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sabato 17 ottobre 2009

Il laboratorio italiano

di Pierluigi Sullo [15 Ottobre 2009]
Traducción: Ruben Montedónico.
Pubblicato da La Jornada di Città del Messico sabato 10 ottobre 2009

Quando gli amici de La Jornada, grande quotidiano di Città del Messico, mi hanno chiesto un articolo, all’indomani della bocciatura del Lodo Alfano, mi sono chiesto se sarei stato in grado di far capire a un lettore messicano cosa diavolo capita in Italia. Giudicate voi. L’articolo è stato pubblicato sabato 10 ottobre. In calce, la traduzione in spagnolo.


L’Italia sta stabilendo un record: sperimentare, da paese del primo mondo e membro dell’Unione europea, della Nato e del G8, la trasformazione traumatica del suo assetto politico e istituzionale: da democrazia rappresentativa a qualcos’altro, le cui forme sono sconosciute ma la cui sostanza è evidente, un principato o dittatura monocratica che elimina la supremazia del parlamento sull’esecutivo, com’è scritto nella Costituzione del 1947, annulla l’indipendenza della magistratura, completa l’allineamento dei media al servizio del governo.
Pare una affermazione eccessiva. Molte voci, nel dibattito pubblico, replicano: «Ma noi non siamo una repubblica delle banane sudamericana». I pregiudizi sono duri a morire, e quel che sta accadendo in America latina, i movimenti sociali e i governi indipendenti dagli Usa, è per lo più ignoto, da noi. Tanto più che le forme della democrazia, fin qui, restano in piedi, come le facciate delle case dei villaggi del West nel film di Hollywood. Di più: la resistenza è forte, anche nelle istituzioni, come testimonia la sentenza della Corte costituzionale che qualche giorno fa ha annullato la legge grazie alla quale le quattro maggiori cariche dello Stato, il presidente della repubblica, i presidenti dei due rami del parlamento e soprattutto il presidente del consiglio, godevano di una sostanziale immunità, di fronte alla legge, per la durata del loro mandato. O come mostra, ancora, la grande manifestazione – centinaia di migliaia di persone in piazza a Roma – organizzata dal sindacato dei giornalisti a difesa della libertà di stampa, dopo gli attacchi del capo del governo a giornali e trasmissioni televisive che ne criticano scelte e atteggiamenti. Così, parrebbe che l’integrità dell’assetto costituzionale e i tentativi di modificarlo si scontrino tra loro, mantenendo un certo equilibrio.
Ma a guardare più da vicino, ed esercitando un poco di memoria, si vede come negli ultimi mesi siano arrivati a un punto critico processi di mutamento sostanziale del sistema politico e istituzionale cominciati una quindicina di anni fa con lo scandalo di Tangentopoli, che distrusse i partiti dominanti della cosiddetta «prima repubblica»; in particolare il partito-Stato della Democrazia cristiana, e con la «scesa in campo», nel 1994, di un potente delle televisioni, della finanza, dell’editoria, dell’edilizia e di molte altre cose, Silvio Berlusconi. Il quale introdusse un ingrediente fino ad allora sconosciuto: il marketing elettorale, gonfiato dalle sue televisioni, attorno a un partito-azienda, o partito-prodotto, chiamato Forza Italia. E soprattutto inaugurò la figura di un capo di governo che si comportava come il presidente di un consiglio di amministrazione, cioè lui stesso, dotato potenzialmente di ogni potere, dunque spogliato di ogni cultura democratica, che è appunto quella dell’equilibrio tra poteri che i costituenti, dopo il fascismo, avevano prudentemente disegnato. La frantumazione sociale causata dal liberismo, che ha indebolito le organizzazioni dei lavoratori e le sinistre, e l’illusione dell’arricchimento individuale, nonché il fenomeno della Lega nel nord del paese, che rappresenta appunto la spinta a competere nel mercato mondiale da parte di un popolo di piccoli industriali, hanno fatto da scenario positivo per l’avventura in politica di Berlusconi. Il cui messaggio fondamentale è stato, come fu per Napoleone III nel racconto di Marx, «arricchitevi!». Ovvero: potete tutti diventare ricchi, se mi imitate e mi sostenete.
