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martedì 24 novembre 2009

Nondasola, in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne

Mercoledì 25 Novembre al Cinema Rosebud Ore 10.00 (con ingresso riservato alle scuole su prenotazione)e Lunedì 30 Novembre al Cinema Al Corso Ore 20,30 (a seguire sarà proiettato il film ‘Racconti da Stoccolma’. Un film di Anders Nilsson - Svezia 2006) --> in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne, l’Associazione Nondasola in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Reggio Emilia presenta il VIDEO ‘Ci metto la faccia. Ragazzi e Ragazze contro la violenza alle donne’ promosso e curato dall’Associazione Nondasola, con la regia di Alessandro Scillitani e finanziato da Coopsette.


L’Associazione Nondasola dedica molte energie alle azioni per cambiare la cultura che giustifica la violenza alle donne attraverso interventi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica e di prevenzione, a partire dalla scuola. 5200 studenti/esse hanno partecipato dal 1999 ai laboratori del Progetto In-differenza, dell’Associazione sperimentando una possibilità di cambiamento che può essere praticata a partire da sé, dalla propria differenza perché non si perpetui la violenza di un genere sull’altro e l’indifferenza non occulti la violenza. Il video é il prodotto di un progetto biennale realizzato con studenti e studentesse di diverse scuole: Istituto Statale Magistrale, Liceo Moro, Istituto Zanelli, Ist. Professionale Galvani.

La scommessa é stata quella di incrociare gli sguardi e i vissuti dei ragazzi e delle ragazze con il contesto culturale nel quale vivono la loro quotidianità.

Non ci siamo proposte di dare soluzioni o definizioni ma di lasciare fluire liberamente voci, parole, sguardi e corpi degli adolescenti, la loro spontaneità e freschezza, per permettere loro di posizionarsi rispetto al tema della violenza anche in modi spiazzanti, che possono mettere in scacco e destabilizzare ma che non possono non stimolare a una riflessione, fare sorgere un dubbio, una domanda, spronarci ad ‘andare più a fondo nelle pieghe’.
Il video, della durata di 30 minuti, rappresenta uno strumento di sensibilizzazione sul tema della violenza a partire dal punto di vista degli adolescenti, che, troppo spesso, nell’immaginario collettivo, vengono rappresentati come ‘nichilisti, enigmatici, immaturi’ ma che, altrettanto spesso, esprimono il bisogno che qualcuno li ascolti, sospendendo il giudizio, che qualcuno dia loro fiducia e valorizzi ciò che hanno da dire, che riconosca loro la possibilità di essere sé stessi, di dirsi liberamente nelle loro contraddizioni ma anche nei loro desideri, sogni, aspettative e pensieri.
L’invito per queste due date é quello di ‘tendere le orecchie, porsi, silenziosi/e, in ascolto di ciò che ragazzi e ragazze avranno da raccontarci.’



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mercoledì 18 novembre 2009

ALLE DONNE REGGIANE

Il 24 e 25 maggio scorsi l’anfora, simbolo della Staffetta di donne contro la violenza sulle donne promossa dall’UDI nazionale, è arrivata anche a Reggio Emilia grazie all’impegno di Donneinsieme, Associazione Nondasola, Associazione Gruppo Archivio UDI di RE e l’adesione di diverse altre associazioni/enti.
L’iniziativa, partita il 25 novembre 2008 da Niscemi dove è stata uccisa Lorena, stava attraversando tutta l’Italia coinvolgendo migliaia di persone in un dibattito che metteva al centro il tema della violenza domestica contro le donne e più in generale per dire che la violenza sessuata stravolge i rapporti tra i generi.
Si può seguire il suo percorso di parole e immagini nel sito dedicato www.staffettaudi.org
Il 21 novembre prossimo a Brescia, dove è stata assassinata Hiina ed è stata scelta come sede conclusiva di questo evento durato un anno, si terrà una manifestazione nazionale dalle ore 15.00 alle ore 18.00.
Anche le donne di Reggio saranno presenti per testimoniare la volontà di continuare a sostenere un impegno concreto nell’aiutare le vittime della violenza e allo stesso tempo un impegno culturale per prevenirla.
Il pullman partirà alle ore 11,30 dal parcheggio di fronte al Tribunale in via Paterlini, il rientro è previsto per le ore 20,30.
L’iniziativa è autofinanziata perciò sarà richiesto un contributo per le spese.

Per informazioni e iscrizioni:
massimilla.rinaldi@fastwebnet.it cell 380 3595665 oppure 0522 558881

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domenica 23 agosto 2009

Quei morti che gridano dal fondo del mare

di Eugenio Scalfari, da Repubblica on line

È SINGOLARE (non trovo altro aggettivo) il comportamento della stampa nazionale sulla strage dei 73 migranti uccisi dal mare tra Malta e Lampedusa.
Il primo giorno, con notizie ancora incerte, tutti hanno aperto su quell'avvenimento: il numero delle vittime, la storia raccontata dai cinque sopravvissuti, i dubbi del ministro Maroni sulla loro attendibilità, le responsabilità della Marina maltese, i primi commenti ispirati al "chissenefrega" di Bossi e di Calderoli.

Ma dal secondo giorno in poi i nostri giornali hanno voltato la testa dall'altra parte. Le notizie nel frattempo sopraggiunte sono state date nelle pagine interne. Uno solo, il "Corriere della Sera", ha tenuto ancora quella strage in testata di prima pagina ma senza alcun commento. Il notiziario all'interno tende a riposizionare i fatti entro lo schema della responsabilità maltese. Il resto è silenzio o quasi. Fa eccezione "Repubblica" ma il nostro, com'è noto, è un giornale sovversivo e deviazionista e quindi non può far testo.

Comincio da qui e non sembri una stravaganza. Comincio da qui perché la timidezza, la prudenza, il dire e non dire dei grandi giornali nazionali sono lo specchio d'una profonda indifferenza dello spirito pubblico, ormai ripiegato sul tirare a campare del giorno per giorno, senza memoria del passato né prospettiva di futuro, rintronato da televisioni che sfornano a getto continuo trasmissioni insensate e da giornali che debbono ogni giorno farsi perdonare peccati di coraggio talmente veniali che qualunque confessore li manderebbe assolti senza neppure imporre un "Pater noster" come penalità minimale.

Perfino il durissimo attacco della Chiesa e della stampa diocesana, che su altri temi avrebbe avuto ampia risonanza, è stato registrato per dovere d'ufficio. Bossi, che ha orecchie attentissime a queste questioni, si è addirittura permesso di mandare il Vaticano a quel paese, definendo insensate le parole dei vescovi sulla strage del mare e invitando il papa a prendere gli immigrati in casa sua perché "noi qui non li vogliamo".
Alla vergogna c'è un limite. Noi l'abbiamo varcato da un pezzo nella generale apatia e afasia.

* * *

Ci sono varie responsabilità in quanto è accaduto nel barcone dei 78 eritrei, per venti giorni alla deriva in uno specchio di mare popolatissimo di motovedette, aerei, elicotteri, pescherecci delle più diverse nazionalità, italiani, maltesi, ciprioti, egiziani, tunisini e libici. Responsabilità specifiche e responsabilità più generali.

