di Luigi De Magistris , da l'Unità on line
Le indagini della magistratura evidenziano l’esistenza di un sistema illegale nella gestione del denaro pubblico con il coinvolgimento anche del capo della Protezione civile. Lo stesso a cui il Governo stava per concedere l’impunità giudiziaria nell’ambito della privatizzazione del Dipartimento, che doveva diventare una SPA per consentire ai signori della cricca di avere le mani ancor più libere ed i portafogli ancora più gonfi.
sabato 10 luglio 2010
Dissenso e incriccati
venerdì 18 giugno 2010
16 Giugno 2010 Manifestazione L'Aquila
16 Giugno 2010 Manifestazione - in 20.000 a L'Aquila, ma nessuno ne ha parlato!
domenica 14 febbraio 2010
Il memoriale di Renato Soru: i lavori, gli appalti, le pressioni
da L'Unità on line:
Il memoriale di Renato Soru: i lavori, gli appalti, le pressioni
Ottobre 2007. Il Decreto Prodi che ha avviato il progetto prevede la collaborazione di due enti responsabili: il Comitato di indirizzo (presieduto dal Presidente della Regione) e l'ente attuatore che ha la mera responsabilità amministrativa e tecnica e che dà alla Presidenza del Consiglio la garanzia del rispetto della necessaria segretezza e dei tempi. Il decreto prevede inoltre l'assicurazione di una quota di lavori alle imprese sarde. Si inizia bene, in un clima di fiducia e collaborazione tra Regione e Protezione civile, coinvolgendo l'amministrazione comunale e gli altri organismi interessati.
domenica 31 gennaio 2010
Protezione civile modello Scelba
Protezione civile modello Scelba
mercoledì 16 settembre 2009
lunedì 14 settembre 2009
Lettera dall’Aquila al Presidente della Repubblica
a cura del blog dei giovani aquilani 3e32: http://www.3e32.com/
le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l’hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, “fiducia e gente sorridente” che “crede molto nelle istituzioni”.
Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.
E’ vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l’inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po’ più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno.
Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.
Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E’ poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.
Ma sulla strada che dall’Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E’ il Piano C.A.S.E. voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell’istituzione Governo, convertito in legge dall’istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell’istituzione Regione Abruzzo e con l’avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell’Aquila. E questa è tutta un’altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.
Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.
Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C.A.S.E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel’hanno detto?
Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C.A.S.E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo – la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell’aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L’Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi – pare – messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.
Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all’indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli avvenire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l’antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.
Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c’è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare.
Bisogna costruire le nuove C.A.S.E. 24 ore al giorno, spendendo tutti i soldi che ci sono davvero – 710 mil. di euro – e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l’inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?
Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po’, a L’Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambia e subito.
Tutto questo l’abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?
Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n’è più. La supponenza, l’arroganza, l’ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l’incapacità e l’inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.
Lunedì 7 settembre 2009
Comitato Rete-Aq
Fai girare e spedisci ANCHE TU la lettera al Presidente!> Vai nella pagina del sito del Quirinale:https://servizi.quirinale.it/webmail/missiva.asp?msg=1&t=9%2F7%2F2009+8%3A06%3A29+PM> inserisci i tuoi dati> copia e incolla il testo della lettera (anche solo la prima parte dato che tutta non c’entra)> invia
sabato 5 settembre 2009
SPOSTARE CHI, DOVE, QUANDO, PERCHE? COME…
Se lo stanno chiedendo in queste ore centinaia di persone nella trendopoli di piazza d’armi. Ieri è stata data comunicazione dell’imminente smantellamento del campo. Domani ci sarà il grosso delle partenze. Destinazione: la caserma della guardia di Finanza, la caserma pasquali, gli hotel dell’Aquila ma anche quelli marsicani e del teramano.
I criteri di destinazione degli sfollati sono in base alla produttività. GLi anziani, la fascia più debole della popolazione, dovranno insomma andare via. Sta notte è l’ultima. Così, all’improvviso…
Lo sapevano tutti dall’inizio di questa settimana: protezione, civile, operatori di vario genere, giornalisti. Tranne loro i residenti delle tende che ora si trovano in fretta e furia a fare i bagagli senza aver avuto neanche il tempo di pensare ad un’altra possibile destinazione dove andare, fuori da quelle previste dalla protezione civile.
Un equipe composta da due membri della protezione civile (uno della nazionale, l’altro dell’Emilia Romagna che gestisce il campo) uno psicologo e due poliziotti (e altri quattro a fare la guardia attorno) sono passati tenda per tenda da ieri pomeriggio e per tutta oggi a comunicare il trasferimento. Massiccia la presenza all’interno del campo di polizia intensificata appositamente per questo.
Le destinazioni sono temporanee dicono gli operatori senza specificare quanto. Il governo deve annunciare lo smantellamento delle tendopoli e lo sta facendo. Ma se ora gli sfollati possono alloggiare nelle caserme e negli alberghi perchè non potevano farlo prima? Si sarebberpo risparmiati a bambini e anziani 5 mesi di tenda e bagni chimici.
Temporanee quanto? Se questa condizione durasse a lungo allora i trasferiti di piazza d’armi avrebbero diritto di essere portati in case vere come promesso loro da Aprile.
Perchè la comunicazione è avvenuta in modo così tempestivo?
Qualsivoglia siano i processi che hanno portato a questa situazione, le conseguenze di questo modo di agire sono, nelle parole di molti abitanti della tendopoli, “un secondo terremoto”: una signora che rimarra’ all’Aquila, in un edificio di sei piani in cui non vuole entrare perche’ ha ancora paura di stare sotto un tetto che potrebbe cascarle sulla testa, mentre sua madre anziana andra’ a Tagliacozzo. I risultati di lunghi mesi di difficilissimo lavoro tra psicologi e bambini messo in pericolo da una fine cosi’ inaspettata; la paura che l’essere rimasti all’Aquila, per rimanere nella propria citta’ e magari prendere parte alla ricostruzione, sia stata del tutto inutile perche’ forse domani ti portano sulla costa, o di qua, o di la…”bhe, a te dove ti mandano?” si stanno chiedendo l’un l’altro gli abitanti di Piazza d’Armi che dopo essersi a fatica e tra mille difficolta’ ricostruiti un minimo di normalita’, si ritrovano praticamente nella stessa situazione in cui si trovavano la mattina del 6 Aprile. Nell’incertezza piu’ assoluta, spaventati e sempre e comunque privi di alcun potere decisionale sul loro destino, che rimane saldamente nelle “loro mani”, quelle della Protezione Civile.