La vita politica italiana è stata dominata, per un quindicennio, da questo personaggio e da questa «narrazione», e le due occasioni in cui il centrosinistra, con il suo discorso liberista moderato, ha prevalso alle elezioni, non sono state che parentesi. Ed ora il processo precipita in qualcos’altro. L’apparente rispetto di Berlusconi per le forme della democrazia, rendendola quel che qualcuno, utilizzando Guy Debord, ha chiamato «democrazia spettacolare», si sta sbriciolando. Quel che sta emergendo è il nucleo duro, dirigista e intollerante, del berlusconismo. Negli ultimi mesi una serie di scandali avrebbero dovuto indurlo a dimettersi o a moderare i toni. La clamorosa scoperta di un giro di prostitute che partecipavano a «feste» nella casa romana del primo ministro, ad esempio. Gli attacchi forsennati alla stampa e alle poche trasmissioni televisive che lo incalzano su queste faccende. I numerosi processi per corruzione e altri reati in cui è coinvolto, ultimo quello sulla Mondadori, grande casa editrice di cui Berlusconi si assicurò la proprietà, anni fa, corrompendo un giudice. Le ricorrenti voci sul fatto che i processi per le stragi di mafia dei primi anni novanta lo implicherebbero, cosa a cui lui stesso alluse in uno dei consueti comizi contro i «giudici rossi». Infine, appunto, la bocciatura, da parte della Corte costituzionale, della legge sull’impunità.
A tutto questo Berlusconi ha reagito con insulti al presidente della repubblica e alla Suprema corte, favorendo campagne di stampa diffamatorie contro i suoi avversari interni, come il presidente della camera Fini, cercando di impadronirsi definitivamente della tv pubblica, la Rai, riducendo il parlamento a un notaio degli atti del governo [il 90 per cento delle leggi approvate sono di iniziativa dell’esecutivo, da un anno in qua].
Ma questa è solo la superficie istituzionale, per così dire. La legge che ha introdotto il reato di «clandestinità», per cui è un migrante è colpevole per il solo fatto di essere in Italia senza documenti, ha creato un clima di paura e di caccia all’uomo. Altre leggi hanno del tutto escluso le comunità locali nei procedimenti per l’approvazione di «grandi opere», il che equivale, per citare i bolscevichi, a un «liberismo di guerra». La crisi economica, che sta provocando un drammatico aumento della disoccupazione, viene semplicemente negata dal governo, che non può abbandonare facilmente il messaggio dell’«arricchitevi». Mentre la campagna sulla «sicurezza» ha spinto nelle strade reparti dell’esercito, presuntamente alla ricerca di delinquenti, e legittimato le cosiddette «ronde», gruppi di civili che si sostituiscono alle forze dell’ordine. La spinta della Lega nord non solo verso un regime anche formalmente razzista, ma per il «federalismo fiscale», ossia la sottrazione delle regioni del nord dalla fiscalità generale, base dello Stato, hanno accentuato lo squilibrio già molto grave, e storico, tra sud e nord del paese.
L’Italia è in questo momento un paese molto interessante, purtroppo per i motivi sbagliati. La determinazione di Berlusconi nel restare al potere ad ogni costo può provocare eventi imprevedibili e, appunto, modificare l’assetto istituzionale democratico-liberale. In che tempi e con che mezzi nessuno lo sa, nemmeno il «premier». Siamo, come direbbe Almodovar, sull’orlo di una crisi di nervi, forse anche oltre.
El laboratorio italiano
Pierluigi Sullo*

