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martedì 6 luglio 2010

LA CANTATA COLTA DI AMODEI SUI MORTI DI REGGIO EMILIA

di Alberto Piccinini, da Il Manifesto on line


«Compagno cittadino, fratello partigiano/ teniamoci per mano in questi giorni tristi». Ha scritto Umberto Eco che Per i morti di Reggio Emilia è l'unica canzone che può stare, «per forza di trascinamento, alla pari con la Marsigliese». A cominciare dal quel termine, «cittadino» («Aux armes, citoyens»). «Di nuovo a Reggio Emilia di nuovo giù in Sicilia/ son morti dei compagni per mano dei fascisti». Fausto Amodei compose Per i morti di Reggio Emilia nel 1960, a 25 anni. Faceva parte del gruppo torinese Cantacronache, culla della canzone impegnata italiana. Musicalmente coltissimo, era innamorato pazzo di Brassens e Brel.

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giovedì 11 febbraio 2010

Alì dagli occhi azzurri

il video propostoci da Francesca e - subito dopo - uno scritto mio e di Deliana, in cui alla fine si cita proprio questa bellissima poesia di Pasolini:







Quindici punti per avviare una riflessione sulla prevenzione fra i giovani reggiani d’oggi (Dic. 1998)

(apparso in: Storie di Famiglie, a cura di Vanna Iori e Marita Rampazi)

1. Con questo contributo intendiamo entrare nel merito dei problemi del rapporto fra la generazione dei giovani e quella dei padri e, più in specifico, sul tema della prevenzione fra i giovani, tema che l’attuale ricerca condotta dalla dott.sa Rampazi, a nostro avviso, non ha evidenziato a sufficienza. Il discorso sui giovani che, all’apparenza, a Reggio Emilia vede tutti concordi, in effetti presenta al proprio interno aspetti molto controversi, che meritano un’attenzione maggiore di quella che hanno fin qui ottenuto, ed - oseremmo dire - un atteggiamento più discriminato, più dialettico, più autocritico da parte di tutti, noi scriventi compresi.

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martedì 26 gennaio 2010

Free Student Box - una recensione su "Adolescenza e Psicoanalisi"



Su: Adolescenza e Psicoanalisi, n. 2, novembre 2009, pp. 166 \ 171, la recensione del testo: “Free Student Box - Counselling psicologico per studenti, genitori e docenti” a cura di: L. Angelini e D. Bertani, Psiconline Editore, 2009, pp. 328)
Il testo si riferisce alla ormai lunga esperienza di counselling psicologico nelle scuole medie superiori di Reggio E. e provincia che l’anno scorso ha visto ben 16 sportelli aperti per un totale di 1105 accessi (725 studenti, 219 docenti e 161 genitori).
Poiché Adolescenza e Psicoanalisi è la più prestigiosa rivista sull’adolescenza presente in Italia, ci fa piacere comunicare a tutt* voi questo importante attestato.
Dino e Deliana





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Free Student Box - una recensione su "Adolescenza e Psicoanalisi"

Su: Adolescenza e Psicoanalisi, n. 2, novembre 2009, pp. 166 \ 171, la recensione del testo: “Free Student Box - Counselling psicologico per studenti, genitori e docenti” a cura di: L. Angelini e D. Bertani, Psiconline Editore, 2009, pp. 328)
Il testo si riferisce alla ormai lunga esperienza di counselling psicologico nelle scuole medie superiori di Reggio E. e provincia che l’anno scorso ha visto ben 16 sportelli aperti per un totale di 1105 accessi (725 studenti, 219 docenti e 161 genitori).
Poiché Adolescenza e Psicoanalisi è la più prestigiosa rivista sull’adolescenza presente in Italia, ci fa piacere comunicare a tutt* voi questo importante attestato.
Dino e Deliana





