di Leonardo Angelini
(la lettera, inviata avantieri pomeriggio al Manifesto, con qualche modifica redazionale, è uscita sul Manifesto di oggi, sul quale c'è anche - in prima pagina - un articolo bello e tosto di Norma Rangeri. Leggetelo!)
Due cose: il primo luogo il Manifesto continua a bucare le notizie che vengono dal versante “attentati del 93”. La cosa mi dà molto fastidio perché sento che bucare una notizia che gli altri giornali danno ha un significato. Ma se il mio giornale non spiega qual è questo significato si può essere portati a pensare ogni cosa su questo silenzio, che, in questo caso almeno, non è affatto eloquente, ma inquietante.
In secondo luogo (ma mica tanto): - Dal Lago e Bascetta attaccano Saviano e i savianei. Sono savianeo anch’io. Faccio parte di un gruppo reggiano di lettura nato l’anno scorso leggendo in piazza brani di Gomorra e, lo confesso, non ho letto ancora il pamphlet di Dal Lago. Ma ho letto – ed anche ad alta voce – Gomorra e posso dire senza tema di smentite che il suo caposaldo sul piano narrativo non è, come dice Dal Lago, nel “ci sono stato ed ho visto, e quindi dico la verità”, ma semplicemente nell’inchiesta.
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sabato 5 giugno 2010
Due cose: lettera al Manifesto
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lunedì 3 maggio 2010
Abbiamo aperto la Fabbrica Reggiana di Nichi
Abbiamo aperto la Fabbrica Reggiana di Nichi ( http://fabbrica.nichivendola.it/chi-siamo/la-fabbrica-in-rete/ )
Ci proponiamo di ri\discutere:
a. l'identità della sinistra reggiana;
b. la sua collocazione nel nuovo contesto socio-economico e culturale che ha investito il nostro territorio in questi anni;
c. la sua posizione nei confronti di: 1. lavoro; 2. welfare locale; 3. pre-scuola e scuola; 4. migranti: 5. giovani; 6. ambiente; 7. modelli urbanistici.
Chi fosse interessato ad aderire:
leonardo.angelini@fastwebnet.it
deliana@fastwebnet.it
Dino Angelini e Deliana Bertani
domenica 15 novembre 2009
Funzioni materne e funzioni paterne a casa e al nido: primi elementi per una riflessione
Vi proponiamo questo nostro lavoro del '96, come contributo alla discussione sul maschile e femminile oggi, a Reggio Emilia: Dino Angelini e Deliana Bertani
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venerdì 8 maggio 2009
domenica 19 aprile 2009
Sinistra radicale e welfare locale
Leonardo Angelini e Deliana Bertani (*) (inviato al Manifesto)
Nell'afasica discussione che accompagna il processo di disgregazione e riaggregazione della sinistra radicale italiana, in vista delle elezioni di giugno, manca un qualsiasi cenno al welfare locale. In questo modo un argomento che dovrebbe essere centrale nel rinnovo delle amministrazioni locali sostanzialmente non viene neanche affrontato. Eppure in questi anni la sinistra radicale in buona parte d’Italia ha partecipato al governo degli enti locali, e quindi al governo del welfare locale insieme agli altri partiti del centrosinistra, e ha svolto una politica di contrasto più o meno efficace laddove il governo locale è stato nelle mani del centrodestra.
Viene da chiedersi: come mai questa amnesia in un momento di grave crisi economica in cui, dopo la vittoria del centrodestra a livello centrale, il welfare locale è destinato a rimanere, purtroppo per anni, uno dei pochi ammortizzatori sociali nelle mani del centrosinistra in tutti quei luoghi in cui vincerà le amministrative? Molte sono le ragioni di questa inverosimile dimenticanza. Fra le più immediatamente rilevabili, come abbiamo letto anche sul Manifesto: la chiusura autistica della sinistra radicale dopo la sconfitta dell’anno scorso; il suo distacco dai luoghi reali di vita e di lavoro; il formarsi al proprio interno di una “castetta” che mira solo ad autoriprodursi, etc. - A nostro avviso però vi è una causa più profonda, che non è riconducibile a ciò che è accaduto appena ieri, ma che affonda le sue radici nella storica assenza di una seria riflessione a sinistra sul significato del welfare locale e, più in generale, del decentramento e del governo locale del territorio. La qual cosa è tanto più grave in quanto è proprio su questi piani che le altre forze del centrosinistra hanno costruito, a partire dalla crisi delle prima repubblica, i muri portanti delle loro alleanza a livello locale.