Italia está imponiendo récord: como país del primer mundo, miembro de la Unión Europea, de la Organización del Tratado del Atlántico Norte (OTAN) y del G-8, experimenta la transformación traumática de su ordenamiento político e institucional; de una democracia representativa va hacia otra cosa, cuya forma aún es desconocida pero sostenida y evidente, como un principado o una dictadura unipersonal, que elimina la supremacía del Legislativo sobre el Ejecutivo –según lo ordena la Constitución de 1947–, anula la independencia del Poder Judicial y se complementa con la alineación de los medios de comunicación que se ponen al servicio del gobierno.
Lo anterior puede parecer una afirmación excesiva. Muchas voces replican: Nosotros no somos una republiqueta bananera. Los prejuicios se niegan a morir, y aquello que acontece en América Latina, los movimientos sociales y los gobiernos independientes de Estados Unidos, son ignorados por gran parte de nuestro público. Otro tanto ocurre con las formas de democracia en esas latitudes: al fin, lo que predomina son las visiones estereotipadas que nos aportaron las películas de Hollywood.
En contrasentido, la resistencia aquí es fuerte por parte de las instituciones, como lo testimonia la sentencia del Tribunal Constitucional que en estos días anuló la ley por la cual los cuatro principales cargos del gobierno estatal –el presidente de la república, los presidentes de cada rama del Legislativo y sobre todo el presidente del consejo de gobierno– gozaban de inmunidad especial durante sus mandatos.
Otro tanto exhiben ahora las grandes manifestaciones, como la organizada por el sindicato de periodistas –que reunió a centenares de miles de personas en Roma– en defensa de la libertad de expresión, tras los ataques del gobierno a los periódicos y a las transmisiones televisivas especialmente críticas y mordaces. Así, entonces, pareciera que la confrontación entre los defensores de la integridad del ordenamiento constitucional y quienes pretenden modificarlo se encuentran, ambas, en cierto equilibrio.
Pero si se observa más de cerca, y se ejercita la memoria, se ve cómo en los últimos meses han arribado a un punto crítico los procesos de cambios sustanciales en el sistema político e institucional, comenzando una quincena de años con el escándalo de Tangentopoli1, que destruye a los partidos dominantes de la considerada primera república, en particular el partido (Estado) de la Democracia Cristiana, y con el surgimiento –a partir de 1994– de un poderoso empresario de las televisoras, las finanzas, las editoriales, las constructoras y muchas otras cosas: Silvio Berlusconi. Éste introdujo en su momento un ingrediente novedoso, hasta ese momento desconocido, el marketing electoral –propulsado por los aires de sus televisoras– en torno a su partido-hacienda, su partido-producto llamado Forza Italia. Pero, sobre todo, instaló la figura de un “capo de gobierno” que se comportó como el presidente de un consejo de administración; es decir, idéntico a éste, dotado potencialmente de todos los poderes –aunque despojado de cualquier cultura democrática respetuosa de la máxima que otorga equilibrio entre los poderes constituidos–, desde un fascismo largamente proyectado.
El rompimiento social causado por el liberalismo, que debilitó las organizaciones de trabajadores y a la izquierda con las ilusiones del enriquecimiento individual, así como la Liga del Norte del país –representante ni más ni menos del impulso para competir en el mercado mundial por parte de un sector de pequeños industriales– montaron un escenario positivo para la aventura política de Berlusconi. Su mensaje político fundamental, como fue el de Napoleón III en la narración de Marx, ¡arriésguense! Claro: todos pueden volverse ricos, si me imitan y me sostienen.
La vida política italiana ha estado dominada, durante tres lustros, por este personaje con este mensaje, y en las dos ocasiones en los que la centroizquierda, con un discurso liberal moderado, ha ganado las elecciones, no han sido más que un paréntesis. Ahora el proceso institucional se precipita hacia otro lado. El aparente respeto de Berlusconi por las formas de la democracia, asegurando que él es sólo uno más, utilizando lo que Guy Debord llama democracia espectacular, se está desmenuzando. Aquello que está emergiendo es el núcleo duro, dirigista e intolerante del berlusconismo. En los últimos meses una serie de escándalos debieron inducirlo a dimitir o por lo menos, aunque más no fuera, a moderar los tonos. El estruendoso descubrimiento de un circuito de prostitutas que participaban en fiestas en la residencia romana del primer ministro es un ejemplo. Los ataques se publicaron en periódicos y por algunas pocas trasmisiones de televisión que lo captaron en sus quehaceres.
Los numerosos procesos por corrupción y otros hechos en los que se ha visto envuelto, el último en Mondadori –la gran casa editorial de la que Berlusconi se hizo propietario hace unos años– incluyen a un juez. Son recurrentes, también, las voces en los procesos contra la mafia en los 90 que lo implicaron, ante lo cual se defiende argumentando con uno de sus recursos favoritos que acusa a la judicatura de tener jueces rojos.
En fin, subrayo la reprobación por parte del Tribunal Constitucional de la ley de la impunidad.
A todo esto Berlusconi ha reaccionado con insultos hacia los presidentes de la república y de la Suprema Corte, iniciando una campaña difamatoria contra sus adversarios internos, como el presidente de la Cámara de Diputados, Gianfranco Fini, al intentar apoderarse definitivamente de la televisión pública –la Rai– reduciendo el Congreso a un notario de los actos del gobierno (90 por ciento de las leyes aprobadas en el último año han sido iniciativa enviadas por el Ejecutivo).
Pero, hay que decirlo, esto es sólo la superficie institucional. La ley que ha introducido el delito de clandestinidad, por el cual un migrante es culpable por el solo hecho de estar en Italia sin documentos, ha creado un clima de terror y de caza del hombre. Otras normas han excluido del todo a las comunidades locales en los procedimientos para la aprobación de las grandes obras, lo que equivale –parafraseando a los bolcheviques– a un liberalismo de guerra. La crisis económica, que está provocando un dramático aumento de la desocupación, es simplemente negada por el gobierno, que no puede abandonar con facilidad el mensaje de arriésguense. Mientras la campaña sobre la seguridad ha justificado las apariciones del ejército italiano en las calles, presuntamente en búsqueda de apresar delincuentes, se han legitimado las denominadas rondas, los grupos de civiles que suplantan a las fuerzas del orden.
El impulso dado por la Liga del Norte no es sólo hacia un régimen que fomenta el racismo, sino el federalismo fiscal, o sea la sustracción de la región del norte de las cargas fiscales generales, base de la captación del Estado, con lo cual acentúan los desequilibrios, ya muy graves, históricos, entre el sur y norte del país.
Italia es en este momento un país sumamente interesante para observar por todos los motivos señalados. La determinación de Berlusconi de mantenerse en el poder a cualquier costo puede provocar situaciones impredecibles y, advierto, modificar la ingeniería institucional democrático-liberal. En qué tiempo y con qué medios, nadie lo sabe, y menos el premier. Estamos, como diría Almodóvar, al borde de una crisis de nervios, o, tal vez, más allá.
1 Manos Limpias (Mani pulite) se conoce al proceso judicial llevado a cabo por el fiscal Antonio di Pietro en 1992. El mismo descubrió una extensa red de corrupción que implicaba a los principales partidos políticos de entonces y a varios grupos empresariales. Los hechos causaron conmoción pública, conociéndose como la tangentopoli. Tangente se entiende como comisión ilegal (mordida) en italiano (N. del T.).