La prima responsabilità specifica riguarda il mancato avvistamento da parte della nostra Marina e della nostra Aviazione. Venti giorni, un barcone di quindici metri con 78 persone a bordo, sballottato dai venti tra Malta e Lampedusa, un braccio di mare poco più ampio di quello percorso da una normale regata di vela.
I ministri Maroni e La Russa dovrebbero fornire al Parlamento e alla pubblica opinione l'elenco dei voli e dei pattugliamenti da noi effettuati in quello spazio e in quei giorni. Il ministro dell'Interno finora si è limitato a chiedere un rapporto sull'accaduto al prefetto di Agrigento.

Che c'entra il prefetto di Agrigento? Il responsabile politico dei respingimenti in mare è il ministro dell'Interno che si vale della guardia costiera, delle capitanerie di porto e delle forze armate messe a disposizione dalla Difesa. Maroni e La Russa debbono rispondere, non il prefetto di Agrigento.

La seconda responsabilità specifica riguarda il pattugliamento italo-libico sulle coste della Libia. Sbandierato ai quattro venti come un grande successo diplomatico, viaggi del premier in Libia, abbracci e baci sulle guance tra Berlusconi e Gheddafi, promesse di denaro sonante e investimenti al dittatore-colonnello, viaggio del medesimo con relativa tenda a Villa Pamphili, scortesie a ripetizione, sempre del medesimo, nei confronti di quasi tutte le autorità istituzionali italiane; secondo viaggio del colonnello e seconda tenda al G8 dell'Aquila, dichiarazioni del ministro degli Esteri, Frattini, per sottolineare l'importanza dell'asse politico Roma-Tripoli.

Risultati zero. Riforma dei centri di accoglienza libici sotto controllo italiano, zero. Quei centri sono un inferno dove i migranti provenienti dall'Africa sahariana e dal Corno d'Africa sono ridotti per mesi in schiavitù e sottoposti alle più infami vessazioni fino a quando alcuni di loro vengono affidati ai mercanti del trasporto e imbarcati per il loro destino. Le vittime in fondo a quel tratto di Mediterraneo non si contano più.

In quei centri, tra l'altro, le autorità italiane dovrebbero individuare quegli immigranti che hanno titolo per essere trattati come rifugiati politici. Queste verifiche non sono avvenute. I migranti eritrei in particolare dovrebbero poter godere di uno "status" particolare come ex colonia italiana, ma nessuno se ne è occupato (e meno che mai, ovviamente, il prefetto di Agrigento).

In compenso le motovedette italiane dal primo giugno ad oggi hanno intercettato un elevato numero di barconi e li hanno respinti nel girone infernale dei centri di accoglienza libici, il che significa che le partenze dalla coste cirenaiche continuano ad avvenire in barba a tutti gli accordi.
Questo stato di cose è intollerabile. Frutto di una legge perversa e d'un reato di clandestinità che ha addirittura ispirato un gioco di società inventato dal figlio di Bossi e brevettato con il titolo "Rimbalza il clandestino".
Mancano le parole per definire queste infamità.

* * *

Ma esistono altresì responsabilità generali, al di là del caso specifico. Le ha elencate con estrema chiarezza il proprietario di un peschereccio di Mazara del Vallo da noi intervistato ieri.
Perché i pescherecci che avvistano barche di migranti in difficoltà non intervengono? Risposta: se sono in difficoltà superabili, intervengono, forniscono viveri acqua e coperte, indicano la rotta. Se sono in difficoltà gravi, li segnalano alle autorità italiane.
Segnalano sempre? Risposta: non sempre.
Perché non sempre? Risposta: se imbarchiamo i migranti sui nostri pescherecci rischiamo di perdere giorni e settimane di lavoro. Noi siamo in mare per pescare. Con gli immigrati a bordo il lavoro è impossibile.

Non siete risarciti dallo Stato? Risposta: no, per il mancato nostro lavoro non siamo risarciti.
Ci sono altre ragioni che vi scoraggiano? Risposta: chi prende a bordo clandestini e li porta a terra rischia di essere processato per favoreggiamento al reato di clandestinità. Temono di esserlo, perciò molti chiudono gli occhi e evitano di immischiarsi.

Se li portate a Malta che succede? Risposta: peggio ancora, ci sequestrano la barca per mesi e ci tolgono l'autorizzazione a pescare nelle loro acque.
Questi sono i risultati di una legge sciagurata, salutata non solo dalla Lega ma dall'intero centrodestra come un successo, una guerra vittoriosa contro le invasioni barbariche.

Questa legge dovrebbe essere abrogata perché indegna di un paese civile. Nel frattempo gli immigrati entrano a frotte dai valichi dell'Est. Non arrivano per mare ma in pullman, in automobile, in aereo, in ferrovia e anche a piedi. Alimentano il lavoro regolare e quello nero in tutta la Padania e non soltanto.
I famigerati rom e i famigerati romeni vengono via terra e non via mare. La vostra legge non solo è indecente ma è contemporaneamente un colabrodo.

* * *

Alcuni si domandano i motivi del silenzio di Berlusconi su questo delicatissimo tema. La ragione è chiara e l'ha fornita l'onorevole Verdini, uno dei tre coordinatori del Pdl insieme a La Russa e Bondi e quello che meglio di tutti conosce la natura del capo del governo essendo stato con lui e con Dell'Utri uno dei tre fondatori di Forza Italia nell'ormai lontano 1994.

Di che cosa vi stupite, ha scritto Verdini in una sua lettera al "Corriere della Sera" di pochi giorni fa ribattendo alcune domande di Sergio Romano nel suo fondo domenicale. Di che cosa vi stupite? Silvio Berlusconi, con almeno una parte di sé, è un leghista né più né meno di Bossi e quando nel '93 decise di impegnarsi in politica pensò, prima di decidersi a fondare un nuovo partito, di guidare con Bossi la Lega. Poi scelse di fondare un partito nazionale del quale il nordismo leghista sarebbe stato il pilastro più rilevante.

Così Verdini, il quale in quella lettera rivendica il merito d'aver convinto il premier all'opportunità di dar vita a Forza Italia.
Non si poteva dir meglio. C'è da aggiungere che il peso della Lega è ultimamente aumentato in proporzione diretta alla minor forza politica del premier. La Lega ha oggi una forza di ricatto politico che prima non aveva e la sta esercitando in tutte le direzioni non senza alcuni contraccolpi sulle strutture e sulle alleanze all'interno del Pdl.

Uno dei temi di dibattito di queste ultime settimane è stato il collante che spiega nonostante tutto la persistenza del potere berlusconiano e la sua eventuale capacità di sopravvivere ad un possibile ritiro di Berlusconi dalla gestione diretta di quel potere. Tra le varie spiegazioni è mancata quella a mio avviso decisiva. Il collante del berlusconismo consiste nell'appello continuamente ripetuto e aggiornato agli istinti più scadenti che rappresentano una delle costanti della nostra storia di nazione senza Stato e di Stato senza nazione.

Una classe dirigente dovrebbe rappresentare ed evocare gli istinti più nobili di un popolo, educandolo con l'esempio, spronandolo ad una visione alta del bene comune. Un compito difficile che alcune figure della nostra storia esercitarono con passione, tenacia e abilità politica.
È più facile evocare gli "spiriti animali" e questo è avvenuto frequentemente nelle vicende del nostro paese a cominciare dal "O Franza o Spagna purché se magna" e alle sue più recenti e non meno abiette manifestazioni.

