipare alla festa di compleanno di Noemi. Al Corriere della sera, 4 maggio, così Berlusconi ha spiegato la sua presenza a Napoli: "Racconto come è andata veramente. Quel giorno mi telefona il padre, un mio amico da tanti anni. E quando sa che in serata sarei stato a Napoli, per controllare lo stato di avanzamento del progetto per il termovalorizzatore, insiste perché passi almeno un attimo al compleanno della figlia. La casa è vicina all'aeroporto. Non molla. Io non so dir di no. Eravamo in anticipo di un'ora e ci sono andato. Nulla di strano, è accaduto altre volte per compleanni e matrimoni". Berlusconi, dunque, partecipa alla festa per un atto di affetto nei confronti di Elio Letizia. Non si parla di Noemi né di altra necessità politica o urgenza di altra natura. Diversa la versione offerta, lo stesso giorno (4 maggio) alla Stampa: "Suo padre, che conoscevo da tempo, mi ha telefonato per chiedermi se lasciavo fuori Martusciello (Flavio, consigliere regionale del PdL) dalle liste per le Europee, io gli ho spiegato che avrei cercato di mettere sia l'ex-questore Malvano (Franco, già candidato a sindaco di Napoli) sia Martusciello e che stavo arrivando a Napoli per dare una spinta ai contratti per i nuovi termovalorizzatori che sono frenati dalla burocrazia. A quel punto lui mi ha interrotto e mi ha detto: "Stavi venendo a Napoli? Io stasera festeggio il diciottesimo compleanno di Noemi, perché non vieni con un brindisi, lo facciamo in un locale poco distante dall'aeroporto. Ti prego vieni sarebbe il più bel regalo della mia vita". Così ci sono andato...". Berlusconi aggiunge qualche dettaglio in più nel solco di questa versione, il 5 maggio, durante Porta a Porta: "Ero al salone del Mobile della Fiera di Rho, imbarazzato per i cori "Meno male che Silvio c'e", "Magico" e il capitano dell'elicottero mi ha detto che era in arrivo entro mezz'ora un temporale che ci avrebbe costretto ad andare in macchina a Linate. Per questo siamo partiti in anticipo e [visto il tempo a disposizione, prima di] una riunione politica che avevo in serata [con il ristorante a soli tre minuti dall'aeroporto] sono entrato..." Anche questa ricostruzione trova delle evidenze che la contraddicono. Berlusconi giunge a Napoli con un regalo per Noemi, "cerchi concentrici in oro rosa arricchiti da una cascata di diamanti bianchi montati su oro bianco, 6mila euro, il ciondolo è anche nella collezione di Sophia Loren" (Gente, 19 maggio). Si è molto discusso di questa circostanza che, al contrario, non pare molto significativa: il presidente potrebbe aver a bordo del suo aereo dei cadeaux da distribuire secondo necessità. Più interessante è che l'aereo di Berlusconi giunga a Napoli con un'ora di anticipo rispetto all'inizio della festa e il presidente attenda nell'aeromobile per un'ora prima di muoversi ed entrare "cinque minuti dopo l'arrivo in sala di Noemi" (Annozero, 7 maggio). Secondo la testimonianza di un fotografo, ingaggiato dal patron del ristorante "Villa Santa Chiara", si sapeva da sabato 25 aprile dell'arrivo del premier e, in ogni caso, la "bonifica" della sala da parte della polizia è stata predisposta già nella mattinata, "alle 15", per alcune fonti del Dipartimento di sicurezza. (Repubblica, 9 maggio). Sembra di poter dire che non c'è stato alcun cambio di programma a Rho nel tardo pomeriggio di domenica 26 aprile. La partecipazione alla festa di Noemi era già nell'agenda del presidente da giorni, come dimostrano la "bonifica", l'attesa in aereo, l'arrivo nel ristorante subito quasi contestualmente all'ingresso della diciottenne come per un copione precedentemente preparato. C'è un'ultima contraddizione da sciogliere. La scelta o indicazione delle "veline" da candidare è stata opera di Berlusconi? A Porta a Porta, 5 maggio, il presidente del Consiglio sostiene di non aver messo becco nella candidature europee: "Le candidature per le Europee non sono state gestite direttamente dal premier. Ad occuparsene