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venerdì 18 giugno 2010

Il «doppio sì» interroga anche gli uomini

di Alberto Leiss

Mi auguro che l’invito di Rossana Rossanda a discutere su «l’altra metà del lavoro» - a partire dalle tesi del Sottosopra «Immagina che il lavoro» - venga raccolto soprattutto da quegli uomini di sinistra che ripetono ossessivamente:
la politica va rifondata sul lavoro.  Ma poi si bloccano di fronte alla necessità di ridefinire la realtà del lavoro oggi, dopo l’esaurimento delle vecchie categorie di interpretazione.

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lunedì 8 febbraio 2010

Con Flavio e Cinzia, torniamo nel marasma maschile.

di Clelia Mori

Cinzia e Flavio.

E’ l’ennesima storia di sesso e potere raccontata da una donna, rifiutata da un uomo del centrosinistra, nel sexigate della politica italiana, scoppiato dall’estate scorsa. Si sa. E chissà quante ce ne sono, e magari le conosciamo anche, con la storia d’amore e carriera di Cinzia, a destra e a sinistra. La punta dell’iceberg berlusconiana, era una sintesi personale e d’antan, di tutte le esasperazioni tra sesso è potere di cui sono capaci i politici italiani con le loro donne o i loro amori, ognuno nel loro grande-piccolo. Ma per ora stiamo a Cinzia e Flavio. Anche perché per molti maschi non c’è scandalo nel loro gioco tra sesso e potere, ma solo esibizione di forza e se scandalo c’è viene delegata a parlarne una donna, come è accaduto, per fortuna nostra che così l’abbiamo saputo, quest’estate a Fare Futuro

Il massimo, invece, che il centro sinistra ammette passa dal gossip al “rovinare una vita per una manciata di spiccioli”..

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Con Flavio e Cinzia, torniamo nel marasma maschile.


di Clelia Mori
Cinzia e Flavio.
E’ l’ennesima storia di sesso e potere raccontata da una donna, rifiutata da un uomo del centrosinistra, nel sexigate della politica italiana, scoppiato dall’estate scorsa. Si sa. E chissà quante ce ne sono, e magari le conosciamo anche, con la storia d’amore e carriera di Cinzia, a destra e a sinistra. La punta dell’iceberg berlusconiana, era una sintesi personale e d’antan, di tutte le esasperazioni tra sesso è potere di cui sono capaci i politici italiani con le loro donne o i loro amori, ognuno nel loro grande-piccolo. Ma per ora stiamo a Cinzia e Flavio. Anche perché per molti maschi non c’è scandalo nel loro gioco tra sesso e potere, ma solo esibizione di forza e se scandalo c’è viene delegata a parlarne una donna, come è accaduto, per fortuna nostra che così l’abbiamo saputo, quest’estate a Fare Futuro
Il massimo, invece, che il centro sinistra ammette passa dal gossip al “rovinare una vita per una manciata di spiccioli”..
Ma sì c’è della stanchezza. Va ammesso. Soprattutto tra donne! Si fa fatica a parlare ancora. E come dice Letizia Paolozzi su Donnealtri.it: quasi quasi divento moralista. E’come non aver voglia di ripetere le stesse cose a furia di vedere le mastodontiche, generali orecchie da mercanti assunte per convenienza, non solo di partito e di potere, ma di sesso molto infelice, maschile. Per quello strano meccanismo che eccita gli insicuri politici italiani, rassicurati soltanto dal molto potere. Perdendosi comunque, confusi e inconsci dei loro desideri profondi, dentro ai clichè maschili che si sono fatti bastare. Anche se sono istruiti, anche se sono potenti. Ecco che allora, quando tocca dalla loro parte, tacciono. Tacevano anche quest’estate e ancora si dava la colpa alle donne che non parlavano. Non la si dava ai silenzi della politica, che poi è degli uomini e delle donne della politica, non essendo mai neutra o un’entità superiore, ma solo un’interpretazione deformata dalla visione machile. Si dava la responsabilità alle donne, mentre si taceva a destra come a sinistra, e, ora, è vero, tacciono anche le donne. E allora, anche se questa volta è più piccolo, aleggia ancora lo scandalo solo sui silenzi delle donne.