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Verità e potere. Il 3 Ottobre scorso, In piazza per la libertà di stampa

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lunedì 5 ottobre 2009

Il doppio stato

di Francesco Ciafaloni, da Sbilanciamoci.info

Sono da sempre a disagio con l’espressione conflitto di interessi per intendere la compresenza nella stessa persona delle funzioni di controllore e controllato, di concedente e affidatario di pubblico servizio o concessione, di valutatore e valutato, di imprenditore e politico, di assessore alla sanità e produttore di protesi mediche.

Mi rendo conto che l’uso del termine ha fini virtuosi. Il conflitto dovrebbe essere quello tra l’interesse privato (dell’imprenditore, del produttore di protesi, del valutato, dell’affidatario), e quello pubblico, generale (rappresentato dal valutatore, dal politico, dall’assessore). Sarebbe un conflitto tra l’essere e il dover essere. Il termine viene usato per ribadire che il politico, l’assessore, il valutatore, non stanno lì a fare i comodi loro ma a servire il pubblico; per difendere la concezione della politica, in democrazia, come servizio, o anche come servizio, oltre che come ricerca di un potere legittimo per realizzare il mandato che gli elettori, direttamente o indirettamente, affidano a chi svolge un ruolo pubblico.



Purtroppo l’espressione fa pensare ad una difficoltà, ad un dilemma percepito, a un evento che si cerca – che tutti cercano – di impedire o depotenziare; persino, volendo esagerare, a un disagio, ad un trauma personale. Come farò mai a decidere con equità sulla carriera di mio figlio? Non danneggerò gli altri concorrenti? O non danneggerò lui, per sottolineare la mia imparzialità?



Tutti sappiamo che non è così. La compresenza di ruoli incompatibili nella stessa persona è diventata lo strumento più importante per la conquista e l’esercizio del potere, per la selezione della classe dirigente, per la scelta – è del tutto improprio parlare di elezione – dei parlamentari, per l’accesso e il successo nella dirigenza pubblica e negli enti pubblici e privati.

L’essere imprenditore nelle telecomunicazioni e monopolista della pubblicità rende più facile vincere le elezioni, e diventare Presidente del Consiglio, e nominare i dirigenti della televisione pubblica, al di là delle attribuzioni formali, e scegliere i parlamentari, e trattare i propri affari con capi di stato esteri, ecc. L’essere valutatori consente di promuovere i propri clienti e rimuovere quelli altrui, di decidere, davvero, giorno per giorno, le scelte di università e aziende, ministeri e partiti. Così si governa.



Bisognerebbe parlare di convergenza, non di conflitto di interessi. Dire conflitto nasconde la realtà, rende impossibile o sviante ogni analisi ed azione. Meglio ancora, per dare un po’ di spessore all’analisi, bisognerebbe dire unioni personali.



Unioni personali fu l’espressione che Carl Schmitt usò, nel ’38, a Milano, ad un convegno di giuristi sugli stati a partito unico – Italia, Unione sovietica, Germania – per designare lo strumento con cui il partito nazionalsocialista aveva interamente rovesciato la costituzione tedesca senza dirlo.



La tesi proposta dalla presidenza – italiana – del convegno era stata che in Italia lo Stato controllasse il Partito; in Russia il Partito controllasse lo Stato; in Germania Stato e Partito fossero ciascuno sovrano nel proprio ambito. Infatti, diceva la relazione, c’erano i tribunali speciali per giudicare tutti gli atti dei membri del partito nazionalsocialista, in qualunque ambito, mentre per tutti gli altri cittadini c’erano i tribunali ordinari; e la Costituzione restava in vigore, sostanzialmente senza modifiche.



