martedì 12 ottobre 2010
lunedì 11 ottobre 2010
Immagina che il lavoro 1- Reggio Emilia 13 Marzo 2010
in omaggio alla Libreria delle Donne di Milano che il 14 ottobre festeggia il suo trentacinquesimo compleanno, e come riparazione al fatto che, preso da eventi immensamente felici e profondamente coinvolgenti (la nascita della mia nipotina Viola), non avevo avuto tempo allora di montare le riprese che avevo fatto il 13 Marzo, in occasione della giornata "Immagina che il lavoro, organizzata da 6Donna e Reggio Fharenheit.
Un saluto a Silvia Motta e Lia Cigarini (Dino)
p.s: Dopo questa prima parte seguiranno nei prossimi giorni altre 4 o 5 spezzoni.
lunedì 5 luglio 2010
Femminismo, generazioni a confronto
In studio a Repubblica Tv ne parlano la regista Francesca Comencini, che ha scritto lo spettacolo, e Lunetta Savino, che lo interpreta insieme a Isabella Ragonese. Conduce Tiziana Testa:
http://tv.repubblica.it/copertina/femminismo-generazioni-a-confronto/50090?video
Quarant'anni dopo le conquiste del movimento femminista, uno spettacolo porta in scena il dialogo tra due donne di età diverse. Un faccia a faccia in cui affiorano delusioni, incomprensioni, pregiudizi su libertà, diritti, vera o presunta emancipazione. Lo spettacolo in tour per l'Italia - dal titolo 'Libere' - è un atto unico seguito da dibattito
martedì 1 giugno 2010
Comunicato Stampa - Dopolavoro 3 giugno 2010
Dopolavoro, ex anagrafe, Palazzo Comunale, Piazzetta della Frumentaria, giovedì 3 giugno dalle 18, 30, e per tutta la sera.
Di fronte a partiti e sindacati e a una società che chiede di tirare la cinghia e aspettare che, dopo la crisi, tutto torni come prima, c’è chi pensa che questo sia proprio il momento di cambiare, perché ogni crisi chiama il cambiamento, spinge ad ingegnarsi, a confrontarsi, a cercare altre possibilità. Proprio per questo in Italia non si vuole assolutamente parlare di lavoro, non si apre alcun confronto e si insiste perchè tutto resti com’è o peggiori, eliminando qualunque speranza. Il lavoro è l’ombelico del mondo e se cambia, cambia tutto, così si cerca di impedire che un altro punto di vista possa trovare cittadinanza, si opera per dividere i lavoratori, portare tra loro il conflitto, degradarli ad animali spaventati che non pensano. Al Dopolavoro, due grandi stanze e un bar dentro l’ex anagrafe nel Palazzo Comunale, da alcune settimane, esperienze diversissime attraversano le menti come un vento fresco e non era affatto scontato, per questo c’è molta soddisfazione tra gli organizzatori e tutti coloro che, spontaneamente, hanno deciso di collaborare al progetto, come 6donna, il gruppo che sta curando anche l’organizzazione del prossimo incontro, giovedì 3 giugno, con l’esperienza del Sottosopra.
lunedì 7 dicembre 2009
La partita dell'identità sul corpo delle donne
sabato 28 novembre 2009
Manifestazione contro la violenza maschile alle donne del 28 nov a Roma
giovedì 19 novembre 2009
14 Novembre '09 - Fototeca e ringraziamenti!
lunedì 9 novembre 2009
6Donna. Sei donna. Punto. - gruppo di riflessione femminista
Per un pensiero a tutto campo: dalla coscienza di sé, alla differenza, dalla politica al privato, di ieri e oggi.
Un pensiero che ci chiama a un confronto libero tra donne, esplorando i molti e diversi femminismi, e che ci chiede un confronto approfondito con l’altro genere.
Dagli anni ‘60, la pacifica rivoluzione femminile che ha connotato tutto il novecento, ha trasformato, con grande accelerazione, l’immagine e il ruolo della Donna.
Il patriarcato è finito, ma per molti uomini questo fatto è ancora motivo di spaesamento, di identità perduta, di paura e di violenza. Non più debole, sottomessa, priva di autodeterminazione, la Donna è però oggi come bloccata da una idea di parità che si declina puramente in termini di rimozione degli ostacoli normativi, con l’offerta delle pari opportunità e delle azioni positive.
