sabato 1 maggio 2010
domenica 27 dicembre 2009
28.12.09 - 66° Anniversario del sacrificio dei Sette Fratelli Cervi e di Quarto Camurri
In mattinata:
Omaggio ai caduti nei cimiteri di Guastalla e di Campegine
e al Poligono di Tiro di Reggio Emilia
a seguire: MUSEO CERVI
Momento di ricordo e
Inaugurazione dell'installazione museale permanente
Muri che parlano
venerdì 31 luglio 2009
La strategia autoritaria del governo
Credo sia un grave errore pensare che il governo Berlusconi, la maggioranza berlusconiana, non persegua una ben precisa strategia che mira a modificare in modo radicalmente autoritario ed illiberale il nostro Paese. Il disegno, di chiara matrice piduista, impone sia ampie revisioni costituzionali che svuotamenti della Carta attraverso la legislazione ordinaria: matrice di fondo è la soppressione di quella che gli anglosassoni chiamano balance of powers, il bilanciamento dei poteri.
La Costituzione deve subire - in tale progetto strategico - una svolta presidenziale, con la concentrazione dei poteri di governo nelle mani di un'unica persona: il Parlamento ridotto a mero organo di ratifica dei voleri della maggioranza, Corte costituzionale e Consiglio superiore della magistratura modificati nella loro composizione attraverso l'aumento dei membri di nomina politica. Il Presidente della Repubblica sarà quindi capo del governo, capo delle forze armate, capo del Csm e magari, se lo scenario di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico e politico-istituzionale del nostro paese rimarrà quello attuale, anche capo dei capi.
Dal momento che anche una maggioranza di chiara ispirazione autoritaria ed illiberale non potrà mai abolire formalmente l'art. 3 della Costituzione (l'uguaglianza delle persone di fronte alla legge) e l'art. 21 della Costituzione (libera manifestazione del pensiero e diritto di cronaca) ecco che si colpiscono - attraverso lo strumento della legge ordinaria - quelli che sono due baluardi di ogni stato di diritto che consentono l'effettiva attuazione di tali principi: l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e dell'informazione. In questi ultimi mesi la maggioranza sta portando avanti un disegno di complessivo annichilimento dell'autonomia della magistratura e dell'indipendenza, libertà e pluralismo dell'informazione.
Corollari di un disegno autoritario di questo tipo sono anche taluni censurabili provvedimenti normativi adottati negli ultimi mesi e che offrono una chiara cornice dell'avanzare del fascismo del terzo millennio: 1) le ronde che - mortificando le forze dell'ordine - introducono la privatizzazione della sicurezza pubblica e l'istituzionalizzazione in alcune aree del controllo del territorio da parte della criminalità organizzata (tipico strumento utilizzato nel ventennio del secolo scorso e nel periodo iniziale dei paramilitari colombiani); 2) il ricorso sempre maggiore ai militari per compiti di ordine pubblico che - soprattutto in un'ottica di presidenzialismo di chiara ispirazione piduista - potranno essere utilizzati per affrontare conflitti sociali e reprimere il dissenso che viene sempre più criminalizzato nel nostro paese attraverso pratiche liberticide tipiche della tolleranza zero; 3) la criminalizzazione dell'immigrato in quanto tale e non perché ha commesso un reato, ossia l'introduzione della colpa d'autore tanto cara al regime nazi-fascista, con tratti xenofobi indegni di un paese democratico.
Un disegno autoritario di tale portata nasce e si consolida attraverso un ricercato crollo etico anche grazie all'imperversare della pubblicità commerciale, del consolidamento della teoria del consumatore universale, del radicamento del pensiero unico, del rovesciamento dei valori: non conta chi sei, qual è la tua storia, ma quanto appari; il culto del profitto, dell'avere al posto dell'essere, del dio denaro. Un revisionismo culturale realizzato in anni di bombardamento mediatico, in un conflitto di interessi mai affrontato da un opaco centro-sinistra intriso da tanti conflitti d'interessi. Un definitivo controllo delle coscienze e la narcotizzazione delle menti e finanche dei cuori deve passare attraverso la mortificazione della scuola pubblica, dell'università e della ricerca: deve apparire che siamo un paese normale (quanto bello ed attuale quell'articolo di Domenico Starnone che parlava di normale devianza).
Di fronte ad un disegno che appare a tratti anche eversivo dell'ordine costituzionale; di fronte ad un paese dove le mafie condizionano in modo devastante parte significativa del Pil e riciclano immani somme di denaro in ogni settore suscettibile di valutazione economica ed in ogni parte del territorio nazionale; di fronte ad una capillare penetrazione della criminalità organizzata in vasti settori della politica e delle istituzioni, attraverso soprattutto il controllo della spesa pubblica; di fronte ad un collante sempre più evidente tra sistema politico castale e criminalità organizzata; di fronte a tutto questo, le forze democratiche - in qualunque articolazione della società civile siano presenti - debbono impegnarsi concretamente per impedire la realizzazione di un tale progetto politico che condurrà inesorabilmente alla fine dello Stato di diritto.
Così come chi è investito di ruoli istituzionali e non è ancora totalmente assuefatto a tale sistema di potere deve battere un colpo per difendere la Costituzione nata dalla Resistenza e per far sì che venga attuata giorno per giorno.