Che le tendopoli dovessero chiudere e’ un fatto e anche un bene, di cui moltissimi a piazza d’Armi sono felicissimi. Ma chiudere le tendopoli in se’ per se’ non vuol dire nulla, se non ci sono case in cui si puo’ e si vuole andare. Difronte ad un preavviso di 48 ore sorge il dubbio che ci siano altri meccanismi all’opera. Meccanismi in cui le vite degli Aquilani sono solo un qualcosa da spostare qua è là, seguendo ordini che vengono dall’alto, e senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. In ogni caso attuabili portandosi dietro polizia, carabinieri e guardia di finanza, nel caso qualcosa vada storto…
domenica 9 agosto 2009
I moduli, i dubbi ed il call center
da Repubblica TV online
di Alberto Puliafito
prodotto da Fulvio Nebbia
e Alberto Puliafito iK Produzioni
venerdì 31 luglio 2009
IL Terremoto ci ha trasformato nel Cile…lo sapevi?
dal blog 3.32 il post di oggi 31.7.09 (ed il video qui sopra, ripreso da Youdem.tv):
Ieri ennesima giornata di mobilitazione degli attivisti e delle attiviste dei comitati cittadini. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi doveva recarsi a Cese di Preturo per innaugurare da un balcone intonacato, uno dei siti del progetto c.a.s.e. Ad aspettarlo con uno striscione che recitava “dopo quattro mesi ancora nelle tende. E’ questo il vostro miracolo”, cittadini e comitati.
Così il cavalliere è dovuto andare invece a Bazzano su un tetto in cemento armato, dove ha issato la bandiera della Protezione Civile, oltre che il tricolore. Lontano dalla gente, lontano da tutti, con Guido Bertolaso e l’ideatore del progetto Case, il professor Calvi.
Nel pomeriggio Berlusconi ha tenuto una conferenza stampa presso la caserma della guardia di Finanza. Delle attiviste e degli attivisti coraggiosi l’hanno seguito anche li, dove non si doveva. E’ apparso chiaro a tutt* quelli che provavano a manifestare il loro dissenso che ora è il momento della repressione: Dove passa il premier la strada deve essere pulita. Siamo stati schedati immediatamente uno ad uno, non ci è stato permesso pur essendo una ventina di metterci davanti l’ingresso della caserma, e ci è stato strappato da parte di un alterato poliziotto della digos lo strisicone mentre passavano le auto presidenziali scortate.
giovedì 23 luglio 2009
Il sindaco Cialente: «Tassati e umiliati»
«È un’ingiustizia palese, una grande umiliazione che la mia gente non meritava». Lo dice con un filo di voce Massimo Cialente, eppure non è certo tipo incline al facile imbarazzo. Epperò è difficile davvero per lui, sindaco de L’Aquila, come per tutti i primi cittadini dei comuni terremotati, «dover spiegare agli italiani che davvero non ce la faremo a restituire le tasse non pagate in questi nove mesi, a partire da gennaio prossimo». Una norma, questa, contenuta nel decreto anticrisi che verrà approvato martedì alla Camera con il voto di fiducia, che sta creando non poche tensioni interne al Pdl. Con Tremonti e la Lega che non retrocedono di un millimetro, mentre l’abruzzese Gianni Letta tenta di opporsi trascinandosi dietro lo stesso Berlusconi. Al governatore della Regione Gianni Chiodi il ruolo peggiore, quello di raccontare la storia che in ottobre un’ordinanza del presidente del Consiglio correggerà poi l’"errore" contenuto nella legge. Stessa favola del decreto Abruzzo e delle successive correzioni di Bertolaso: non ci crede più nessuno.
E allora, Cialente, cosa avete deciso mercoledì scorso nell’assemblea di tutti i sindaci del cratere?
Riconsegneremo – tutti, di destra e di sinistra – la nostra fascia tricolore, quella ufficiale, al Presidente Giorgio Napolitano. Non si tratta di dimissioni: è un gesto simbolico per rendere evidente la nostra protesta. Le riprenderemo quando l’Italia avrà capito in quale situazione siamo.
Chiederete udienza al capo dello Stato?
Non ora. Non posso certo chiedere al Presidente della Repubblica di riceverci mentre il decreto è in iter tra Camera e Senato.
Allora, una manifestazione?
Non certo sotto il Quirinale, che è il tempio dell’Italia, un luogo sacro. E noi abruzzesi abbiamo dimostrato non solo grande dignità ma anche di saperci comportare da bravi italiani, da cittadini responsabili. La popolazione e la classe politica locale avrebbe potuto agire diversamente anche durante il G8, perché già allora sapevamo del decreto, e avremmo avuto un’occasione di visibilità irripetibile. Invece abbiamo contribuito al buon andamento del vertice accogliendo l'appello del presidente Napolitano. E ora mi sento accusare dal capogruppo regionale del Pdl Giuliante di «fare la sceneggiata». È un’ingiustizia palese: sono arrabbiato e umiliato.
Dal Pdl spiegano che chi ha guadagnato poco in questi mesi pagherà poche tasse...
È una presa in giro perché dall’anno prossimo ricominceremo a pagare tutte le imposte, perfino i mutui e l’Ici delle case crollate. E in più dovremo restituire in 24 rate 1,5 miliardi di euro: le tasse sospese dal 6 aprile a dicembre 2009. Come ho già detto, gli abruzzesi vengono trattati in modo molto diverso dagli altri terremotati italiani: in un anno, gli aquilani pagheranno 725 milioni di euro di tasse, esattamente il costo del piano C.a.s.e. Nessuno ci ha regalato niente, dunque: i terremotati si pagano da soli le new town dove alloggeranno solo una parte dei senza tetto. Ricordiamoci che il 78% del centro storico de L’Aquila è da demolire. E che c’è molta gente che ha perso il lavoro e non sa come mantenersi pur avendo la casa agibile. I soldi della cassa integrazione stanno arrivando solo ora, l’economia è a zero. Non ce la possiamo fare.
La solidarietà è già finita?
Purtroppo questo terremoto è stato cattivo, ed è venuto pure nel momento sbagliato
Terremotati e tassati. Sfumano le promesse, in rivolta i sindaci dei centri colpiti
Mentre Berlusconi annuncia case a tempo di record e con frigoriferi pieni, il governo si sta rimangiando una delle tante promesse ai terremotati ossia l'esenzione dalle tasse. Nel silenzio dei media la protesta sta montando. Respinte le richieste dell'opposizione, in barba ai proclami, la beffa delle tasse sta per diventare legge col dl anticirsi".
I sindaci dei Comuni del «cratere» del terremoto sono pronti a scendere in piazza al fianco del sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, riconsegnando per protesta la fascia tricolore. Gli amministratori sono pronti a unirsi all'azione del primo cittadino, il quale nei giorni scorsi aveva criticato alcune misure del Governo, in particolare le modalità di restituzione delle tasse sospese in seguito al sisma del 6 aprile scorso. La volontà è stata espressa in maniera netta nell'assemblea dei sindaci del cratere, coordinata da Cialente. La protesta collettiva scatterà se, come sembra certo, i cittadini saranno costretti a tornare a pagare le tasse dal mese di gennaio e a restituire le somme bloccate in 24 mesi, sempre da gennaio.