Ma i silenzi di ieri e di oggi, sono diversi. E anche quelli delle donne sono diversi tra loro e la pasta del loro silenzio è diversa da quelli degli uomini. Così come le parole delle donne sono diverse tra loro e sono comunque differenti, soprattutto in questi casi, quelle che usano le donne da quelle che usano gli uomini. Con una particolarità per quelle femminili: spesso molte donne usano parole e simbolico maschile, con una verniciata femminista, per stare dalla stessa parte degli uomini e accade a destra come a sinistra seppur con postazioni, stavo per dire sfumature, culturali opposte. Le donne lo fanno per  proteggersi individualmente assicurandosi una carriera, mentre gli uomini, tranne una “elitè” come quelli di Maschile Plurale, usano tutti lo stesso linguaggio sessuato di autodifesa.
E’ così che le donne, per non cambiare mai, come Il Gattopardo insegna, lasciano sole le altre donne, quelle non imitative che non verniciano i propri linguaggi emancipativi, paritari o conciliativi di esotica differenza, ma lo sono davvero differenti, e cercano la loro nostra differenza anche per tutte noi. Fino ad arrivare alla raffinatezza di incolparle di non parlare come nel dibattito estivo dell’Unità, con la giusta attuale distinzione di Ritanna Armeni che rivendica bisogno di parola in ogni caso partitico. Fino a pensare che non c’è nulla da dire sullo squallore –questa è la sensazione che mi è rimasta leggendo l’articolo di Miriam Mafai su Repubblica- femminile, tra sesso e potere maschile, perché le donne sono ancora e sempre vittime,  non essendo ancora nelle stanze dei bottoni. Dando addirittura addosso ad un uomo, Gad Lerner, che dal suo spazio pubblico, finalmente come maschio quasi isolato del quarto potere, si permette di dire che non ci sta alla pretesa che le donne non si ribellino se viene calpestata la loro dignità, dopo un amore o un uso del corpo finito.
Ma pare che la Donna come Vittima sia ancora la Sirena da usare quando si parla di donne e delle loro reazioni alle relazioni che vivono. Davvero un po’ di moralismo e un po’ di vittimismo, mi piacerebbe chiamarlo piagnisteo, può ancora portare le donne nella stanze dei bottoni? Meglio arrivarci portate dal vittimismo piuttosto che da un sano senso di sé, intendendo finita l’epoca del silenzio anche sulla dignità femminile calpestata, ma ritrovata?
Ma quanto male ancora siamo disposte a dover accettare per avere diritti e dignità a partire dalle donne? Siamo cristianamente sempre pronte a vedere, in misura maggiore, i difetti nei comportamenti femminili rispetto a quelli maschili mentre i loro, in qualche maniera, ci scandalizzano meno, anche se ne chiediamo le dimissioni. Quasi come le chiedessimo malvolentieri. Almeno sento dentro questa sensazione. Anche il nostro senso dello scandalo al femminile è diverso e non solo i silenzi, non solo le parole delle donne, che non sono tutte uguali neppure quando scandalizzano, perse, noi e loro quando non facciamo chiarezza, tra emancipazione parità e tutto il resto che inventiamo per stare nell’orbita maschile. Tendendo ad una colpevole massificazione che confonde il mondo delle donne e non aiuta quello maschile ad uscire dai marasmatici acquitrini in cui è infilato da sempre.
E non serve rallegrarsi se in Lazio vince comunque una donna scelta dagli uomini. E’ una simbologia spuntata se non si ha il coraggio di permettere la ribellione femminile pubblica al silenzio sulla propria dignità..
Miriam, per ribellarsi al silenzio bisogna non aver peccato