La sinistra radicale, cioè, a nostro avviso, non ha compreso che il blocco sociale che si è andato formando intorno a Prodi e alle forze moderate del centrosinistra trova uno dei suoi elementi di coesione in un’ampia azione volta a ridisegnare il welfare locale in base ai processi di aziendalizzazione, di tickettazione dei servizi, di riallocazione di fette sempre più consistenti degli stessi nel privato, di marginalizzazione e di svuotamento dei servizi pubblici. Ciò ha prodotto la scomparsa di quello che in molte zone in cui governava la sinistra veniva chiamato welfare dei servizi, in contrapposizione al democristiano welfare dei sussidi; la scomparsa, cioè, di un modello di welfare universalistico e gratuito che ha funzionato per oltre vent’anni come un efficacissimo ammortizzatore sociale, in grado di contribuire non poco allo sviluppo delle regioni rosse in base alla erogazione di un salario indiretto che giungeva ai meno abbienti, a sostegno del loro tenore di vita.
Sicuramente l’ancoraggio all’euro ad opera del centrosinistra ha permesso di uscire dalla voragine in cui era finita l’Italia da bere del periodo craxiano, ma lo ha fatto con una feroce politica di attacco ai diritti ed al tenore di vita dei lavoratori che ha aperto il varco alle ancora più feroci operazioni che sul piano centrale ha poi fatto il centrodestra. Ma non considerare che, a fianco a questa partita, c’è anche quella che si va giocando a livello locale, a nostro avviso è un segno di miopia che impedisce di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti del processo: la perdita delle funzioni redistributive del welfare, la formazione del consenso e l’agglomerazione delle nuove classi dirigenti a livello locale.
Sul piano della perdita delle funzioni redistributive va detto che ormai i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione hanno finito con il mettere in piedi ed implementare un meccanismo perverso che toglie ai poveri ed ai lavoratori dipendenti, spesso costretti a pagare più volte per le stesse prestazioni, e favorisce i ricchi e gli evasori che possono fruire dei vantaggi del welfare sottraendosi, in maniera più o meno vistosa, al contributo per l'accantonamento delle risorse occorrente per tenerlo in piedi. Per non parlare dei processi di dismissione che scaricano sulle famiglie e sulle donne il peso della cura.
Intorno all’aziendalizzazione ed alla riallocazione al privato delle risorse per il welfare, poi, si sta giocando una partita costosissima, importantissima e spesso sporchissima (come, vox clamans in deserto, denuncia Report), che vede ogni gruppo di potere locale scomporsi e ricomporsi per espandere il proprio ambito di influenza per assumere, attraverso quella strada, il controllo delle città. L’elemento centrale che favorisce l’espansione a dismisura di questi fenomeni è rappresentato dal sempre più ampio e discrezionale potere assegnato, in base a leggi che anche il centrosinistra ha voluto, ai sindaci ed ai governatori sul piano delle dismissioni, delle assunzioni, degli appalti, eccetera. A partire da questa base si determinano due processi paralleli che si alimentano l’un con l’altro e che sono alla base del nuovo potere locale: la trasformazione del welfare in un affare e la formazione di clientele all’interno delle quali le varie componenti locali del PD e del centrodestra (per non parlare dei camaleonti di Comunione & Liberazione) pescano la loro nuova base e i loro “quadri”. Si tratta in ultima istanza di una fucina di clientele pigre e asservite che, attraverso lo strumento della precarizzazione del lavoro, si riverbera sui giovani spingendo i più deboli e più ricattabili fra essi all'asservimento all'interno delle clientele, e i più fieri ed autonomi all’allontanamento dalla politica, sempre più vissuta come un luogo in cui prevalgono loschi interessi di bottega. I più attivi in quest'opera di ridefinizione e corruzione del welfare sono gli ex-democristiani che, per di più, tendono ad imporre nei settori sensibili (consultori, ospedali, asili, scuole dell'infanzia, etc.), a fianco e dentro le trasformazioni cui accennavamo prima, le loro logiche clericali.
Torniamo a chiederci ed a chiedere ai compagni della sinistra radicale, che pure in molte amministrazioni sono in maggioranza e quindi al corrente di quanto detto qui sopra: che cosa avete fatto negli anni scorsi per contrastare questo fenomeno? perché non usare la forza residua di cui disponiamo sul piano del consenso per proporre in maniera trasparente al resto del centro sinistra alcune proposte, dopo averle individuate e discusse con i nostri sindacalisti, con i nostri economisti, con i nostri sociologi, ed innanzitutto con la nostra base?