* parlamentare europeo Idv
Due proposte per fermare il regime
Condivido l’articolo di Luigi de Magistris sulla strategia autoritaria del governo. Condivido e ritengo necessario, dopo la raccolta di firme che Rifondazione comunista ha fatto con l’Italia dei Valori per sottoporre a referendum il lodo Alfano, proseguire l’iniziativa per contrastare l’azione antidemocratica del governo. Occorre costruire una manifestazione nazionale unitaria contro il pacchetto sicurezza ma anche una azione unitaria delle diverse forze politiche, culturali e sociali che si collocano all’opposizione, articolata sul territorio, che sveli a fondo il carattere eversivo dell’azione di governo. Occorre fare una vera e propria campagna di massa.
Sono rimasto colpito però della assenza nell’intervento di de Magistris della questione sociale. Ritengo infatti che senza una discussione di fondo sul rapporto tra questione democratica e questione sociale, Berlusconi non solo demolirà la democrazia nel nostro paese ma lo farà con il sostanziale consenso – attivo o passivo – del paese. Occorre cioè fare i conti con la situazione reale del paese che a me pare caratterizzata da due elementi: da un lato la separazione nella testa di milioni di persone tra questione sociale e questione democratica. Dall’altra la questione sociale oggi non trova “naturalmente“ uno sbocco a sinistra, in termini di conflitto di classe, o se volete di conflitto del basso contro l’alto; sempre più spesso è la guerra tra i poveri, dei penultimi contro gli ultimi, ad esprimere la questione sociale.
Penso che se l’opposizione non saprà fare i conti con questo doppio problema, sarà destinata a soccombere di fronte all’avanzata della destra populista e della crisi della politica: non sarà efficace al fine di battere Berlusconi e il berlusconismo.
In altri termini Berlusconi trae un vantaggio decisivo dal fatto che milioni di persone appartenenti agli strati subalterni o non vanno più a votare, schifati dalla politica, oppure votano a destra – a partire dalla Lega – perché la ritengono più efficace per difendere i loro interessi.
Occorre quindi unire alla denuncia del carattere eversivo dell’azione di governo, una azione coerente di denuncia del carattere di classe dell’azione del governo e la costruzione di una seria opposizione alle sue misure economiche e sociali. A tal fine è completamente suicida la linea di gran parte dell’opposizione di appoggiarsi a Confindustria per criticare il governo; è suicida che il provvedimento più estremista varato dal governo sul piano economico e sociale e cioè il federalismo fiscale, sia stato approvato dall’Italia dei Valori e abbia visto l’astensione del Pd. Col federalismo fiscale si taglierà la spesa sociale, la guerra tra i poveri verrà istituzionalizzata e si apre una autostrada alla distruzione del contratto nazionale di lavoro e alla gestione localistica dei conflitti. Il federalismo fiscale è una manna per la Lega Nord e per il nascituro partito del Sud, per balcanizzare l’Italia. Ho fatto questo esempio ma potrei proseguire con l’opposizione che vota mozioni di sostegno al finanziamento delle scuole private, non dice nulla sulla spesa di 14 miliardi per l’acquisto di cacciabombardieri, non dice nulla sulle prebende per il sistema bancario, balbetta sull’attacco al contratto nazionale di lavoro, concorda sulla riduzione della tassazione per le rendite fondiarie, ecc.
A me pare evidente che la sostanziale subalternità dell’opposizione parlamentare (e quindi dell’opposizione presente sui mass media) alla Confindustria apra uno spazio politico immenso alla destra populista di Berlusconi e alla sua azione demolitrice dell’impianto costituzionale.
Per questo faccio a mia volta un appello a de Magistris: costruiamo insieme nell’autunno, tutte le forze disponibili, una mobilitazione sociale degna di questo nome che contesti radicalmente la politica e economica e sociale del governo, contro la precarietà, per la redistribuzione del reddito e del lavoro, per una riconversione ambientale dell’economia. Per rendere credibile agli occhi di larghi strati popolari la nostra battaglia per la democrazia occorre schierarsi dalla loro parte nel conflitto sociale, altrimenti i nostri discorsi saranno incomprensibili.