Schmitt cominciò col dire che rifiutava interamente la tesi. Che i giovani giuristi tedeschi diffidavano delle idee generali. Che sembrava che la Costituzione fosse rimasta immutata; ma era stata interamente rovesciata attraverso una serie di unioni personali. Membri fedeli del Partito, gerarchicamente obbedienti al Fuehrer, erano stati nominati in tutti i ruoli. Il partito nazista controllava tutto. La Costituzione era un guscio vuoto. La vera macchina del potere si muoveva sotto le sembianze costituzionali sostituendo integralmente i meccanismi legali. Era, scrisse Neumann, Behemoth, la sorella cattiva di Leviathan; era Il doppio stato, l’espressione che Fraenkel usò come titolo per il suo libro più noto.
Ci sono due tipi di obbiezioni a queste affermazioni. Si può dire che tutto il mondo è paese, che se i meccanismi della democrazia fossero perfetti Democracy Incorporated – il dominio delle grandi aziende sulla politica e la aziendalizzazione della politica – non sarebbe stato mai scritto (Sheldon Wolin, 2008), o non sarebbe stato preso sul serio, le agenzie di rating non sarebbero state legate a filo doppio con le banche e le finanziarie, non ci sarebbe mai stata la crisi attuale, le assicurazioni sanitarie non stringerebbero alla gola il Presidente degli Stati uniti: rassegnamoci. Si può dire che non è vero che qui ci sia il doppio stato, che non c’è il partito unico – ce ne sono anche troppi –, che nessuno ha ammazzato gli spartachisti, e le Sa, e gli ebrei: non fasciamoci la testa prima di averla rotta, non facciamo paragoni impropri.



Ci sono due linee di risposta.



E’ vero che il dominio dell’economia sulla politica è un fenomeno globale. Che la malavita ha un notevole peso anche nei paesi che prendiamo ad esempio. Ma ci sono differenze; e questo paese non è messo bene nelle graduatorie. Certo, al peggio non c’è mai fine: ci sono i più di 100 morti ammazzati per 100.000 abitanti di Caracas, Bogotà, Johannesburg, contro i meno di 1 di Torino. Ma Obama non si è fatto eleggere dichiarando di avere una vocazione maggioritaria – bolscevica, se si vuole guardare alle continuità – e cercando di liberarsi delle minoranze. Si è fatto eleggere alla carica di Presidente degli Stati uniti, controllata dal Senato, dalla Camera, dai giudici, dalla stampa, con poteri e limiti, elastici qualche volta, ma ben esistenti nella Costituzione. Non si è candidato come per una elezione diretta ad una carica monocratica ombra di Presidente del consiglio, che non esiste nella Costituzione, non controllata da nessuno, non imputabile per legge, arbitra del suo partito, padrona di buona parte del sistema dei media, come hanno fatto, simmetricamente, Berlusconi e Veltroni. (Poi ha vinto quello che era potente davvero nella parte oscura del doppio stato.) Le differenze contano, sia per la minore violenza sia per la maggiore illegalità e incostituzionalità.



Kefauver nel rapporto Crime in America, che aveva un capitolo su Chicago, scriveva che in qualunque posto se uno va ad escort (come si dice adesso), gioca d’azzardo, si droga, sa di dover avere a che fare con la malavita. Chicago era diversa perché lì bisognava avere a che fare con la malavita per fare una festa di nozze, per farsi seppellire, per andare in ospedale, per farsi lavare una camicia. Ecco, noi siamo come la Chicago di allora. Con meno morti ma con una pervasività simile. Non per niente Luciano Gallino, forse il sociologo italiano più autorevole in piena attività, dovendo aprire una settimana di discussioni storiche e sociologiche sulla politica in Italia, all’Università di Torino, ha scelto come tema l’illegalità. E, giustamente, nessuno si è stupito. Qui abbiamo persino smesso di far finta.



La seconda linea di risposta riguarda la legittimità dei paragoni.



Certo che nella Germania del primo dopoguerra la violenza era incomparabilmente maggiore; che c’erano i corpi armati, che qui non ci sono, anche se qualcuno li vorrebbe, con le camice di un colore più vivace; che il Partito, vinte le elezioni, per cui Hitler ringraziava i contadini tedeschi per avergli dato il possesso legittimo della forza, cancellò gli altri e abolì i sindacati dando in cambio la presenza dei rappresentanti dei dipendenti in Consiglio di amministrazione. Ma la tendenza a una consociazione unica, a rapporti bloccati o contrattati, è ben presente da tempo. Da decenni l’Italia viene governata attraverso le aziende pubbliche, attraverso giornali di proprietà di aziende pubbliche, anche ottimi, attraverso un infinito sistema di sottogoverno. Quello che è, o sta diventando, doppio stato si è chiamato partitocrazia, come non si stanca di ripetere Marco Pannella, lottizzazione, consociativismo, sottogoverno. Questo disastro non lo ha costruito Silvio Berlusconi, a mani nude.



Ma una discontinuità, grave, c’è stata. Il sottogoverno è diventato Governo, l’illegalità, messa alle strette, ha deciso di autolegittimarsi, condonandosi, prescrivendosi e dichiarandosi penalmente irresponsabile. I rari liberali che avevano appoggiato la discontinuità perché, come sempre, avevano più paura delle classi subalterne che della illegalità, sono scomparsi, sostituiti, come l’altra volta, dai socialisti, dai nazionalisti – quelli di An, preferisco gli aggettivi derivati dalle idee alle sigle – dai nazionalisti etnici, che, per le idee, sembrano tanto dei neo-nazi. Siamo qui a sperare che i nazionalisti non ripetano fino in fondo la vecchia fusione che portò al Partito nazionale fascista e si schierino per una qualche forma di repubblicanesimo.