3.2.2010

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sabato 28 novembre 2009

Manifestazione contro la violenza maschile alle donne del 28 nov a Roma

di Clelia Mori

Chissà se la violenza è ancora neutra?
Donne di nuovo in piazza, oggi a Roma a dire il loro BASTA, per la Giornata Internazionale contro la Violenza Maschile, su di loro.Giorgio Napolitano ha parlato di un’emergenza mondiale ed ha fatto benissimo. C’è grande fermento da molti giorni in tutt’Italia intorno a questa data e non finirà qui. Finalmente sembra esserci una presa di coscienza nazionale sul tema. Era ora! Uno dei tetti di cristallo sembra quasi infranto.


Ma c’è qualcosa che non mi quadra, pur nella soddisfazione della capillarità della giornata.
Quasi dappertutto si parla giustamente della violenza alle donne e della sua insopportabilità. Ma se ne parla ancora troppo come se fosse una violenza neutra, che piove dal cielo. Quasi soprannaturale. Almeno io la sento così, quando i discorsi si fermano troppo alle vittime.
E la violenza neutra non è! Se lo fosse sarebbe praticamente inutile manifestare. Se lo fosse sarebbe un dato naturale indistruttibile. Se lo fosse sarebbe come i terremoti, a cui non puoi opporre nessun tipo di intelligenza, perché nascono fuori dalle intenzioni umane. Se lo fosse dovremmo accettarla così com’è.
Ma la violenza così, non lo è proprio. Lo sappiamo da sempre e le femministe in particolare. Ma gli altri e le altre non lo sanno con sicurezza profonda. Spesso pensiamo si possa anche non dire. Non tirarla fuori. Inquieta affrontare la sua non neutrità.
Invece ha un luogo e una paternità di nascita, quella sulle donne in particolare: maschile. Ed ha un silenzio sempre maschile nei partiti e nei cleri quando si tratta di guardare in faccia gli autori della violenza. Ancora oggi.
Un silenzio che nel 2006 si incrinò con il Manifesto di alcuni uomini, che raccolse più di un migliaio di firme, contro la violenza maschile alle donne che aveva un titolo molto significante”La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini”. Quegli uomini non violenti avevano smesso di fuggire da quel grumo che sta dentro ogni uomo e lo guardavano in faccia. Prendendo le distanze anche dagl’altri non violenti ma comunque silenziosi che non sanno affrontarsi tra loro, pubblicamente, per disconoscerla. Quegli stessi uomini rompevano nel 2006 un cerchio di omertà maschile. Un simbolico nuovo maschio, molto differente e importante per la libertà degli uomini dal grumo della violenza, iniziava a vedere la luce. Anzi, nel manifesto, chiedevano agli altri uomini di rifletterci sopra ognuno a partire da sé e il 21 novembre scorso, con la loro Associazione Maschile Plurale, hanno indetto una manifestazione contro gli uomini violenti con le donne. La prima indetta da soli uomini. Ma passata nel silenzio come cade ancora nel silenzio la paternità della violenza alle donne e il desiderio insopprimibile di libertà femminile.
E’la neutrità il dato eclatante da sgretolare che resiste ancora imperterrito in molti cuori maschili e femminili intorno a questa giornata e ai suoi fatti, nonostante si sia aggiunto l’aggettivo maschile alla parola violenza, quando se ne parla.
Ma questo aggettivo, come acqua sul vetro, scivola via dall’attenzione generale che oggi, nella maggior parte dei casi, si compiace nel vedere che riesce a parlarne. Penso a molti Consigli Comunali, Provinciali, Regionali o allo stesso Parlamento in cui magari lo si è fatto, ma non sapendo spesso andare un po’ oltre le donne vittime, come mi è stato riportato da una discussione avvenuta al Comune di Reggio Emilia il 25.









Non si riesce a fermare lo sguardo sugli autori delle violenze come compagni di viaggio. Ci si ferma sugli oggetti e non sui soggetti che compiono l’azione violenta. E si sprecano i compiangimenti e le richieste di attenzione e di finanziamenti, giusti e sempre inferiori al bisogno, per proteggere le donne vittime. Senza rendersi conto che i finanziamenti dovrebbero crescere a progressione geometrica se non si ferma lo sguardo su chi opera la violenza: gli uomini.
Persino quelli del centrodestra hanno fatto loro il tema, ma per usarlo a scopi quasi razzisti dimenticandosi della casalinghità globale della violenza alle donne, e le loro donne lo hanno accettato. O per cercare di continuare a negare, proprio in questi giorni, la pillola abortiva alle italiane, convinti che le donne con quella soffrano troppo poco. Sono molte le sfaccettature maschili alla violenza, anche in chi ci governa e che invece proprio perché governa dovrebbe proteggere da qualsiasi violenza tutti, anche le donne.
Invece nei discorsi generali e ufficiali sulla violenza alle donne, il sesso degli autori scompare, invisibile a sé e agli altri, come alle molte donne imitative di cui parla Galimberti.
C’è un errore delle donne sulla neutrità ancora attuale della violenza, che dovremmo guardare meglio come donne? Credo di sì. E’quello di sentire la violenza sull’altra non anche come sua. Ma solo della vittima. Solo così credo si possa accettare che non si scopra politicamente e clericalmente il sesso dell’autore. E’ su questo che forse dobbiamo lavorare per uscirne. E’ su questo che le donne devono ancora camminare sul terreno della loro identità laica.
Come forse hanno fatto gli uomini del manifesto 2006, dicendo che la violenza sulle donne li riguarda.
Se riguarda loro, riguarda anche le tante donne imitative se la violenza è ancora troppo neutra…
O sbaglio?
Buona manifestazione!


Clelia Mori

27.11.09

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giovedì 26 novembre 2009

Manifestazione di Maschile Plurale a Roma sabato 21 novembre 2009

di Clelia Mori

Silenzio. Lo stesso silenzio che sperimentiamo come donne e come cittadine all’interno di un sistema di potere, di informazione/disinformazione nel quale vorremo esistere tra riflessioni e dialogo, ha aleggiato e aleggia intorno alla manifestazione maschile avvenuta sabato 21 a Roma. E mi chiedo il perché.


