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domenica 16 agosto 2009

Intervista a Simona Argentieri: "L'assuefazione ci ha spente ma i diritti non sono ereditari"

di Elisabetta Abrosi, da L'Unità on line

Il silenzio delle donne? Colpisce e ferisce. Ma ad essere silenti non sono solo le donne: anche i giovani, e in generale tutta la società civile. Per questo, per capire perché le donne non si indignano bisogna capire perché noi tutti non ci indigniamo più».

Simona Argentieri, psicoanalista, docente dell’Associazione italiana di psicoanalisi e attenta osservatrice delle patologie a cavallo tra individuo e società, interviene nel dibattito aperto da Nadia Urbinati e continuato da Lidia Ravera, ma ripete che il vero problema è il generale spegnersi del dissenso, sia sul piano privato che su quello sociale e politico.


«Il fatto è che la protesta costa, come il tentativo di restare coerenti con le proprie idee. Protestare significa inoltre configgere, mentre oggi non sopportiamo più né la sofferenza né il conflitto. Così, le passioni forti si attenuano, e quindi anche i più beceri fatti di cronaca non ci fanno indignare».

Come si è persa la capacità di indignazione?
«Il dissenso non è scomparso dalla mente delle persone. Purtroppo, si è esaurita la spinta propulsiva al cambiamento, perché le persone hanno perso fiducia nel fatto che il loro agire possa produrre un mutamento. Ma il cambiamento può venire unicamente da noi. E l’assuefazione a cose sempre più degradate non può costituire un alibi».

Come si manifesta concretamente questa assuefazione?
«In un disinteresse verso ciò che accade, in un deficit di partecipazione, infine in un’incoerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ad esempio, si firmano appelli, o si va a votare, senza prendere nessuna informazione su ciò che si sta firmando o votando. Oppure, non si vota proprio, come è avvenuto per molte giovani donne nel caso del referendum sulla fecondazione. Purtroppo i diritti conquistati sono ereditati ma non ereditari, cioè li puoi perdere come li hai acquisiti».

Si tratta di un problema solo italiano?
«No, ma in Italia è più forte perché maggiore è da noi l’abitudine al degrado. Abbiamo superato, sul piano pubblico, ogni limite di decenza, eppure nulla desta più scandalo. Nemmeno la violazione dell’immagine della donna e del suo corpo, nell’acquiescenza generale».

Quali sono, sul piano individuale, i sintomi di questa male?
«Si tratta di una vera e propria regressione nell’ambiguità, nell’apatia affettiva, nell’inerzia e nella promiscuità. Magari si ostenta il proprio scontento, ma non ci si sottrae a tutte quelle collusioni che mantengono in piedi il sistema: egoismi, narcisismi, complicità marginali col potere, clientelismo, omissioni, indifferenza».

Che spiegazione dà di questi atteggiamenti?
«Nascono dal tentativo di evitare il conflitto, il rapporto con le cose che non ci piacciono o con le persone che ci contestano, e di eludere sia la fatica della differenziazione e della chiarificazione della propria identità, sia quella della coerenza con ciò che si è. Ciò ha conseguenze molto negative anche nei rapporti tra uomo e donna, le cui differenze si attenuano, ma non in direzione della parità. Il tentativo di evitare il confronto con la differenza produce un eccesso di tenerezza morbosa, a scapito della passione, e una regressione nell’ambiguità. Che è tutt’altra cosa dall’ambivalenza, quel sentimento che ci consente di essere consapevoli di poter provare amore e insieme odio verso una stessa persona».

Come intervenire, allora?
«L’unico argomento che ho, come terapeuta, quando denuncio i meccanismi dell’ambiguità è che si tratta di un cattivo affare. Certo, si evita la fatica e il dolore della coerenza, ma si resta rabbiosi e annoiati. Purtroppo, però, a noi analisti oggi viene solo chiesto solo di lenire, consolare, se non addirittura psicologizzare il disagio sociale. Ad esempio, facendo fare una psicoterapia ad una persona licenziata, perché accetti questa situazione, mentre dovrebbe solo scendere in piazza a gridare la sua giusta rabbia e mettere in atto forme dure e coraggiose di protesta».