(*)psicologi nei servizi pubblici, Reggio Emilia
Viene da chiedersi: come mai questa amnesia in un momento di grave crisi economica in cui, dopo la vittoria del centrodestra a livello centrale, il welfare locale è destinato a rimanere, purtroppo per anni, uno dei pochi ammortizzatori sociali nelle mani del centrosinistra in tutti quei luoghi in cui vincerà le amministrative? Molte sono le ragioni di questa inverosimile dimenticanza. Fra le più immediatamente rilevabili, come abbiamo letto anche sul Manifesto: la chiusura autistica della sinistra radicale dopo la sconfitta dell’anno scorso; il suo distacco dai luoghi reali di vita e di lavoro; il formarsi al proprio interno di una “castetta” che mira solo ad autoriprodursi, etc. - A nostro avviso però vi è una causa più profonda, che non è riconducibile a ciò che è accaduto appena ieri, ma che affonda le sue radici nella storica assenza di una seria riflessione a sinistra sul significato del welfare locale e, più in generale, del decentramento e del governo locale del territorio. La qual cosa è tanto più grave in quanto è proprio su questi piani che le altre forze del centrosinistra hanno costruito, a partire dalla crisi delle prima repubblica, i muri portanti delle loro alleanza a livello locale.
La sinistra radicale, cioè, a nostro avviso, non ha compreso che il blocco sociale che si è andato formando intorno a Prodi e alle forze moderate del centrosinistra trova uno dei suoi elementi di coesione in un’ampia azione volta a ridisegnare il welfare locale in base ai processi di aziendalizzazione, di tickettazione dei servizi, di riallocazione di fette sempre più consistenti degli stessi nel privato, di marginalizzazione e di svuotamento dei servizi pubblici. Ciò ha prodotto la scomparsa di quello che in molte zone in cui governava la sinistra veniva chiamato welfare dei servizi, in contrapposizione al democristiano welfare dei sussidi; la scomparsa, cioè, di un modello di welfare universalistico e gratuito che ha funzionato per oltre vent’anni come un efficacissimo ammortizzatore sociale, in grado di contribuire non poco allo sviluppo delle regioni rosse in base alla erogazione di un salario indiretto che giungeva ai meno abbienti, a sostegno del loro tenore di vita.
Sicuramente l’ancoraggio all’euro ad opera del centrosinistra ha permesso di uscire dalla voragine in cui era finita l’Italia da bere del periodo craxiano, ma lo ha fatto con una feroce politica di attacco ai diritti ed al tenore di vita dei lavoratori che ha aperto il varco alle ancora più feroci operazioni che sul piano centrale ha poi fatto il centrodestra. Ma non considerare che, a fianco a questa partita, c’è anche quella che si va giocando a livello locale, a nostro avviso è un segno di miopia che impedisce di mettere a fuoco alcuni aspetti importanti del processo: la perdita delle funzioni redistributive del welfare, la formazione del consenso e l’agglomerazione delle nuove classi dirigenti a livello locale.
Sul piano della perdita delle funzioni redistributive va detto che ormai i processi di aziendalizzazione e di esternalizzazione hanno finito con il mettere in piedi ed implementare un meccanismo perverso che toglie ai poveri ed ai lavoratori dipendenti, spesso costretti a pagare più volte per le stesse prestazioni, e favorisce i ricchi e gli evasori che possono fruire dei vantaggi del welfare sottraendosi, in maniera più o meno vistosa, al contributo per l'accantonamento delle risorse occorrente per tenerlo in piedi. Per non parlare dei processi di dismissione che scaricano sulle famiglie e sulle donne il peso della cura.
Intorno all’aziendalizzazione ed alla riallocazione al privato delle risorse per il welfare, poi, si sta giocando una partita costosissima, importantissima e spesso sporchissima (come, vox clamans in deserto, denuncia Report), che vede ogni gruppo di potere locale scomporsi e ricomporsi per espandere il proprio ambito di influenza per assumere, attraverso quella strada, il controllo delle città. L’elemento centrale che favorisce l’espansione a dismisura di questi fenomeni è rappresentato dal sempre più ampio e discrezionale potere assegnato, in base a leggi che anche il centrosinistra ha voluto, ai sindaci ed ai governatori sul piano delle dismissioni, delle assunzioni, degli appalti, eccetera. A partire da questa base si determinano due processi paralleli che si alimentano l’un con l’altro e che sono alla base del nuovo potere locale: la trasformazione del welfare in un affare e la formazione di clientele all’interno delle quali le varie componenti locali del PD e del centrodestra (per non parlare dei camaleonti di Comunione & Liberazione) pescano la loro nuova base e i loro “quadri”. Si tratta in ultima istanza di una fucina di clientele pigre e asservite che, attraverso lo strumento della precarizzazione del lavoro, si riverbera sui giovani spingendo i più deboli e più ricattabili fra essi all'asservimento all'interno delle clientele, e i più fieri ed autonomi all’allontanamento dalla politica, sempre più vissuta come un luogo in cui prevalgono loschi interessi di bottega. I più attivi in quest'opera di ridefinizione e corruzione del welfare sono gli ex-democristiani che, per di più, tendono ad imporre nei settori sensibili (consultori, ospedali, asili, scuole dell'infanzia, etc.), a fianco e dentro le trasformazioni cui accennavamo prima, le loro logiche clericali.