Le politiche di genere agite dalle donne dei partiti sono diventate scandalosamente inutili perché hanno conformato le loro pratiche politiche alle liturgie maschili senza nulla modificare i noti meccanismi spartitori.
Il rifiuto del pensiero delle Donne, la loro emarginazione dai luoghi decisionali, l’indifferenza verso le loro ragioni, hanno come conseguenza una democrazia gravemente sbilanciata, a predominanza maschile, soprattutto nel nostro paese. Anzi possiamo definire la nostra, una vera e propria “androcrazia”, che persino gli Uomini ormai cominciano a trovare gravemente limitativa di una democrazia concreta, e di una piena affermazione degli individui .
Le donne imitative del modello maschile, che paiono vincenti nella cronaca dell’oggi, in politica e nella società, finiscono per rafforzare l’idea che esiste un genere solo, per accettare un’idea ancora troppo neutra delle leggi, del lavoro, della famiglia e della vita quotidiana. E poiché così non è, occorre riflettere, cercare, trovare altro modo di Essere, per Donne e Uomini.
mercoledì 28 ottobre 2009
La questione è maschile
venerdì 9 ottobre 2009
Due cose che sciolgono il cerone
Concitato, ecco, Berlusconi era solo un po’ concitato, dice il fido Bonaiuti, e quando uno è concitato «può succedere»... Può succedere che gli scappi una battuta più sessista che razzista o più razzista che sessista, scegliete voi. Ma può anche succedere, a Berlusconi succede sempre più spesso, che la concitazione gli strappi dalla faccia la maschera di cerone con cui di solito si ingessa in tv, e che improvvisamente ci appaia com’è in natura: un poveraccio circondato da poveracci, uno che non sa più che fare di se stesso e che come tutti quelli che non sanno che fare di se stessi se la prende con la prima donna che gli capita a tiro. «Vedo che c’è la signora Bindi, che è sempre più bella che intelligente». Bell’autogoal, complimenti.
Raddoppiato dal compagno di merenda di turno, l’ingegner Castelli nonché - absit iniuria verbis - ex guardasigilli: «Ma perché parli sempre, zitella petulante?». Complimenti raddoppiati. Giacché si diverte a portare in tribunale salvo se stesso chiunque e qualsiasi cosa, domande impertinenti comprese, il premier potrebbe querelare la tv e la sua adorata Porta a porta per alto tradimento. L’immagine non mente, e lo schermo assegna nettamente il vantaggio a Bindi. Per quello che dice, «Presidente, io sono una donna che non è a sua disposizione, e che dice la verità», e per come lo dice, a testa alta, sguardo piantato nella telecamera e concitazione zero. L’immagine non mente anche sugli astanti, uomini: tutti zitti stecchiti, dal padrone di casa agli ospiti. E poi dicono che su Berlusconi c’è «il silenzio delle donne».
Per l’occasione peraltro ritrovano la lingua anche molte colleghe della vicepresidente della Camera che in questi mesi l’avevano perduta o balbettavano, e perfino molti colleghi, gli stessi che finora hanno parlato solo per dire che la faccenda dei rapporti di Berlusconi con le donne è una sua faccenda privata poco seria in cui la politica, che invece è una cosa seria, non deve mettere il dito. Rosi Bindi, che invece è una che sulla faccenda ha parlato e con nettezza fin da subito, da donna e da cattolica, merita beninteso questo e altro, infatti siamo tutte pronte a sostenere con lei quella tranquilla sfida - «la vedremo» - con cui ha chiuso il suo duello col premier. Ma è lecito chiedersi se anche sulla dignità delle donne valgano, in casa Pd, due pesi e due misure? La dignità delle donne vale doppio nel caso che la donna in questione sia una parlamentare, e vale la metà nel caso di mogli (Veronica), giornaliste (variamente aggredite dal premier qua e là), per non dire delle escort (minacciate di essere spedite in galera per 18 anni)? Misteri di classe e di ceto (politico). Incassiamo comunque questo risveglio. Meglio ancora, il ceffone di rimando di Livia Turco al premier: «Le donne pensano, sanno valutare e presto lo manderanno a casa». Lo sa anche il premier, che sono le donne che lo stanno mandando a casa. Da sua moglie a Rosi Bindi, una vera persecuzione, altro che i giudici. «Sono una donna che non è a sua disposizione» e «dico la verità» sono precisamente le due cose che Berlusconi e quelli come lui da una donna non possono sopportare: gli si rompe lo specchio in cui ricompongono a fatica un sé inesistente. E’ per questo, Bonaiuti, che il premier è ormai da mesi perennemente concitato?