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domenica 5 luglio 2009

Tremori ABRUZZESI

di Luigi Gaffuri, da Il Manifesto del 4.7.09
professore di Geografia del potere presso la Facoltà di lettere e Filosofia a L'Aquila

20 mila scosse in due mesi hanno reso gli aquilani esperti in terremoti, trasformato l'immaginario e distrutto un'identità fondata su casa e lavoro. Ma per qualcuno la terra non ha tremato.
La terra trema sempre, ma noi ce ne accorgiamo solo quando i tremori raggiungono il rantolo. A tutti la terra appare quanto di più stabile esista sulla terra. In due mesi esatti, secondo la notizia riportata da un telegiornale nazionale che, basandosi sui dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha richiamato la ricorrenza il 6 di giugno, nell'area sismica dell'alto Appennino centrale ci sarebbero state ventimila scosse: circa 322 ogni giorno, 13 ogni ora e una ogni quattro minuti e mezzo. Da quando la terra ha tremato all'Aquila, facendo traballare l'intero Abruzzo, ogni cittadino della provincia più interna e montuosa della regione adriatica si è improvvisato esperto, o ha comunque provato a capire qualcosa dei terremoti. Nello scorrere della quotidianità ormai, dal Gran Sasso al litorale e anche sull'altro versante, non si parla d'altro. Il terremoto e le sue continue manifestazioni permeano la nuda vita, anche in forma di semplici battute scaramantiche mirate a contrappuntare l'angoscia e a esorcizzare la paura.


Non c'è bisogno di scomodare Freud e la sua analisi dell'io, né la sua psicologia delle masse per comprendere la natura collettiva degli eventi sismici. Ma proprio perché ciascuno è uno, le oltre cinquantamila persone sfollate sono una, una, una... Ognuna ha una storia, e a metterle in fila ci ha pensato il terremoto. Ciascuna è una storia, e a metterle in fila non basterebbe un'intera esistenza per raccontarle. Qualcuno ci proverà, forse molti, con intenti scientifici o narrativi, tuttavia ciò che questo evento recente nasconde nella profondità degli animi non potrà emergere che a brandelli, le voci rimarranno inevitabilmente strozzate. C'è da aspettarsi che, come quando qualcosa ostacola un flusso, il dire prenda direzioni impreviste. C'è da aspettarsi che accada di tutto ma, come quando una crosta ostruisce la fuoriuscita di materiale incandescente, è certo che la terra continuerà a tremare suscitando timori e tremori, nel capoluogo e nei comuni della sua provincia, allarmando anche i centri più lontani di altre regioni.
Nei pressi della città, tra gli aquilani, anche la popolazione dell'area residenziale di Pettino ha subito gravi danni, soprattutto al pedemonte, che non si sa come e in quali tempi potranno essere riparati. Prima dell'indescrivibile botto del 6 aprile, nella pianura che gravita attorno alla statale 80, sono stato per anni ospite di una famiglia a Cansatessa. Come in un arcinoto abbrivio della letteratura gialla, qui le notti estive sono dolcissime. Profumano d'erba e di tigli, di rose e di amarene, di muschio e di fiori di campo. Le stelle sembrano vagolare in un cielo più basso, sono calde e amiche, non fredde e distanti come in altri luoghi del mondo. Quando una brezza leggera agita le tende alle finestre aperte, l'aria è frizzante ma morbida per chi la conosce. Porta odori dai monti di sopra, dove gli alberi faticano ad arrampicarsi ma si radicano a una terra aspra, portando il loro rancore fino alle stanze dell'intimità. Le luci delle case, ancora non troppo numerose, si riverberano sul selciato del cortile e sul giardino, striandoli con giochi di specchi e di colori, di ombre e di figure informi alle quali si possono dare nomi e significati.
Ebbene sì, le notti estive sono proprio dolcissime a Cansatessa. Ma non per noi. O almeno, ora non più, nemmeno per noi.
Non c'è più il silenzio e l'immobilità della vita tranquilla, sicura, da quando "lui" è arrivato, come un urlo lacerante nella notte. Dopo il terremoto le persone che amano L'Aquila, ancora stordite, si sono accorte di avere sposato un'ombra. Ora i profumi non sono più gli stessi, le stelle si sono allontanate nel buio della volta celeste, le brezze sono diventate gelide accompagnando gli scrosci di pioggia e, alternativamente, le folate di caldo asfissiano con lunghi singhiozzi la gente sotto le tende. E, nella città più fredda d'Italia, si aspetta con preoccupazione il rigido inverno. Gli alberi sembrano ripiegarsi, rifiutando la loro fragile compagnia ai cercatori di senso, le luci assumono forme sinistre ed evocano scenari futuri impensabili, aleggia un irriconoscibile odore di morte - reale e simbolico. E l'immaginario ne risente in modi inequivocabili.