Nel 2010 la città dell'Aquila «sborserà 700 milioni di euro di tasse» per effetto del decreto legge anticrisi in discussione alla Camera, sul quale il Governo ha posto la fiducia, dice il sindaco del capoluogo abruzzese, Massimo Cialente. Secondo il quale «i cittadini pagheranno così di tasca propria la costruzione delle case che, nel mese di agosto, Berlusconi verrà personalmente a
coccolare». Anche «nel 2011 - prosegue Cialente - pagheremo un altro bel pezzo di ricostruzione. Nonostante le rassicurazioni e le promesse da parte del Presidente del Consiglio e del governatore Gianni Chiodi - sostiene il sindaco - i cittadini aquilani e dei
Comuni colpiti dal sisma torneranno a pagare le tasse dal 1/o gennaio 2010 e restituiranno, in soli due anni, quanto non
corrisposto in questi terribili mesi».
Si tratta di «una scelta ben diversa rispetto a quanto il nostro Paese ha ritenuto di dover fare in altri casi di sismi devastanti o catastrofi naturali e a quanto lo stesso Governo ha deliberato fino allo scorso novembre per il Molise e la provincia di Foggia».
Cialente afferma che «un comprensorio fantasma, distrutto completamente, per questo Governo e per questa maggioranza
parlamentare, e dunque per l'intera Italia, è tornato nella normalità».
Sulle modalità di rimborso dei tributi da parte dei cittadini dei Comuni colpiti dal terremoto «è emerso un senso di umiliazione - aveva detto ieri Cialente -, quasi di vergogna, nella necessità di spiegare a tutti gli italiani che non è una volontà di non pagare le tasse». Per Cialente si tratta invece di «una difficoltà oggettiva, una vera e propria impossibilità per una comunità che non ha più un'economia». Secondo il sindaco, L'Aquila sta «vivendo ancora la fase della prima emergenza» e, «soprattutto, vede a rischio il proprio futuro».
«Gli italiani - prosegue il primo cittadino del capoluogo abruzzese - hanno imparato a conoscere la nostra dignità e il nostro orgoglio e possono capire quanto ci costi questa battaglia. L'assemblea dei sindaci ha ribadito la volontà di collaborare con tutti, in particolare con la Protezione civile, perchè, come dico sempre, tutti insieme stiamo affrontando una situazione che non ha precedenti». Ma «se non troveremo il modo di lavorare tutti al meglio e di evitare errori come questo sulle tasse, temo - conclude il sindaco - che, tra qualche settimana, la situazione diventerà difficile sotto tutti i punti di vista».
«Anche se il nostro gesto ha il valore della protesta, non faremo azioni di protesta - ha continuato Cialente -, alla nostra gente stiamo chiedendo di stare calmi». Non si tratta di dimissioni, chiarisce il sindaco dell'Aquila, «anche se a volte la voglia di presentarle viene in seguito per la stanchezza e le tante amarezze che vivo quando parlo con persone secondo le quali non è stato fatto nulla». In riferimento alle tasse, il primo cittadino ha detto: «Non meritavamo l'umiliazione di dovere spiegare agli italiani che non dobbiamo pagare le tasse. Dopo il terremoto abbiamo mantenuto la nostra dignità, siamo stati sempre responsabili. Durante il G8 avremmo avuto un'occasione di visibilità irripetibile per far valere le nostre ragioni; invece, abbiamo
accolto in pieno l'appello del presidente Napolitano a non considerare il G8 evento di una coalizione, ma dell'Italia».
« L'Associazione dei Comuni Italiani è vicina al sindaco dell'Aquila Massimo Cialente ed agli amministratori dei Comuni colpiti dal terremoto dell'aprile scorso». È quanto afferma Sergio Chiamparino che ricorda come 'non da oggi i sindaci dei comuni
terremotati segnalano le criticità dei territori sul fronte della ricostruzione e dei bilanci. «È un messaggio forte, che deriva dalla difficoltà di amministrare aree dove molto di quello che c'era è andato perso e attende di essere recuperato o ricostruito. Anche la
richiesta, che ad oggi sembrerebbe essere contenuta nel decreto Tremonti, secondo cui dal gennaio prossimo i cittadini colpiti
dal sisma dovranno pagare le imposte che erano state sospese (compresi gli arretrati), rischia - conclude - di rendere ancora
più difficile la vita in quei territori ed essere quindi inaccettabile per chi quei territori amministra».
giovedì 16 luglio 2009
Verità finte e bugie vere
Chiedere a Silvio Berlusconi di recarsi in Parlamento e riferire sulle vicende che lo coinvolgono sul piano privato e politico, morale e giudiziario, significa toccare il punto cruciale in cui per il premier verità e menzogna si incrociano. La verità è di una semplicità palmare e il capo del governo l' ha esposta in modo spettacolare al G8, chiedendoe ricevendo una copertura mediatica capillare. Per giorni le tv nazionali sono state invase dall' immagine del premier «statista», dell' «anfitrione» perfetto, dell' uomo stilisticamente a proprio agio con i leader mondiali.