Sesso e politica nel post-patriacato - 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma
Sesso e politica nel post-patriacato
Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, ci parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione – non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.
Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.
La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopopatriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant'anni di femminismo.
Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile
plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei
desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell'immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.
Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.
Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al “gradimento degli italiani” pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il “gradimento” legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime “della maggioranza”.
Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro “privato dell’alcova”. Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al “moralismo dei parrucconi”. E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un'autocritica ruvida delle connivenze culturali dell'opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in Parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.
Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché “il modello dominante” fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.
La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all'occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell'indignazione?
Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre dalle ore 10 alla Casa internazionale delle donne di Roma
Maria luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa
sabato 29 agosto 2009
Dove sono le donne?
di Clelia Mori
Lo chiedono e lo affermano intervenendo sulla disastrosa situazione del pubblico della politica italiana deformata dal tutto privato, affari e sesso, del suo presidente del governo e sul silenzio quasi assoluto dell’opposizione, che scambia per moralistico, per non chiedersi altro, parlare di sessualità maschile e malattia e potere. Preferendo invece concentrarsi sul suo prossimo segretario piuttosto che cercare di essere anche un’alternativa di governo che sa mettere i piedi nel piatto dell’eros maschile e parlarne prima che distrugga del tutto il paese. Qualcun’ altr* ha anche invocato una presenza femminista ritenuta invisibile.
Condivido molte motivazioni di Urbinati e Ravera, ma non riesco a sentirmi in colpa perché non ho ancora pensato di andare in piazza come donna e non mi sembra neppure che la rivoluzione femminile sia così interrotta. Soprattutto quando i ragionamenti sulle donne le mettono indistintamente tutte insieme, in un unico fascio e non si fa un po’di cernita tra donne parlamentari di centro sinistra e centrodestra e le femministe e le donne che hanno cercato un posto al sole nel mondo degli uomini –portandovi dentro così piano la loro differenza, che i politici non si sono sentiti assolutamente parzializzati- e quelle che vivono una vita qualunque come ognuna di noi e le veline e le loro famiglie… Sembriamo improvvisamente diventati un paese di tutte veline o tutte escort a qualsiasi età. Notare che abito in Emilia, ma non conosco neppure una velina, nonostante ce ne siano così tante a leggere la stampa e a guardare la TV…
Ma lo sconforto è tale che ragioniamo quasi come vogliono farci ragionare, guardiamo il dito e non la luna. E così passa che siamo tutti* uguali, un potere vale l’altro anche se è patriarcale. Rassicurando in un colpo solo maschilisti di governo e di parrocchia e anche quegli uomini dell’opposizione che “non amano” le loro donne…
Mi rendo conto che invocare le femministe contiene anche la denuncia di un bisogno di parola che si ritiene servirebbe, così come ci è servita in tutti questi anni per andare tranquille per il mondo senza troppo pensare. Tanto c’erano loro che continuavano a farlo e noi potevamo badare alle nostre cose. Ma ho la sensazione che cogliamo anche l’occasione per pareggiare il conto con queste sessantottine che dicono di non aver mai mollato e poi quando è ora non si vedono. O forse non si vogliono ben vedere. Rimane comunque utile qualcuno da invocare che al momento del bisogno non c’è a toglierci le castagne dal fuoco, magari criticandole. Mi sembra un poco da capro espiatorio la faccenda. Anche se io le trovo le parole delle femministe, quando voglio, ma i giornali fanno più fatica e non riesco a capire perché, se ci riesco io.