Ho cercato, con abbastanza cura in rete, segnali femminile sperandoli persino positivi sulla manifestazione voluta dagli uomini dell’Associazione Maschile Plurale contro la violenza maschile alle donne -la prima indetta da maschi contro i maschi violenti con le donne- e non li ho trovati. C’è un articolo, il solo che ho trovato, su Il paese delle Donne, tra il risentito e il contento, di Paola Zaretti e un altro di Marina Pivetta, sempre sul sito.
Non capisco come mai non notiamo un nuovo che ci accade intorno? E mi chiedo che succede o se invece sono io che mi illudo facilmente, ponendomi delle aspettative irreali? O se abbiamo paura? Sono appena tornata dall’ospedale e non sono potuta andare. Ma da quando ho saputo di questa manifestazione da Stefano Ciccone, a Roma all’assemblea indetta da Ida Dominijanni e altre, ho continuato a chiedermi come avrei potuto andare e come sarei riuscita a farcela. Perché volevo esserci ad una manifestazione che auspicavo già al ritorno da quella ormai famosa, a Roma del 2007, contro la violenza maschile alle donne. Quella che ha fatto discutere per il tentativo del potere partitico femminile di attribuirsi i vantaggi del suo successo ma anche quella che ha rifiutato ancora, allora, la partecipazione di quegli uomini che condividevano il no delle donne sugli uomini violenti.
Mi ricordo che in corriera con un’amica ci dicevamo, incredule che potesse accadere, che la prossima manifestazione l’avrebbero dovuto indire gli uomini per segnare il cambio di passo su di un tema che aveva come soggetto gli uomini e come oggetto le donne e che se gli uomini non ne prendevano coscienza non ci si schiodava dalla situazione, come donne. Perché il problema era loro. L’ho anche scritto questo nostro desiderio e da qualche parte, penso al sito Dea Donnealtri, si trova. Così come si trova anche l’idea che tra di loro, nell’associazione Maschile Plurale, proprio quella mattina del 2007 incontrandosi per capire che fare a proposito della loro esclusione dalla manifestazione, ne avevano parlato.
E’ vero, non è che in questi due anni ci siano state tante voci che lo desideravano e lo esprimevano. Ma pensavo che, se ci sono uomini che rompono il cerchio di omertà maschile e finalmente non temono di esporsi pubblicamente nei confronti del loro stesso gruppo di maschi, potessero avere, da parte nostra, una qualche considerazione maggiore su di un iniziale cambio di passo simbolico che ci riguardava da vicino.
Se penso poi all’estate bollente dei nostri politici di destra e di sinistra e al “disordine” che hanno espresso sulla confusione maschile tra sesso potere soldi relazione col femminile –produzione riproduzione- mi pareva proprio che ora questa distinzione tra maschi cadesse a fagiolo e che finalmente aprisse sul maschile quella contraddizione che gli uomini in genere e non solo quelli della politica fanno fatica ad esprimere. Quando si fanno bastare il pensiero che loro sono diversi dai signori Berlusconi e Marrazzo e non hanno bisogno di dirlo pubblicamente e non dicendolo continuano a proteggere quell’omertà silenziosa tra uomini che garantisce la continuità del loro modello sociale, anche se di crisi perenne.
Se non si riesce a cogliere il nuovo di questo fare che parte proprio dal dato maschile più eclatante, l’esercizio della violenza, nella relazione col femminile, non so proprio come potremo relazionarci, ognuno ognuna a partire da sé, sul resto delle profonde contraddizioni che il patriarcato maschile, ancorché in crisi o finito, ha imposto alla società e a noi donne.
Come potremo valutare o strutturare una comunicazione sul resto delle tematiche che ci interessano se non mettiamo in discussione con loro il modello di base da cui i più prendono le mosse per definirsi e definirci? Penso al legame tra lavoro e vita che come donne vorremmo cambiare e al doppio sì nostro su lavoro e maternità e a come faremo a modificarlo se non cogliamo i cambiamenti anche minimi che accadono sull’altro versante del nostro vivere.
Paolozzi e Leiss hanno scritto in “La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica” che le donne sono cambiate e gli uomini dovranno farlo. Ma come faremo ad accorgerci dei cambiamenti che avvengono tra gli uomini, se ce ne disinteressiamo? Tra l’altro il femminismo ci ha abituate a leggere tra le pieghe del quotidiano i cambiamenti anche minuscoli delle donne che la società dei media nasconde o non riconosce e all’improvviso perdiamo quest’abitudine alla lettura della realtà se a fare minimi cambiamenti sono gli uomini? O siamo invece convinte che ce la faremo anche se gli uomini non cambiano? Ma non possiamo cambiare noi sole e gli uomini stare fermi. Vorrebbe dire che loro vanno già bene così e noi sappiamo che non è vero, ma non solo perché lo diciamo noi che siamo cambiate, lo dice la crisi del mondo che loro hanno immaginato per tutti/e.
Certo una rondine non fa primavera e molto abbiamo sopportato nei secoli e nei millenni dal potere maschile. Ma questo non ci esime dal non vedere quel che accade. A meno che non ci muoviamo come hanno fatto loro col femminismo e anche noi scegliamo di non vedere. Ma perchè? Noi, siamo così? Non lo credo a meno che non vogliamo restare legate alla condizione di vittime che la violenza maschile ci impone senza cogliere i profondi cambiamenti che noi stesse abbiamo messo in atto.
No. Noi non siamo come gli uomini della politica o come le donne “imitative”anche se la paura di illuderci può farcelo fare: di non vedere. Ma non ce lo possiamo permettere. C’è troppo disordine sotto al sole per poterci concedere questo inutile lusso.
Mi pare di sentirci ripetere che è talmente tanto tempo che gli uomini non si muovono che non è il caso di stare a preoccuparci perché hanno indetto per una volta una manifestazione contro la violenza maschile alle donne…
Ho sperimentato da molto tempo questa sordità maschile alla voce dissonante e critica delle donne in politica e ho visto la distruzione a diffusione geometrica che sono riusciti ad attuare con questa innaturale sordità, più pericolosa perchè voluta. Non credo che come donne possiamo anche involontariamente percorrere le loro stesse strade.
Parliamo, parliamone di quello che accade. Come abbiamo sempre fatto. Indipendentemente da chi lo fa accadere e dai nostri rancori.
Il silenzio non rafforza i poteri, quello dei maschi sul loro presunto potere lo sta distruggendo…