Aggiungo una seconda considerazione e una seconda proposta che concerne il piano istituzionale. Con questa legge elettorale maggioritaria e bipolare è pressoché impossibile sconfiggere il berlusconismo. Berlusconi ha uno schieramento che vale il 45% mentre i suoi oppositori sono divisi e hanno voti non facilmente sommabili. Non penso possibile fare una alleanza con l’Udc di Cuffaro per governare l’Italia. La gabbia bipolare, costruita stupidamente dal centrosinistra negli anni ’90, si è rivelata il contesto concreto in cui è nato e cresciuto il berlusconismo, il sistema che più favorisce Berlusconi e il suo tentativo di trasformare in regime il suo governo. Se fosse passato il referendum sul partito unico su cui il Pd ha dato indicazione di voto favorevole e per cui Di Pietro ha raccolto le firme, il discorso sarebbe chiuso. La sconfitta del referendum apre però una strada che voglio proporre a de Magistris. Prendere atto che il bipolarismo è all’origine del successo berlusconiano e proporre una legge elettorale proporzionale. Una legge proporzionale garantirebbe una cosa semplicissima e cioè che Berlusconi, che è minoranza nel paese, non si trovi poi ad avere la maggioranza assoluta di parlamentari in virtù della legge elettorale bipolare. L’Udc e le forze della sinistra propongono il sistema elettorale tedesco, se l’Italia dei Valori si pronunciasse chiaramente su questo indirizzo avremo buone possibilità che anche il congresso del Pd si muova in questa direzione. Un comune orientamento di questo tipo permetterebbe di costruire uno schieramento di salvaguardia costituzionale con l’obiettivo di fare una legge elettorale proporzionale e una legge sul conflitto di interesse. Questi provvedimenti si possono fare in sei mesi e su questo obiettivo si può costruire uno schieramento per dar vita ad una brevissima legislatura di salvaguardia costituzionale che cambi le regole del gioco per poi andare a votare con un sistema proporzionale, ognuno con la propria faccia e il proprio programma. Noi tutti ci battiamo perché Berlusconi cada ma è nostro obbligo avanzare un proposta per sconfiggerlo senza fare pasticci: questa proposta a me pare utile e praticabile.
Riassumendo voglio quindi dire a de Magistris che per impedire a Berlusconi di realizzare il proprio disegno eversivo occorre costruire sul piano sociale una forte opposizione alla sua politica di classe e sul piano istituzionale porre con chiarezza l’obiettivo dell’uscita dal regime bipolare. Questo non dipende solo dagli altri ma in buona misura anche da che cosa farà l’Italia dei Valori nei prossimi mesi.
*Segretario nazionale Prc
mercoledì 3 giugno 2009
Astenersi stavolta vuol dire infierire: è tempo che gli elettori di sinistra che alle scorse elezioni si astennero tornino al voto
di Fulvia Bandoli
A seconda della situazione politica l’astensione colpisce di più la destra o la sinistra, ma nelle ultime tornate elettorali ,e nelle scorse elezioni in particolare ,non v’è dubbio che essa abbia colpito duramente la sinistra. Perché la destra è da un po’ di anni più compatta, mentre tutto il campo del centro sinistra è terremotato dalla nascita del Partito Democratico e dalle sconfitte abbinate del Pd e di quella che fu la Sinistra Arcobaleno.
I potenziali elettori di sinistra sono quelli più tentati dall’astensione perché da troppi mesi ( o anni) stanno soffrendo : con il Pd che non fa opposizione come dovrebbe e che non ha un profilo definito ( anzi che rivendica in alcune sue componenti importanti il fatto di non essere e di non voler essere un partito della sinistra), con le formazioni di Sinistra che hanno impiegato un anno e mezzo a proporre un progetto che coprisse lo spazio che si è aperto a sinistra del Pd e un soggetto politico di Sinistra popolare, socialmente radicato, capace di raccogliere le culture più tradizionali e storiche della sinistra assieme a quelle più recenti. E alla fine si presentano lo stesso divise al voto. Ma su questa divisione vorrei dire sommessamente qualche parola : c’era e c’è una Sinistra che era ed è disposta ad un progetto unitario , che non mette i simboli a guardia di un muro invalicabile, c’è un’altra parte che invece crede in un progetto identitario e nel fatto che solo l’esistenza di un partito che si chiami comunista possa garantire alla Sinistra di sopravvivere. Detto in modo ancora più chiaro c’è chi non esclude alcuno, mentre altri pongono come condizione l’accettazione di simboli che da soli non possono più parlare all’insieme plurale della sinistra italiana. In definitiva Rifondazione Comunista ripropone ancora una volta lo schema disgraziato delle due sinistre, Sinistra e Libertà invece pensa la Sinistra come una plurale e unitaria forza politica popolare. Una parte di potenziali elettori di sinistra potrebbero anche essere tentati dal voto a Di Pietro perché in questi mesi è quello che ha urlato più forte: ma ogni persona di sinistra sa che Di Pietro non è un uomo di sinistra e che il suo movimento ( difficile chiamare partito una entità gestita in modo così personalistico e familistico) spesso è solo generica protesta contro tutto e tutti e che sulle questioni concrete lo si può trovare su posizioni assai eclettiche : ieri a favore del ponte sullo Stretto domani no, ieri per il si al referendum elettorale domani non si sa, oggi a urlare in difesa dell’ambiente, ieri silente sul nucleare e alcuni anni fa persino d’accordo, e comunque sempre strabico rispetto alle ragioni e ai diritti del lavoro, alla laicità dello stato, alle battaglie per la pace e il disarmo. E non sono manchevolezze di poco conto!