Giorni fa, rispondendo nel suo giornale alla lettera di un giovane leghista a disagio ma privo di alternative alla sua visione nordista, Galli Della Loggia spiegava al suo interlocutore quale fosse l'errore in cui era incappato: una falsa prospettiva storica, un falso revisionismo che ha messo in circolazione una falsa e deteriore immagine del nostro Risorgimento.
Ho riletto un paio di volte l'articolo di Della Loggia perché non credevo ai miei occhi. Il revisionismo da lui lamentato come deformazione della nostra storia unitaria è nato negli ultimi quindici anni proprio sulle pagine del suo giornale e lo stesso Della Loggia ne è stato uno dei più autorevoli esponenti.

Meglio tardi che mai. Purtroppo di vitelli grassi da sacrificare per il ritorno del figliol prodigo oggi c'è grande scarsità. Il solo vitello grasso in circolazione è lo scudo fiscale preparato da Tremonti, che però non riguarda la questione dell'Unità d'Italia e del revisionismo politico. Festeggia soltanto gli evasori fiscali. Anche questa è una (pessima) costante nella storia di questo paese.

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lunedì 18 maggio 2009

Quelle dieci domande

di Ida Dominijanni, da Il Manifesto on line
Il presidente del consiglio sta perdendo la brocca, e proprio su quell'arte di comunicare in cui vanta un primato indiscusso. Emette in contemporanea note ufficiali impersonali firmate Palazzo Chigi, book velinari (sempre di veline si tratta) personalissimi sulla propria vita firmati Vittorio Feltri, battute sui «birichini» che lo attaccano firmate Silvio Berlusconi. Troppi registri e troppi format diversi, gli spiegherebbe l'ultimo programmista delle sue tv: così l'audience rischia di confondersi e di scendere ancora di qualche punto rispetto agli ultimi sondaggi elettorali, che già gliene levano tre. Non aveva detto e strombazzato che l'affaire Veronica-Noemi è una faccenda privata, di cui intendeva tacere? E allora perché continua a non fare altro che parlarne, via note e via battute? E se della sua vita privata non vuole parlare, come mai replica l'operazione elettorale già fatta anni fa con il memorabile Una storia italiana, facendoci somministrare di nuovo da Libero la sua biografia inestricabilmente privata e pubblica, con i muscoli di quando aveva quindici anni esibiti accanto al sorriso da premier e Putin ospite a Villa Certosa?
La verità è che la favola della faccenda privata non ha retto neanche un minuto, e che fin dal primo minuto il premier, mentre ostentava strafottenza, imbastiva versioni approssimative dei fatti e armava i suoi contro la moglie per screditarla, ha capito che rischia grosso, più grosso di quanto già non vacilli per gli attacchi di Bossi sul referendum, di Brunetta sul governo, di Fini sulle coppie gay. Sì che di fronte alle dieci pertinenti domande sull'affaire messe in fila ieri da Giuseppe D'Avanzo su Repubblica (alcune formulate già su queste colonne da Gabriele Polo, dopo il monologo berlusconiano a Porta a porta), invece di rispondere come sarebbe suo dovere, accende con la nota ufficiale il solito pilota automatico - «invidia, odio, calunnia, diffamazione, strumentalizzazione» - e prova il contropiede straparlando d'altro per tutto il giorno: immigrati, G8, gasdotto sul Mar Nero, calcio, Millemiglia, piano casa, Nato, ricette per la ricrescita dei capelli, case ai terremotati, ponte sullo Stretto. Classica strategia di dépistage, patente quanto le contraddizioni che D'Avanzo imputa alle sue variegate versioni dei giorni scorsi sulle candidature delle veline, sul rapporto con Noemi, sull'amicizia con il padre di Noemi, sul suo arrivo alla festa di Noemi, sulle sue presunte frequentazioni di minorenni, sul suo stato di salute e via dicendo. Anche l'opposizione accende il pilota automatico e denuncia l'attacco alla libertà d'informazione. Che con Berlusconi va sempre bene, ci mancherebbe. Se non fosse che in democrazia oltre alla stampa libera esisterebbero anche delle libere istituzioni, e quelle dieci domande ci sarebbe piaciuto, a noi che facciamo informazione, resocontarle per esempio da un dibattito parlamentare. Ma fino a ieri anche per l'opposizione, salvo poche e meritevoli voci, l'affaire era una faccenda privata, di cui bisognava tacere. Tiriamo una linea e cominciamo da capo, con due preghiere. Fate quelle dieci domande, onorevoli deputati e senatori dell'opposizione. Risponda a quelle dieci domande, onorevole presidente del consiglio.

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Incoerenze di un caso politico: dieci domande a Berlusconi