In ogni caso i paragoni si possono fare sempre: basta limitarli agli aspetti di cui si parla.



Come è nota la appropriazione da parte di Benito Mussolini dei programmi del New Deal nel discorso di Pesaro, e sono note le ambiguità della intellighenzia liberale di cui ha scritto Gabriele Turi in Il fascismo e il consenso degli intellettuali, e si può ben ricordare che le spedizioni in Kossovo, Iraq e Afghanistan non sono la guerra di Spagna e la conquista dell’Impero, è anche evidente che tra Alfredo Rocco e Castelli o Alfano, tra Giovanni Gentile e la Gelmini, c’è un abisso di qualità, a tutto vantaggio dei ministri fascisti. Giovanni Gentile, con Giorgio Pasquali e tanti altri, pensò e realizzò una riforma della scuola, in cui siamo cresciuti e che non ci piace, che segregava i fruges consumere nati dalle élites, ma era qualcosa; la Gelmini non esiste; è una licenziatrice di insegnanti che approfitta del pensionamento per età di metà dei dipendenti della scuola in pochi anni per aver partita vinta e tagliare la scuola pubblica senza neppure scontrarsi davvero.



Si può dire: cosa cambia se parliamo di convergenza di interessi e doppio stato anziché di conflitto di interessi?



Cambia che ci rendiamo conto che chi non è forte nel doppio stato o non lo sta combattendo, non denuncia le illegalità, non si presenta con una visione generale, è fuori, politicamente non esiste. Non è debole, non esiste. Denunciare la malavita al potere non è essere forcaioli ma difendere la libertà, e le alternative, anche economiche.



Gli eredi del Pci, che della lottizzazione erano stati parte subalterna ma importante, hanno pensato di avere un ruolo nel doppio stato, di governare anche loro con presenze nelle aziende, nelle banche, nelle televisioni, pensando di poter affidare a una sorta di giudizio di dio elettorale la scelta del Capo. Tutti o quasi tutti sembrano aver accettato il Fuehrerprinzip. Tutti vogliono scegliere un leader, un duce, non un segretario o un candidato: l’uno o l’altro dovrebbe essere. Candidato a una carica, una alla volta, non a fare il Capo. In questo congresso del Pd qualcuno usa una terminologia meno totalitaria, ma nella maggior parte degli interventi e dei commenti si parla ancora di leader. “La volontà di un popolo non è la somma delle volontà dei suoi membri ma la volontà di quell’uno che la rappresenta, in quanto ci riesca” – recitava la voce Fascismo della vecchia Treccani, scritta da Giovanni Gentile e firmata da Benito Mussolini. A questo siamo tornati: a destra sovranamente; ma anche altrove.



Contro il doppio stato non vale dire che i problemi dei lavoratori sono la disoccupazione, la crisi, la famiglia. Così si rischia di finire nella vignetta di Altan sulla Repubblica di venerdì 25 settembre: “La gente vuole libertà di informazione.” – dice un genuflesso. “Ma che pensino a sbarcare il lunario quei disperati con le pezze al culo!” – risponde il Banana. E’ il doppio stato – le convergenze di interessi, la illegalità, la evasione fiscale, la assenza giuridica e politica dei lavoratori migranti – il macigno che ci impedisce di discutere chiaramente di alternative. I pochi esempi di successo, parziale e locale, come la opposizione alla Tav, fino ad ora, derivano dall’essere stati capaci di partire dai problemi e schierarsi contro la convergenza di interessi tra costruttori e amministratori con una visone generale.



Almeno una parte della sinistra potrebbe obbiettare che loro sono contro il Capitalismo, per il Comunismo, e che questa è una prospettiva sufficiente. Qualcuno ha deciso che stare al governo è stato un errore – ed è vero; non in quella maniera! – e che questo basta. Ma qualcosa di più bisogna aggiungere, sulla legalità, sulla natura dello Stato, sugli obbiettivi istituzionali, economici, di politica estera, oltre la difesa dei posti di lavoro. Altrimenti vale sempre l’argomento che il Capitalismo finirà da sé, perché andava fortissimo quando c’erano pochi prodotti e molte risorse; ma non può sopravvivere alla sovrabbondanza dei prodotti e alla fine delle risorse, se qualcuno non scopre che da qualche parte c’è un’altra Terra da sfruttare.



La prossima pars destruens della distruzione creatrice potrebbe costare mezzo miliardo di morti anziché 50 milioni; e non ci sono risorse per la prossima pars construens. Così non si va da nessuna parte. Dovremmo almeno rendere il passaggio meno disumano, come diceva l’uomo con la barba un secolo e mezzo fa.