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lunedì 20 luglio 2009

Mezzogiorno di fuga

di Enrico Pugliese, dal Manifesto del 18.7.09

È positivo che i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato tanta attenzione alla pubblicazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. È anche positivo il fatto che, con l'eccezione de Il Giornale di Berlusconi i toni siano preoccupati. E da questo punto di vista i dati sono incontrovertibili.
In alcuni casi il significativo peggioramento della situazione è evidente. In altri non c'è nulla di nuovo e si tratta del proseguimento, senza alcuna modificazione della portata di un trend ormai decennale

È questo il caso della «ripresa dell'emigrazione dal Mezzogiorno» messa in evidenza per la prima volta dalla Svimez dieci anni addietro e ribadita annualmente nei rapporti. Insomma il vero merito della Svimez è stato quello di aver rilevato per prima dieci anni fa l'esistenza e l'importanza sociale del fenomeno, quando ancora sociologi, economisti e politici erano impegnati a spiegarsi un fenomeno che ormai non esisteva più: quello della presunta indisponibilità alla mobilità territoriale del Mezzogiorno, espressa soprattutto dal fatto che i giovani non volevano «lasciare il nido», non erano disponibili a muoversi dal paese e dalla comodità della famiglia nonostante gli elevati tassi di disoccupazione giovanile.
Passati dieci anni, e dopo che a lungo è stata sottolineata la presenza di una emigrazione significativa dal Sud, ora tutti scoprono improvvisamente che quasi un milione di persone se ne sono andate. E difatti con 70-80 mila persone all'anno (quale saldo migratorio, cioè partenze meno ritorni) si arriva a una cifra rispettabile: 780 mila persone.
Il dato non è neanche eclatante, soprattutto in considerazione delle condizioni del Mezzogiorno. Ma la questione principale è un'altra: il fenomeno effettivo è di proporzioni molto più rilevanti dal punto di vista sociale e numerico di quanto gli stessi dati statistici non mostrino. Di questo sembra non essersi accorto nessuno tranne il manifesto di ieri con l'intervista di Francesca Pilla e Enrica Morlicchio. Insomma - come si evince dall'intervista e come andrebbe studiato in dettaglio - questi dati mostrano solo la punta dell'iceberg. In Italia ci sono dei fenomeni di mobilità territoriale enormi che solo in parte risultano alle statistiche. D'altronde, anche quelli statisticamente documentati raramente sono oggetto di commento e analisi tranne che da parte di pochi specialisti. Così, ad esempio, raramente si discute di un intenso processo di mobilità territoriale, anch'esso spesso sottolineato dalla Svimez, all'interno delle stesse grandi aree del paese: cioè all'interno del Sud e del Nord e all'interno delle stesse regioni.
Per necessità o per virtù in Italia ormai ci si sposta molto e c'è da essere stufi delle lezioni sui tedeschi che vanno dalla Baviera ad Amburgo senza ritenersi emigranti. Il fenomeno che i dati invece non mostrano è quello di cui parlava l'articolo sul manifesto di ieri: il pendolarismo a lunga distanza dei lavoratori meridionali. Io ne sentii parlare per la prima volta in Italia non in un congresso di sociologi o demografi ma in uno spettacolo di Giovanna Marini, la quale raccontava di un giovanotto che, morto di sonno, le cascava addosso (senza cattive intenzioni) in un treno a lunga percorrenza tra Sud e Nord. La cantante e musicista - come per altro è suo solito - trova il tempo e la voglia per condurre l'inchiesta sociale. Scopre così, e racconta al suo pubblico, dell'esistenza del pendolarismo dei giovani che partono dalla Campania o dalla Puglia e per quattro o cinque giorni di lavoro a settimana, dormono dove hanno trovato lavoro solo due notti mentre altre due le passano viaggiando, in treno.