La casa che non c'è più
L'epoca globale ha trasformato ovunque e in modo profondo l'immaginario collettivo, incidendo anche su quello personale, mutando dunque gli orizzonti identitari. Eppure il senso di appartenenza a una "casa" resta solido, apparentemente fermo al suo posto (...). La casa che la maggior parte di noi abita, mentre per L'Aquila e dintorni si può dire che più di cinquantamila cittadini hanno abitato fino a ieri, rappresenta il luogo per eccellenza degli affetti, dei conflitti, della convivialità, dei problemi, delle soddisfazioni, degli affanni, del ristoro, del ripiegamento su sé stessi, dei progetti, delle incomprensioni, del sogno. È lì che si insinua l'appartenenza locale, connessa a un'appartenenza globale: la cellula famigliare o il singolo individuo, consapevolmente o a diversi e incompleti livelli di coscienza, intessono legami tra la casa propria e la "casa" intesa come sentirsi parte di qualcosa che supera e aggira la residenza. Mentre la prima è figlia dell'abitare, la seconda è figliastra della cultura e nasce senza concepimento, come distillato di un mistero che ha radici nel desiderio di andare oltre. Ne sanno qualcosa, e molto bene, le popolazioni rom. La casa, benché sia costruita, è in larga parte naturale; viceversa la "casa", per quanto provenga da spinte naturali, è cultura in ogni sua manifestazione.
Quest'ultima casa, se viene intesa come domus, evoca la questione del dominio come implicazione etimologia del dominus dal quale essa deriva. Ma anche la casa come abitazione non è esente dall'idea di dominazione: tra le mura domestiche cresce e si rafforza l'impulso, che eccede la nostra razionalità, a controllare, gestire - dominare, appunto - i soggetti e gli oggetti, i corpi e le cose, la creatività e gli eventi nelle relazioni con gli altri e con il mondo. L'appartenenza, perciò, ha un legame profondo con l'irrazionale ma pure con le relazioni di potere, con i rapporti asimmetrici e con la possibilità di esercitare un controllo fondato sul lavoro umano. Perché è nel lavoro, non nella casa, che risiede l'origine del potere come energia che si accompagna a una conoscenza, si coniuga alle informazioni che abbiamo su chi ci circonda e ciò che ci circonda.
Senza contare lo scossone più duro - la vibrante pugnalata a coloro che non ci sono più e a chi, rimanendo qui, è destinato a piangerli per sempre - gli aquilani sono stati colpiti dal terremoto soprattutto nella casa e nel lavoro. Tutto ciò ha lacerato, alterato, esasperato il loro senso di appartenenza - vale a dire l'identità nella quale, da posizioni sociali differenziate per risorse e opportunità, si riconoscevano. Ed è da queste rispettive posizioni, non neutre, che ciascuno cercherà di ricomporre o reinventare la propria appartenenza identitaria e, insieme, la sua città - se si daranno le condizioni per sentirla ancora come propria "casa". Ma questa circostanza non è detto che si verifichi, visto come finora le istituzioni preposte alla ricostruzione hanno impostato in termini progettuali e affrontato concretamente i panorami del post evento. La situazione è oggettivamente difficile, si sa, e d'altro canto sino a oggi nel nostro paese mai era accaduta una cosa del genere, con una forza che ha distrutto e ferito a morte un intero capoluogo di regione e, con esso, il suo ammirevole centro storico. Eppure lo spazio per la fantasia nelle soluzioni programmatiche e il rigore nei provvedimenti amministrativi e finanziari non è stato sfruttato adeguatamente, preferendo soluzioni frettolose e avventate. Contrariamente ai proclami e all'ottimismo propagandato con modalità artificiose, molto resta ancora da fare.