di Giuseppe D'Avanzo, da Repubblica on line
Repubblica ha chiesto, nei giorni scorsi, di rivolgere al presidente del Consiglio dieci domande sulle incoerenze e le omissioni di una storia che molti definiscono "di Veronica" o "di Noemi" e nessuno azzarda a definire per quel che è o appare: un "caso Berlusconi". Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, lunedì, ha chiesto due giorni per dare una risposta. Quella risposta non è arrivata. Per non dissimulare, come vuole il nuovo conformismo dell'informazione italiana, ciò che dovrebbe essere chiarito, pubblichiamo oggi le domande che avremmo voluto rivolgere al premier e le contraddizioni che abbiamo ritenuto di riscontrare tra le sue dichiarazioni e quelle degli altri protagonisti della vicenda.
Silvio Berlusconi ha detto: "Credo che chi è incaricato di una funzione pubblica, come il presidente del Consiglio, possa accettare la continuazione di un rapporto [con la sua consorte, Veronica Lario] soltanto se si chiarisce chi ha provocato questa situazione". (Porta a Porta, 5 maggio 2009). Repubblica concorda con Silvio Berlusconi. E' evidente che, nonostante il frastuono mediatico di queste ore, non si discute di un divorzio o di una separazione, affare privato di due coniugi. Come ha chiaro il premier, la questione interroga i comportamenti di "un incaricato di una funzione pubblica". In quanto tali, quei comportamenti sono sempre di pubblico interesse e non possono essere circoscritti a un ambito familiare. D'altronde, la signora Veronica Lario, nelle sue dichiarazioni del 29 aprile e del 3 maggio, offre all'attenzione dell'opinione pubblica due certezze personali e una domanda. Le due certezze descrivono, tra il pubblico e il privato, i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene". La domanda, posta dalla signora all'opinione pubblica e a chi in vario modo la rappresenta, è invece tutta politica e chiama in causa le pratiche del "potere", il suo modo di essere, che si degrada e si avvilisce pericolosamente quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e la prossimità al premier. Ha detto la signora Lario: "Quello che emerge oggi, attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne (...). Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore". (Ansa, 28 aprile, 22:31) Silvio Berlusconi ha replicato, a caldo, evocando un complotto "della sinistra e della sua stampa che non riescono ad accettare la mia popolarità al 75 per cento (...) Tutto falso, nato dalla trappola in cui anche mia moglie purtroppo è caduta. Le veline sono inesistenti. Un'assoluta falsità". (Porta a porta, 5 maggio) E' il primo ingombro che bisogna verificare. Questa storia è soltanto una trappola bene organizzata? E' vero, se di complotto si tratta, che nasconde la mano della sinistra e della "sua stampa"? Tre evidenze lo escludono. Il primo quotidiano che dà conto della candidatura di una "velina" alle elezioni europee è il Giornale della famiglia Berlusconi. Il 31 marzo, a pagina 12, nella rubrica Indiscreto a Palazzo si legge che "Barbara Matera punta a un seggio europeo". "Soubrette, già "Letterata" del Chiambretti c'è, poi "Letteronza" della Gialappa's, quindi annunciatrice Rai e attrice della fiction Carabinieri", la Matera, scrive il Giornale, "ha voluto smentire i luoghi comuni sui giovani che non si applicano e non si impegnano. "Dicono che i ragazzi perdino tempo. Non è vero: io per esempio studio molto"". "E si vede", commenta il giornale di casa Berlusconi. Il secondo giornale che svela "la carta segreta che il Cavaliere è pronto a giocare" è Libero, il 22 aprile. Notizia e foto di prima pagina con "Angela Sozio, la rossa del Grande Fratello e le gemelle De Vivo dell'Isola dei famosi, possibili candidate alle elezioni europee". A pagina 12, le rivelazioni: "Gesto da Cavaliere. Le veline azzurre candidate in pectore" è il titolo. "Silvio porta a Strasburgo una truppa di showgirl" è il sommario. Per Libero le "showgirl", che dovranno superare un colloquio, sono 21 (in lista i candidati a un seggio di Bruxelles, come si sa, sono 72). I nomi che si leggono nella cronaca sono: Angela Sozio, Elisa Alloro, Emanuela Romano, Rachele Restivo, Eleonora Gaggioli, Camilla Ferranti, Barbara Matera, Ginevra Crescenzi, Antonia Ruggiero, Lara Comi, Adriana Verdirosi, Cristina Ravot, Giovanna Del Giudice, Chiara Sgarbossa, Silvia Travaini, Assunta Petron, Letizia Cioffi, Albertina Carraro. Eleonora e Imma De Vivo e "una misteriosa signorina" lituana, Giada Martirosianaite. Difficile sostenere che Il Giornale e Libero siano fogli di sinistra. Come è arduo credere che la Fondazione farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini, sia un pensatoio vicino al partito democratico. Il think tank, diretto dal professor Alessandro Campi, vuole "far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione". Coerentemente critica l'uso di "uno stereotipo femminile mortificante" e con un'analisi della politologa Sofia Ventura avverte che "il "velinismo" non serve". Nell'articolo si legge: "Assistiamo a una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto da fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con disinvoltura, denota uno scarso rispetto, da un lato, per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro; dall'altro, per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima". Sofia Ventura conclude: "Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi. Le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse". Quando la signora Lario prende (buonultima) la parola per censurare il "velinismo" - e "il ciarpame senza pudore" del potere - non si muove nel vuoto, ma su un terreno già smosso dalle rivelazioni dei giornali vicini al premier e dalle analisi critiche di intellettuali prossimi alla maggioranza di governo. Questo "caso" non ha inizio con un intrigo, come protesta Berlusconi, ma trova la sua trasparente ragione nella preoccupazione di ambienti della destra per un "impoverimento della qualità democratica di un paese" (ancora la Ventura). Rimosso il presunto "complotto", resta il "caso" politico, dunque. Un "caso" che diventa anche familiare, quando Veronica Lario scopre che Silvio Berlusconi ha partecipato a Napoli alla festa di compleanno di una diciottenne (Repubblica, 28 aprile). E ancora una volta politico quando la signora, annunciando la sua volontà di divorziare, denuncia pubblicamente i comportamenti di un marito che, "incaricato di una pubblica funzione", "frequenta minorenni", prigioniero com'è di un disagio che minaccia il suo equilibrio psicofisico. Il presidente del Consiglio ha replicato ai rilievi della signora Lario con due interviste alla carta stampata (Corriere della Sera e la Stampa, 4 maggio) e con un lungo monologo a Porta a Porta (5 maggio). In queste tre sortite pubbliche, la ricostruzione degli avvenimenti di cui si discute (la candidatura di giovani donne selezionate per la loro bellezza e amicizia con il premier; il suo affetto per Noemi Letizia, maggiorenne il 26 aprile; la partecipazione alla festa di compleanno; il lungo sodalizio amicale con la famiglia Letizia) ha avuto, da parte di Berlusconi, una parola definitiva, ma o contraddittoria o omissiva. Berlusconi nega di aver mai avuto intenzione di candidare "soubrette". "Non avevamo messo in lista nessuna "velina"" (Corriere, 4 maggio) Noemi lo chiama "papi". Perché? A chi glielo chiede, replica: "E' uno scherzo, mi volevano dare del nonno, meglio mi chiamino papi. Non crede?" (Corriere, 4 maggio). Berlusconi è più preciso con la Stampa (4 maggio): "Io frequenterei, come ha detto la signora [Lario], delle diciassettenni. E' una cosa che non posso sopportare. Io sono amico del padre punto e basta. Lo giuro!" E' la stessa versione offerta a France2 (6maggio). Quando il presidente del Consiglio spiega le circostanze della frequentazione con Noemi Letizia - si tratta di un'antica amicizia di natura politica con il padre, dice - il giornalista lo interrompe per chiedere: "... dunque [Noemi] non è una ragazza che lei conosceva personalmente?". Berlusconi risponde: "No, ho avuto l'occasione di conoscerla con i suoi genitori. Questo è tutto". La versione di Berlusconi è contraddetta in tutti i suoi elementi dalle interviste che Noemi Letizia concede. Noemi così ricostruisce il suo legame affettivo con il presidente del Consiglio: "Mi vuole bene come a un figlia. E anch'io, noi tutti gli siamo molto legati". (Repubblica, 29 aprile) Al Corriere del Mezzogiorno, il 28 aprile, consegna dettagli chiave. "[Berlusconi, papi] mi ha allevata (...) E' un amico di famiglia. Dei miei genitori (...) non mi ha fatto mai mancare le sue attenzioni. Un anno [per il mio compleanno], ricordo, mi ha regalato un diamantino. Un'altra volta, una collanina. Insomma, ogni volta mi riempie di attenzioni. (...) Lo adoro. Gli faccio compagnia. Lui mi chiama, mi dice che ha qualche momento libero e io lo raggiungo. Resto ad ascoltarlo. Ed è questo che desidera da me. Poi, cantiamo assieme. (...) Quando vado da lui ha sempre la scrivania sommersa dalle carte. Dice che vorrebbe mettersi su una barca e dedicarsi alla lettura. Talvolta è deluso dal fatto che viene giudicato male, gli spiego che chi lo giudica male non guarda al di là del proprio naso. Nessuno può immaginare quanto papi sia sensibile. Pensi che gli sono stata vicinissima quando è morta, di recente, la sorella Maria Antonietta. Gli dicevo che soltanto io potevo capire il suo dolore. (...) [Da grande vorrò fare] la showgirl. Mi interessa anche la politica. Sono pronta a cogliere qualunque opportunità. (...) Preferisco candidarmi alla Camera, al parlamento. Ci penserà papi Silvio". Nel racconto di Noemi c'è la narrazione di un rapporto diretto, intenso con il presidente del Consiglio. Che le fa tre regali per il 16°, 17° e 18° compleanno. Quindi, si può concludere, Berlusconi ha conosciuto Noemi quindicenne. Nel loro rapporto non c'è alcun ruolo o presenza dei genitori. Noemi non vi fa alcun riferimento e non è corretta dalla madre, presente al colloquio con Angelo Agrippa del Corriere del Mezzogiorno. Berlusconi ha tentato di ridimensionare il legame con la minorenne: "Ho incontrato la ragazza due o tre volte, non ricordo, e sempre alla presenza dei genitori". I genitori non hanno ancora confermato le parole del premier. Durante l'incontro con il giornalista, la signora Anna Palumbo - madre di Noemi - interviene soltanto per specificare le circostanze in cui Berlusconi ha conosciuto suo marito, Benedetto "Elio" Letizia. Dice: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista. Ma non possiamo dire di più". Noemi non è così evasiva quando affronta