sono stati i tre coordinatori del PdL Bondi, La Russa e Verdini che "da migliaia di segnalazioni sono giunti a 500 schede" per individuare i 72 candidati si sono orientati secondo le indicazioni del congresso, spazio ai giovani e alla donne. Tra questi candidati nessuna è qualificabile come velina" (resoconto delle parole del premier a Porta a porta, 5 maggio, tratto dal Giornale, 6 maggio). Berlusconi ammette però di avere discusso con Elio Letizia (non è un dirigente del PdL né, che si sappia, un iscritto al partito) le candidature di Malvano e Martusciello e per farlo lo raggiunge addirittura a Napoli alla festa di sua figlia. La circostanza appare contraddittoria e, senza altre spiegazioni, inverosimile. Il rosario di incoerenze che si incardina sulla questione politica posta da farefuturo e dalla signora Lario (come Berlusconi seleziona le classi dirigenti) sollecita di rivolgere a Berlusconi dieci domande: 1. Quando e come Berlusconi ha conosciuto il padre di Noemi Letizia, Elio? 2. Nel corso di questa amicizia, che il premier dice "lunga", quante volte si sono incontrati e dove e in quale occasioni? 3. Ogni amicizia ha una sua ragione, che matura soprattutto nel tempo e in questo caso - come ammette anche Berlusconi - il tempo non è mancato. Come il capo del governo descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia? 4. Naturalmente il presidente del Consiglio discute le candidature del suo partito con chi vuole e quando vuole. Ma è stato lo stesso Berlusconi a dire che non si è occupato direttamente della selezione dei candidati, perché farlo allora con Letizia, peraltro non iscritto né militante né dirigente del suo partito né cittadino particolarmente influente nella società meridionale? 5. Quando Berlusconi ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? 6. Quante volte Berlusconi ha avuto modo di incontrare Noemi e dove? 7. Berlusconi si occupa dell'istruzione, della vita e del futuro di Noemi. Sostiene finanziariamente la sua famiglia? 8. E' vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica e questo "uso strumentale del corpo femminile", per il premier, non "impoverisce la qualità democratica di un paese" come gli rimproverano personalità e istituzioni culturali vicine al suo partito? 9. Veronica Lario ha detto che il marito "frequenta minorenni". Al di là di Noemi, ci sono altre minorenni che il premier incontra o "alleva", per usare senza ironia un'espressione della ragazza di Napoli? 10. Veronica Lario ha detto: "Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E' stato tutto inutile". Geriatri (come il professor Gianfranco Salvioli, dell'Università di Modena) ritengono che i comportamenti ossessivi nei confronti del sesso, censurati da Veronica Lario, potrebbero essere l'esito di "una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità". Quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
mercoledì 6 maggio 2009
Se i panni sporchi si lavano in pubblico
Ma che lo stesso mantra venga intonato dai leader dell'opposizione, Franceschini e Di Pietro per una volta come un sol uomo (meno male che Rosi Bindi fa eccezione), è veramente surreale e la dice lunga sulla loro perspicace capacità di leggere il fatto, l'epoca e il paese. Veronica Lario non ha mandato a quel paese suo marito sbattendogli in faccia la porta di casa di notte: ha chiuso la sua relazione coniugale con il presidente del consiglio sbattendogli (e sbattendoci) in faccia il modello di etica pubblica, di uso del potere, di mercato del consenso che ha messo in piedi. Non gli ha solo (solo?!) rimproverato di disprezzare le donne riducendole a bambole a suo uso e consumo e di accompagnarsi a delle minorenni, gli ha detto (ci ha detto) che questa relazione con l'altro sesso è un sintomo gravissimo del suo modo di concepire il «divertimento dell'imperatore», e che il fatto che questo sintomo sia derubricato a fatto da operetta è a sua volta un indice di quanto il paese (opposizione, veline e madri delle veline comprese) sia connivente nell'assicurargli questo divertimento. Ne ha fatto, in poche parole, una questione politica, non un problema di corna privato. Correttezza - la correttezza rivendicata da Franceschini e Di Pietro - vorrebbe che si prendesse sul serio la parola pubblica di una donna, di «questa» donna, non che la si riportasse a forza nel recinto della privacy, a tutto vantaggio - evidente - del suo uomo e del nostro premier.E' singolare come in questo paese, che con la privacy non ha alcuna familiarità per antiche ragioni culturali, essa venga tirata fuori solo e soltanto per difendere comportamenti maschili indifendibili, ovvero per coprire l'adagio (cattolico) della doppia morale con la saggezza popolare (invocata da Franceschini) dei panni sporchi che si lavano in casa e del tra moglie e marito non mettere il dito. E dovrebbe pur dirci qualcosa il fatto che al contrario, nei paesi che la privacy ce l'hanno nel dna, essa non vale per i politici (uomini e donne): oltre un certo grado di responsabilità, potere e esposizione mediatica, la loro vita è considerata tutta pubblica e tutta soggetta a un obbligo di trasparenza. Non solo. Continuare a tracciare un confine netto fra privato e politico significa continuare pervicacemente a ignorare che quel confine è saltato una volta per tutte da quando le donne, un tempo deputate a garantirlo facendo gli angeli del focolare muti, hanno invaso e ridefinito la sfera pubblica e hanno preso parola pubblica: come nel caso Veronica Lario, e prima di lei milioni di altre. Ma nel caso di Berlusconi e dell'Italia berlusconiana, c'è ancora di più. Perché Berlusconi ha costruito il suo potere, la sua immagine e il suo populismo precisamente cavalcando saldamente la rottura del confine fra pubblico e privato. L'ha fatto non politicizzando il personale, come era avvenuto nel femminismo e nei movimenti libertari degli anni 60-70, ma al contrario privatizzando il politico: leadership iperpersonalizzata, senso proprietario del governo, riduzione della politica a reality. La promozione delle veline a candidate rientra perfettamente in questo schema, oltre nella sua strategia di «seduzione» dell'altro sesso e di rassicurazione dell'immaginario sessuale maschile di cui abbiamo già più volte parlato su queste pagine. Tentare di ripristinare il confine della privacy in questa situazione, invece che analizzarla e affrontarla di petto per quello che è, significa non avere né il senso dell'epoca né il polso del berlusconismo. I sondaggi dicono che quest'ultimo è saldamente in sella, e che anche dal divorzio impostogli dalla moglie il premier saprà trarre giovamento? Può darsi che sia così, e se così fosse questo non farebbe che confermare lo stato allucinatorio del consenso che l'Italia gli tributa. Ma può anche darsi che stavolta il termometro dei sondaggi veda corto. Lungi dall'essere un incidente privato e casuale, il colpo stavolta punta al cuore, non dell'uomo ma del suo regno: viene da dentro la materia di cui è fatto, la decompone e la sgretola. Una mira di precisione, come forse solo una moglie poteva prenderla.
venerdì 17 aprile 2009
Da "rebubblica online: "In campo i partiti del cemento.. " - Terremoto 4
In campo i partiti del cemento - "E' iniziata la guerra degli appalti"
dal nostro inviato CARLO BONINI
da: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-7/guerra-appalti/guerra-appalti.html
L'AQUILA - Le macerie sono ancora a terra, ma la partita della ricostruzione è già cominciata. I "cartelli del cemento" fibrillano. Cominciano a volare i primi stracci. Del resto, i dodici miliardi di euro (24 mila miliardi di lire) che il Paese si prepara a pompare nel cuore infartuato dell'Abruzzo annunciano una stagione di appalti che orienterà il consenso e riscriverà la geografia e le gerarchie imprenditoriali e politiche della regione. E quel fiume di denari sollecita una domanda semplice e antica: a chi andranno?