L'assedio per il G8 e i problemi reali
La scala delle priorità, del resto, viene invertita con inammissibile sciatteria. Stride la corsa a doppia velocità, sconcerta la spaccatura tra l'assedio per il G8, accompagnato da una sproporzionata militarizzazione del territorio, e l'assenza di attenzioni ai problemi e alle urgenze reali. Infine, ammutolisce la doppiezza dei politici, accompagnata da una cecità allarmante. L'ossessione per la sicurezza va di pari passo con la noncuranza per l'incertezza in cui vengono lasciate migliaia di famiglie. In una provincia che sta subendo un collasso economico, dove la disoccupazione aumenta perché scompaiono i posti di lavoro e dove la crisi produttiva la fa da padrone ponendo questioni cruciali per il futuro, ci si inventa la bella trovata, a dir poco grottesca, di far venire qui gli otto Grandi del mondo, allargando in tempi record e a spese dei cittadini le strade che dovranno percorrere i massimi capi di Stato e di governo, mentre le tendopoli e gli scempi nel centro storico andranno nascosti alla vista per non guastare il panorama.
Del resto la vita delle persone comuni, già bloccata dalle conseguenze devastanti del sisma, subirà un altro arresto dovuto ai divieti di circolazione sugli assi viari più importanti, senza preoccuparsi di quanto offensive e ingiuriose possano apparire queste inestimabili spese agli oltre trentamila sfollati sul litorale e agli oltre ventimila alloggiati nelle tendopoli, acquitrinose o allagate in caso di pioggia battente e dove si brucia sotto il sole nei giorni più caldi. Rispetto agli strombazzamenti del G8 i problemi, anche gravi, sperimentati dalla gente comune passano in secondo piano, si conoscono poco e vengono considerati ancora meno (...).
Molte scuole di ogni ordine e grado, così come l'università, si danno per praticabili e funzionanti ma non si dice come, mentre la più gran parte di esse non ha ancora trovato una sede, nemmeno provvisoria. Non accenno agli ospedali, troppo tristi e note sono le vicende che ne hanno coinvolto uno, il più nuovo e il più grande, nel terremoto. Ricordo solo che in quelli da campo, improvvisati e appoggiati a ciò che è restato in piedi nei fabbricati destinati alla cura della salute dei cittadini prima del sisma, si notano le file degli utenti più disagiati davanti a strutture sanitarie che sembrano finzioni borgesiane. Senza omettere lo stato in cui versano gli edifici privati destinati a ogni genere di attività commerciale o culturale e gli edifici pubblici che ospitavano le istituzioni preposte al funzionamento di un organismo complesso come la città. L'opinione pubblica va tranquillizzata, certo, ma sarebbe meglio non raccontarle troppe frottole (...).
La stampa e le girandole mediatiche hanno a loro volta una grossa responsabilità che oggi, a luci spente, si mostra in tutto il suo muto splendore. Fino a che il chiodo era caldo, sentimenti ed emozioni espressi dalla gente sono stati sbattuti in prima pagina, individuando di volta in volta il "mostro" di cui si aveva bisogno. E l'auditel era, come lo è ora per altre notizie, sempre dietro l'angolo. Per gli scopi e nelle occasioni più diverse, stante la possibilità di altri crolli, ciascuno ha fatto allora la sua passerella con l'elmetto d'ordinanza dei vigili del fuoco o con un altro copricapo. C'è un cappello per ogni circostanza, come ben sapeva Ennio Flaiano, un abruzzese doc (...).
Domenica 21 giugno, dalle undici di mattina alle dieci di sera, hanno riaperto un pezzetto del centro storico, tra la Villa comunale e piazza Duomo, collegate da un breve tratto del Corso Federico II. Una breccia temporanea ma decisiva nella cintura sanitaria di militari, vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, finanzieri che, per precauzione, hanno impedito l'accesso della popolazione a constatare direttamente lo stato in cui si trovava la città (...).
La grancassa dei quotidiani nazionali ha parlato ancora del capoluogo abruzzese, sottolineando l'occasione per gli aquilani di poter finalmente fare una passeggiata nei luoghi della memoria, dei simboli, dell'arte. In realtà pareva un funerale, tra le macerie che si potevano scorgere al di là delle reti metalliche che sbarravano il passaggio ai vicoli laterali di quello scampolo di centro storico: musi lunghi, voci sommesse, esclamazioni accorate, discorsi tutti invariabilmente uguali. Stanchezza, incredulità, dolore, rifiuto e impossibilità di vedere un domani normale (...).