Clelia Mori

23.11.09

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domenica 22 novembre 2009

LETTERA DI MASCHILEPLURALE ALLE DONNE IN OCCASIONE DEL 25 NOVEMBRE


Care amiche e compagne,

in questi giorni si sono susseguite notizie sulle manifestazioni e iniziative di novembre contro la violenza di genere e contro la cultura in cui questa violenza nasce e cresce. Non possiamo che essere felici di questo moltiplicarsi di iniziative che, ci pare, non sono in contraddizione con la necessità di un lavoro più profondo e quotidiano ma ne sono l’esito.

Per la nostra esperienza di uomini sappiamo che la visibilità sociale di parole diverse dalla norma imposta sono una risorsa anche per il percorso personale di ognuno e ognuna di noi.
L’associazione maschile plurale e la rete nazionale di gruppi di uomini impegnati non solo contro la violenza ma per la costruzione di una critica dei modelli dominanti di “virilità” hanno deciso di proporre un’iniziativa nazionale a Roma. Vi scriviamo per spiegarvi il senso della nostra iniziativa e per riflettere insieme sulle forme di relazione che possiamo costruire tra i nostri percorsi per nella loro disparità di dimensione e visibilità.

Abbiamo deciso, come uomini, che fosse ormai necessario assumerci la responsabilità e al tempo stesso la libertà di prendere un’iniziativa in autonomia che non si limitasse alla firma di un appello ma che vedesse la costruzione di uno spazio collettivo, di una pratica visibile che mettesse in gioco i corpi, che costruisse relazioni nuove.

Negli anni scorsi c’è stata spesso una discussione sull’opportunità di una presenza degli uomini alle mobilitazioni delle donne. Non vogliamo entrare nel merito di questa discussione né liquidarla condividendo la sua complessità. Diciamo solo che vogliamo evitare che focalizzi le nostre energie e la nostra attenzione.

Anche per questo abbiamo deciso di offrire e proporre agli uomini che vogliano esprimere il loro desiderio di cambiamento uno spazio e un percorso autonomo proponendo un’iniziativa costruita e pensata da noi ma, ovviamente, aperta alle donne e a tutte le soggettività impegnate nella critica alle forme dominanti di costruzione delle identità di genere e relazioni gerarchiche tra i sessi. Vorremmo che la preparazione della giornata del 21 novembre a Roma fosse occasione per un percorso di confronto, con la molteplicità delle esperienze del femminismo italiano e del movimento lgbt. Vi chiediamo di costruire insieme sia la presenza e la comunicazione nella piazza che l’organizzazione di incontri preparatori nelle città.

Il nostro impegno, la nostra pratica non sono per noi un mero gesto di solidarietà o di assunzione di responsabilità. Non crediamo di tratti di “questioni di donne”. Al centro, per noi c’è una questione maschile su cui è necessaria una parola e una pratica maschile pubbliche.

La nostra presenza in Piazza Farnese il 21 novembre prevede non un comizio o un corteo ma uno spazio circolare e orizzontale dove proporre interventi individuali, letture di brani, contributi musicali. Dove raccontare esperienze e affrontare temi su cui, come rete di gruppi maschili e come associazione maschile plurale stiamo lavorando: dalla progettazione di attività didattiche nelle scuole alla riflessione sulla prostituzione e la tratta, dal lavoro concreto contro la violenza fatto nelle città alla riflessione sul nesso tra sessualità, potere e denaro nelle relazioni tra donne e uomini.

Ogni gruppo sarà inoltre presente il 25 novembre distribuendo nella propria città un messaggio “da uomo a uomo” nelle strade e contribuirà alle tante iniziative promosse da centri antiviolenza, associazioni e collettivi.

Saremo felici di poter costruire con voi un percorso condiviso di confronto e comunicazione che possa anche prevedere, nelle giornate del 28 e del 21 novembre, forme concrete di relazione tra le nostre iniziative.