Questa è la nuova emigrazione: mica solo quella dei laureati della quale cianciano i giornali.
Quest'ultima è l'unica che c'è sempre stata. Quello che ora viene presentata come una novità è un fenomeno che è andato consolidandosi ormai da quasi mezzo secolo e che era forte e intenso anche quando tutti si chiedevano perché non si emigrava più dal Mezzogiorno. E difatti venti o venticinque anni addietro, quando i saldi migratori erano prossimi allo zero, c'era comunque chi partiva e chi tornava. Tornavano i vecchi operai che avevano buttato il sangue soprattutto nelle industrie del Nord-ovest, a partire dalla Fiat, all'epoca dei grandi licenziamenti e dei primi processi di deindustrializzazione. Partivano i giovani che, essendo andati a studiare alla Bocconi o al Politecnico di Milano o Torino, vi restavano e quelli che andavano a fare gli insegnanti o i segretari comunali nei comuni del Nord-est (dovendosi poi proteggere dagli insulti per avere la macchina targata Cosenza o Campobasso). Con la valigia di cartone non parte più nessuno da decenni e l'emigrazione altamente scolarizzata è al contempo una non-novità e una delle cose più enfatizzate dalle stampa quale grande notizia.
Ma torniamo alla punta dell'iceberg. Anche in passato, all'epoca della grande migrazione interna - di quella epopea migratoria ben presentata dal cinema e dalla letteratura, con poche indagini sociali veramente buone (Goffredo Fofi a Torino, Ferrarotti a Roma) - il dato statistico era insufficiente a rappresentare l'entità stessa del fenomeno. Passavano infatti molti anni prima che la gente decidesse di (o potesse, quando c'erano ancora le leggi contro l'urbanesimo) chiedere la residenza nel comune di arrivo. Ma ora i tempi dell'emigrazione senza cambiamento di residenza si sono allungati moltissimo tranne che per la componente borghese e altamente scolarizzata (magistrati, impiegati di alto livello, insegnanti e presidi, ecc.). Questi tempi sono diventati pressoché infinti per gli altri, per quelli che vanno avanti per anni con contratti a tempo determinato (quando va bene), co.co.pro e contratti analoghi (quando va meno bene ma almeno non si lavora al nero) o che lavorano semplicemente al nero, come decine e decine di migliaia di giovani, anche altamente scolarizzati. E pochi sanno che le rimesse di questi nuovi emigranti non esistono: semmai sono loro che le ricevono da casa (come risulta da più di una inchiesta), giacché con i loro salari non ce la fanno a campare.
Questi sono i nuovi emigranti Sud-nord. Non sono ingegneri e donne magistrato (che pure ci sono e sono bravissimi, ma non sono la maggioranza). I nuovi emigranti sono i pendolari a lunga distanza, quelli che determinarono lo sdegno e l'irritazione dell'allora sindaco Veltroni per la loro cafonaggine un paio di anni addietro quando occuparono la Stazione Tiburtina (Che roba contessa!). Questo è l'iceberg che bisogna studiare e comprendere. La Svimez ha il merito di farci vedere ogni anno - e lo fa ormai da dieci anni - la sua punta.