Comunque, pur camminando sul crinale tra femminismo e femminile e politica, in piazza ci tornerei anche, ma non riesco bene a capire per far cosa. L’ultima volta che ci sono andata, era nel 2007 contro la violenza maschile alle donne. Subito dopo è stato tutto un attacco, persino delle giornaliste donne più accreditate, alle organizzatrici del corteo e sul loro nostro concetto di democrazia perché le politiche volevano approfittarsi del successo della manifestazione e le organizzatrici non l’hanno permesso…Non è servito a nulla allora, perché i nostri politici hanno letto solo la querelle e di donne ne muore ancora una ogni tre giorni, a cosa servirebbe ora con questa opposizione? Non sarebbe meglio chiarire bene e invece che prendersela con tutte, chiedere alle politiche del centro sinistra conto del loro quasi silenzio, stando nei luoghi di potere?
E poi, credo si sia sottovalutata la questione che sono state le donne - rappresentando tutto l’immaginario femminile del maschile con in ordine : una moglie, una escort, una figlia - a far esplodere quello che gli uomini della politica tutta e della religione non riuscivano o volevano far emergere e non credo che se la rivoluzione femminile - quella più riuscita del ’68 - fosse davvero interrotta, come dice Lidia Ravera, oggi soprattutto questo tipo di donne, che Nadia Urbinati chiama private, sarebbero riuscite a far emergere tanta “malattia” individuale e di potere, soprattutto maschile.
Basta ascoltare il silenzio, che non è di tutte, degli uomini all’opposizione -gli strepiti difensivi del centrodestra sono da copione e dicono solo del desiderio di potere a tutti i costi- per capire chi è che ha un problema di gestione della propria sessualità, così ben evidenziata dal capo del governo e della nostra democrazia.“Malato”, l’ha definito la moglie e nonostante sia stato dimostrato quanto sia vero, da registrazioni varie, quasi nessuno ci torna su. Perché?
Perché non chiediamo conto come donne, invece che alle donne e alle femministe, agli uomini come suggeriva Chiara Saraceno?
A quasi tutti gli uomini, perché in giro alcuni ci sono che ripensano la loro differenza, ma come le femministe, non vengono interpellati dai midia. Si preferisce percorrere la strada che vuole il centro destra e perpetrare una mai risolta questione sessuale del maschile.
Ma non la possiamo percorrere anche noi donne, soprattutto incolpandoci di non andare in piazza e sentendoci tutte veline e magari non chiedendo a chi è direttamente coinvolto: gli uomini di segnare la propria differenza dal premier e da questa idea fallimentare di maschio.
Non è un problema nostro questo degrado democratico in cui viviamo.
Noi viviamo gli effetti collaterali di un maschilismo irrisolto che deve portare gli uomini non malati ad andare loro e per primi in piazza a prendere le distanze dal loro nostro capo del governo, massimo rappresentante pubblico del loro sesso.
Sono loro che dovrebbero indicare ai loro figli l’esempio della loro differenza da questo uomo, per fare in modo che in nessuna maniera possano essere influenzati da un tale inutile modello .
Chiediamo quindi, e io lo faccio nel mio piccolo, a tutti quelli che pensano di non assomigliare a S.B. di dircelo pubblicamente.
Solo allora avrà un senso per me tornare in piazza, magari al loro fianco, per ridefinire uno spazio pubblico che ci appartiene: la democrazia.
O no?
Clelia Mori
19.8.09
domenica 16 agosto 2009
Intervista a Simona Argentieri: "L'assuefazione ci ha spente ma i diritti non sono ereditari"
Il silenzio delle donne? Colpisce e ferisce. Ma ad essere silenti non sono solo le donne: anche i giovani, e in generale tutta la società civile. Per questo, per capire perché le donne non si indignano bisogna capire perché noi tutti non ci indigniamo più».
Simona Argentieri, psicoanalista, docente dell’Associazione italiana di psicoanalisi e attenta osservatrice delle patologie a cavallo tra individuo e società, interviene nel dibattito aperto da Nadia Urbinati e continuato da Lidia Ravera, ma ripete che il vero problema è il generale spegnersi del dissenso, sia sul piano privato che su quello sociale e politico.
«Il fatto è che la protesta costa, come il tentativo di restare coerenti con le proprie idee. Protestare significa inoltre configgere, mentre oggi non sopportiamo più né la sofferenza né il conflitto. Così, le passioni forti si attenuano, e quindi anche i più beceri fatti di cronaca non ci fanno indignare».