Maschileplurale

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giovedì 19 novembre 2009

14 Novembre '09 - Fototeca e ringraziamenti!


Siamo molto content* dell'incontro di sabato, c'è stato dibattito vero. Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, soliti ad incontri, ci hanno detto che era la prima volta in assoluto che partecipavano ad un incontro così organizzato e partecipato. Gli stimoli dati dalle letture hanno dato la possibilità , anche a chi il libro non l'aveva letto, di condividerlo, e poi l'argomento è certamente molto sentito.
Per questo vogliamo ringraziare veramente tutti i presenti.
Anticipiamo a grandi linee il prossimo tema che sarà sul lavoro di uomini e donne, partendo dal manifesto "Immagina che il lavoro" pubblicato da Sottosopra, ci saranno naturalmente altri interventi ancora da definire.

f.to: 6donna (Luisa Ferrari, Carmen Marini, Carla Colzi, Clelia Mori, Tina Romano e Manuela Pecorari), Reggio Fahrenheit e Nondasola.

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Due video sull'evento del 14.11 scorso: le donne sono cambiate





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mercoledì 28 ottobre 2009

La questione è maschile

di Ida Dominijanni, da Il Manifesto on line

Dopo l'accoppiata Berlusconi - Marrazzo, e fatte salve le dovute differenze, è ormai evidente che il problema del rapporto fra sesso (mercificato) e potere non riguarda solo il presidente del consiglio e non tocca solo la destra: riguarda, l'abbiamo già scritto domenica, un nodo che stringe identità maschile e crisi della politica e che è bene cominciare a nominare come tale, se sullo stato in cui versa la politica vogliamo provare a uscire da un recitativo ormai usurato che non sembra portare da nessuna parte. «La questione è maschile», aveva scritto in tempi non sospetti Lia Cigarini su Via Dogana, interpretando la crisi della politica nella chiave di una mancata risposta maschile al terremoto innescato negli anni Settanta dalla separazione femminista. Nella stessa chiave ragionano Alberto Leiss e Letizia Paolozzi nel loro ultimo libro «La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica» (Il Saggiatore), che mette il mutamento dei rapporti fra i sessi al centro dell'indagine sulla crisi non solo della politica ma di tutte le principali agenzie che sovrintendono all'ordine socio-simbolico: la famiglia, il mondo del lavoro, la Chiesa, l'informazione, la scuola e l'università.
La tesi è che lo scossone impresso dalla rivoluzione femminista dal '68 in poi, in Occidente e ovunque nel mondo, ha destabilizzato il patriarcato e l'autorità maschile, senza che gli uomini abbiano elaborato una presa di coscienza e un cambiamento di sé all'altezza della presa di coscienza e del cambiamento femminile. Tesi raddoppiata da un'altra constatazione, che ovunque in Occidente il discorso democratico tenta con ogni mezzo di cancellare la stagione del Sessantotto, che della crisi della democrazia a ben vedere è uno dei fattori scatenanti, e cancella in particolare il fatto che la stagione del Sessantotto è «tagliata» dalla separazione femminile, dal farsi due di quella rivolta antiautoritaria in cui le donne presero a un certo punto la loro strada contestando non più solo i padri ma anche i fratelli: una separazione che da allora in poi, in Italia e non solo in Italia, non ha mai cessato di riprodursi (ad esempio nei momenti più caldi della storia del Pci, svolta compresa, e nei movimenti antagonisti).
La carrellata sul quarantennio passato in cui Leiss e Paolozzi - che su questi temi lavorano assieme da anni, sul sito www.donnealtri.it - ci guidano partendo dall'oggi e procedendo a ritroso era quella che ci voleva per dare a questa cornice interpretativa la materia e il sostegno della ricostruzione di fatti, dati, statistiche, percorsi legislativi, spostamenti del senso comune e dell'immaginario. Così per quanto riguarda la trasformazione della famiglia, dallo «storico» rifiuto del matrimonio riparatore di Franca Viola nel 1965 ai «nuovi padri» alle prese con l'affido condiviso di oggi. Così sulla violenza sessuale, un reato che non cessa di ripetersi e che non si sa più se interpretare «in termini di continuità, come il permanere di un'antica abitudine maschile, o in termini di novità, come una risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi». Così nel campo della bioetica, dove i conflitti fra laici e cattolici e fra scienza e religione sottintendono sempre una prestesa di controllo sul corpo femminile, ma sono anche sintomo di un'ansia maschile per la perdita del controllo sulla paternità e sul patronimico. Così nel mondo del lavoro, radicalmente trasformato dall'ingresso massiccio delle donne e da una qualità della loro presenza che sovverte lo schema, purtroppo persistente nel discorso della sinistra, del genere per definizione più oppresso e sfruttato. Così nella Chiesa, l'istituzione che forse più di tutte ha accusato il colpo inferto dalla soggettività femminile all'agenda etica, e che forse per questo più di tutte si para dietro continue riaffermazioni di ortodossia. Così nell'informazione, che nella sua grandissima parte, tuttora gestita da uomini, non riesce ad aprire occhi e orecchie al mutamento delle donne e continua a rappresentarle in base a due stereotipi, «o come vittime o come spregiudicate». Così, infine, nella politica, dove le ultime candidature femminili ai massimi vertici del governo negli Usa, in Francia, in Germania hanno messo in scena altrettanti percorsi sintomatici della difficoltà delle donne di rapportarsi al potere da una parte, e della paura degli uomini di perderlo dall'altra.
«La paura degli uomini» è, in tutti questi casi e in tutto il libro, un'espressione ambivalente: denota la paura che gli uomini tuttora incutono alle donne quando adottano il codice della violenza (sessuale, bellica, discorsiva), ma anche la paura che gli uomini provano per le donne e per un mondo messo sottosopra dalla rivoluzione delle donne. C'è nei due autori, per questo secondo tipo di paura, comprensione ma non indulgenza, né compiacenza: «Nelle società democratiche contemporanee, ci accorgiamo di un venir meno generalizzato dell'autorità maschile. Da qui la moltiplicazione di prese di posizione prometeiche, incapaci di nominare le sconfitte, di risposte dure, aggressive, che in realtà celano una profonda debolezza e grande fragilità». Ma se questa debolezza è vera, è vero anche che «è un linguaggio confuso quello che ascoltiamo in molti attori della politica, dell'informazione, della cultura e della religione, incapace di riconoscere il rapporto fra desideri, diritti, doveri», e che sono tante «le reazioni scomposte e inadeguate rispetto ai mutamenti prodotti dalla libertà femminile». Insomma, se «le donne sono cambiate, gli uomini dovranno cambiare», e di questo cambiamento non si vede per ora una sufficiente consapevolezza, o una consapevolezza che sia in grado di farsi discorso pubblico - anche se, Paolozzi e Leiss lo sottolineano, cominciano a sentirsi da parte maschile - ad esempio nelle ultime campagne sull'aborto e la procreazione assistita, ma anche sul più recente Berlusconi-gate - toni, accenti, autoesposizioni, stili di discorso che ancora fino a pochi anni fa erano sepolti sotto il diktat della razionalità e dell'oggettività.
E le donne? Per le donne, quello che è avvenuto è che «la differenza non è più un ostacolo, ma un vantaggio». Ma neanche loro possono stare semplicemente lì a goderselo: esso comporta anche una nuova forma di responsabilità politica. Non piace a Leiss e Paolozzi l'ipotesi che da parte femminile possa prevalere «una sostanziale estraneità ai destini della democrazia». Viceversa: «Noi pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica, a ogni livello e in ogni contesto, con la consapevolezza di questo passaggio tanto delicato. Praticando una relazione e un conflitto fra i sessi che non è eliminabile ma che può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro inedito».