una delle questioni decisive per questa storia. E' addirittura esplicita. Ella ritiene di poter ottenere da Berlusconi l'opportunità di fare spettacolo o, in alternativa, di essere eletta in parlamento. Televisione o scranno a Montecitorio. Le aspettative di Noemi, sollecitate dalle attenzioni (o promesse) di Berlusconi, sono in linea con le riflessioni critiche di farefuturo, il think tank di Gianfranco Fini ("Le donne non sono gingilli") e della signora Lario ("Ciarpame senza pudore"). Quando e dove e come si sono conosciuti Berlusconi e Benedetto Letizia è un altro enigma di questa storia che raccoglie versioni successive e contraddittorie. A Varsavia Berlusconi dice: "[Benedetto] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, 16:34) Quando la circostanza è subito negata da Bobo Craxi ("Cado dalle nuvole. L'autista di mio padre si chiamava Nicola, era veneto, ed è morto da qualche anno", Ansa, 29 aprile, 16:57), Palazzo Chigi con un imbarazzato ritardo di venti ore, smentisce a sua volta: "Si rileva che il presidente Berlusconi non ha mai detto che il signor Letizia fosse autista dell'on. Bettino Craxi" (Ansa, 30 aprile, 12:30). Dal suo canto, Letizia non vuole ricordare in pubblico come e dove e quando ha conosciuto Berlusconi. Chi lo interroga raccoglie soltanto parole vuote. "Volete sapere come ho conosciuto Berlusconi? Va bene, ve lo dico, però allora vi racconto anche come ho conosciuto tutte le persone che conosco...". (Corriere, 10 maggio) In qualche altra occasione, il rifiuto di Letizia a raccontare il primo incontro con il futuro premier è ancora più categorico: "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, in edicola il 6 maggio) Anche Noemi non ha voglia di offrire rievocazioni: "Non ricordo i particolari [di come è nato il contatto familiare], queste cose ai miei genitori non le ho chieste. Non è che si siano incrociati sul lavoro: mio padre è un dipendente comunale...". (Repubblica, 29 aprile) Un ricordo vivo del primo incontro tra Berlusconi e Letizia sembra averlo Arcangelo Martino, un ex assessore socialista al comune di Napoli, oggi vicino al partito del presidente del Consiglio. "Fra il 1987 e il 1993 sono stato grande amico di Bettino Craxi. Tutti i mercoledì andavo a trovarlo a Roma all'hotel Raphael, una consuetudine. Mi accompagnava sempre qualcuno del mio staff e quel qualcuno era quasi sempre Elio Letizia (...) Parecchie volte è capitato che al Raphael ci fosse Silvio Berlusconi. E' lì che ho presentato i due che poi hanno fatto amicizia". (Corriere della sera, 10 maggio). Il ricordo di Arcangelo Martino è sconfessato con nettezza ancora una volta da Bobo Craxi. "Escludo categoricamente che il signor Letizia fosse un habitué dell'hotel Raphael (...) Lo stesso Martino credo che sia passato qualche volta a salutare mio padre". (Repubblica, 11 maggio) Chiara anche la smentita di uomini che furono accanto al leader socialista: Gianni De Michelis ("Mai sentito nominare Letizia"); Gennaro Acquaviva ("Mai sentito nominare Letizia, neanche dai napoletani"); Giulio Di Donato ("Questo signor Letizia, nel panorama napoletano e campano dei socialisti, non esisteva, a mia memoria"). Ancora più efficace la contestazione di Stefano Caldoro: "Proprio nei primi anni novanta, abitavo al Raphael tutte le volte che mi fermavo a Roma. Si scherzava sulla intraprendenza di Martino (...) ma escludo categoricamente di aver mai visto e sentito che questo Letizia venisse presentato a Craxi. Perché mai l'avrebbero dovuto presentare? Non era un dirigente, non era un esponente del sociale, non era un militante" (Ancora Repubblica, 11 maggio 2009). L'occasione dell'incontro tra Berlusconi e Letizia è ancora da chiarire. Come i tempi della decisione del presidente del Consiglio di partecipare alla festa di compleanno di Noemi. Al Corriere della sera, 4 maggio, così Berlusconi ha spiegato la sua presenza a Napoli: "Racconto come è andata veramente. Quel giorno mi telefona il padre, un mio amico da tanti anni. E quando sa che in serata sarei stato a Napoli, per controllare lo stato di avanzamento del progetto per il termovalorizzatore, insiste perché passi almeno un attimo al compleanno della figlia. La casa è vicina all'aeroporto. Non molla. Io non so dir di no. Eravamo in anticipo di un'ora e ci sono andato. Nulla di strano, è accaduto altre volte per compleanni e matrimoni". Berlusconi, dunque, partecipa alla festa per un atto di affetto nei confronti di Elio Letizia. Non si parla di Noemi né di altra necessità politica o urgenza di altra natura. Diversa la versione offerta, lo stesso giorno (4 maggio) alla Stampa: "Suo padre, che conoscevo da tempo, mi ha telefonato per chiedermi se lasciavo fuori Martusciello (Flavio, consigliere regionale del PdL) dalle liste per le Europee, io gli ho spiegato che avrei cercato di mettere sia l'ex-questore Malvano (Franco, già candidato a sindaco di Napoli) sia Martusciello e che stavo arrivando a Napoli per dare una spinta ai contratti per i nuovi termovalorizzatori che sono frenati dalla burocrazia. A quel punto lui mi ha interrotto e mi ha detto: "Stavi venendo a Napoli? Io stasera festeggio il diciottesimo compleanno di Noemi, perché non vieni con un brindisi, lo facciamo in un locale poco distante dall'aeroporto. Ti prego vieni sarebbe il più bel regalo della mia vita". Così ci sono andato...". Berlusconi aggiunge qualche dettaglio in più nel solco di questa versione, il 5 maggio, durante Porta a Porta: "Ero al salone del Mobile della Fiera di Rho, imbarazzato per i cori "Meno male che Silvio c'e", "Magico" e il capitano dell'elicottero mi ha detto che era in arrivo entro mezz'ora un temporale che ci avrebbe costretto ad andare in macchina a Linate. Per questo siamo partiti in anticipo e [visto il tempo a disposizione, prima di] una riunione politica che avevo in serata [con il ristorante a soli tre minuti dall'aeroporto] sono entrato..." Anche questa ricostruzione trova delle evidenze che la contraddicono. Berlusconi giunge a Napoli con un regalo per Noemi, "cerchi concentrici in oro rosa arricchiti da una cascata di diamanti bianchi montati su oro bianco, 6mila euro, il ciondolo è anche nella collezione di Sophia Loren" (Gente, 19 maggio). Si è molto discusso di questa circostanza che, al contrario, non pare molto significativa: il presidente potrebbe aver a bordo del suo aereo dei cadeaux da distribuire secondo necessità. Più interessante è che l'aereo di Berlusconi giunga a Napoli con un'ora di anticipo rispetto all'inizio della festa e il presidente attenda nell'aeromobile per un'ora prima di muoversi ed entrare "cinque minuti dopo l'arrivo in sala di Noemi" (Annozero, 7 maggio). Secondo la testimonianza di un fotografo, ingaggiato dal patron del ristorante "Villa Santa Chiara", si sapeva da sabato 25 aprile dell'arrivo del premier e, in ogni caso, la "bonifica" della sala da parte della polizia è stata predisposta già nella mattinata, "alle 15", per alcune fonti del Dipartimento di sicurezza. (Repubblica, 9 maggio). Sembra di poter dire che non c'è stato alcun cambio di programma a Rho nel tardo pomeriggio di domenica 26 aprile. La partecipazione alla festa di Noemi era già nell'agenda del presidente da giorni, come dimostrano la "bonifica", l'attesa in aereo, l'arrivo nel ristorante subito quasi contestualmente all'ingresso della diciottenne come per un copione precedentemente preparato. C'è un'ultima contraddizione da sciogliere. La scelta o indicazione delle "veline" da candidare è stata opera di Berlusconi? A Porta a Porta, 5 maggio, il presidente del Consiglio sostiene di non aver messo becco nella candidature europee: "Le candidature per le Europee non sono state gestite direttamente dal premier. Ad occuparsene sono stati i tre coordinatori del PdL Bondi, La Russa e Verdini che "da migliaia di segnalazioni sono giunti a 500 schede" per individuare i 72 candidati si sono orientati secondo le indicazioni del congresso, spazio ai giovani e alla donne. Tra questi candidati nessuna è qualificabile come velina" (resoconto delle parole del premier a Porta a porta, 5 maggio, tratto dal Giornale, 6 maggio). Berlusconi ammette però di avere discusso con Elio Letizia (non è un dirigente del PdL né, che si sappia, un iscritto al partito) le candidature di Malvano e Martusciello e per farlo lo raggiunge addirittura a Napoli alla festa di sua figlia. La circostanza appare contraddittoria e, senza altre spiegazioni, inverosimile. Il rosario di incoerenze che si incardina sulla questione politica posta da farefuturo e dalla signora Lario (come Berlusconi seleziona le classi dirigenti) sollecita di rivolgere a Berlusconi dieci domande: 1. Quando e come Berlusconi ha conosciuto il padre di Noemi Letizia, Elio? 2. Nel corso di questa amicizia, che il premier dice "lunga", quante volte si sono incontrati e dove e in quale occasioni? 3. Ogni amicizia ha una sua ragione, che matura soprattutto nel tempo e in questo caso - come ammette anche Berlusconi - il tempo non è mancato. Come il capo del governo descriverebbe le ragioni della sua amicizia con Benedetto Letizia? 4. Naturalmente il presidente del Consiglio discute le candidature del suo partito con chi vuole e quando vuole. Ma è stato lo stesso Berlusconi a dire che non si è occupato direttamente della selezione dei candidati, perché farlo allora con Letizia, peraltro non iscritto né militante né dirigente del suo partito né cittadino particolarmente influente nella società meridionale? 5. Quando Berlusconi ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? 6. Quante volte Berlusconi ha avuto modo di incontrare Noemi e dove? 7. Berlusconi si occupa dell'istruzione, della vita e del futuro di Noemi. Sostiene finanziariamente la sua famiglia? 8. E' vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica e questo "uso strumentale del corpo femminile", per il premier, non "impoverisce la qualità democratica di un paese" come gli rimproverano personalità e istituzioni culturali vicine al suo partito? 9. Veronica Lario ha detto che il marito "frequenta minorenni". Al di là di Noemi, ci sono altre minorenni che il premier incontra o "alleva", per usare senza ironia un'espressione della ragazza di Napoli? 10. Veronica Lario ha detto: "Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. E' stato tutto inutile". Geriatri (come il professor Gianfranco Salvioli, dell'Università di Modena) ritengono che i comportamenti ossessivi nei confronti del sesso, censurati da Veronica Lario, potrebbero essere l'esito di "una degenerazione psicopatologica di tratti narcisistici della personalità". Quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?