Chi vive il terremoto e chi no
Oggi sembra quasi di assistere a una rappresentazione: c'è chi il terremoto lo vive e lo interpreta e c'è chi assiste allo spettacolo. C'è chi ha sentito la terra tremare sotto i piedi e ha visto crollare le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro, chi ha trovato sepolti sotto le macerie i suoi cari o i suoi amici e chi, almeno per un po', si è dispiaciuto e commosso di fronte alla tragedia, ma poi se n'è dimenticato perché aveva cose più urgenti a cui pensare. Il tempo fa bene il suo lavoro, è in grado di cancellare tutto, anche le guerre: come ognuno ben sa, tra queste e i terremoti spira un'aria di famiglia e, sebbene i secondi vengono dalle viscere del mondo e non dagli uomini, sono pur sempre gli uomini a poterne limitare gli effetti, sia in termini di prevenzione sia in materia di cura. In questo senso, senza trascurare tutti coloro che, venendo da ogni dove, hanno aiutato e si sono spezzati la schiena per dare una mano senza essere stati direttamente coinvolti dal sisma, bisogna ammettere che molti, e sono i più, potranno sempre dire: «La terra trema, ma non per noi». A ben vedere, se questi ultimi si interrogassero meglio, forse in loro si potrebbe insinuare almeno un dubbio - e fra i molti mi auguro che vi siano anche coloro che hanno responsabilità di governo della cosa pubblica. Si dovrebbero domandare se il controllo, la gestione, il dominio nel campo degli eventi sismici, durante il "prima" non restino una pura e semplice questione statistica legata al caso e a una natura indifferente alle umane tribolazioni che, prima o poi, potrebbe coinvolgere anche loro; e, correlativamente, si potrebbero chiedere se, quando fa capolino il "dopo", non valga la pena confrontarsi urgentemente e senza rescissioni con le necessità sociali. Eppure, da più parti, si preferisce continuare a vedere soltanto il primo corno del problema, sostenendo che il terremoto non è comunque prevedibile. Stando così le cose, perché gli esperti si ostinano a "rassicurare"? In ogni caso, dato che nulla gli uomini possono fare in anticipo per evitarlo, non resta altro da sperare che Dio e i suoi disegni non vogliano. Ma se proprio dovesse accadere, malgrado le ipotesi più ottimistiche e i necessari scongiuri, bisognerebbe augurarsi che il grande botto arrivi almeno durante il prossimo G8, per ricordare ai potenti della terra che la terra è più potente di loro.

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venerdì 19 giugno 2009

Rischio logoramento che fa riaffiorare voci sulla successione

L’accenno è stato fatto per scansare voci e forse speranze di una crisi a breve del governo. Ma smentendo davanti ai vertici di Fiat e sindacato che Giulio Tremonti e Mario Draghi possano prendere il suo posto a palazzo Chigi, ieri Silvio Berlusconi ha ammesso che se ne parla. Ha confermato implicitamente che la sua leadership sta subendo un lento processo di appannamento; e che sotto traccia qualcuno forse ha ricominciato ad accarezzare il progetto della successione: Magari incoraggiato da qualcuno degli avversari del Cavaliere.