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lunedì 3 agosto 2009

Conflitto di interessi, ecco la proposta di Furio Colombo

Ecco il testo della proposta di Furio Colombo sul tema del conflitto di interessi.

Onorevoli colleghi, il problema del conflitto di interessi – ovvero di incompatibilità dei titolari di funzioni di governo che siano anche titolari di rilevanti attività aziendali – è lo scopo di questa proposta di legge. Con essa si vuole impedire al paralisi della normale vita politica di un paese che si verifica quando una persona, oltre che responsabile di attività di governo, è anche alla guida di rilevanti attività economiche. Questa proposta di legge tende a colmare due vuoti legislativi pericolosi e allarmanti. Il primo riguarda la portata e le dimensioni dell’attività privata che – facendo capo a una persona che svolge funzioni di governo – tende a creare il problema gravissimo di una sovrapposizione o aggancio fra responsabilità pubblica e interesse privato.

Il secondo vuoto riguarda l’attenzione scarsa o nulla finora prestata al delicatissimo settore imprenditoriale delle comunicazioni intese in tutte le possibili forme, modi e settori in cui tale attività si può svolgere, dalla Tv, alla radio, ai giornali, alla telefonia, all’informatica.

Il problema, in tutti e due i percorsi indicati, è materia così delicata e rilevante al fine di definire incompatibilità e separazione completa di responsabilità pubblica e interesse privato, che la sua regolamentazione non può essere rinviata ai criteri decisionali, che possono essere di volta diversi, di una autorità garante.

Nessuna autorità può essere messa in condizioni di decidere su un conflitto di interessi in assenza di una legge che stabilisca le modalità per risolverlo. Non è ragionevole chiamare qualcuno – per quanto autorevole – a decidere su un conflitto già in atto fra attività di governo e interessi privati. Infatti quando tale conflitto è insorto, si sono già stabilite le condizioni di pericolo per la legalità che possono rendere inagibile l’azione di una eventualità Autorità incaricata di risolvere il problema.

E’ persuasione di chi presenta questa proposta di legge che ogni aspetto della incompatibilità tra funzioni e interessi e ogni regola sul come identificare, impedire o fermare un conflitto di interessi debba essere definito e diventare legge della Repubblica prima che il conflitto insorga, così come avviene per ogni comportamento giudicato - da una comunità e dai suoi legislatori - pericoloso per la vita della repubblica e i rapporti fra i cittadini. Nel caso che stiamo discutendo, è in gioco la credibilità e rispettabilità di un governo e dei suoi membri, il rispetto per le norme e decisioni di quel governo, la certezza che in nessun caso e per nessuna ragione possa esservi dubbio sul completo disinteresse di ogni azione e decisione di governo, il costante rispetto di ogni norma vigente, l’armonia con i principi della carta costituzionale, prima fra tutte è la prescrizione, che è anche vincolo comune: “La legge è uguale per tutti”.

Il conflitto di interessi in atto infrange, prima di tutto, tale fondamentale principio. Infatti attribuisce al titolare del conflitto la disponibilità di un doppio criterio decisionale: l’efficacia erga omnes di una determinata norma o decisione; ma anche la possibile convenienza privata di quella norma o decisione nell’ambito degli interessi personali di chi governa, se chi governa è titolare di conflitto. Ovvero è in grado di decidere sul proprio beneficio privato.

Questa legge indica le dimensioni, ovviamente cospicue, del tipo di interesse privato, finanziario, azionario, proprietario o manageriale cui si intende porre argine e stabilire impedimento.

L’esperienza, anche recente, insegna che esercitare funzioni di governo - mentre si rappresentano vasti interessi privati - è situazione in grado di travolgere l’autonomia di qualunque Autorità (per esempio attraverso insistenti ed efficaci campagne di intimidazione e delegittimazione mediatica, campagne facilmente orchestrabili con mezzi adeguati). La stessa esperienza dimostra la capacità di condizionare una assemblea legislativa (certo la parte di assemblea che sostiene il titolare di un vasto conflitto di interessi) sia attraverso il peso mediatico, sia attraverso la versatilità e varietà di interventi, premi e vantaggi in svariati settori e in luoghi diversi della vita pubblica e privata, in modo da rendere compatto il consenso ogni volta che esso riguardi una legge “ad personam”.