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domenica 10 maggio 2009

Una risata ci seppellirà

di Alessandro Portelli, dal Manifesto del 9 Maggio 2009, pag. 1

L’ultima volta che sono stato in metropolitana a Milano i po­sti erano tutti occupati - an­che se non so da chi e se con adegua­to diritto di sangue - per cui sono sta­to in piedi. Se non altro, tenendomi agli appositi sostegni, non ho dato oc­casione a nessun padano di prender­sela anche per questo con Roma ladrona. Almeno su questo, ho la co­scienza a posto, adesso che, nella «ca­pitale morale» del paese, il capogrup­po in consiglio comunale di un parti­to di governo - non il primo che pas­sa, insomma - se ne esce dicendo che bisogna riservare ai nativi un congruo numero di posti a sedere. E nessuno lo caccia fuori a calci.

La domanda politica principale in questi giorni è la seguente: «Ci sono, o ci fanno?» Diceva Carlo Marx che la storia avviene in tragedia e si ripete in farsa. Se fosse così, non avrebbe sen­so disturbare il fantasma di Rosa Parks, la signora afroamericana che consapevolmente decise di sfidare le leggi razziali dell’Alabama rifiutando di cedere il posto a un bianco. E anco­ra meno ne avrebbe evocare la memo­ria delle leggi razziali come hanno fat­to Franceschini e Amos Luzzatto. In fondo, diciamo, quella del dirigente le­ghista milanese è solo una delle solite boutade, lo sa anche lui che non è de­stinata a essere messa in pratica.
Il problema però è che- come sape­va benissimo William Shakespeare -tragedia e farsa invece sono insepara­bili e si specchiano fra loro. La trage­dia può scadere in farsa, ma la farsa prepara la tragedia. E a forza di dire che le sparate dei leghisti, del loro lea­der Bossi e del loro guru Gentilini (e del loro compare Berlusconi) sono folklore, colore locale, spiritosaggini che non vanno prese sul serio, intan­to non ci accorgiamo che queste buf-fonate stanno diventando realtà in spazi assai più vasti e cruciali dei vago­ni milanesi: è l'intera Italia che si tra­sforma in territorio segregato, con scuole e ospedali riservate agli indige­ni, e galera per chi ne varca gli inviola­bili confini. Le schifezze folkloristiche locali si allargano e diventano politi­che governative nazionali: Gentilini propone di prendere a fucilate gli im­migrati come leprotti a Treviso, e tutti ridono; il suo capopartito Calderoli propone di prendere a cannonate le barche dei migranti senza permesso nell'Adriatico, e ci cominciamo a preoccupare; il loro ministro Maroni la­scia le barche alla deriva, rispedisce i migranti al mittente e se ne vanta, e la gente comincia a morire. La farsa mi­lanese si fa tragedia nei campi di con­centramento dei migranti in Libia, nei suicidi nei centri di detenzione ed espulsione in Italia. Non «ci fanno»; ci sono, e fanno finta di non esserci.
II nostro paese è dominato della ter­ribile serietà del poco serio. Berlusconi che fa cucù alla Merkel, che vuole palpeggiare l'assessora trentina, che dice ai terremotati di considerarsi in campeggio, che racconta sadiche bar­zellette sui campi di sterminio e sui desaparecidos non fa ridere non solo perché non è spiritoso, ma soprattut­to perché questi sono discorsi seri, in cui ridefinisce la correttezza politica nella nuova Italia: sono il linguaggio che da forma alla pratica dei rapporti fra gli stati, fra i generi, fra le classi, fra la vita e la morte. E' tutto uno scher­zo, è tutta una farsa - che si porta via con un ghigno le cose poco serie co­me i soldi della ricostruzione in Abruz­zo, le politiche per la crisi, i morti sul lavoro, i posti di lavoro, i diritti e i sala-ri, la dignità delle donne e dei migran­ti, la bambina ammazzata dai nostri ragazzi in Afghanistan, e altre pinzil-lacchere. Forse «ci fanno» e non «ci so­no» solo perché in questa commedia sta tutto il loro esserci. Dicevamo «una risata vi seppellirà». Avevamo torto. La risata sta seppellendo noi.