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venerdì 26 giugno 2009

"Basta lezioni di sesso a scuola" Diktat a Milano: troppo esplicite

di FRANCO VANNI, da Reppubblica on line
MILANO - La Asl vieta ai suoi operatori di fare educazione sessuale agli studenti sotto i sedici anni. Da ora potranno solo istruire mamme e insegnanti, a cui spetterà poi il compito di rispondere alle domande dei giovani. Una circolare, datata 18 giugno, cancella infatti gli incontri fra i ragazzi e gli esperti, chiamati da 30 anni a parlare alle classi senza la presenza dei professori.

Nel documento, la direzione dell'azienda sanitaria dispone che "non debbano essere ulteriormente svolte attività di educazione alla salute nelle istituzioni scolastiche che prevedano un rapporto diretto fra gli operatori e gli allievi delle scuole dell'obbligo". E nelle scuole scoppia la protesta, per una decisione considerata "bigotta e inspiegabile".

Una scuola media cittadina ha già scritto una lettera alla Asl in cui chiede spiegazioni, e almeno altri 11 istituti si preparano a farlo. Gli insegnanti sbottano: "Si vuole impedire che gli studenti sappiano troppo di profilattici, malattie e interruzione di gravidanza". I professori da settembre continueranno a proiettare filmati sulla crescita e a dare descrizioni anatomiche di pene, vagina ed embrione. In più, dovranno rispondere alle domande - solitamente molto dirette - che i ragazzi fino a oggi hanno rivolto agli operatori Asl, sempre in forma anonima, tramite questionari. Nel documento si precisa infatti che "i destinatari diretti dei nostri interventi sono gli adulti (insegnanti e genitori)" e non i giovani, che sono "destinatari indiretti". In pratica: l'operatore spiegherà alla professoressa o alla mamma come si mette un preservativo. La signora poi lo illustrerà al figlio sedicenne. "E' assurdo - dice un'insegnante che da anni segue l'educazione sessuale - l'attività funzionava perché c'era un contatto diretto fra ragazzi e operatori, e questo aiutava a superare l'imbarazzo".

La circolare disciplina pure le visite ai consultori. Anche in quel contesto, si legge, "non dovranno essere posti in essere momenti educativi diretti da parte degli operatori Asl", che dovranno quindi fare da guide e basta. La circolare arriva dopo la polemica innescata dal settimanale "Tempi", che il 5 maggio in un articolo titolato "Un innocuo sapore di fragola - il sesso chiedi e gusta spiegato ai ragazzini delle scuole medie", nel descrivere le visite di una terza media in consultorio parlava di un progetto "calato dall'alto dall'Asl locale" che instillerebbe nello studente "un senso di onnipotenza negativo per la sua crescita e per chi gli sta intorno". Detto fatto, progetto sparito. Per la cronaca: su 110 ragazzi che avevano partecipato all'incontro descritto da "Tempi", 103 si erano poi detti soddisfatti e per nulla imbarazzati.
(26 giugno 2009)

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mercoledì 20 maggio 2009

Giovani come tanti

di Lucia Annunziata - da La Stampa online
Ma, insomma, cosa mai devono fare, questi ragazzi? Se vogliono fare le letterine, li si accusa di seguire i più volgari modelli culturali. Se si chiudono in casa e chattano tutto il tempo, ci si allarma per una generazione distaccata dalla realtà. Se bevono ogni sera nella movida, li si descrive sulla strada dell’alcolismo. Se vanno in piazza per il Papa, li si guarda come premoderni. Se invece hanno rapporti sessuali, li si proclama amorali precoci. Se si iscrivono obbedienti alla trafila delle primarie del Pd, li si descrive come precoci burocrati. Se diventano giovani leader alla Bocconi o all’Aspen, li si racconta come mostri di ambizione. E se manifestano in piazza - come succede in questi giorni - non ne parliamo: eccole lì, le nuove leve del terrorismo.

È possibile che un Paese come il nostro, malato di misoginia e di xenofobia, risulti alla fine malato anche di fobia antigiovani. Ma, se di fobie si tratta, sotto si nasconde una serpe vera. Gli studenti asini, e le veline, e i solitari, e gli ambiziosi, rimangono relativamente visibili (e infatti se ne fregano delle nostre analisi - non so se lo sapete), ma affrontare ogni forma di rivolta giovanile come una questione di ordine pubblico è un azzardo. Arriviamo così a Torino, che in una settimana è stata il set di due episodi raccontati come paradigmatici di un clima e di un futuro. Parlo del centinaio di Cobas - li cito qui perché molti di loro erano giovani - che hanno attaccato Rinaldini e la Cgil, e le poche centinaia di studenti dell’anti-G8. Tante parole. Ma alla fine gli scontri di massa si sono risolti in un po’ di «cariche di alleggerimento» e tre-feriti-tre. Ugualmente si può dire dell’aggressione dei Cobas: non è affatto un avvenimento nuovo nella vita del sindacato, e la dimensione della contestazione è stata ridicola. Eppure, in entrambi i casi, come succede sempre più spesso, l’intera Nazione Istituzionale si è levata adombrando il pericolo terrorismo.Scusate se non mi unisco al coro, ma sia Torino (in grande) sia io (in piccolo) nella nostra comune vita ne abbiamo viste di ben peggiori. E la caduta dal palco di Rinaldini non è certo quella di Lama alla Università di Roma.Non voglio giustificare. Ma il terrorismo è stato una cosa seria. Le intemperanze, i musi, il ridicolo, gli «scazzi» e le violenze sono invece buona parte di quello che i giovani fanno in ogni società, in ogni tempo e in ogni luogo. Anche ora, in molti Paesi d’Europa. Questione di libertà, questione di testosterone.Perché dunque invocare sempre così facilmente l’ombra della rivolta armata, oggi in Italia? Non voglio dare questa risposta - essa stessa molto complessa. Dare un avvertimento tuttavia non costa molto. Per cui - per quel che serve - lo butto lì: se ogni ribellione, ogni contrazione della società deve essere rubricata sotto il nome di potenziale terrorismo, state attenti. Invocare l’Apocalisse a ogni tuono può davvero condurvici.