Non parlerò quindi di astensionismo generico o del fatto che, come dicono alcuni, se cala il numero dei votanti si abbassa il quorum e noi saremmo avvantaggiati….logica prettamente matematica ma poco valida nel nostro caso e in questa elezione. Noi possiamo essere avvantaggiati solo se riusciamo a raccogliere buona parte del voto di quegli elettori di sinistra ( 1.300.000) che alle scorse elezioni si astennero e a recuperare una parte sostanziale di quel che fu chiamato “voto utile” e che andò al Pd con poca convinzione e solo come voto contro Berlusconi. Mi rivolgo dunque alle donne e agli uomini di sinistra che ancora sono incerti e non sanno se andranno a votare. L'astensione può essere dettata da sconforto ma a volte è una scelta più meditata, si pensa che attraverso quella “protesta” individuale arrivi al partito, o allo schieramento che ti interessa, un segnale, un avvertimento forte. Penso che la sinistra, con le molte astensioni che alle scorse elezioni , insieme ai suoi limiti, contribuirono a tenerla fuori dal parlamento, sia stata già pesantemente avvertita e abbia compreso la lezione. Un secondo avvertimento rischia di essere un accanimento e dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che gli elettori di destra ( motivati dalla vittoria alle politiche e dal fatto di trovarsi al governo) andranno a votare alla fine l’astensione sarebbe un involontario vantaggio che si concede ( oltre ai tanti che già ha) al partito più grande, cioè alla Pdl. E non comprendo francamente coloro che cercano di nobilitare la scelta chiamandola “astensionismo attivo” . E cerco di spiegarmi: quando la Cei e Ruini chiamarono all'astensione nel referendum sulla procreazione assistita ebbero un notevole seguito e dopo il fallimento del referendum rivendicarono tutta l'astensione....ma la Cei e Ruini erano e sono "una forza politica" ,sui generis certo, ma pur sempre identificabile, potente e assai visibile. Quella astensione fu agita politicamente e anche con molta spregiudicatezza e fu una “forte” posizione politica”. Ora io mi chiedo chi agirà o potrà rivendicare adesso ,e anche dopo il voto, quella "astensione attiva" che alcuni propongono agli elettori incerti di sinistra? Non c’è dunque alcun astensionismo attivo possibile in queste elezioni e chiedere agli elettori di sinistra di astenersi mi pare una posizione sbagliata. Quelli che verranno sono gli anni della possibile ricostruzione di una sinistra popolare che sappia tornare a radicarsi nella società, autonoma e competitiva con il Pd, che sia capace di produrre cultura politica e ideali forti. Sono gli anni per tentare di dar corpo ad una coalizione alternativa alle destre che non può fondarsi solo sul Pd perché quella strategia è perdente ( ma perché non ci sia solo il Pd in campo bisogna aiutare il formarsi di una Sinistra popolare). Quelli che verranno sono gli anni che potranno rimettere al centro movimenti , associazioni , giornali e tutte le soggettività capaci di idee e proposte, ma anche di una forte, non violenta e civile resistenza democratica. Ho molto apprezzato quel che ha detto Vendola ieri : il 4% è alla nostra portata ma se non dovessimo riuscirci il giorno dopo andremo avanti con Sinistra e Libertà, non romperemo le righe e intensificheremo il nostro lavoro. Il governo Berlusconi si è mostrato in tutta la sua “inquietante” capacità di rappresentare la realtà per quella che non è . Solo una buona politica può trarre fuori la realtà vera dalla rappresentazione che ne viene fatta e insieme alla realtà i soggetti sociali, le persone , che sono donne e uomini in carne ed ossa : la realtà concreta e ingiusta di questa crisi economica che colpisce sempre più duramente il lavoro e in particolare i giovani precari, la realtà dei rifiuti di Napoli che non sono spariti ma vengono accatastati, così come sono, a Ferrandelle in un’area che non ha neppure le caratteristiche di una discarica a norma di legge, la realtà dura e difficile di una immigrazione che cresce perché i paesi poveri continuano ad essere depredati e non aiutati da quelli più ricchi, la realtà dell’imbroglio nucleare escogitato da questo Governo che ripropone per l’Italia una tecnologia obsoleta e insicura mentre non spende un soldo per le energie rinnovabili e chiede una deroga sulla diminuzione delle emissioni unica via per combattere i cambiamenti del clima ( mentre l’America prova a cambiare la sua politica energetica), la realtà della difficile ricostruzione dell’Abruzzo fatta con risorse largamente insufficienti . E assieme a queste tante altre realtà. Ecco a me pare che andare a votare , per gli elettori di sinistra ancora incerti , sia un bel contributo a trarre fuori realtà dalla rappresentazione. Quella rappresentazione che Berlusconi ogni giorno mette in scena dichiarando la sinistra morta e sepolta. La sinistra c’è nella società, vive nei principi di tante donne e uomini, nelle loro vite quotidiane, orienta le loro lotte e le loro scelte, anima le grandi contraddizioni dello sviluppo e le battaglie per la giustizia sociale e per i diritti di ogni genere. Proviamo a farla vivere anche in un soggetto politico. Io voto Sinistra e Libertà e il perché l’ho spiegato molte volte. Ma spero che anche chi non sceglierà come me stavolta vada a votare e voti a sinistra.
lunedì 1 giugno 2009
The Clown’s Mask Slips - Cade la maschera del clown
Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria 'privacy', pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente.
Ma, coe si è dovuto rendere conto anche Bill Clinton, scandali e alti incarichi pubblici non vanno d'accordo. Ai suoi critichi, Mr. Berlusconi replica che lui ha ancora un tasso di popolarità alto, che il suo Governo conta molitssimo e che non sarà intimidito da ciò che lui chiama tentativi dell'opposizione di denigrarlo.