Sorridente, psicologicamente sotto controllo, addirittura misurato negli atteggiamenti, Berlusconi è riuscito a nascondere, con un volteggio e un gioco di prestigio, l' altra parte, quella oscura, the dark side, che ne investe integralmente la personalità e il ruolo politico. Se la verità del capo del governo è chiara, ed è stata esposta con il riuscito show dell' Aquila, resta in gioco quest' altra parte, quella della menzogna. Una parte tutta da approfondire, che presenta implicazioni politiche, e più ancora istituzionali, di eccezionale rilevanza pubblica. Il fatto è questo: quasi travolto da una storiaccia di sesso privato, sullo sfondo di «torte», escort, notti brave, il capo del governo non ha voluto accorgersi che l' aspetto privato (e famigliare) della vicenda era diventato clamorosamente pubblico; che aveva coinvolto luoghi e sedi istituzionali; infine che aveva assunto una essenziale dimensione politica. Di fronte a questo intreccio di fattori, Berlusconi ha reagito alla sua maniera: vale a dire con una combinazione di bugie unite alla convinzione di poter manipolare la realtà a uso e consumo delle masse televisive. Prima la strategia del silenzio, fondata sull' idea che «se non se ne parla, il caso non esiste», poi il vittimismo sacrificale, la denuncia di piani eversivi contro l' Eletto, l' attacco premoderno alla stampa «nemica», gli inviti agli imprenditori a negare risorse pubblicitarie ai sabotatori e ai complottisti. I depistaggi di Berlusconi sono infiniti, così come sono innumerevoli quelli dei suoi collaboratori e avvocati,a cominciare dal deputato e avvocato Niccolò Ghedini, l' inventore non proprio fortunato dell' innocenza «a prescindere» del premier in quanto «mero utilizzatore finale» di servizi sessuali a pagamento. Tuttavia nessun depistaggio politico e mediatico può togliere di mezzo alcuni elementi di fatto. Cioè alcune verità che non sono quelle del premier. In primo luogo c' è il giudizio dell' establishment: per quanto cinico e corrivo, conformista e volutamente miope sia apparso l' atteggiamento delle élite italiane, sarebbe difficile sostenere che i maggiori gruppi di potere abbiano apprezzato la spregiudicatezza anche estetica dell' intrattenimento berlusconiano, e la rivendicazione di uno stile di vita in cui ogni eccezione alla morale convenzionale è lecita e legittimata da una funzione politica concepita in modo feudale. Si aggiunga poi il punto di vista dell' élite più solidale e compatta che esista in Italia, vale a dire la Chiesa cattolica. Un punto di vista prima diplomaticamente dissimulato,e poi invece sempre più esplicito, fondato ad esempio sulla condanna del «libertinaggio» da parte della Cei, che sembra aprire ufficialmente una questione di credibilità fra la gerarchia e il berlusconismo. Anche in questo caso Berlusconi ha tentato un recupero cercando un incontro al vertice in Vaticano, con l' idea di scambiare la propria attuale impresentabilità in quanto leader che si ispira al cattolicesimo con grandi concessioni sul testamento biologico e altre materie di interesse ecclesiastico (vedi i finanziamenti alla scuola privata). Questa strategia, con la ricerca affannosa di un «vertice» fra Berlusconi e Ratzinger, non sembra sposarsi facilmente con la tradizionale prudenza politica della Chiesa. Il popolo di Dio è rimasto gravemente sconcertato dai fasti della prostituzione di regime; nonostante i sondaggi esibiti dal premier, la sua caduta di affidabilità in diversi settori della base cattolica appare indubitabile. Con questo si torna inevitabilmente all' intreccio di verità e menzogna che si è stretto intorno al Sultano. Sciogliere questo intreccio con metodi istituzionali, ossia entrare in un' aula parlamentare e assumersi, argomentandola, una piena responsabilità istituzionale, non rientra nello stile berlusconiano. Lo fece Bettino Craxi, con lo storico discorso del 29 aprile 1993, «tutti colpevoli nessun colpevole», invitando il Parlamento a scagliare la prima pietra e trovando soltanto un silenzio imbarazzato e complice. Ma Craxi, a suo modo, era un leader classico. Berlusconi è uno showman post-democratico. Davanti a un meccanismo istituzionale che potrebbe rivolgergli domande, chiedergli spiegazioni, invitarlo a uscire dal lato oscuro del suo potere e del suo agire, si vede tutta la sua solitudine culturale, si avverte la convinzione di essere sciolto dalle leggi, il sentirsi padrone di apparati che è abituato a governare a suo arbitrio. E di considerarsi infine al di sopra di ogni giudizio. Per questo il premier non ce la fa a uscire dal pasticcio di verità finte e menzogne vere in cui si è cacciato. Non può accettare che un' aula «sorda e grigia» metta in discussione il suo ruolo e il suo potere. Può forzare ogni giorno la situazione, reclamando la propria totale estraneità al verdetto delle istituzioni e delle controparti politiche. Non si tratta soltanto di populismo. È la convinzione che la norma può essere fabbricata ex novo dal leader, che la menzogna è un elegante giro di valzer dentro l' alone di notti dorate, e che la verità è tutt' al più uno slogan pubblicitario: che alla fine convincerà senza troppa fatica tutti coloro che accetteranno di farsi convincere. - EDMONDO BERSELLI
domenica 5 luglio 2009
Tremori ABRUZZESI
professore di Geografia del potere presso la Facoltà di lettere e Filosofia a L'Aquila
20 mila scosse in due mesi hanno reso gli aquilani esperti in terremoti, trasformato l'immaginario e distrutto un'identità fondata su casa e lavoro. Ma per qualcuno la terra non ha tremato.
La terra trema sempre, ma noi ce ne accorgiamo solo quando i tremori raggiungono il rantolo. A tutti la terra appare quanto di più stabile esista sulla terra. In due mesi esatti, secondo la notizia riportata da un telegiornale nazionale che, basandosi sui dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha richiamato la ricorrenza il 6 di giugno, nell'area sismica dell'alto Appennino centrale ci sarebbero state ventimila scosse: circa 322 ogni giorno, 13 ogni ora e una ogni quattro minuti e mezzo. Da quando la terra ha tremato all'Aquila, facendo traballare l'intero Abruzzo, ogni cittadino della provincia più interna e montuosa della regione adriatica si è improvvisato esperto, o ha comunque provato a capire qualcosa dei terremoti. Nello scorrere della quotidianità ormai, dal Gran Sasso al litorale e anche sull'altro versante, non si parla d'altro. Il terremoto e le sue continue manifestazioni permeano la nuda vita, anche in forma di semplici battute scaramantiche mirate a contrappuntare l'angoscia e a esorcizzare la paura.
Non c'è bisogno di scomodare Freud e la sua analisi dell'io, né la sua psicologia delle masse per comprendere la natura collettiva degli eventi sismici. Ma proprio perché ciascuno è uno, le oltre cinquantamila persone sfollate sono una, una, una... Ognuna ha una storia, e a metterle in fila ci ha pensato il terremoto. Ciascuna è una storia, e a metterle in fila non basterebbe un'intera esistenza per raccontarle. Qualcuno ci proverà, forse molti, con intenti scientifici o narrativi, tuttavia ciò che questo evento recente nasconde nella profondità degli animi non potrà emergere che a brandelli, le voci rimarranno inevitabilmente strozzate. C'è da aspettarsi che, come quando qualcosa ostacola un flusso, il dire prenda direzioni impreviste. C'è da aspettarsi che accada di tutto ma, come quando una crosta ostruisce la fuoriuscita di materiale incandescente, è certo che la terra continuerà a tremare suscitando timori e tremori, nel capoluogo e nei comuni della sua provincia, allarmando anche i centri più lontani di altre regioni.
Nei pressi della città, tra gli aquilani, anche la popolazione dell'area residenziale di Pettino ha subito gravi danni, soprattutto al pedemonte, che non si sa come e in quali tempi potranno essere riparati. Prima dell'indescrivibile botto del 6 aprile, nella pianura che gravita attorno alla statale 80, sono stato per anni ospite di una famiglia a Cansatessa. Come in un arcinoto abbrivio della letteratura gialla, qui le notti estive sono dolcissime. Profumano d'erba e di tigli, di rose e di amarene, di muschio e di fiori di campo. Le stelle sembrano vagolare in un cielo più basso, sono calde e amiche, non fredde e distanti come in altri luoghi del mondo. Quando una brezza leggera agita le tende alle finestre aperte, l'aria è frizzante ma morbida per chi la conosce. Porta odori dai monti di sopra, dove gli alberi faticano ad arrampicarsi ma si radicano a una terra aspra, portando il loro rancore fino alle stanze dell'intimità. Le luci delle case, ancora non troppo numerose, si riverberano sul selciato del cortile e sul giardino, striandoli con giochi di specchi e di colori, di ombre e di figure informi alle quali si possono dare nomi e significati.