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domenica 19 aprile 2009

Sinistra radicale e welfare locale

Leonardo Angelini e Deliana Bertani (*) (inviato al Manifesto)
Nell'afasica discussione che accompagna il processo di disgregazione e riaggregazione della sinistra radicale italiana, in vista delle elezioni di giugno, manca un qualsiasi cenno al welfare locale. In questo modo un argomento che dovrebbe essere centrale nel rinnovo delle amministrazioni locali sostanzialmente non viene neanche affrontato. Eppure in questi anni la sinistra radicale in buona parte d’Italia ha partecipato al governo degli enti locali, e quindi al governo del welfare locale insieme agli altri partiti del centrosinistra, e ha svolto una politica di contrasto più o meno efficace laddove il governo locale è stato nelle mani del centrodestra.

Viene da chiedersi: come mai questa amnesia in un momento di grave crisi economica in cui, dopo la vittoria del centrodestra a livello centrale, il welfare locale è destinato a rimanere, purtroppo per anni, uno dei pochi ammortizzatori sociali nelle mani del centrosinistra in tutti quei luoghi in cui vincerà le amministrative? Molte sono le ragioni di questa inverosimile dimenticanza. Fra le più immediatamente rilevabili, come abbiamo letto anche sul Manifesto: la chiusura autistica della sinistra radicale dopo la sconfitta dell’anno scorso; il suo distacco dai luoghi reali di vita e di lavoro; il formarsi al proprio interno di una “castetta” che mira solo ad autoriprodursi, etc. - A nostro avviso però vi è una causa più profonda, che non è riconducibile a ciò che è accaduto appena ieri, ma che affonda le sue radici nella storica assenza di una seria riflessione a sinistra sul significato del welfare locale e, più in generale, del decentramento e del governo locale del territorio. La qual cosa è tanto più grave in quanto è proprio su questi piani che le altre forze del centrosinistra hanno costruito, a partire dalla crisi delle prima repubblica, i muri portanti delle loro alleanza a livello locale.
La sinistra radicale, cioè, a nostro avviso, non ha compreso che il blocco sociale che si è andato formando intorno a Prodi e alle forze moderate del centrosinistra trova uno dei suoi elementi di coesione in un’ampia azione volta a ridisegnare il welfare locale in base ai processi di aziendalizzazione, di tickettazione dei servizi, di riallocazione di fette sempre più consistenti degli stessi nel privato, di marginalizzazione e di svuotamento dei servizi pubblici. Ciò ha prodotto la scomparsa di quello che in molte zone in cui governava la sinistra veniva chiamato welfare dei servizi, in contrapposizione al democristiano welfare dei sussidi; la scomparsa, cioè, di un modello di welfare universalistico e gratuito che ha funzionato per oltre vent’anni come un efficacissimo ammortizzatore sociale, in grado di contribuire non poco allo sviluppo delle regioni rosse in base alla erogazione di un salario indiretto che giungeva ai meno abbienti, a sostegno del loro tenore di vita.
Sicuramente l’ancoraggio all’euro ad opera del centrosinistra ha permesso di uscire dalla voragine in cui era finita l’Italia da bere del periodo craxiano, ma lo ha fatto con una feroce politica di attacco ai diritti ed al tenore di vita dei lavoratori che ha aperto il varco alle ancora più feroci operazioni che sul piano centrale ha poi fatto il centrodestra. Ma non considerare che, a fianco a questa partita, c’è anche quella che si va giocando a livello locale, a nostro avviso è un segno di miopia che impedisce di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti del processo: la perdita delle funzioni redistributive del welfare, la formazione del consenso e l’agglomerazione delle nuove classi dirigenti a livello locale.