Torniamo a chiederci ed a chiedere ai compagni della sinistra radicale, che pure in molte amministrazioni sono in maggioranza e quindi al corrente di quanto detto qui sopra: che cosa avete fatto negli anni scorsi per contrastare questo fenomeno? perché non usare la forza residua di cui disponiamo sul piano del consenso per proporre in maniera trasparente al resto del centro sinistra alcune proposte, dopo averle individuate e discusse con i nostri sindacalisti, con i nostri economisti, con i nostri sociologi, ed innanzitutto con la nostra base?
(*)psicologi nei servizi pubblici, Reggio Emilia
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lunedì 6 aprile 2009
Sulla manifestazione del 4 Aprile, sulla CISL reggiana e su Franceschini
di Dino Angelini (apparso sui giornali locali stamattina 6.4)
Leggo su Repubblica online di oggi 4 Aprile:
"Voglio dire alla Cgil che è importante stare in piazza ma mai contro gli altri sindacati". E' questo l'appello lanciato dal segretario del Pd, Dario Franceschini. "Adesso - ha aggiunto - serve una stagione di unità, serve accantonare le divisioni, serve mettersi tutti insieme per difendere i diritti delle persone".
E d’altro canto ho letto nei giorni scorsi una lettera agli amministratori locali di Reggio Emilia da parte dell’Ufficio Stampa della CISL locale che recita:
“Dopo anni di rivendicazione dell’autonomia del sindacato dalla politica, ci ritroviamo ancora a ricordare che la politica deve essere lasciata fuori da un confronto che è tutto sindacale e che si inserisce nella spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”. E ancora: “Noi, agli amministratori, non abbiamo nulla da chiedere se non di valutare con piena oggettività le scelte che sono in campo. Allo stesso tempo vorremmo rammentare, però, nel rispetto dei reciproci e diversi ruoli, che le istituzioni e gli amministratori pubblici, nell’esercizio del proprio mandato rappresentano tutta la comunità e non solo una parte di essa. Seguendo questo ragionamento, siamo certi che nei nostri amministratori non prevarrà una logica di schieramento e di parte, ma la responsabilità che è propria di chi rappresenta un’intera comunità”.
Mi pare che entrambe le dichiarazioni siano sostanzialmente ipocrite.
Franceschini auspica un ritorno ad una stagione di unità, e fa questa dichiarazione nel momento in cui aderisce (all’ultimo minuto ed a titolo individuale) ad una manifestazione della sola CGIL, che ha convocato i 2.700.000 per opporsi al governo ed alla riforma del modello contrattuale firmata dagli altri due sindacati (e la CISL reggiana, a conferma della profondità delle divisioni tuttora esistenti con la CGIL, parla di “spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”!!). Per cui va bene l’ecumenismo di Franceschini che ci vuole tutti fratelli, ma nella fattispecie il segretario del PD dovrebbe spiegarci a quale ecumene si riferisce: a quella che ha brigato per firmare il patto - e cioè governo, confindustria e compagnia bella – oppure a quella che è scesa in piazza oggi?
La CISL reggiana parla giustamente di spaccatura tra le confederazioni, ma omette di dire che gli altri due sindacati, dopo la firma di quel modello di riforma, non hanno voluto fare, come invece chiedeva la CGIL, un referendum per verificare se i lavoratori italiani erano o no d’accordo con quel modello: vale a dire un referendum per capire se CISL e UIL rappresentano la comunità dei lavoratori o solo una parte minoritaria di essa. E omette soprattutto di ricordare che nelle settimane precedenti la firma di quell’intesa proprio coloro che oggi si appellano alla indipendenza del sindacato dalla politica hanno continuato a brigare per settimane con i politici di maggioranza, lasciando fuori dall’uscio il più grande sindacato italiano. Lo hanno fatto forse perché Epifani non può essere invitato a cena da lorsignori (e con lorsignori) perché non è un gentleman, o per preparare una politicissima polpetta avvelenata nel tentativo di far fuori la CGIL? È troppo facile, cara CISL, rivendicare l’autonomia del sindacato dalla politica solo quando fa comodo.