Ebbene sì, le notti estive sono proprio dolcissime a Cansatessa. Ma non per noi. O almeno, ora non più, nemmeno per noi.
Non c'è più il silenzio e l'immobilità della vita tranquilla, sicura, da quando "lui" è arrivato, come un urlo lacerante nella notte. Dopo il terremoto le persone che amano L'Aquila, ancora stordite, si sono accorte di avere sposato un'ombra. Ora i profumi non sono più gli stessi, le stelle si sono allontanate nel buio della volta celeste, le brezze sono diventate gelide accompagnando gli scrosci di pioggia e, alternativamente, le folate di caldo asfissiano con lunghi singhiozzi la gente sotto le tende. E, nella città più fredda d'Italia, si aspetta con preoccupazione il rigido inverno. Gli alberi sembrano ripiegarsi, rifiutando la loro fragile compagnia ai cercatori di senso, le luci assumono forme sinistre ed evocano scenari futuri impensabili, aleggia un irriconoscibile odore di morte - reale e simbolico. E l'immaginario ne risente in modi inequivocabili.
La casa che non c'è più
L'epoca globale ha trasformato ovunque e in modo profondo l'immaginario collettivo, incidendo anche su quello personale, mutando dunque gli orizzonti identitari. Eppure il senso di appartenenza a una "casa" resta solido, apparentemente fermo al suo posto (...). La casa che la maggior parte di noi abita, mentre per L'Aquila e dintorni si può dire che più di cinquantamila cittadini hanno abitato fino a ieri, rappresenta il luogo per eccellenza degli affetti, dei conflitti, della convivialità, dei problemi, delle soddisfazioni, degli affanni, del ristoro, del ripiegamento su sé stessi, dei progetti, delle incomprensioni, del sogno. È lì che si insinua l'appartenenza locale, connessa a un'appartenenza globale: la cellula famigliare o il singolo individuo, consapevolmente o a diversi e incompleti livelli di coscienza, intessono legami tra la casa propria e la "casa" intesa come sentirsi parte di qualcosa che supera e aggira la residenza. Mentre la prima è figlia dell'abitare, la seconda è figliastra della cultura e nasce senza concepimento, come distillato di un mistero che ha radici nel desiderio di andare oltre. Ne sanno qualcosa, e molto bene, le popolazioni rom. La casa, benché sia costruita, è in larga parte naturale; viceversa la "casa", per quanto provenga da spinte naturali, è cultura in ogni sua manifestazione.
Quest'ultima casa, se viene intesa come domus, evoca la questione del dominio come implicazione etimologia del dominus dal quale essa deriva. Ma anche la casa come abitazione non è esente dall'idea di dominazione: tra le mura domestiche cresce e si rafforza l'impulso, che eccede la nostra razionalità, a controllare, gestire - dominare, appunto - i soggetti e gli oggetti, i corpi e le cose, la creatività e gli eventi nelle relazioni con gli altri e con il mondo. L'appartenenza, perciò, ha un legame profondo con l'irrazionale ma pure con le relazioni di potere, con i rapporti asimmetrici e con la possibilità di esercitare un controllo fondato sul lavoro umano. Perché è nel lavoro, non nella casa, che risiede l'origine del potere come energia che si accompagna a una conoscenza, si coniuga alle informazioni che abbiamo su chi ci circonda e ciò che ci circonda.
Senza contare lo scossone più duro - la vibrante pugnalata a coloro che non ci sono più e a chi, rimanendo qui, è destinato a piangerli per sempre - gli aquilani sono stati colpiti dal terremoto soprattutto nella casa e nel lavoro. Tutto ciò ha lacerato, alterato, esasperato il loro senso di appartenenza - vale a dire l'identità nella quale, da posizioni sociali differenziate per risorse e opportunità, si riconoscevano. Ed è da queste rispettive posizioni, non neutre, che ciascuno cercherà di ricomporre o reinventare la propria appartenenza identitaria e, insieme, la sua città - se si daranno le condizioni per sentirla ancora come propria "casa". Ma questa circostanza non è detto che si verifichi, visto come finora le istituzioni preposte alla ricostruzione hanno impostato in termini progettuali e affrontato concretamente i panorami del post evento. La situazione è oggettivamente difficile, si sa, e d'altro canto sino a oggi nel nostro paese mai era accaduta una cosa del genere, con una forza che ha distrutto e ferito a morte un intero capoluogo di regione e, con esso, il suo ammirevole centro storico. Eppure lo spazio per la fantasia nelle soluzioni programmatiche e il rigore nei provvedimenti amministrativi e finanziari non è stato sfruttato adeguatamente, preferendo soluzioni frettolose e avventate. Contrariamente ai proclami e all'ottimismo propagandato con modalità artificiose, molto resta ancora da fare.
L'assedio per il G8 e i problemi reali
La scala delle priorità, del resto, viene invertita con inammissibile sciatteria. Stride la corsa a doppia velocità, sconcerta la spaccatura tra l'assedio per il G8, accompagnato da una sproporzionata militarizzazione del territorio, e l'assenza di attenzioni ai problemi e alle urgenze reali. Infine, ammutolisce la doppiezza dei politici, accompagnata da una cecità allarmante. L'ossessione per la sicurezza va di pari passo con la noncuranza per l'incertezza in cui vengono lasciate migliaia di famiglie. In una provincia che sta subendo un collasso economico, dove la disoccupazione aumenta perché scompaiono i posti di lavoro e dove la crisi produttiva la fa da padrone ponendo questioni cruciali per il futuro, ci si inventa la bella trovata, a dir poco grottesca, di far venire qui gli otto Grandi del mondo, allargando in tempi record e a spese dei cittadini le strade che dovranno percorrere i massimi capi di Stato e di governo, mentre le tendopoli e gli scempi nel centro storico andranno nascosti alla vista per non guastare il panorama.
Del resto la vita delle persone comuni, già bloccata dalle conseguenze devastanti del sisma, subirà un altro arresto dovuto ai divieti di circolazione sugli assi viari più importanti, senza preoccuparsi di quanto offensive e ingiuriose possano apparire queste inestimabili spese agli oltre trentamila sfollati sul litorale e agli oltre ventimila alloggiati nelle tendopoli, acquitrinose o allagate in caso di pioggia battente e dove si brucia sotto il sole nei giorni più caldi. Rispetto agli strombazzamenti del G8 i problemi, anche gravi, sperimentati dalla gente comune passano in secondo piano, si conoscono poco e vengono considerati ancora meno (...).