Le leggi “ad personam”, di cui è stata costellata la legislatura precedente, sono il capolavoro del conflitto di interessi, nel senso di manifestazione perfetta del danno nei confronti di un paese, delle sue leggi, dei suoi cittadini. Dimostrano che un potente titolare di conflitto di interessi tende a usare la condizione anomala esattamente nel senso per il quale tale condizione deve essere preventivamente proibita; ovvero, per il suo esclusivo, privato, personale interesse. E poiché, come si è visto e constatato di recente in Italia, è in grado di farlo usando l’obbedienza compatta di una maggioranza, si ha la dimostrazione che il conflitto di interessi – quando esiste in dimensioni abbastanza grandi – è in grado di rompere il patto fra lo stato e i cittadini, di relegare in posizione irrilevante il dettato della Costituzione e di usare un vasto consenso, creato dall’uso spregiudicato del conflitto di interessi, per favorire e sviluppare tutti i modi – che sono in sé l’opposto dell’interesse pubblico – in cui quel conflitto si può esprimere.

Ciò dimostra quanto sia arduo e irrealistico immaginare che una Autorità garante – che è parte delle istituzioni umiliate e vilipese dal conflitto – possa smantellare le difese di un potere pubblico-privato ormai insediato, mentre quel potere è già in grado di intimidire, disinformare e creare gogna per i propri avversari.

Questa proposta di legge indica dunque una definizione chiara, un intervento preventivo, e le norme che rendono impossibile l’instaurarsi di una condizione di conflitto in atto, nella persuasione – già provata da recente esperienza – che un conflitto in atto tende ad allargarsi e, con i frutti di convenienza illegale che ne ricava, è in grado di rendere vana ogni contestazione alla grave situazione di illegalità che il conflitto stesso produce.

L’impegno di questa proposta infatti non conta sul deterrente di multe sempre inefficaci, per quanto severe, verso le grandi ricchezze. Si propone invece di rendere impossibile l’instaurarsi, presso qualsiasi carica di governo, di una situazione di conflitto di interessi che è la peggiore infezione nella vita pubblica e nella moralità di una comunità e di un paese.



CONFLITTO DI INTERESSI

Art. 1 – Agli effetti della presente legge sono titolari delle cariche di governo il Presidente del Consiglio dei Ministri, i ministri, i vice-ministri, i sottosegretari di Stato, i commissari straordinari di governo, i presidenti delle regioni ordinarie e delle regioni a statuto speciale.



Art. 2 – Agli effetti della presente legge sono incompatibili con cariche di governo i titolari di attività imprenditoriali, finanziarie, industriali o commerciali di qualunque impresa che abbia, rapporti di concessione con pubbliche amministrazioni, nonché di qualunque tipo di impresa che dipenda, per il suo funzionamento, da autorizzazione o sorveglianza o approvazione o controllo di organi dello Stato.

Sono incompatibili i titolari, i maggiori azionisti e amministratori di imprese attive a qualsiasi titolo nel settore delle informazioni, comunicazioni, telefonia e informatica, con qualsiasi mezzo e forma di diffusione. Sono inoltre incompatibili i titolari di responsabilità, proprietà e controllo diretto e indiretto di qualsiasi fondo, impresa, attività finanziaria, industriale, distributiva, bancaria, immobiliare, con un valore superiore ai 10 milioni di euro, in qualsiasi parte del mondo siano dislocate.



Art. 3 – L’incompatibilità di cui agli articoli 1 e 2 è in atto dal momento della elezione della persona titolare di imprese e interessi elencati in questa legge e rende impossibile l’inclusione di tale titolare in qualsiasi lista di governo. Una volta accertate le condizioni di incompatibilità indicate in questa legge, l’esclusione è automatica e non è previsto alcun ricorso, salvo che alla magistratura ordinaria.



Art. 4 – Il titolare di un conflitto di interessi indicato in questa legge può porre fine al conflitto:

- attraverso la vendita e la collocazione del capitale ricavato in un fondo cieco;

- attraverso le dimissioni e la separazione dall’impresa o dall’attività in questione in caso di attività manageriale con l’impegno a non riassumere cariche o funzioni dello stesso tipo o nello stesso campo prima di tre anni dalla fine del mandato;

- nel caso di impresa di editoria, giornalismo, radio, televisione, telefonia, informatica, l’incompatibilità permane e impedisce l’assunzione di ogni attività di governo, perché non è possibile – in questi settori – la costituzione di un fondo cieco. Inoltre, la vendita improvvisa a causa dell’assunzione di una responsabilità di governo, non garantisce in alcun modo l’indipendenza dell’impresa e il distacco del titolare di governo dal sistema informativo già controllato. Altra causa ostativa è la concessione da parte del governo del permesso di trasmettere, sia nel settore pubblico che in quello privato. Chiunque sia beneficiario di concessione governativa - o lo sia stato negli ultimi tre anni - è incompatibile con cariche di governo.



Art. 5 – I casi di incompatibilità dovuti a ragioni diverse dalla proprietà e titolarità di impresa sono regolati da altre leggi. La magistratura ordinaria accerta, su richiesta della parte ritenuta “incompatibile”, l’esistenza effettiva delle condizioni di tale incompatibilità nel caso che esse siano contestate dalla parte interessata.



01 agosto 2009

Continua...

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