Molti potrebbero dire che l'Italia non è l'America, che l'etica puritana degli Stati Uniti non ha mai dominato la vita pubblica italiana, e che pochi italiani si scandalizzano davanti ai donnaioli. Ma questo è un ragionamento insensato e condiscendente. Gli italiani comprendono quanto gli americani cosa è accettabile e cosa non lo è. E, come gli americani, giudicano spregevole il cover-up.
Pochi media in Italia però possono fare simili affermazioni, senza timore di un castigo. A suo merito, il giornale "la Repubblica" ha continuamente sollevato domande al primo ministro sulla sua relazione con Noemi Letizia, e alla maggior parte di queste domande non ci sono state risposte soddisfacenti. Quando e dove egli ha conosciuto la famiglia della ragazza? Mr. Berlusconi chiese di avere fotografie da un'agenzia di modelle per iniziare i contatti con la signorina Letizia? Che cosa c'è di vero sulle notizie di party con decine di giovani donne nella sua villa in Sardegna? Mr. Berlusconi ha promesso di spiegare tutto in parlamento. Ma non ha certo riassicurato i suoi critici con la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione di 700 fotografie che potrebbero mostrare cosa succedeva a quei party. Né lo aiuta il suo sventurato ministro degli Esteri, che ha provato a difenderlo sottolineando che l'età per il consenso (a rapporti sessuali, ndr.) in Italia è 14 anni, come se ciò fosse rilevante.
Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò non riguarda i forestieri. Ma gli elettori italiani, alla vigilia delle elezioni europee, dovrebbero riflettere sul modo in cui è guidato il loro governo, sui candidati selezionati per Strasburgo e sul livello di sincerità del premier. E la faccenda riguarda anche altri. L'Italia ospita quest'anno il summit del G8, dove si discuterà di maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine internazionale. E' un importante membro della Nato. Fa parte dell'eurozona, che è confrontata dalla crisi finanziaria globale. Non sono soltanto gli elettori italiani a domandarsi cosa sta succedendo. Se lo chiedono anche i perplessi alleati dell'Italia.
mercoledì 29 aprile 2009
Arrivano i soldi per il terremoto, dai poveri - Terremoto 6
di Bianca Di Giovanni da: L'Unità on line
Agli stanziamenti, infatti, si provvede con corrispondenti tagli al Fas (fondo aree sottoutilizzate), al bonus famiglia (300 milioni), alla spesa farmaceutica e grazie a nuove entrate garantite da lotterie e slot machines. Insomma, pagano i poveri e il sud. Il ministro Giulio Tremonti si era vantato che non avrebbe messo le mani nelle tasche degli italiani. «Nessuna nuova tassa», aveva declamato rassicurando Confindustria. E visto che c’era ha pensato di mettere le mani nelle tasche (semi-vuote) dei più poveri. C’è un altro combinato disposto, poi, che rischia di trasformare l’operazione Abruzzo in una vera manovra in favore dei «protetti». Presentando le misure, infatti, Tremonti non ha escluso l’eventualità di un’altra sanatoria fiscale: quella sul rientro dei capitali illegalmente esportati. Risorse frutto di riciclaggio, di corruzione e di evasione, «ripulite» con un obolo alleggerito. È destinato ai più bisognosi, ai nuclei in difficoltà, a chi ha un figlio handicappato a carico, o un anziano. Quello strumento (il primo a considerare il reddito familiare, e non del singolo, e per questo contrabbandato come inizio del quoziente familiare tanto caro alle formazioni cattoliche). Era pensato per una platea di 6,45 milioni di famiglie, che potevano aspirare a un contributo tra i 100 e i mille euro, per una spesa complessiva di quasi due miliardi. Come mai sono «avanzati» 300 milioni? Come mai è bastato un miliardo e 700 milioni invece dei due stimati? Ci sono meno poveri del previsto (anche in tempo di crisi) o hanno sbagliato i calcoli all’inizio? La verità, purtroppo, è un’altra, e somiglia molto alle vicende legate alla social card (ancora i poveri). Per ottenere quel bonus, infatti, è stato costruito un percorso con tali e tanti ostacoli, che ottenerlo equivale a vincere un terno al lotto. Nel sito www.nelmerito.it l’economista Franco Osculati lo definisce «lunare». Prima di tutto è a richiesta (non automatico). La domanda è a carico del datore di lavoro che «eroga il beneficio, secondo l’ordine di presentazione delle richieste nei limiti del monte ritenute e contributi nel mese di febbraio 2009. - spiega Osculati - Nel caso i sostituti d’imposta non provvedano, per insufficienza di tale "monte", gli interessati potranno ri–presentare istanza entro giugno all’agenzia delle entrate. In aggiunta, a cura dei sostituti, delle domande dovrà rimanere traccia nei modelli 770, dovrà essere data informazione, entro aprile, all’Agenzia delle entrate e dovrà essere conservata copia per tre anni». Una vera gimcana, che dovrebbe essere ancora in corso. ma siccome del bonus non parla più nessuno, si suppone che le richieste termineranno. Senza domande, scompaiono anche i poveri e le emergenze. Una buona fetta delle risorse da utilizzare subito proviene dai giochi (500 milioni). Anche qui il rischio è che si sfruttino i poveri, di solito dipendenti dal vizio delle scommesse. Il ministero prevede «nuove lotterie ad estrazione istantanea», «ulteriori modalità del gioco del lotto», «l’apertura delle tabaccherie anche nei giorni festivi». Il decreto fa cenno anche all’ipotesi di giochi da attuare nei supermercati. È prevista infatti «l’attivazione di nuovi giochi di sorte legati ai consumi». Ma il grande affare arriverà con le nuove slot machines e con nuove possibilità di poker on line. L’introduzione di macchine di nuova generazione, con il collegamento diretto all’anagrafe, consentirà di incassare per ogni macchinario cambiato una una tantum di 15mila euro: pr attrarre più giocatori, potrebbe abbassarsi la giocata minima a 50 centesimi (oggi è 3 euro) e alzarsi la vincita massima da 10 a 50mila euro.