Indiscrezioni vogliono che Palazzo Chigi si prepari a riproporre il "modello molisano". Del governatore che si fa Tesoriere e dominus del "dopo". Che dunque il presidente del Consiglio sia deciso a nominare il presidente della regione Gianni Chiodi (eletto con il Pdl il 15 dicembre scorso) Commissario straordinario alla ricostruzione. E la mossa non è neutra. Quei 12 miliardi di euro hanno messo a rumore un angolo d'Italia cresciuto con il mattone e il cemento. Dagli anni in cui committente era la Cassa per il Mezzogiorno e unico padrino la Dc di Gaspari (nel chietino) e Natali (nell'aquilano).
Consegnarli a Chiodi, significa molto. Evoca altrettanto. L'Abruzzo vive di edilizia (5 mila imprese, 1100 soltanto nella provincia dell'Aquila) e con la fine della Dc, il "partito del cemento" ha imparato a navigare a vista, coltivando sapientemente rapporti bipartisan. Di cui fa fede un dato. Era di 1 miliardo e 200 milioni di euro il fatturato del comparto costruzioni nel 1995. Tredici anni dopo, ha raggiunto e superato il miliardo e 600 milioni. Del "partito" non esiste una cupola, perché i colossi si riducono ai gruppi "Toto" e "Di Vincenzo" (il terzo, "Irti", è fallito). Comandano i piccoli, in una logica territoriale rigida, ma oggi, proprio per questo, indifesa dagli appetiti di grandi imprese del centro-nord, forti con le banche, ascoltate dalla committenza politica. Non stupisce dunque che i costruttori abruzzesi dicano oggi che Chiodi Commissario straordinario alla ricostruzione sia "la garanzia che i soldi della ricostruzione resteranno tutti in Abruzzo". Che quel reticolo di cinquemila imprese che è la spina dorsale dell'economia della regione non sarà privato della fetta principale della torta.
Consapevole dell'investitura, Chiodi non perde tempo. Assume la difesa delle imprese edili con toni risentiti. E mentre la magistratura sequestra l'ospedale san Salvatore, il Tribunale, il cumulo di macerie di quella che una volta era stata la Casa dello Studente, e altri 9 edifici, decide che è venuto il momento di fare rumore. "In questi giorni - dice - abbiamo dovuto combattere anche contro la denigrazione e la diffamazione: dalle polemiche su presunte strutture fatiscenti, fatte di cartapesta o con sabbia di mare, alle insinuazioni sulla mano delle mafie sugli appalti. Non posso e non voglio consentire che oltre al danno, l'Abruzzo subisca anche la beffa di un'immagine negativa, che poi pesi sulla ripresa e la ricostruzione".
Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), fa esercizio di realismo. Si spende, certo, ma almeno pone delle condizioni. Lasciando l'Aquila, dice: "Ho raccolto il timore dei nostri associati di essere tagliati fuori dalla ricostruzione e sono dunque d'accordo sulla necessità di un coinvolgimento forte delle imprese locali. Detto questo, però, la ricostruzione deve essere l'occasione per avviare un ciclo virtuoso. Di qualità. In cui, tanto per dirne una, siano protagoniste quelle imprese che vantano storie produttive e comportamenti virtuosi e non un semplice pezzo di carta senza alcun significato come è ormai un certificato antimafia". Suonano come parole accorte. Nel rapporto sulle ecomafie del 2008 redatto dalla Lega Ambiente, l'Abruzzo si è guadagnato l'undicesimo posto nella classifica delle "illegalità nel ciclo del cemento". Duecentoquaranta le infrazioni accertate, 289 le persone denunciate, 51 i sequestri di materiali e cantieri. Ne sa qualcosa Leopoldo Rossini, ingegnere sismico, tra i principali consulenti delle Procure della repubblica abruzzesi. Dice: "Ho sostenuto e ripeto che, a partire dall'edilizia privata, i costruttori di questa regione, con qualche lodevole eccezione, hanno dimostrato superficialità, ignoranza e sottovalutazione. La filiera progettazione, esecuzione dei lavori, controllo e collaudo non ha mai prodotto un'edilizia antisismica di qualità". È abruzzese anche l'ingegner Rossini. Come il governatore Chiodi.
lunedì 29 dicembre 2008
Senza uguaglianza la democrazia è un regime, di GUSTAVO ZAGREBELSKY
da: Repubblica on line:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/11/26/senza-uguaglianza-la-democrazia-un-regime.html
Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un' associazione di idee. Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c' è un regime significa se c' è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c' è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc.