Sul piano della perdita delle funzioni redistributive va detto che ormai i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione hanno finito con il mettere in piedi ed implementare un meccanismo perverso che toglie ai poveri ed ai lavoratori dipendenti, spesso costretti a pagare più volte per le stesse prestazioni, e favorisce i ricchi e gli evasori che possono fruire dei vantaggi del welfare sottraendosi, in maniera più o meno vistosa, al contributo per l'accantonamento delle risorse occorrente per tenerlo in piedi. Per non parlare dei processi di dismissione che scaricano sulle famiglie e sulle donne il peso della cura.
Intorno all’aziendalizzazione ed alla riallocazione al privato delle risorse per il welfare, poi, si sta giocando una partita costosissima, importantissima e spesso sporchissima (come, vox clamans in deserto, denuncia Report), che vede ogni gruppo di potere locale scomporsi e ricomporsi per espandere il proprio ambito di influenza per assumere, attraverso quella strada, il controllo delle città. L’elemento centrale che favorisce l’espansione a dismisura di questi fenomeni è rappresentato dal sempre più ampio e discrezionale potere assegnato, in base a leggi che anche il centrosinistra ha voluto, ai sindaci ed ai governatori sul piano delle dismissioni, delle assunzioni, degli appalti, eccetera. A partire da questa base si determinano due processi paralleli che si alimentano l’un con l’altro e che sono alla base del nuovo potere locale: la trasformazione del welfare in un affare e la formazione di clientele all’interno delle quali le varie componenti locali del PD e del centrodestra (per non parlare dei camaleonti di Comunione & Liberazione) pescano la loro nuova base e i loro “quadri”. Si tratta in ultima istanza di una fucina di clientele pigre e asservite che, attraverso lo strumento della precarizzazione del lavoro, si riverbera sui giovani spingendo i più deboli e più ricattabili fra essi all'asservimento all'interno delle clientele, e i più fieri ed autonomi all’allontanamento dalla politica, sempre più vissuta come un luogo in cui prevalgono loschi interessi di bottega. I più attivi in quest'opera di ridefinizione e corruzione del welfare sono gli ex-democristiani che, per di più, tendono ad imporre nei settori sensibili (consultori, ospedali, asili, scuole dell'infanzia, etc.), a fianco e dentro le trasformazioni cui accennavamo prima, le loro logiche clericali.
Torniamo a chiederci ed a chiedere ai compagni della sinistra radicale, che pure in molte amministrazioni sono in maggioranza e quindi al corrente di quanto detto qui sopra: che cosa avete fatto negli anni scorsi per contrastare questo fenomeno? perché non usare la forza residua di cui disponiamo sul piano del consenso per proporre in maniera trasparente al resto del centro sinistra alcune proposte, dopo averle individuate e discusse con i nostri sindacalisti, con i nostri economisti, con i nostri sociologi, ed innanzitutto con la nostra base?

(*)psicologi nei servizi pubblici, Reggio Emilia

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domenica 8 febbraio 2009

Sull’assenza dei giovani dal presidio di ieri sera, 7.2.’09, a Reggio Emilia

di Dino Angelini
promosso dalla GCIL e dalle altre sigle che vedete nei post precedenti, sollecitato con un tam tam incentrato sul web e sui cellulari, ha visto la partecipazione di un nutrito numero di persone, fra le quali però spiccava la quasi totale assenza di giovani.
Ed è sul rischio della frattura intergenerazionale che vorrei incentrare il mio intervento, dando per scontato che condivido con tutti voi l’angoscia per le sorti della democrazia italiana, a seguito dei proclami golpisti che nella giornata di ieri ha fatto il presidente Berlusconi.
La domanda che mi faccio è questa: quali sono i motivi dell’assenza, ormai purtroppo consueta, dei giovani alle nostre manifestazioni? Sono essi il segnale di un loro disamore per le ragioni della sinistra? o più prosaicamente vanno ricondotti allo scarso appeal che questa sinistra mostra di avere ai loro occhi?