28 aprile 2009
domenica 26 aprile 2009
Le piazze rubate del 25 Aprile
di Marco Revelli, da "Il Manifesto" del 25 Aprile 2009
Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza.
E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l'equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni - l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori. Ma con ciò il dualismo non scomparve: rimase comunque un’Italia che si identificò con la Resistenza, e una che mal la sopportò e l’osteggiò. Una che si sforzò di continuare l’opera di bonifica contro quell’espressione dell’”autobiografia della nazione” che è stato il fascismo, e un’altra che, sotto traccia, in quell’autobiografia ha continuato a riconoscersi. Un’Italia che stava (fino a ieri pubblicamente) con i suoi partigiani, e un’altra che continuava (fino a ieri privatamente, o quasi) a diffidarne, se non addirittura a rimpiangere il proprio impresentabile passato.
Ora quella “seconda Italia” (fino a ieri forzatamente in disparte, per lo meno nel giorno dell’anniversario) ha rialzato la testa. Si è dilatata nello spazio pubblico fino a occuparlo maggioritariamente. E ha rovesciato il rapporto. L’autobiografia della nazione è ritornata al potere. Non solo ha ripreso pubblicamente la parola, ma ha ricominciato a dettare l’ordine del discorso. A rifare il racconto pubblico sul nostro “noi”. Tutto il frusto dibattito di questi giorni sul nuovo significato del 25 aprile si svolge all’insegna di quella domanda di “ricomposizione” delle fratture, che nel fingere di “celebrare” le scelte di allora in realtà le neutralizza e offende. Di più: ne rovescia radicalmente il segno.
Ci sta alle spalle un mese in cui abbiamo assistito a un clamoroso tentativo d’imporre, con la logica dell’emergenza, un clima asfissiante di rifiuto della critica e di esaltazione del culto del capo; in cui il sistema dell’informazione ha raggiunto vette di servilismo imbarazzanti; in cui l’opposizione, ridotta a fantasma, ha balbettato o si è adeguata. Come non vedere quanto l’appello alla “memoria condivisa”, in questo contesto, suoni sostegno a quella stessa domanda di unanimismo che sta dietro ogni logica di regime? Quanto essa risponda a quella sorda domanda di far tacere le differenze e le dissonanze che costituì il vero “male oscuro” delle nostre peggiori vicende nazionali?
Per questo – per tutto questo – per la prima volta, nei sessantaquattro anni che ci separano dall’evento che si dovrebbe festeggiare, le piazze ci appaiono perdute. In esse non ci troviamo più a casa nostra, non tanto e non solo perché i nostri avversari hanno prevalso (questo accadde anche nel 1994, e il 25 aprile in piazza ci fummo, eccome!). Ma perché una delle due Italie, quella che aveva riempite quelle piazze come luoghi di una democrazia faticosamente presidiata, non c’è più. La sua voce si è affievolita, fin quasi al silenzio, per oblio delle proprie radici, incertezza sulle proprie ragioni, pigrizia mentale… Per insipienza degli uomini e fragilità del pensiero. Non andremo al mare, in questo giorno. Questo no. Ma in montagna forse sì, lì idealmente si dovrebbe ritornare, dove l’aria è più fine e favorisce la riflessione e il pensiero. Sul mondo nuovo che stentiamo a capire. E su di noi, che ci siamo smarriti. Ne abbiamo un impellente bisogno.
mercoledì 22 aprile 2009
La Resistenza non ha colore
La Russa, uno dei neofascisti sdoganati da Berlusconi, dichiara che "i partigiani rossi meritano rispetto ma non possono essere celebrati come portatori di libertà", cioè fra i fondatori della democrazia italiana. È difficile capire su cosa si basi l'affermazione di La Russa dato che il Partito comunista italiano che organizzò e diresse i partigiani rossi, meglio noti come garibaldini, fece parte e parte decisiva dell'Assemblea costituente da cui è nata la Repubblica democratica. Che i comunisti italiani abbiano scelto la democrazia invece che la dittatura potrà sembrare ai loro avversari una scelta opportunistica, obbligata dai rapporti di forza in Europa e nel mondo ma si prenda atto anche da chi avrebbe preferito un esito diverso che essa ci fu e fu per i comunisti italiani vincolante. Gli storici non hanno ancora fornito la prova di chi fu la responsabilità di questa scelta: se fu decisa da Stalin o dalla Internazionale comunista di cui l'italiano Palmiro Togliatti era un autorevole dirigente, ma l'accettazione da parte comunista della divisione del mondo in due sfere di influenza fu un dato di fatto accettato sin dagli anni della guerra di Spagna, riconfermato nell'incontro fra i vincitori della guerra contro la Germania nazista e rispettato anche dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria.