Molte scuole di ogni ordine e grado, così come l'università, si danno per praticabili e funzionanti ma non si dice come, mentre la più gran parte di esse non ha ancora trovato una sede, nemmeno provvisoria. Non accenno agli ospedali, troppo tristi e note sono le vicende che ne hanno coinvolto uno, il più nuovo e il più grande, nel terremoto. Ricordo solo che in quelli da campo, improvvisati e appoggiati a ciò che è restato in piedi nei fabbricati destinati alla cura della salute dei cittadini prima del sisma, si notano le file degli utenti più disagiati davanti a strutture sanitarie che sembrano finzioni borgesiane. Senza omettere lo stato in cui versano gli edifici privati destinati a ogni genere di attività commerciale o culturale e gli edifici pubblici che ospitavano le istituzioni preposte al funzionamento di un organismo complesso come la città. L'opinione pubblica va tranquillizzata, certo, ma sarebbe meglio non raccontarle troppe frottole (...).
La stampa e le girandole mediatiche hanno a loro volta una grossa responsabilità che oggi, a luci spente, si mostra in tutto il suo muto splendore. Fino a che il chiodo era caldo, sentimenti ed emozioni espressi dalla gente sono stati sbattuti in prima pagina, individuando di volta in volta il "mostro" di cui si aveva bisogno. E l'auditel era, come lo è ora per altre notizie, sempre dietro l'angolo. Per gli scopi e nelle occasioni più diverse, stante la possibilità di altri crolli, ciascuno ha fatto allora la sua passerella con l'elmetto d'ordinanza dei vigili del fuoco o con un altro copricapo. C'è un cappello per ogni circostanza, come ben sapeva Ennio Flaiano, un abruzzese doc (...).
Domenica 21 giugno, dalle undici di mattina alle dieci di sera, hanno riaperto un pezzetto del centro storico, tra la Villa comunale e piazza Duomo, collegate da un breve tratto del Corso Federico II. Una breccia temporanea ma decisiva nella cintura sanitaria di militari, vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, finanzieri che, per precauzione, hanno impedito l'accesso della popolazione a constatare direttamente lo stato in cui si trovava la città (...).
La grancassa dei quotidiani nazionali ha parlato ancora del capoluogo abruzzese, sottolineando l'occasione per gli aquilani di poter finalmente fare una passeggiata nei luoghi della memoria, dei simboli, dell'arte. In realtà pareva un funerale, tra le macerie che si potevano scorgere al di là delle reti metalliche che sbarravano il passaggio ai vicoli laterali di quello scampolo di centro storico: musi lunghi, voci sommesse, esclamazioni accorate, discorsi tutti invariabilmente uguali. Stanchezza, incredulità, dolore, rifiuto e impossibilità di vedere un domani normale (...).
Chi vive il terremoto e chi no
Oggi sembra quasi di assistere a una rappresentazione: c'è chi il terremoto lo vive e lo interpreta e c'è chi assiste allo spettacolo. C'è chi ha sentito la terra tremare sotto i piedi e ha visto crollare le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro, chi ha trovato sepolti sotto le macerie i suoi cari o i suoi amici e chi, almeno per un po', si è dispiaciuto e commosso di fronte alla tragedia, ma poi se n'è dimenticato perché aveva cose più urgenti a cui pensare. Il tempo fa bene il suo lavoro, è in grado di cancellare tutto, anche le guerre: come ognuno ben sa, tra queste e i terremoti spira un'aria di famiglia e, sebbene i secondi vengono dalle viscere del mondo e non dagli uomini, sono pur sempre gli uomini a poterne limitare gli effetti, sia in termini di prevenzione sia in materia di cura. In questo senso, senza trascurare tutti coloro che, venendo da ogni dove, hanno aiutato e si sono spezzati la schiena per dare una mano senza essere stati direttamente coinvolti dal sisma, bisogna ammettere che molti, e sono i più, potranno sempre dire: «La terra trema, ma non per noi». A ben vedere, se questi ultimi si interrogassero meglio, forse in loro si potrebbe insinuare almeno un dubbio - e fra i molti mi auguro che vi siano anche coloro che hanno responsabilità di governo della cosa pubblica. Si dovrebbero domandare se il controllo, la gestione, il dominio nel campo degli eventi sismici, durante il "prima" non restino una pura e semplice questione statistica legata al caso e a una natura indifferente alle umane tribolazioni che, prima o poi, potrebbe coinvolgere anche loro; e, correlativamente, si potrebbero chiedere se, quando fa capolino il "dopo", non valga la pena confrontarsi urgentemente e senza rescissioni con le necessità sociali. Eppure, da più parti, si preferisce continuare a vedere soltanto il primo corno del problema, sostenendo che il terremoto non è comunque prevedibile. Stando così le cose, perché gli esperti si ostinano a "rassicurare"? In ogni caso, dato che nulla gli uomini possono fare in anticipo per evitarlo, non resta altro da sperare che Dio e i suoi disegni non vogliano. Ma se proprio dovesse accadere, malgrado le ipotesi più ottimistiche e i necessari scongiuri, bisognerebbe augurarsi che il grande botto arrivi almeno durante il prossimo G8, per ricordare ai potenti della terra che la terra è più potente di loro.
mercoledì 17 giugno 2009
Pugno di ferro, cosi si vive nel «Principato delle macerie» Terremoto 8
Mentre decine di migliaia di persone continuano a vivere disagi enormi, in Abruzzo il governo sperimenta un modello di organizzazione sociale e, assieme, un apparato di propaganda e di gestione del consenso. In nome dell’emergenza è stato limitato il potere decisionale delle comunità locali. In nome della propaganda e stato creato un sistema di controlli che rende difficile il lavoro dei giornalisti e molto complicata la diffusione delle notizie su quanto accade all’interno delle 180 tendopoli.
Oggi, dopo oltre due mesi di paziente attesa, duemila cittadini del Principato delle macerie raggiungeranno la capitale d’Italia per far sentire la loro voce. Lo faranno - con un sit in davanti alla sede del governo - proprio nel giorno in cui la Camera dei deputati avvia la discussione sul decreto-terremoto.
Un provvedimento che la maggioranza non intende modificare, tanto che e possibile l’ennesimo voto di fiducia.
Silvio Berlusconi ha fatto sul terremoto un forte investimento di immagine.
La sua presenza quotidiana nei luoghi della catastrofe ha accresciuto la sua popolarità. La decisione di trasferire il G8 dalla Maddalena allAquila l’ha rafforzata sul piano internazionale prima che le sue vicende giudiziarie (il processo Mills) e coniugali (il caso Noemi) la riportassero al tradizionale basso livello.
Di certo il premier e il suo governo si giocano tra le macerie d’Abruzzo molta della loro credibilità. E il capo della Protezione civile Guido Bertolaso - che del Principato delle Macerie e il capo supremo, ne e perfettamente consapevole. Cosi ieri - dopo che i sudditi avevano occupato per protesta la pista dell’aeroporto di Preturo (quella dove, dopo le opportune modifiche, atterreranno i grandi del G8) si e affrettato a dare una intervista al ≪La 7≫ per assicurare che tra le macerie d’Abruzzo tutto va per il meglio. E palazzo Chigi ha diffuso un comunicato nel quale, tra l’altro, si assicura che anche le seconde case saranno pagate. Chissà. Il fatto è che questo concetto non e presente nel decreto che oggi il Parlamento comincia a esaminare.