Come si è persa la capacità di indignazione?
«Il dissenso non è scomparso dalla mente delle persone. Purtroppo, si è esaurita la spinta propulsiva al cambiamento, perché le persone hanno perso fiducia nel fatto che il loro agire possa produrre un mutamento. Ma il cambiamento può venire unicamente da noi. E l’assuefazione a cose sempre più degradate non può costituire un alibi».
Come si manifesta concretamente questa assuefazione?
«In un disinteresse verso ciò che accade, in un deficit di partecipazione, infine in un’incoerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ad esempio, si firmano appelli, o si va a votare, senza prendere nessuna informazione su ciò che si sta firmando o votando. Oppure, non si vota proprio, come è avvenuto per molte giovani donne nel caso del referendum sulla fecondazione. Purtroppo i diritti conquistati sono ereditati ma non ereditari, cioè li puoi perdere come li hai acquisiti».
Si tratta di un problema solo italiano?
«No, ma in Italia è più forte perché maggiore è da noi l’abitudine al degrado. Abbiamo superato, sul piano pubblico, ogni limite di decenza, eppure nulla desta più scandalo. Nemmeno la violazione dell’immagine della donna e del suo corpo, nell’acquiescenza generale».
Quali sono, sul piano individuale, i sintomi di questa male?
«Si tratta di una vera e propria regressione nell’ambiguità, nell’apatia affettiva, nell’inerzia e nella promiscuità. Magari si ostenta il proprio scontento, ma non ci si sottrae a tutte quelle collusioni che mantengono in piedi il sistema: egoismi, narcisismi, complicità marginali col potere, clientelismo, omissioni, indifferenza».
Che spiegazione dà di questi atteggiamenti?
«Nascono dal tentativo di evitare il conflitto, il rapporto con le cose che non ci piacciono o con le persone che ci contestano, e di eludere sia la fatica della differenziazione e della chiarificazione della propria identità, sia quella della coerenza con ciò che si è. Ciò ha conseguenze molto negative anche nei rapporti tra uomo e donna, le cui differenze si attenuano, ma non in direzione della parità. Il tentativo di evitare il confronto con la differenza produce un eccesso di tenerezza morbosa, a scapito della passione, e una regressione nell’ambiguità. Che è tutt’altra cosa dall’ambivalenza, quel sentimento che ci consente di essere consapevoli di poter provare amore e insieme odio verso una stessa persona».
Come intervenire, allora?
«L’unico argomento che ho, come terapeuta, quando denuncio i meccanismi dell’ambiguità è che si tratta di un cattivo affare. Certo, si evita la fatica e il dolore della coerenza, ma si resta rabbiosi e annoiati. Purtroppo, però, a noi analisti oggi viene solo chiesto solo di lenire, consolare, se non addirittura psicologizzare il disagio sociale. Ad esempio, facendo fare una psicoterapia ad una persona licenziata, perché accetti questa situazione, mentre dovrebbe solo scendere in piazza a gridare la sua giusta rabbia e mettere in atto forme dure e coraggiose di protesta».
giovedì 13 agosto 2009
La rivoluzione interrotta delle donne
Ho provato una vera gioia, leggendo la «conversazione» con Nadia Urbinati, ieri, su questo giornale. Quando dice: «c’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità collettiva». Ho pensato: ha messo, come si dice, “il dito nella piaga”. E mai frase idiomatica fu più opportuna. Qui si parla proprio di piaghe: indicarle è necessario, anche se sarebbe più elegante voltarsi dall’altra parte. Toccarle fa male. Ma attraverso il dolore, passa l’unica speranza di guarigione.
Dunque diciamolo: è morta la dimensione collettiva. Il “noi” che rafforzava i tanti “io” di cui era composto, latita. Era onnipresente, la prima persona plurale. Ora è scomparsa. Non è mai stata facile da declinare: includere l’Ego degli altri, sistemarlo accanto al proprio, non è mai naturale, tocca smussare angoli, reprimere individualismi, concedere generalizzazioni, perdere qualcosa di sè. Però si può fare, anzi: si deve.