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Fosse interprete del pensiero politico di Stalin o convinto della necessità di convivere con le grandi democrazie occidentali Togliatti, arrivato in Spagna durante la guerra civile, dettò i tredici punti di una costituzione che sarebbe entrata in vigore a guerra finita di chiara impostazione democratica: autonomie regionali, rispetto della proprietà e della iniziativa privata e dei diritti civili, libertà di coscienza e di fede religiosa, assistenza alla piccola proprietà, riforma agraria per la creazione di una democrazia rurale, rispetto delle proprietà straniere non compromesse con il nazismo, ingresso della Spagna nella Società delle nazioni. Naturalmente già allora gli avversari dei comunisti dissero che era una scelta tattica in attesa della rivoluzione, ma una scelta vincolante come si dimostrò in Grecia quando i partigiani rossi di Markos e il loro tentativo di impadronirsi del potere furono abbandonati alla più dura sconfitta. Che la scelta democratica fosse valida nella Repubblica fu chiaro quando tutte le fiammate rivoluzionarie della base comunista, dall'occupazione della prefettura di Milano a quella del monte Amiata dopo l'attentato a Togliatti, furono spente dalla polizia diretta da Scelba senza reazione del partito. Possiamo dire che le affermazioni di La Russa sull'inaffidabilità democratica dei partigiani rossi sono un processo alle intenzioni smentito dal rispetto alla Costituzione dei comunisti italiani, che al contrario dei neofascisti alla Borghese o delle trame nere, non hanno mai progettato colpi di Stato e si sono schierati con decisione contro il terrorismo delle Br. Ma c'è un'altra ragione, anche essa storica, per dissentire dalla dichiarazione di La Russa ed è quella di considerare il movimento partigiano garibaldino come un tutt'uno con il partito comunista e il partito comunista come la stessa cosa di una dittatura stalinista. Procedere per generalizzazioni arbitrarie è un cattivo modo di fare la storia e anche la politica. Chi ha conosciuto il movimento partigiano nella sua improvvisazione e varietà estrema sa bene che diventare un partigiano rosso non era sempre una scelta politica, ideologica, che si andava nelle brigate Garibaldi per molte ragioni non politiche, perché erano fra le prime formatesi o le più vicine, le prime che si incontravano fuggendo dalle città occupate dai nazifascisti magari per raggiungere dei conoscenti, degli amici. Si pensi solo al comando garibaldino piemontese, che si forma in valle Po con gli ufficiali di cavalleria della scuola di Pinerolo che seguono Napoleone Colajanni, nome partigiano Barbato, perché loro amico non perché comunista, o gli altri che in Val Sesia vanno con Cino Moscatelli perché è uno della valle come loro non perché è comunista. Così come noi delle bande di Giustizia e Libertà nel Cuneese che non avevamo mai sentito parlare del partito di azione e del suo riformismo liberal-socialista, ma che eravamo compagni di alpinismo di Duccio Galimberti o Detto Dalmastro. Nella guerra partigiana prima veniva la sopravvivenza, la ricerca delle armi e del cibo, poi sul finire arrivò anche la politica, ma le ragioni di lealtà e di amicizia restarono dominanti per cui egregio ministro La Russa mi creda ma per uno che è stato partigiano le differenze di cui parla non ci sono state. Per venti mesi, per tutti, la ragione di combattere era la libertà.
martedì 21 aprile 2009
La dittatura della parola. Intervista di Valentino Parlato ad Antonio Tabucchi - Terremoto 5
Antonio Tabucchi è un vecchio amico del manifesto, lo raggiungiamo in Portogallo, che è una sua seconda (o prima) patria e gli chiediamo di scrivere un commento a ciò che accade in Italia. Tabucchi non è di buon umore e rifiuta in assoluto di scrivere per i giornali, anche per il manifesto, ma parla.
Volevamo chiederti un articolo sulla situazione italiana...Sulla situazione della stampa e della censura in atto, vuoi dire?
Sì, della censura in atto, con quello che è successo con Annozero io ti risponderei così. Alcuni anni fa - nel 2002 - scrissi un articolo che per altro è stato poi ristampato nel mio libro «L'oca al passo, notizie dal buio che stiamo attraversando», per Feltrinelli. Il titolo dell'articolo è «Il silenzio è d'oro», e comincia così: «Ci sono varie forme di dittatura in Italia è in atto una dittatura della parola».Cosa vuol dire dittatura della parola? Che non ci fanno parlare?
Continuo... «Perché la parola è d'oro e la possiede una sola persona un uomo politico che è contemporaneamente capo di un governo e il padrone di quasi tutti i media che tarsportano la parola». Quindi questa è una dittatura della parola nel senso, che quel signore lì' può dire quello che gli pare, voi no, voi non potete. Perché non scrivo un articolo? Perché l'ho già scritto tanto tempo fa, non sono un giornalista
Repetita juvant
No, io non sono un giornalista e la cosa riguarda voi giornalisti.