È verosimile che non si tratti né del ministro dell’Economia, né del governatore di Bankitalia; semmai, di questi piani Tremonti e Draghi sono vittime. C’è di più. Proprio per il modo in cui l’offensiva contro il premier sta avvenendo, qualunque possibilità di un delfinato riconosciuto diventa più difficile. Berlusconi non l’ha mai davvero preso in considerazione. Ed il sospetto che qualcuno ci stia lavorando è destinato ad acuire diffidenze e ostilità. Il Pd gli chiede di dare spiegazioni sugli episodi nei quali secondo la magistratura sarebbe coinvolto; oppure di andarsene. Ma il presidente del Consiglio sa di avere dalla sua parte il timore diffuso che una crisi improvvisa e traumatica crei un pericoloso vuoto di potere. Una caduta sull’onda di un’offensiva extrapolitica rischierebbe di lasciare il Paese senza una maggioranza; e con la prospettiva di un commissariamento di fatto dell’esecutivo, slegato dal responso elettorale: un ritorno agli ambigui governi «tecnici» dell’inizio degli Anni 90 del secolo scorso.
Va detto che si tratta di un’eventualità remota. Intanto, il sistema politico non è delegittimato come allora. La difesa a spada tratta da parte del Pdl, e quella «da garante», vagamente padronale, della Lega lasciano capire che per ora il pericolo non esiste. Viene rilanciata la tesi del complotto ordito da pezzi dell’opposizione e della magistratura. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, mostra un larvato scetticismo all’idea dell’«aggressione di un nemico, interno o esterno». Ma i più avvertiti nel centrodestra sanno che non si può prevedere quello che accadrebbe se e quando Berlusconi decidesse o fosse costretto ad un passo indietro.
Sta affiorando un problema, però. Riguarda le incognite ed i contraccolpi provocati dal viavai di un’umanità assai variopinta nelle residenze del premier. Basti pensare alle domande poste a Bruxelles sull’opportunità della candidatura di Mario Mauro alla presidenza dell’Europarlamento, viste le vicende private del capo del governo italiano. Il suo avvocato e consigliere, Niccolò Ghedini, ha già detto e ripetuto che Berlusconi non è ricattabile. Eppure, magari in modo strumentale, dall’opposizione fioccano domande pesanti, che rimandano alla zona grigia creata da queste frequentazioni: perfino per la sicurezza nazionale. Forse sono questi aspetti collaterali a far riflettere ed a preoccupare maggiormente.
Massimo Franco, 19 giugno 2009

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mercoledì 17 giugno 2009

Pugno di ferro, cosi si vive nel «Principato delle macerie» Terremoto 8

di Claudia Fusani e Massimo Solani, L'unità di ieri 16 giugno
In questi mesi è stato sperimentato un sistema di propaganda; il commissario con poteri assoluti. Un modo di governare che tanti piace al premier, ma che sta limitando la libertà dei terremotati. L’atto fondativo e stato una scossa sismica devastante. Nessuno quella tragica notte del 6 aprile era stato in grado di immaginare che nel centro Italia stava per nascere un nuovo Stato. Il terzo, dopo San Marino e il Vaticano, tra quelli che si trovano all’interno dei confini nazionali: il Principato delle macerie.

Mentre decine di migliaia di persone continuano a vivere disagi enormi, in Abruzzo il governo sperimenta un modello di organizzazione sociale e, assieme, un apparato di propaganda e di gestione del consenso. In nome dell’emergenza è stato limitato il potere decisionale delle comunità locali. In nome della propaganda e stato creato un sistema di controlli che rende difficile il lavoro dei giornalisti e molto complicata la diffusione delle notizie su quanto accade all’interno delle 180 tendopoli.
Oggi, dopo oltre due mesi di paziente attesa, duemila cittadini del Principato delle macerie raggiungeranno la capitale d’Italia per far sentire la loro voce. Lo faranno - con un sit in davanti alla sede del governo - proprio nel giorno in cui la Camera dei deputati avvia la discussione sul decreto-terremoto.
Un provvedimento che la maggioranza non intende modificare, tanto che e possibile l’ennesimo voto di fiducia.
Silvio Berlusconi ha fatto sul terremoto un forte investimento di immagine.
La sua presenza quotidiana nei luoghi della catastrofe ha accresciuto la sua popolarità. La decisione di trasferire il G8 dalla Maddalena allAquila l’ha rafforzata sul piano internazionale prima che le sue vicende giudiziarie (il processo Mills) e coniugali (il caso Noemi) la riportassero al tradizionale basso livello.
Di certo il premier e il suo governo si giocano tra le macerie d’Abruzzo molta della loro credibilità. E il capo della Protezione civile Guido Bertolaso - che del Principato delle Macerie e il capo supremo, ne e perfettamente consapevole. Cosi ieri - dopo che i sudditi avevano occupato per protesta la pista dell’aeroporto di Preturo (quella dove, dopo le opportune modifiche, atterreranno i grandi del G8) si e affrettato a dare una intervista al ≪La 7≫ per assicurare che tra le macerie d’Abruzzo tutto va per il meglio. E palazzo Chigi ha diffuso un comunicato nel quale, tra l’altro, si assicura che anche le seconde case saranno pagate. Chissà. Il fatto è che questo concetto non e presente nel decreto che oggi il Parlamento comincia a esaminare.
Cosi come non compaiono le iperboliche promesse fatte dal premier in questi due mesi.❖