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venerdì 9 ottobre 2009

Due cose che sciolgono il cerone

di Ida Dominijanni, da Il Manifesto on line

Concitato, ecco, Berlusconi era solo un po’ concitato, dice il fido Bonaiuti, e quando uno è concitato «può succedere»... Può succedere che gli scappi una battuta più sessista che razzista o più razzista che sessista, scegliete voi. Ma può anche succedere, a Berlusconi succede sempre più spesso, che la concitazione gli strappi dalla faccia la maschera di cerone con cui di solito si ingessa in tv, e che improvvisamente ci appaia com’è in natura: un poveraccio circondato da poveracci, uno che non sa più che fare di se stesso e che come tutti quelli che non sanno che fare di se stessi se la prende con la prima donna che gli capita a tiro. «Vedo che c’è la signora Bindi, che è sempre più bella che intelligente». Bell’autogoal, complimenti.

Raddoppiato dal compagno di merenda di turno, l’ingegner Castelli nonché - absit iniuria verbis - ex guardasigilli: «Ma perché parli sempre, zitella petulante?». Complimenti raddoppiati. Giacché si diverte a portare in tribunale salvo se stesso chiunque e qualsiasi cosa, domande impertinenti comprese, il premier potrebbe querelare la tv e la sua adorata Porta a porta per alto tradimento. L’immagine non mente, e lo schermo assegna nettamente il vantaggio a Bindi. Per quello che dice, «Presidente, io sono una donna che non è a sua disposizione, e che dice la verità», e per come lo dice, a testa alta, sguardo piantato nella telecamera e concitazione zero. L’immagine non mente anche sugli astanti, uomini: tutti zitti stecchiti, dal padrone di casa agli ospiti. E poi dicono che su Berlusconi c’è «il silenzio delle donne».
Per l’occasione peraltro ritrovano la lingua anche molte colleghe della vicepresidente della Camera che in questi mesi l’avevano perduta o balbettavano, e perfino molti colleghi, gli stessi che finora hanno parlato solo per dire che la faccenda dei rapporti di Berlusconi con le donne è una sua faccenda privata poco seria in cui la politica, che invece è una cosa seria, non deve mettere il dito. Rosi Bindi, che invece è una che sulla faccenda ha parlato e con nettezza fin da subito, da donna e da cattolica, merita beninteso questo e altro, infatti siamo tutte pronte a sostenere con lei quella tranquilla sfida - «la vedremo» - con cui ha chiuso il suo duello col premier. Ma è lecito chiedersi se anche sulla dignità delle donne valgano, in casa Pd, due pesi e due misure? La dignità delle donne vale doppio nel caso che la donna in questione sia una parlamentare, e vale la metà nel caso di mogli (Veronica), giornaliste (variamente aggredite dal premier qua e là), per non dire delle escort (minacciate di essere spedite in galera per 18 anni)? Misteri di classe e di ceto (politico). Incassiamo comunque questo risveglio. Meglio ancora, il ceffone di rimando di Livia Turco al premier: «Le donne pensano, sanno valutare e presto lo manderanno a casa». Lo sa anche il premier, che sono le donne che lo stanno mandando a casa. Da sua moglie a Rosi Bindi, una vera persecuzione, altro che i giudici. «Sono una donna che non è a sua disposizione» e «dico la verità» sono precisamente le due cose che Berlusconi e quelli come lui da una donna non possono sopportare: gli si rompe lo specchio in cui ricompongono a fatica un sé inesistente. E’ per questo, Bonaiuti, che il premier è ormai da mesi perennemente concitato?