Ma noi giornalisti, per esempio «il manifesto», continua a scrivere e a pubblicare contro Berlusconi
Ma non è contro Berlusconi quello che dovete fare. Questo succede alla Rai, perciò io se mai vi dico cosa potreste fare voi giornalisti, perché quelli che lavorno in Rai sono giornalisti, mi pare. Io mi ricordo che quando Berlusconi fece l'editto bulgaro non ci fu nessun giornalista che entrò dentro la Rai e si sedette per terra. Lasciarono licenziare Santoro, Biagi e Luttazzi tranquillamente. Perché non ci siete andati dentro la Rai e vi siete seduti tutti dentro? Forse non li licenziavano. Il problema è vostro perché, ripeto, io non sono un giornalista.
Il problema è anche tuo in quanto cittadino italiano
...Io sono uno scrittore, scrivo i libri e i miei libri per ora non li censura nessuno, ho smesso di scrivere sui giornali perché i vostri giornali, tutti quanti, sono sotto controllo.
Il nostro giornale non è sotto controllo, il manifesto non è sotto controllo.
Va bene, ma restiamo ai fatti. Io credo che se la cosiddetta commissione di vigilanza della Rai non ha gli estremi per una denuncia di diffamazione nei confronti della trasmissione di Santoro il mio consiglio, quello che vi posso dire, è che la Federazione della Stampa denunci alla magistratura la commissione di vigilanza Rai. Denunciate. Il motivo ve lo trovano gli avvocati. Portate tutta quella gente di fronte a un tribunale. Secondo suggerimento. Fate chiedere alla Federazione della stampa italiana un'udienza urgente alla Commissione europea. Si convoca apposta per un fatto del genere, e portate le vostre prove: la registrazione del programma e i vostri testimoni. La cosiddetta Commissione di vigilanza, venga a spiegare perché in Italia c'è la censura. Fra l'altro - aggiungo - date la possibilità della Commissione europea di esprimersi su un argomento finalmente importante, questo consentirà alle istituzioni europee di avere un po' più di credibilità. Perché avrete notato che la credibilità delle istituzioni europee non è mai stata così bassa. Si prevede un assenteismo enorme alle prossime elezioni e, secondo il sondaggio dell'Eurobarometro, il 51% di europei non crede più nelle istituzioni. Con una certa ragione, perché questi burocrati sembra abbiano dimenticato i principi dei padri fondatori, mi riferisco ad Altiero Spinelli, a De Gasperi e Adenauer. Ecco, date anche la possibilità di fare un gesto nobile, di occuparsi di qualcosa di importante.
Insomma il tuo suggerimento è di portare la questione in Europa.
Uscire dall'Italia, se non portate fuori dall'Italia autarchica questo problema nessuno se ne occuperà.
Nel contempo però, come giornale - e io parlo del «manifesto», giornale indipendente - dobbiamo continuare a scrivere.
Va bene, ma nel frattempo potreste anche - e questo mi sembra sia un fatto democratico se non c'è violenza - organizzare un bel sit-in alla Rai. Tutti i giornalisti che vogliono venire, la Federazione della stampa, i direttori di giornali, tutti i giornali che non sono di Berlusconi, chiamate anche il nuovo direttore del Corriere che ha fatto un bel discorso teorico. Venendo potrà dire qualcosa su chi ha accusato il programma di Santoro di «abuso di libertà». Ripeto, costui è liberissimo di dire ciò che vuole, ma bisognerebbe fargli notare che la frase «abuso di libertà» potrebbe essere considerata a sua volta un abuso di libertà se venisse un altro regime e che questo è pericoloso anche per le sciocchezze in libertà che dice. Inoltre - perché c'è molta ignoranza in giro - non farebbe male ricordare alle persone che in uno dei suoi proclami Francisco Franco quando fece il golpe di stato militare disse che l'esercito non poteva più tollerare l'abuso che la repubblica spagnola faceva della democrazia. E quando la democrazia abusa va ricondotta all'ordine. Bene, benissimo. Io credo che se voi fate un sit-in alla Rai e invitate le televisioni straniere secondo me la faccenda inizia a uscire un po' fuori dalla piccola Italia autarchica e l'Europa forse comincia veramente a preoccuparsi della situazione. Questo è quello che io consiglio di fare. Voglio aggiungere che la loro strategia è intimidire. Ne approfitto per farti sapere - così lo sanno anche gli italiani - che in questo momento io mi debbo occupare di un processo per difendermi in tribunale dal senatore Schifani, che mi ha mandato una comunicazione giudiziaria chiedendo un risarcimento per danni alla sua immagine di 1 milione e 200 o trecentomila euro; il 7 di maggio al tribunale di Pisa. Però il senatore Schifani non ha citato in giudizio anche il giornale su cui l'ho scritto, che è l'Unità, perché così colpisce un individuo, debole, e lo intimidisce, isolato come sono io perché sono un libero pensatore e per lui è più facile. Non coinvolge politicamente la faccenda. Anzi, approfitto per dirti che voi giornalisti - ammesso che la cosa interessi - potreste venire ad assistere al dibattimento.