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mercoledì 20 maggio 2009

Giovani come tanti

di Lucia Annunziata - da La Stampa online
Ma, insomma, cosa mai devono fare, questi ragazzi? Se vogliono fare le letterine, li si accusa di seguire i più volgari modelli culturali. Se si chiudono in casa e chattano tutto il tempo, ci si allarma per una generazione distaccata dalla realtà. Se bevono ogni sera nella movida, li si descrive sulla strada dell’alcolismo. Se vanno in piazza per il Papa, li si guarda come premoderni. Se invece hanno rapporti sessuali, li si proclama amorali precoci. Se si iscrivono obbedienti alla trafila delle primarie del Pd, li si descrive come precoci burocrati. Se diventano giovani leader alla Bocconi o all’Aspen, li si racconta come mostri di ambizione. E se manifestano in piazza - come succede in questi giorni - non ne parliamo: eccole lì, le nuove leve del terrorismo.

È possibile che un Paese come il nostro, malato di misoginia e di xenofobia, risulti alla fine malato anche di fobia antigiovani. Ma, se di fobie si tratta, sotto si nasconde una serpe vera. Gli studenti asini, e le veline, e i solitari, e gli ambiziosi, rimangono relativamente visibili (e infatti se ne fregano delle nostre analisi - non so se lo sapete), ma affrontare ogni forma di rivolta giovanile come una questione di ordine pubblico è un azzardo. Arriviamo così a Torino, che in una settimana è stata il set di due episodi raccontati come paradigmatici di un clima e di un futuro. Parlo del centinaio di Cobas - li cito qui perché molti di loro erano giovani - che hanno attaccato Rinaldini e la Cgil, e le poche centinaia di studenti dell’anti-G8. Tante parole. Ma alla fine gli scontri di massa si sono risolti in un po’ di «cariche di alleggerimento» e tre-feriti-tre. Ugualmente si può dire dell’aggressione dei Cobas: non è affatto un avvenimento nuovo nella vita del sindacato, e la dimensione della contestazione è stata ridicola. Eppure, in entrambi i casi, come succede sempre più spesso, l’intera Nazione Istituzionale si è levata adombrando il pericolo terrorismo.Scusate se non mi unisco al coro, ma sia Torino (in grande) sia io (in piccolo) nella nostra comune vita ne abbiamo viste di ben peggiori. E la caduta dal palco di Rinaldini non è certo quella di Lama alla Università di Roma.Non voglio giustificare. Ma il terrorismo è stato una cosa seria. Le intemperanze, i musi, il ridicolo, gli «scazzi» e le violenze sono invece buona parte di quello che i giovani fanno in ogni società, in ogni tempo e in ogni luogo. Anche ora, in molti Paesi d’Europa. Questione di libertà, questione di testosterone.Perché dunque invocare sempre così facilmente l’ombra della rivolta armata, oggi in Italia? Non voglio dare questa risposta - essa stessa molto complessa. Dare un avvertimento tuttavia non costa molto. Per cui - per quel che serve - lo butto lì: se ogni ribellione, ogni contrazione della società deve essere rubricata sotto il nome di potenziale terrorismo, state attenti. Invocare l’Apocalisse a ogni tuono può davvero condurvici.

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venerdì 8 maggio 2009

venerdì 17 aprile 2009

Da "rebubblica online: "In campo i partiti del cemento.. " - Terremoto 4

La torta della ricostruzione: grandi costruttori contro piccole imprese. E Berlusconi ha già scelto il commissario: il governatore Chiodi
In campo i partiti del cemento - "E' iniziata la guerra degli appalti"
dal nostro inviato CARLO BONINI
da: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-7/guerra-appalti/guerra-appalti.html

L'AQUILA - Le macerie sono ancora a terra, ma la partita della ricostruzione è già cominciata. I "cartelli del cemento" fibrillano. Cominciano a volare i primi stracci. Del resto, i dodici miliardi di euro (24 mila miliardi di lire) che il Paese si prepara a pompare nel cuore infartuato dell'Abruzzo annunciano una stagione di appalti che orienterà il consenso e riscriverà la geografia e le gerarchie imprenditoriali e politiche della regione. E quel fiume di denari sollecita una domanda semplice e antica: a chi andranno?