Soltanto una massa di “io” ordinati in un “noi”, che li sovrasta e li protegge e li rappresenta, nel corso della storia, ha saputo abolire lo schiavismo, difendere il lavoro, conquistare diritti uguali per tutti, combattere il fascismo. L’individuo, da solo, può regalare all’umanità soltanto il godimento dell’arte. È necessaria, l’arte, ma non è sufficiente. Non oggi e non qui, in Italia.
Ha ragione la Urbinati quando dice: «Quel che fa questo governo non è ridicolo...è tragico». È tragico usare la paura e la fragilità psichica dei cittadini, aggravate entrambe dalla crisi economica, per disegnare una società che esclude e divide, che radicalizza le differenze e governa col ricatto milioni di solitudini. Poco più di metà degli italiani ha votato qualche anno di fiducia all’attuale Premier e alla sua “weltanschaung”. Poco meno di metà degli italiani ha cercato, votando il centrosinistra, di segnalare il proprio “no”.
Si tratta di milioni di donne e di uomini, dispersi e quindi condannati alla dimensione privata del dissenso: il lamento. Per le donne è una sorta di revival: ve la ricordate la rivolta “da camera” delle nostre madri? Erano donne che avevano vissuto la giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale e che, nell’Italia in rapido sviluppo degli anni sessanta, impigliate nel codice antico dell’esistenza vicaria, stavano maturando un disagio crescente per i ristretti ambiti delle loro vite. Che cosa facevano, mentre le loro figlie scendevano in piazza bruciando le icone della femminilità tradizionale? Si lamentavano. Opponevano un fiero cattivo umore ad un destino che vivevano come immutabile. Era il canto della loro sconfitta, il lamento.
Ci dava ai nervi. Giurammo che noi no, noi non ci saremmo sacrificate. Giurammo che avremmo imposto nuove regole, saremmo state parte attiva, a letto, al lavoro, in casa, in piazza. Lì per lì ci illudemmo di aver vinto. Non era così. La rivoluzione delle donne non è stata né vinta né persa. È stata interrotta.
Interrompere una rivoluzione è pericoloso: non riesci a imporre nuove valori, a radicarli, a estenderli a tutti, come quando vinci. Non vieni travolto dalla restaurazione del vecchio, come quando perdi. Quando lasci una rivoluzione a metà la restaurazione è lenta e strisciante. Incominciano a bombardarti con l’icona della “ragazza tette grandi/ cervello piccolo”, non ci fai caso. Occupa i teleschermi (anche quelli del servizio pubblico) per vent’anni. Spegni la televisione. Diventa protagonista della scena pubblica, corpo in vendita, carriera, oggetto di scambio, trastullo stipendiato di un modello di maschio potente/impotente che era già vecchio quando eri ancora giovane. Ti scansi, spegni l’audio, non vuoi sentire.
Finché ti accorgi che, nel silenzio/assenso generale, si è tornati indietro. Come prima e peggio di prima. Devi di nuovo essere complemento, protesi, utensile del piacere. Madre se proprio ti va, come lato B della carriera. A tua figlia regalerai “Miss Bimbo”, il gioco elettronico che insegna a diventare Velina, Escort o moglie di miliardario. Sei di nuovo povera.
Possiedi, come anticamente i proletari, soltanto il tuo corpo e quello devi far fruttare. E sbrigati: hai meno di 20 anni di tempo. Qualcuno dice che qualche ragazza ha trovato, per lo più all’estero, riconoscimento ai suoi talenti. Qualcun altro rimprovera “le femministe”, queste ormai mansuete streghe in prepensionamento, di tacere. Ma non è vero.
Tutte noi, noi poche, abbiamo, in questi anni, parlato. Sole davanti allo schermo dei nostri computer, come si usa oggi. Abbiamo confezionato tristi arringhe, abbiamo segnalato, puntuali come Cassandre, rischi e degenerazioni. Non è successo niente. Le parole delle donne non pesano un grammo. Per questo bisogna ricominciare daccapo. Portare i nostri corpi in piazza, occupare spazio, farci vedere, farci sentire. Contarci, per ricominciare a contare.