Ricordo infine che ipocrisia significa “simulazione di virtù allo scopo di ingannare”: vedo una simulazione di virtù in entrambi i casi. E mi pare che l’inganno, nel caso di Franceschini, sia nel tentare di blandire la base più a sinistra del suo elettorato: quella – per capirci - destinata poi sempre a fare i famosi sacrifici. Nel caso della CISL reggiana nel rivolgersi sotto elezioni agli amministratori per ricordare loro che i filo-CGIL non saranno ben visti in questa tornata elettorale. I cislini reggiani fanno politica! Altro che! In difesa, almeno a Reggio, della parte cattolica e moderata del PD.
"Voglio dire alla Cgil che è importante stare in piazza ma mai contro gli altri sindacati". E' questo l'appello lanciato dal segretario del Pd, Dario Franceschini. "Adesso - ha aggiunto - serve una stagione di unità, serve accantonare le divisioni, serve mettersi tutti insieme per difendere i diritti delle persone".
E d’altro canto ho letto nei giorni scorsi una lettera agli amministratori locali di Reggio Emilia da parte dell’Ufficio Stampa della CISL locale che recita:
“Dopo anni di rivendicazione dell’autonomia del sindacato dalla politica, ci ritroviamo ancora a ricordare che la politica deve essere lasciata fuori da un confronto che è tutto sindacale e che si inserisce nella spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”. E ancora: “Noi, agli amministratori, non abbiamo nulla da chiedere se non di valutare con piena oggettività le scelte che sono in campo. Allo stesso tempo vorremmo rammentare, però, nel rispetto dei reciproci e diversi ruoli, che le istituzioni e gli amministratori pubblici, nell’esercizio del proprio mandato rappresentano tutta la comunità e non solo una parte di essa. Seguendo questo ragionamento, siamo certi che nei nostri amministratori non prevarrà una logica di schieramento e di parte, ma la responsabilità che è propria di chi rappresenta un’intera comunità”.
Mi pare che entrambe le dichiarazioni siano sostanzialmente ipocrite.
Franceschini auspica un ritorno ad una stagione di unità, e fa questa dichiarazione nel momento in cui aderisce (all’ultimo minuto ed a titolo individuale) ad una manifestazione della sola CGIL, che ha convocato i 2.700.000 per opporsi al governo ed alla riforma del modello contrattuale firmata dagli altri due sindacati (e la CISL reggiana, a conferma della profondità delle divisioni tuttora esistenti con la CGIL, parla di “spaccatura tra le confederazioni intervenuta dopo l’intesa sulla riforma del modello contrattuale”!!). Per cui va bene l’ecumenismo di Franceschini che ci vuole tutti fratelli, ma nella fattispecie il segretario del PD dovrebbe spiegarci a quale ecumene si riferisce: a quella che ha brigato per firmare il patto - e cioè governo, confindustria e compagnia bella – oppure a quella che è scesa in piazza oggi?
La CISL reggiana parla giustamente di spaccatura tra le confederazioni, ma omette di dire che gli altri due sindacati, dopo la firma di quel modello di riforma, non hanno voluto fare, come invece chiedeva la CGIL, un referendum per verificare se i lavoratori italiani erano o no d’accordo con quel modello: vale a dire un referendum per capire se CISL e UIL rappresentano la comunità dei lavoratori o solo una parte minoritaria di essa. E omette soprattutto di ricordare che nelle settimane precedenti la firma di quell’intesa proprio coloro che oggi si appellano alla indipendenza del sindacato dalla politica hanno continuato a brigare per settimane con i politici di maggioranza, lasciando fuori dall’uscio il più grande sindacato italiano. Lo hanno fatto forse perché Epifani non può essere invitato a cena da lorsignori (e con lorsignori) perché non è un gentleman, o per preparare una politicissima polpetta avvelenata nel tentativo di far fuori la CGIL? È troppo facile, cara CISL, rivendicare l’autonomia del sindacato dalla politica solo quando fa comodo.
Ricordo infine che ipocrisia significa “simulazione di virtù allo scopo di ingannare”: vedo una simulazione di virtù in entrambi i casi. E mi pare che l’inganno, nel caso di Franceschini, sia nel tentare di blandire la base più a sinistra del suo elettorato: quella – per capirci - destinata poi sempre a fare i famosi sacrifici. Nel caso della CISL reggiana nel rivolgersi sotto elezioni agli amministratori per ricordare loro che i filo-CGIL non saranno ben visti in questa tornata elettorale. I cislini reggiani fanno politica! Altro che! In difesa, almeno a Reggio, della parte cattolica e moderata del PD.
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