Cosi come non compaiono le iperboliche promesse fatte dal premier in questi due mesi.❖
giovedì 7 maggio 2009
I trucchi del "decreto abracadabra" - Ricostruzione diluita in 23 anni - Terremoto 7
Impegni solenni, progetti altisonanti. Garantiti dalle solide certezze del presidente del Consiglio. Ma se scorri il testo del provvedimento, ti accorgi che lì dentro di veramente solido c'è poco e niente.
Tutto balla, in quello che è già stato ribattezzato il "Decreto Abracadabra". Le cifre, innanzitutto. Dopo il Consiglio dei ministri straordinario del 23 aprile, Berlusconi e Tremonti avevano annunciato uno stanziamento di 8 miliardi per la ricostruzione dell'Abruzzo: 1,5 per le spese correnti e 6,5 in conto capitale. A leggere il decreto 39, si scopre che lo stanziamento è molto inferiore, 5,8 miliardi, ed è spalmato tra il 2009 e il 2032. Di questi fondi, 1,152 miliardi sarebbero disponibili quest'anno, 539 milioni nel 2010, 331 nel 2011, 468 nel 2012, e via decrescendo, con pochi spiccioli, per i prossimi 23 anni. Da dove arrivano queste soldi? Il governo ha spiegato poco. Il premier, ancora una volta, ha rivendicato il merito di "non aver messo le mani nelle tasche degli italiani". Il ministro dell'Economia si è fregiato di aver reperito le risorse "senza aumentare le accise su benzina e sigarette, senza aumenti di tasse, ma spostando i fondi da una voce all'altra del bilancio". Il "Decreto Abracadabra" non aiuta a capire. Il capitolo "Disposizioni di carattere fiscale e di copertura finanziaria" dice ancora meno. Una prima, inquietante cosa certa (come recita l'articolo 12, intitolato "Norme di carattere fiscale in materia di giochi") è che la ricostruzione in Abruzzo sarà davvero un terno al lotto: 500 milioni di fondi dovranno arrivare, entro 60 giorni dal varo del decreto, dall'indizione di "nuove lotterie ad estrazione istantanea", "ulteriori modalità di gioco del Lotto", nuove forme di "scommesse a distanza a quota fissa". E così via, giocando sulla pelle dei terremotati. Un "gioco" che non piace nemmeno agli esperti del Servizio Studi del Senato: "La previsione di una crescita del volume di entrate per l'anno in corso identica (500 milioni di euro) a quella prevista a regime per gli anni successivi - si legge nella relazione tecnica al decreto - potrebbe risultare in qualche modo problematica".
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Una seconda, inquietante cosa certa (come recita l'articolo 14, intitolato "Ulteriori disposizioni finanziarie") è che altre risorse, tra i 2 e i 4 miliardi di qui al 2013, dovranno essere attinte al Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, che dalla Finanziaria in poi è diventato un vero Pozzo di San Patrizio, dal quale il governo pompa denaro per ogni emergenza, senza che si capisca più qual è la sua vera dotazione strutturale. E questo è tutto. Per il resto, la copertura finanziaria disposta dal decreto è affidata a fonti generiche e fondi imprecisati: dai soldi dell'Istituto per la promozione industriale (trasferiti alla Protezione civile per "garantire l'acquisto da parte delle famiglie di mobili ad uso civile, di elettrodomestici ad alta efficienza energetica, nonché di apparecchi televisivi e computer") al trasferimento agli enti locali dei mutui concessi dalla Cassa depositi e prestiti. A completare il gioco di prestigio contabile, non poteva mancare il solito, audace colpo a effetto, caro ai governi di questi ultimi anni: altri fondi (lo dice enfaticamente il comma 4 dell'articolo 14) potranno essere reperiti grazie alle "maggiori entrate derivanti dalla lotta all'evasione fiscale, anche internazionale, derivanti da futuri provvedimenti legislativi". Insomma, entrate scritte sull'acqua. A futura memoria. E a sicura amnesia. Ma non è solo l'erraticità dei numeri, che spaventa e preoccupa nel "Pacchetto Ricostruzione". A parte gli interventi d'emergenza, ci sono altri due fronti aperti e dolenti per le popolazioni locali. Un fronte riguarda l'edificazione delle case provvisorie ("a durevole utilizzazione", secondo la stravagante formula del decreto) che dovrebbero garantire un tetto ad almeno 13 mila famiglie, pari a un totale di 73 mila senza tetto attualmente accampati nelle tendopoli. I fondi previsti per questi alloggi (nessuno ancora sa se di lamiera, di legno o muratura) ammonterebbero a circa 700 milioni. Ma 400 risultano spendibili quest'anno, 300 l'anno prossimo. Questo, a dispetto del giuramento solenne rinnovato dal Cavaliere a "Porta a Porta" di due giorni fa, fa pensare che l'impegno di una "casetta" a tutti gli sfollati entro ottobre, o comunque prima del gelo invernale, andrà inevaso. Quasi la metà di loro (secondo il timing implicito nella ripartizione biennale dei fondi) avrà un tetto non prima della primavera del prossimo anno. Un altro fronte, persino più allarmante, riguarda la ricostruzione delle case distrutte. Il governo ha annunciato "un contributo pubblico fino a 150 mila euro (80 mila per la ristrutturazione di immobili già esistenti), a condizione che le opere siano realizzate nel rispetto della normativa antisismica". Basterà presentare le fatture relative all'opera da realizzare, e a tutto il resto penserà Fintecna, società pubblica controllata dal Tesoro, che regolerà i rapporti con le banche. Detta così sembra facilissima. Il problema è che quei 150 mila euro nel decreto non ci sono affatto. Risultano solo dalle schede tecniche che accompagnano il provvedimento. E dunque, sul piano legislativo, ancora non esistono. Non basta. Sul totale dei 150 mila euro, il contributo statale effettivo sarà pari solo a 50 mila euro. Altri 50 mila saranno concessi sotto forma di credito d'imposta (dunque sarà un risparmio su somme da versare in futuro, non una somma incassata oggi da chi ne ha bisogno) e altri 50 mila saranno erogati attraverso un mutuo agevolato, sempre a carico della famiglia che deve ricostruire, che dunque potrà farlo solo se ha già risparmi pre-esistenti. Se questo è lo schema, al contrario di quanto è accaduto per i terremoti dell'Umbria e del Friuli, i terremotati d'Abruzzo non avranno nessuna nuova casa ricostruita con contributo a fondo perduto. Anche perché nelle schede tecniche del decreto quei 150 mila euro sono intesi come "limite massimo" dell'erogazione. Ciò significa che lo Stato declina l'impegno a finanziare la copertura al 100% del valore dell'appartamento da riedificare. Nel "Decreto Abracadabra", per ora, niente è ciò che appare. Man mano che si squarcia la cortina fumogena della propaganda, se ne cominciano ad accorgere non solo i "soliti comunisti-sfascisti" dell'opposizione come Pierluigi Bersani (che accusa l'esecutivo di trattare gli aquilani come "terremotati di serie B"), ma anche amministratori locali come Stefania Pezzopane, o perfino presidenti di Confindustria come Emma Marcegaglia, che l'altro ieri a L'Aquila ha ripetuto "qui servono soldi veri". C'è un obbligo morale, di verità e di responsabilità, al quale il governo non può sfuggire. Lo deve agli abruzzesi che soffrono, e a tutti gli italiani che giudicano. L'epicentro di una tragedia umana non può essere solo il palcoscenico di una commedia politica.