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giovedì 7 maggio 2009

“GRIDA FORTE CHE TUTTI TI SENTANO”: ALLESTITA DAL 4 AL 25 MAGGIO PRESSO L’ARCISPEDALE S. MARIA NUOVA


ALLESTITA DAL 4 AL 25 MAGGIO PRESSO L’ARCISPEDALE S. MARIA NUOVA L’INSTALLAZIONE “GRIDA FORTE CHE TUTTI TI SENTANOMostra itinerante già presentata nelle piazze della città in occasione del marzo 2008.
Associazione NONDASOLA donne insieme contro la violenza - www.nondasola.it
L’Associazione NONDASOLA continua a richiamare l’attenzione sul grave problema della violenza alle donne portando oggi il messaggio all’interno della struttura ospedaliera cittadina.
Le ricorrenze non bastano più, ogni giorno è utile per parlare di contrasto alla violenza di genere. La violenza alle donne è un problema mondiale e Reggio Emilia non ne è esente. Spesso si parla di violenza davanti a gravi avvenimenti di cronaca tramite il freddo racconto dei fatti, noi vogliamo indagare sul prima, sulla quotidianità che sottovaluta i segnali della violenza.
L’Azienda Ospedaliera S. Maria Nuova accogliendo e sostenendo la nostra “denuncia”, ci aiuta a far arrivare a tante persone, informazioni e messaggi di solidarietà concreta. Nell’ingresso dei Poliambulatori, al 1° piano negli atrii di accesso ai reparti e al Pronto Soccorso (luogo coinvolto direttamente nell’accoglienza e prima cura di donne che hanno subito violenza fisica), saranno esposte immagini di ”finestre aperte sulla violenza contro le donne”: fotografie che “rubano” momenti di vita quotidiana, con “frasi” sentite mille volte e di per sé denigratorie e offensive, che spesso preludono a violenze più gravi. Materiale informativo dell’Associazione, anche in altre lingue, sarà a disposizione per saperne di più, per sapere e far sapere che le donne non sono sole e che le volontarie e le operatrici dell’Associazione NONDASOLA danno ascolto e sostegno alle donne che trovano la forza di dire basta alla violenza.
L’ Associazione è un “servizio” nel sociale che si aggiunge alla realtà reggiana così fitta di luoghi di attenzione per le persone, i frequenti episodi di violenza di genere hanno reso indispensabile il centro antiviolenza che per questo va sostenuto e conosciuto.
Questa iniziativa è rivolta anche a quegli uomini che violenti non sono, perché non siano indifferenti, si indignino maggiormente e si adoperino a sensibilizzare altri uomini che agiscono comportamenti offensivi e violenti contro le donne. Oggi più che mai è difficile combattere contro le frasi “da bar” denigratorie e offensive nei confronti di donne, madri, sorelle, mogli, e amiche, ma chi le pronuncia deve sapere che anche questa è violenza e in questo modo si alimenta la cultura della sopraffazione e della prepotenza che può portare a comportamenti di violenza estrema e forte disagi nella crescita dei bambini e ragazzi che assistono. Tutti gli uomini: padri, fratelli, amici, mariti, compagni devono imparare ad avere relazioni con le donne di rispetto e pari dignità: questo è il messaggio che vogliamo fare arrivare a tutti.

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mercoledì 6 maggio 2009

Se i panni sporchi si lavano in pubblico

di Ida Dominijanni, da "Il Manifesto" di ieri 5 Maggio '09
Che Silvio Berlusconi, «addolorato», si appelli alla privacy, sostenendo che il divorzio fra lui e Veronica Lario «è una vicenda personale, che rientra nella dimensione privata e di cui pare doveroso non parlare», si può capire: può uscirne rovinato, cerca di prendere tempo (impazzando su tutta la stampa, altro che privacy) e di organizzare il contrattacco («durissimo»). Che le sue truppe, spiazzate da Veronica Lario dopo avere già scatenato il possibile e l'impossibile per intimarle di tacere (vedi le sue foto da «velina ingrata» pubblicate da «Libero» giovedì scorso), si accodino alla voce del padrone, recitando in coro, da Brunetta a Capezzone, il mantra della «questione privata», si capisce pure: è il solito ossequio della corte.

Ma che lo stesso mantra venga intonato dai leader dell'opposizione, Franceschini e Di Pietro per una volta come un sol uomo (meno male che Rosi Bindi fa eccezione), è veramente surreale e la dice lunga sulla loro perspicace capacità di leggere il fatto, l'epoca e il paese. Veronica Lario non ha mandato a quel paese suo marito sbattendogli in faccia la porta di casa di notte: ha chiuso la sua relazione coniugale con il presidente del consiglio sbattendogli (e sbattendoci) in faccia il modello di etica pubblica, di uso del potere, di mercato del consenso che ha messo in piedi. Non gli ha solo (solo?!) rimproverato di disprezzare le donne riducendole a bambole a suo uso e consumo e di accompagnarsi a delle minorenni, gli ha detto (ci ha detto) che questa relazione con l'altro sesso è un sintomo gravissimo del suo modo di concepire il «divertimento dell'imperatore», e che il fatto che questo sintomo sia derubricato a fatto da operetta è a sua volta un indice di quanto il paese (opposizione, veline e madri delle veline comprese) sia connivente nell'assicurargli questo divertimento. Ne ha fatto, in poche parole, una questione politica, non un problema di corna privato. Correttezza - la correttezza rivendicata da Franceschini e Di Pietro - vorrebbe che si prendesse sul serio la parola pubblica di una donna, di «questa» donna, non che la si riportasse a forza nel recinto della privacy, a tutto vantaggio - evidente - del suo uomo e del nostro premier.E' singolare come in questo paese, che con la privacy non ha alcuna familiarità per antiche ragioni culturali, essa venga tirata fuori solo e soltanto per difendere comportamenti maschili indifendibili, ovvero per coprire l'adagio (cattolico) della doppia morale con la saggezza popolare (invocata da Franceschini) dei panni sporchi che si lavano in casa e del tra moglie e marito non mettere il dito. E dovrebbe pur dirci qualcosa il fatto che al contrario, nei paesi che la privacy ce l'hanno nel dna, essa non vale per i politici (uomini e donne): oltre un certo grado di responsabilità, potere e esposizione mediatica, la loro vita è considerata tutta pubblica e tutta soggetta a un obbligo di trasparenza. Non solo. Continuare a tracciare un confine netto fra privato e politico significa continuare pervicacemente a ignorare che quel confine è saltato una volta per tutte da quando le donne, un tempo deputate a garantirlo facendo gli angeli del focolare muti, hanno invaso e ridefinito la sfera pubblica e hanno preso parola pubblica: come nel caso Veronica Lario, e prima di lei milioni di altre. Ma nel caso di Berlusconi e dell'Italia berlusconiana, c'è ancora di più. Perché Berlusconi ha costruito il suo potere, la sua immagine e il suo populismo precisamente cavalcando saldamente la rottura del confine fra pubblico e privato. L'ha fatto non politicizzando il personale, come era avvenuto nel femminismo e nei movimenti libertari degli anni 60-70, ma al contrario privatizzando il politico: leadership iperpersonalizzata, senso proprietario del governo, riduzione della politica a reality. La promozione delle veline a candidate rientra perfettamente in questo schema, oltre nella sua strategia di «seduzione» dell'altro sesso e di rassicurazione dell'immaginario sessuale maschile di cui abbiamo già più volte parlato su queste pagine. Tentare di ripristinare il confine della privacy in questa situazione, invece che analizzarla e affrontarla di petto per quello che è, significa non avere né il senso dell'epoca né il polso del berlusconismo. I sondaggi dicono che quest'ultimo è saldamente in sella, e che anche dal divorzio impostogli dalla moglie il premier saprà trarre giovamento? Può darsi che sia così, e se così fosse questo non farebbe che confermare lo stato allucinatorio del consenso che l'Italia gli tributa. Ma può anche darsi che stavolta il termometro dei sondaggi veda corto. Lungi dall'essere un incidente privato e casuale, il colpo stavolta punta al cuore, non dell'uomo ma del suo regno: viene da dentro la materia di cui è fatto, la decompone e la sgretola. Una mira di precisione, come forse solo una moglie poteva prenderla.