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Sesso e politica nel post-patriacato - 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma

Maria luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa

Sesso e politica nel post-patriacato
Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, ci parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione – non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.


Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.
La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopopatriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant'anni di femminismo.
Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile
plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei
desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell'immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.
Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.
Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al “gradimento degli italiani” pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il “gradimento” legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime “della maggioranza”.
Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro “privato dell’alcova”. Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al “moralismo dei parrucconi”. E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un'autocritica ruvida delle connivenze culturali dell'opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in Parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.
Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché “il modello dominante” fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.
La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all'occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell'indignazione?
Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma
Maria luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa

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giovedì 1 ottobre 2009

Manifestazione del 3 ottobre

Clelia Mori, Carla Colzi, Luisa Ferrari, Carmen Marini, Manuela Pecorari, Tina Romano
Per una libertà che finalmente si è illuminata, quella di stampa anche se lì tanto spazio le parole di donna non lo trovano, un’altra sembra non riuscire ad emergere dal cono d’ombra e arrivare al dibattito politico pubblico.
L’origine della manifestazione sulla libertà di stampa di sabato 3, promossa dalla Federazione nazionale della stampa, è legata a parole e azioni di donne che si sono “ribellate”alla relazione brutalmente mercificata di scambio tra sesso, politica e potere del signor B.
Non è nata da un lavoro e da una reazione dell’opposizione su questi temi e fatti. Si tende a nascondere, nel dibattito politico a destra, come a sinistra, il segno della differenza sessuale.
Nonostante le critiche di molte donne, di uomini, della stampa internazionale e libera, il signor B. non ha cambiato atteggiamento nè ha detto la verità.


Le modalità con cui ha salutato in qualità di Rappresentante dell’Italia Michelle Obama, first lady americana, lo confermano: sguardo basso da sciupafemmine e commenti fatti a posteriori, legati al colore della pelle ( una battuta, quella sull’abbronzatura che deve piacergli molto!).
I temi perciò arrivano alla stampa depurati della loro differenza di sesso, come usciti da un vuoto o dal cappello di un prestigiatore. I fatti sembrano subire la medesima censura del pensiero e del corpo femminile.
Si può persino dichiarare interrotto il femminismo o chiederne uno nuovo come fa Veronesi, l’oncologo, che bontà sua vorrebbe dirci cosa dobbiamo fare, si possono incolpare le donne di silenzio, di non scendere in piazza ecc., ma non si chiede mai agli uomini o gli uomini nella stragrande maggioranza, non propongono mai di prendere le distanze dal modello maschile che propone il signor B. Si scende in piazza per difendere la libertà di stampa, non per rigettare un comportamento maschilista e violento.
Se un padre uccide una figlia, per difendere la “morale”, si levano alte grida, certamente giuste e le leviamo anche noi, ma vorremmo che qualcuno interrogasse maggiormente la propria coscienza.
Meno che mai leggiamo della difficoltà maschile nel riconoscere le responsabilità peculiari nell’attuale crisi del pensiero politico e sociale. Basti pensare a come è stato separato il tema della sicurezza da quello più diffuso e specifico della violenza maschile sulle donne in casa e fuori.
Si parla di ronde, di ordine pubblico, di lega e razzismo senza legare tali temi, alla urgente necessità di un cambio di passo, nel pubblico e nel privato del rapporto uomo donna.
Ci chiediamo cosa avrebbe fatto l’opposizione sui giochi di scambio sessuale, sulla perdita di dignità e di libertà delle Donne e della Politica se il signor B. non avesse querelato Repubblica e L’Unità?
In occasione della manifestazione di sabato chiediamo alla stampa un’attenzione più reale al significato della parola libertà che ne comprende molte, ma che inizia da quella delle donne.
La libertà e la democrazia come dice Luce Irigaray comincia da due e in molte democrazie, a cominciare dalla nostra, questo non è ancora vero.

Clelia Mori
Carla Colzi
Luisa Ferrari
Carmen Marini
Manuela Pecorari
Tina Romano

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