Così, una questione seria, anzi cruciale, viene attratta sul terreno, che non si presta all' analisi, della demonizzazione politica, funzionale all' isteria e allo scontro. Ma "regime" è un termine totalmente neutro, che significa semplicemente modo di reggere le società umane. Parliamo di "Ancien Régime", di regimi repubblicani e democratici, monarchici, parlamentari, presidenziali, liberali, totalitari e, tra gli altri, per l' appunto, di regime fascista. Senza qualificazione, regime non ci dice nulla su cui ci sia da prendere posizione, perché l' essenziale sta nell' aggettivo. Così, assumendo la parola nel suo significato proprio, isolato dalle reminiscenze, la domanda iniziale cambia di senso: da "esiste attualmente un regime" in "il regime attuale è qualcosa di nuovo, rispetto al precedente"? Che l' Italia viva un' esperienza costituzionale, forse ancora in divenire e dall' esito non scontato, che mira a non lasciarsi confondere con quella che l' ha preceduta: almeno di questo non c' è da dubitare. Lo pensano, e talora lo dicono, tanto i favorevoli, quanto i contrari, cioè lo pensiamo e lo diciamo tutti, con definizioni ora passatiste ora futuriste. Non lo si dice ufficialmente e a cifra tonda, perché il momento è, o sembra, ancora quello dell' incubazione. La covata è a mezzo. L' esito non è scritto. La Costituzione del ' 48 non è abolita e, perciò, accredita l' impressione di una certa continuità. Ma è sottoposta a erosioni e svuotamenti di cui nessuno, per ora, può conoscere l' esito. Forze potenti sono all' opera per il suo superamento, ma altre forze possono mobilitarsi per la sua difesa. La Costituzione è in bilico. Che cosa significa "costituzione in bilico"? Innanzitutto, che non si vive in una legittimità costituzionale generalmente accettata, cioè in una sola concezione della giusta costituzione, ma in (almeno) due che si confrontano. Ogni forma di reggimento politico si basa su un principio essenziale, una molla etica, il ressort di cui parla Montesquieu, trattando delle forme di governo nell' Esprit des lois. Quando questo principio essenziale è in consonanza con l' esprit général di un popolo, allora possiamo dire che la costituzione è legittima e, perciò, solida e accettata. Quando è dissonante, la costituzione è destinata crollare, a essere detronizzata. Se invece lo spirito pubblico è diviso, e dunque non esiste un esprit che possa dirsi général, questo è il momento dell' incertezza costituzionale, il momento della costituzione in bilico e della bilancia che prima o poi dovrà pendere da una parte. È il momento del conflitto latente, che non viene dichiarato perché i fautori della rottura costituzionale come quelli della continuità non si sentono abbastanza sicuri di sé e preferiscono allontanare il chiarimento. I primi aspettano il tempo più favorevole; i secondi attendono che passi sempre ancora un giorno di più, ingannando se stessi, non volendo vedere ciò che temono. Tutti attendono, ma i primi per prudenza, i secondi per ignavia. Non voler vedere, significa scambiare per accidentali deviazioni quelli che sono segni di un mutamento di rotta; significa sbagliare, prendendo per lucciole, cioè per piccole alterazioni che saranno presto dimenticate come momentanee illegalità, quelle che sono invece lanterne, cioè segni premonitori e preparazioni di una diversa legittimità. Così, si resta inerti. L' accumulo progressivo di materiali di costruzione del nuovo regime procede senza ostacoli e, prima o poi, farà massa. Allora, non sarà più possibile non voler vedere, ma sarà troppo tardi. * * * Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall' uno all' altro, è l' atteggiamento di fronte all' uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall' uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario. Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione. Nell' essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest' ultima (il voto, i partiti, l' informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole invariate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla parola "politica": forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l' etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l' integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all' uguaglianza. * * * Ritorniamo alla questione iniziale, se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell' uguaglianza. In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell' uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una legge "ferrea". E' la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l' uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell' azione politica. La costituzione - questa costituzione che assume l' uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto. Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c' è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d' interesse, per i quali, anche, non c' è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d' ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall' intervento privato, dove chi più ha, più può. Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato. Analogamente, anche l' organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L' oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l' allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall' alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso. E' una conseguenza, infine, non la causa, la concentrazione di potere non solo politico ma anche economico-finanziario e cultural-mediatico. L' indipendenza relativa delle cosiddette tre funzioni sociali, da millenni considerata garanzia di equilibrio, buon governo delle società, è minacciata. Ma il tema delle incompatibilità, cioè del conflitto di interessi, a destra come a sinistra, è stato accantonato. La causa è sempre e solo una: l' appannamento, per non dire di più, dell' uguaglianza e la rete di gerarchie che ne deriva. Qui si gioca la partita decisiva del "regime". Tutto il resto è conseguenza e pensare di rimettere le cose a posto, nelle tante ingiustizie e nelle tante forzature istituzionali senza affrontare la causa, significa girare a vuoto, anzi farsene complici. Nessun regime politico si riduce a un uomo solo, nemmeno i "dispotismi asiatici", dove tutto sembrava dipendere dall' arbitrio di uno solo, kahn, califfo, satrapo, sultano, o imperatore cinese. Sempre si tratta di potere organizzato in sistemi di relazioni. Alessandro Magno, il più "orientale" dei signori dell' Occidente, perse il suo impero perché (dice Plutarco), mentre trattava i Greci come un capo, cioè come fossero parenti e amici, «si comportava con i barbari come con animali o piante», cioè meri oggetti di dominio, «così riempiendo il suo regno di esìli, destinati a produrre guerre e sedizioni». Sarà pur vero che comportamenti di quest' ultimo genere non mancano, ma non vedere il sistema su cui si innestano e li producono significa trascurarne le cause per restare alla superficie, spesso solo al folklore. - GUSTAVO ZAGREBELSKY
venerdì 21 novembre 2008
GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE - Reggio Fahrenheit e NONDASOLA: Pubblica lettura a Reggio E.
Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
pubblica lettura:
Testimonianze e racconti sulla violenza alle donne
29 Novembre dalle 16 alle 18
“Gomorra”, che denuncia le trame mafiose, prosegue a dar voce a chi
non ha mai smesso di denunciare le ingiustizie di una società che ha
perso la spinta a sollecitare processi di cambiamento. Oggi è in
piazza assieme all’associazione Nondasola.
L’associazione NONDASOLA, che gestisce il centro antiviolenza “Casa
delle Donne” di Reggio Emilia,dal 1995 ha raccolto il bisogno di
aiuto di tante donne. La sfida è di ridare loro la capacità di
“ricostruirsi” per riprendersi in mano la propria vita.
Nel 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata
internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Le donne attiviste hanno individuato il 25
novembre come una giornata contro la violenza alle donne fin dal 1981: questa data fu scelta in seguito al brutale
assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.
➘ I dati sulla violenza ci dicono che per le donne, nel mondo e anche in Europa, è la prima causa di morte.La
violenza che porta alla morte è la conclusione di un percorso di mancanza di riconoscimento, di esclusione, di
discriminazione nei rapporti fra i generi.
➘ La riforma del 1975 sul diritto di famiglia ha sancito, dopo lunghi tormentati anni, stessi diritti e stessi doveri fra
uomini e donne. La riforma ha reso più trasparenti le mura domestiche, ma dentro quelle mura ancora non
vediamo “giustizia”, spesso vediamo molta violenza: a Reggio, in Italia, in Europa, nel mondo!
➘ Da qualche anno un gruppo di uomini si è assunto il dovere della responsabilità della violenza maschile nei
confronti delle donne, un piccolo tentativo di dare un nuovo volto alla riflessione con l’appello: “la violenza alle
donne ci riguarda”.
aprono una “lettura di riflessione” a tutto campo insieme a voi!
http://refahre.blogspot.com/