A mio avviso una parte (consistente) della risposta a questo interrogativo va ricercata nella nostra scarsissima propensione a metterci nei loro panni sulle questioni di tipo esistenziale connesse al precariato e, prima ancora, alle modalità attuali di ingresso nel mondo del lavoro.
Mi sono interessato, come psicologo dell’adolescenza di questi problemi e rimando a questo scritto coloro che fossero interessati ad approfondire il tema da un punto di vista psicologico: http://www.lacosapsy.com/fineadolesc.htm - Vorrei riprendere qui solo un aspetto della questione, diciamo uno di quelli più politici, nella speranza che gli amministratori di sinistra che avranno la ventura di leggermi comprendano gli esiti, a mio avviso esiziali, connessi alla precariarizzazione ed alla esternalizzazione del lavoro. È noto che - in parallelo con quanto avviene nei settori produttivi - le nostre istituzioni, in base a leggi che sono state promosse negli anni scorsi anche dalla sinistra, possono assumere o decentrare brevi manu porzioni ormai consistenti dei servizi e dei lavori infrastrutturali loro affidate. In entrambi i campi ciò significa costringere i giovani in uno stato di dipendenza, disarticolare le loro propensioni a vivere la dimensione collettiva dei loro problemi e, psicologicamente, comprimerli sine die in una condizione di post-adolescenti mai compiutamente adulti, e cioè autonomi e capaci di assumere con spirito critico una loro posizione sui problemi della polis (come giustamente auspicano Zagrebelsky e gli altri firmatari dell'appello "Rompiamo il silenzio").
Su questa modalità discrezionale di riconfigurazione del mondo del lavoro, si è andata solidificando nel tempo anche nelle nostre istituzioni di sinistra, una modalità clientelare di assunzione e di appalto che finisce o con il corrompere le coscienze dei giovani, costretti a vendere le loro coscienze pur di avere un posto, o con il sedimentare nelle menti dei migliori fra essi l’idea che la politica è una cosa sporca e che “tanto sono tutti uguali”.
Io - che sono pugliese d’origine, e che già conoscevo questo modo democristiano di operare nella sfera pubblica – penso che ci troviamo di fronte ad una pugliesizzazione delle nostre amministrazioni. E non è un caso che i più abili fra i nostri homines novi che guidano la cosa pubblica reggiana siano dei cattolici.


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sabato 7 febbraio 2009

chiedo se abbiamo voglia di uscire un paio d'ore prima dal lavoro, lunedì verso le 17 o le 18

E' difficile mettere in ordine, dentro se stessi (parlo per me), tutti gli avvenimenti di questi ultimi tempi. Gaza prima, poi il decreto sicurezza. Due spine nel fianco, due ferite aperte.
Eppure, non vorrei sembrarvi matto, quello che sta succedendo in queste ore mi pare altrettanto osceno, e terribilmente pericoloso in tutto il suo valore simbolico. Non so bene cosa proporre... vi chiedo semplicemente: riusciamo a ritrovarci in piazza, tutte e tutti, ancora una volta? contro la follia e quindi per il popolo palestinese, per quegli esseri umani a cui diamo sempre nomi strani (clandestini, irregolari, extra-comunitari, vù cumprà, rom, migranti) perchè non riusciamo a chiamarli semplicemente uomini e donne, per... stavo per dire per Eluana e invece dico per noi, per non sottometterci alla barbarie? guardate che non vi chiedo un sit-in o un presidio dei soliti noti, chiedo se abbiamo voglia di uscire un paio d'ore prima dal lavoro, lunedì pomeriggio verso le 17 o le 18, in piazza prampolini e portarci tutti i nostri amici, familiari, compagne e compagni di vita, di lotta e di lavoro? io ed altri ci andremo, comunque, sperando che nel frattempo intorno a noi qualcuno batta un colpo.
Stefano

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