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giovedì 15 gennaio 2009

COMUNICATO STAMPA - Parlamento europeo, Gaza: cessate il fuoco immediato e fine dell'assedio

COMUNICATO STAMPA
(GUE/NGL)
di
LUISA MORGANTINI
Vice Presidente del Parlamento Europeo
e
ROBERTO MUSACCHIO
Capo delegazione PRC al PE
Parlamento europeo, Gaza: cessate il fuoco immediato e fine dell'assedio
Strasburgo, 15 gennaio 2009

Cessate il fuoco immediato e permanente a Gaza, fine dell’assedio che “rappresenta una punizione collettiva contraria al diritto umanitario internazionale”, riapertura di tutti i valichi per il passaggio di persone e merci da e per la Striscia e la riconferma della scelta di non procedere al voto per il potenziamento delle relazioni tra UE e Israele: sono questi i punti principali della risoluzione comune approvata oggi all’unanimità dalla plenaria del Parlamento Europeo.


Da diverse fonti si hanno notizie di Hamas che sarebbe pronto ad accettare la tregua ma Israele continua la sua aggressione: mentre i Parlamentari votavano per la risoluzione in cui si esprime ''sgomento dinanzi alle sofferenze della popolazione civile di Gaza'' condannando ''con forza'' il fatto che ''siano stati colpiti obiettivi civili e delle Nazioni Unite'', il quartier generale dell’UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi a Gaza city è stato colpito dalle bombe israeliane, che sono cadute anche su ospedali e centri della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Il Parlamento Europeo chiede dunque con forza ad Israele di rispettare gli obblighi internazionali e il diritto umanitario, di garantire ‘corridoi’ per l’accesso degli aiuti alla popolazione civile e di consentire alla stampa di seguire gli eventi che avvengono dentro la Striscia. La risoluzione chiede anche ad Hamas di fermare il lancio di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele e di lavorare per l’unità politica e territoriale palestinese.

E’ vergognoso che i gruppi PPE e UEN -per altro non seguiti da molti loro MEPs- abbiano chiesto un voto separato sul blocco di Gaza e sulla violazione da parte di Israele dei diritti umani: gli oltre 1000 morti e più di 4000 feriti a Gaza sono una tragedia e un crimine che non ammettono distinguo.

Noi aderiamo e sosteniamo invece l’appello di molte ONG Internazionali ed europee, di Premi Nobel per la Pace e di gran parte della società civile mobilitata in questi giorni per la pace, affinché Israele risponda davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dei crimini di guerra commessi contro i civili di Gaza -come richiesto anche dalla Commissione Diritti umani delle Nazioni Unite- e che un Tribunale internazionale verifichi anche se armi non convenzionali siano state usate dall’esercito israeliano nella Striscia.

Per informazioni: Luisa Morgantini 0039 348 39 21 465 Ufficio 0039 ...
luisa.morgantini@europarl.europa.eu;

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venerdì 5 dicembre 2008

da "L'informazione di Reggio" di Domenica 30 novembre '08




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Video relativi giornata del 29.11.08: Giornata mondiale contro la violenza alle donne

Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
GIORNATA MONDIALE
CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
pubblica lettura: Testimonianze e racconti sulla violenza alle donne
29 Novembre 2008
presso la sala mostre al primo piano di Piazza Casotti - Reggio Emilia
(approfittimo per ringraziare l'Associazione Italiana del Punto a Croce per avere acconsentito al passaggio dalla mostra per ragginugere il primo piano di P.zza Casotti)
le riprese sono di Piera V.
video n.1 (Carmen):

video n.2: Antonietta

video n. 3: Fiorella, Deliana, Antonella , Clelia

video n. 4: Annamaria, Claudia, Adriana

video n.5: Giuseppe, Lena, Vanna, Dino

video n.6: Enzo, Marco, Lorenzo

video n. 7: Ethel, Stefano

video . n.8: Nilla, Luciano, ..., ...

video n.9: Mariella, Adriana, Annusca, Marco

video n.10 (ultimo): Claudia, Clelia, Adriana, Atos, Adil

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venerdì 21 novembre 2008

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE - Reggio Fahrenheit e NONDASOLA: Pubblica lettura a Reggio E.


Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
pubblica lettura:
Testimonianze e racconti sulla violenza alle donne
29 Novembre dalle 16 alle 18
presso la sala mostre (primo piano!) Piazza Casotti - Reggio Emilia
Reggio Fahrenheit, dopo la pubblica lettura del libro di Saviano
“Gomorra”, che denuncia le trame mafiose, prosegue a dar voce a chi
non ha mai smesso di denunciare le ingiustizie di una società che ha
perso la spinta a sollecitare processi di cambiamento. Oggi è in
piazza assieme all’associazione Nondasola.
L’associazione NONDASOLA, che gestisce il centro antiviolenza “Casa
delle Donne” di Reggio Emilia,dal 1995 ha raccolto il bisogno di
aiuto di tante donne. La sfida è di ridare loro la capacità di
“ricostruirsi” per riprendersi in mano la propria vita.
Nel 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata
internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Le donne attiviste hanno individuato il 25
novembre come una giornata contro la violenza alle donne fin dal 1981: questa data fu scelta in seguito al brutale
assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana.
➘ I dati sulla violenza ci dicono che per le donne, nel mondo e anche in Europa, è la prima causa di morte.La
violenza che porta alla morte è la conclusione di un percorso di mancanza di riconoscimento, di esclusione, di
discriminazione nei rapporti fra i generi.
➘ La riforma del 1975 sul diritto di famiglia ha sancito, dopo lunghi tormentati anni, stessi diritti e stessi doveri fra
uomini e donne. La riforma ha reso più trasparenti le mura domestiche, ma dentro quelle mura ancora non
vediamo “giustizia”, spesso vediamo molta violenza: a Reggio, in Italia, in Europa, nel mondo!
➘ Da qualche anno un gruppo di uomini si è assunto il dovere della responsabilità della violenza maschile nei
confronti delle donne, un piccolo tentativo di dare un nuovo volto alla riflessione con l’appello: “la violenza alle
donne ci riguarda”.
“UNA STANZA TUTTA PER NOI”: Reggio Fahrenheit e NONDASOLA
aprono una “lettura di riflessione” a tutto campo insieme a voi!
http://refahre.blogspot.com/
Per aderire:

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