Indiscrezioni vogliono che Palazzo Chigi si prepari a riproporre il "modello molisano". Del governatore che si fa Tesoriere e dominus del "dopo". Che dunque il presidente del Consiglio sia deciso a nominare il presidente della regione Gianni Chiodi (eletto con il Pdl il 15 dicembre scorso) Commissario straordinario alla ricostruzione. E la mossa non è neutra. Quei 12 miliardi di euro hanno messo a rumore un angolo d'Italia cresciuto con il mattone e il cemento. Dagli anni in cui committente era la Cassa per il Mezzogiorno e unico padrino la Dc di Gaspari (nel chietino) e Natali (nell'aquilano).
Consegnarli a Chiodi, significa molto. Evoca altrettanto. L'Abruzzo vive di edilizia (5 mila imprese, 1100 soltanto nella provincia dell'Aquila) e con la fine della Dc, il "partito del cemento" ha imparato a navigare a vista, coltivando sapientemente rapporti bipartisan. Di cui fa fede un dato. Era di 1 miliardo e 200 milioni di euro il fatturato del comparto costruzioni nel 1995. Tredici anni dopo, ha raggiunto e superato il miliardo e 600 milioni. Del "partito" non esiste una cupola, perché i colossi si riducono ai gruppi "Toto" e "Di Vincenzo" (il terzo, "Irti", è fallito). Comandano i piccoli, in una logica territoriale rigida, ma oggi, proprio per questo, indifesa dagli appetiti di grandi imprese del centro-nord, forti con le banche, ascoltate dalla committenza politica. Non stupisce dunque che i costruttori abruzzesi dicano oggi che Chiodi Commissario straordinario alla ricostruzione sia "la garanzia che i soldi della ricostruzione resteranno tutti in Abruzzo". Che quel reticolo di cinquemila imprese che è la spina dorsale dell'economia della regione non sarà privato della fetta principale della torta.
Consapevole dell'investitura, Chiodi non perde tempo. Assume la difesa delle imprese edili con toni risentiti. E mentre la magistratura sequestra l'ospedale san Salvatore, il Tribunale, il cumulo di macerie di quella che una volta era stata la Casa dello Studente, e altri 9 edifici, decide che è venuto il momento di fare rumore. "In questi giorni - dice - abbiamo dovuto combattere anche contro la denigrazione e la diffamazione: dalle polemiche su presunte strutture fatiscenti, fatte di cartapesta o con sabbia di mare, alle insinuazioni sulla mano delle mafie sugli appalti. Non posso e non voglio consentire che oltre al danno, l'Abruzzo subisca anche la beffa di un'immagine negativa, che poi pesi sulla ripresa e la ricostruzione".
Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), fa esercizio di realismo. Si spende, certo, ma almeno pone delle condizioni. Lasciando l'Aquila, dice: "Ho raccolto il timore dei nostri associati di essere tagliati fuori dalla ricostruzione e sono dunque d'accordo sulla necessità di un coinvolgimento forte delle imprese locali. Detto questo, però, la ricostruzione deve essere l'occasione per avviare un ciclo virtuoso. Di qualità. In cui, tanto per dirne una, siano protagoniste quelle imprese che vantano storie produttive e comportamenti virtuosi e non un semplice pezzo di carta senza alcun significato come è ormai un certificato antimafia". Suonano come parole accorte. Nel rapporto sulle ecomafie del 2008 redatto dalla Lega Ambiente, l'Abruzzo si è guadagnato l'undicesimo posto nella classifica delle "illegalità nel ciclo del cemento". Duecentoquaranta le infrazioni accertate, 289 le persone denunciate, 51 i sequestri di materiali e cantieri. Ne sa qualcosa Leopoldo Rossini, ingegnere sismico, tra i principali consulenti delle Procure della repubblica abruzzesi. Dice: "Ho sostenuto e ripeto che, a partire dall'edilizia privata, i costruttori di questa regione, con qualche lodevole eccezione, hanno dimostrato superficialità, ignoranza e sottovalutazione. La filiera progettazione, esecuzione dei lavori, controllo e collaudo non ha mai prodotto un'edilizia antisismica di qualità". È abruzzese anche l'ingegner Rossini. Come il governatore Chiodi.

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venerdì 10 aprile 2009

L'aborto e la responsabilità.

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