venerdì 17 aprile 2009
Da "rebubblica online: "In campo i partiti del cemento.. " - Terremoto 4
In campo i partiti del cemento - "E' iniziata la guerra degli appalti"
dal nostro inviato CARLO BONINI
da: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-7/guerra-appalti/guerra-appalti.html
L'AQUILA - Le macerie sono ancora a terra, ma la partita della ricostruzione è già cominciata. I "cartelli del cemento" fibrillano. Cominciano a volare i primi stracci. Del resto, i dodici miliardi di euro (24 mila miliardi di lire) che il Paese si prepara a pompare nel cuore infartuato dell'Abruzzo annunciano una stagione di appalti che orienterà il consenso e riscriverà la geografia e le gerarchie imprenditoriali e politiche della regione. E quel fiume di denari sollecita una domanda semplice e antica: a chi andranno?
Indiscrezioni vogliono che Palazzo Chigi si prepari a riproporre il "modello molisano". Del governatore che si fa Tesoriere e dominus del "dopo". Che dunque il presidente del Consiglio sia deciso a nominare il presidente della regione Gianni Chiodi (eletto con il Pdl il 15 dicembre scorso) Commissario straordinario alla ricostruzione. E la mossa non è neutra. Quei 12 miliardi di euro hanno messo a rumore un angolo d'Italia cresciuto con il mattone e il cemento. Dagli anni in cui committente era la Cassa per il Mezzogiorno e unico padrino la Dc di Gaspari (nel chietino) e Natali (nell'aquilano).
Consegnarli a Chiodi, significa molto. Evoca altrettanto. L'Abruzzo vive di edilizia (5 mila imprese, 1100 soltanto nella provincia dell'Aquila) e con la fine della Dc, il "partito del cemento" ha imparato a navigare a vista, coltivando sapientemente rapporti bipartisan. Di cui fa fede un dato. Era di 1 miliardo e 200 milioni di euro il fatturato del comparto costruzioni nel 1995. Tredici anni dopo, ha raggiunto e superato il miliardo e 600 milioni. Del "partito" non esiste una cupola, perché i colossi si riducono ai gruppi "Toto" e "Di Vincenzo" (il terzo, "Irti", è fallito). Comandano i piccoli, in una logica territoriale rigida, ma oggi, proprio per questo, indifesa dagli appetiti di grandi imprese del centro-nord, forti con le banche, ascoltate dalla committenza politica. Non stupisce dunque che i costruttori abruzzesi dicano oggi che Chiodi Commissario straordinario alla ricostruzione sia "la garanzia che i soldi della ricostruzione resteranno tutti in Abruzzo". Che quel reticolo di cinquemila imprese che è la spina dorsale dell'economia della regione non sarà privato della fetta principale della torta.
Consapevole dell'investitura, Chiodi non perde tempo. Assume la difesa delle imprese edili con toni risentiti. E mentre la magistratura sequestra l'ospedale san Salvatore, il Tribunale, il cumulo di macerie di quella che una volta era stata la Casa dello Studente, e altri 9 edifici, decide che è venuto il momento di fare rumore. "In questi giorni - dice - abbiamo dovuto combattere anche contro la denigrazione e la diffamazione: dalle polemiche su presunte strutture fatiscenti, fatte di cartapesta o con sabbia di mare, alle insinuazioni sulla mano delle mafie sugli appalti. Non posso e non voglio consentire che oltre al danno, l'Abruzzo subisca anche la beffa di un'immagine negativa, che poi pesi sulla ripresa e la ricostruzione".
Paolo Buzzetti, presidente dell'Associazione nazionale costruttori edili (Ance), fa esercizio di realismo. Si spende, certo, ma almeno pone delle condizioni. Lasciando l'Aquila, dice: "Ho raccolto il timore dei nostri associati di essere tagliati fuori dalla ricostruzione e sono dunque d'accordo sulla necessità di un coinvolgimento forte delle imprese locali. Detto questo, però, la ricostruzione deve essere l'occasione per avviare un ciclo virtuoso. Di qualità. In cui, tanto per dirne una, siano protagoniste quelle imprese che vantano storie produttive e comportamenti virtuosi e non un semplice pezzo di carta senza alcun significato come è ormai un certificato antimafia". Suonano come parole accorte. Nel rapporto sulle ecomafie del 2008 redatto dalla Lega Ambiente, l'Abruzzo si è guadagnato l'undicesimo posto nella classifica delle "illegalità nel ciclo del cemento". Duecentoquaranta le infrazioni accertate, 289 le persone denunciate, 51 i sequestri di materiali e cantieri. Ne sa qualcosa Leopoldo Rossini, ingegnere sismico, tra i principali consulenti delle Procure della repubblica abruzzesi. Dice: "Ho sostenuto e ripeto che, a partire dall'edilizia privata, i costruttori di questa regione, con qualche lodevole eccezione, hanno dimostrato superficialità, ignoranza e sottovalutazione. La filiera progettazione, esecuzione dei lavori, controllo e collaudo non ha mai prodotto un'edilizia antisismica di qualità". È abruzzese anche l'ingegner Rossini. Come il governatore Chiodi.
giovedì 16 aprile 2009
Censura a Vauro - Terremoto 3
questo il sito di Vauro con l'archivio delle sue vignette: http://www.vauro.net/index.html
«Quando la maggioranza sostiene di aver sempre ragione e la minoranza non osa reagire, allora è in pericolo la democrazia». (Umberto Eco)
"Il governo non censuri la stampa, affinchè la stampa sia libera di censurare il governo" (Corte Suprema degli USA, 1972)
martedì 14 aprile 2009
La ricostruzione a rischio clan - Terremoto 2
da: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-5/saviano/saviano.html
La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo. Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima. La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione. Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto. "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva". Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore. Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce. Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.
"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente. Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare". Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare. Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan. Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo. L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione. Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...". Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente. I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi. L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra. Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese. La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo. Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini. È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti. Il silenzio de L'Aquila spaventa. La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa. Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa. Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria. Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo. I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare... La dignità estrema di queste persone me la raccontano i vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita. Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto". Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno". Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.