13 agosto 2009
«Ribelliamoci come in Iran e in Birmania»
Conversando con Nadia Urbinati, di Concita De Gregorio da L'Unità on line
Il tempo del silenzio, ripete Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia university. «Avrei voluto far qualcosa, in questi mesi estivi che passo in Italia, ma mi si dice che si deve aspettare l’autunno. Non capisco come mai. Non vedo che altro ci sia da aspettare. Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica. Non c’è nulla da fare, sento dire. C’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità dell’agire collettivo. Non serve, si dice. Non produce effetti. Solo la pubblicità produce effetti». «Ci hanno ingannati, in questi anni, illudendoci che si potesse partecipare stando a casa: davanti allo schermo di una tv, in un blog al computer. Soli davanti al video. È nato un pubblico che si cela al pubblico. Impotente, rassegnato. Si è fatta strada un’idea maggioritarista: quella che dice che chi vince ha ragione per definizione, in quanto vincitore. Poiché vince non può aver torto. La verità sta con la maggioranza. È un’idea che non prevede il dissenso.
Il dissenso infastidisce, non se ne comprende il valore né l’utilità, non si tollera. La voce dell’opposizione è una voce che disturba. Berlusconi esprime un’idea egemonica che gli sopravviverà. L’opposizione d’altra parte non fa che riconoscere la forza dell’avversario (ho sentito giovani del Pd ammirare la Lega per il radicamento sul territorio ignorando i contenuti di quel radicamento). L’opposizione è assente. Manca un partito capace di parlare con voce forte e chiara. Negli ultimi tre mesi l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di far infuriare il tiranno, l’opposizione no. Persa nella sua battaglia interna, persa nell’incapacità di parlare con le parole della politica. Un vuoto che apre la strada ad un nuovo populismo giustizialista. Ho sentito Prodi dire: Berlusconi è il vuoto. Putroppo no, non è vuoto, è pieno di linguaggio e di azione. È l’opposizione a non avere linguaggio ed azione da opporre, manca un partito che incalzi. Quel che fa questo governo non è ridicolo, non è schifoso come ho sentito dire dai leader negli ultimi giorni. È tragico. Le gabbie salariali sono la rottura di un patto di solidarietà e giustizia tra i cittadini, un piede di porco capace di smembrare il paese. Le ronde sono un pericolo gravissimo, oltre ad essere un modo subdolo per distribuire finanziamenti pubblici. Sull’unità d’Italia? Nulla. Se non ci fosse l’Europa a contenerci saremmo sull’orlo della guerra civile».
«Siamo orfani di politica. Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, conti in banca, soldi, scambi di favori. Berlusconi durerà. Tutto questo non finirà con lui. Questo governo non è Berlusconi, è la visione organica della società che lui rappresenta. Abbiamo imparato a giustificare sempre tutto. Ci sarebbe bisogno di avere una visione morale della politica, invece. Non c’è. Non abbiamo una cultura della responsabilità morale: anche se non penalmente perseguibili certi atteggiamenti sono moralmente turpi. Bisogna dirlo, ripeterlo, cercare ascolto, pretendere risposta.
È stata una trasformazione molecolare. Dopo anni di partecipazione si è spenta nella mente del cittadini la dimensione pubblica. La democrazia si è fatta docile e apatica. Vista dall’estero l’Italia non ha più nulla da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia. Penso alle donne, poi. Neda, San Suu Kyi, le donne nel mondo. In Italia a parte qualche importante figura femminile isolata, niente. Sulle prostitute e le minorenni di cui si circonda il Presidente le parlamentari del Pd si sono schierate dieci giorni fa. Forse si teme di essere indicati come bacchettoni, di trasformare la politica in morale. Fatto è che donne che appartengono al privato (Veronica e Barbara Berlusconi) hanno avuto un ruolo politico, quel ruolo che chi fa politica non trova. Le generazioni del femminismo si sono scollate. Le ragazze che vanno a palazzo Grazioli dal bagno del tiranno telefonano alla madre, contente. Le loro madri hanno la nostra età. Cosa è successo tra quelle madri e queste figlie, tra noi e loro? Le grandi personalità si sono ritirate a scrivere le memorie degli anni d’oro, quasi a rivendicare un’autorità su e insieme un’estraneità da questo tempo. Io l’avevo detto, io l’avevo scritto. Personalismi, una contro l’altra, non c’è più la capacità di mettere in comune le esperienze, tessere una trama, rinunciare a qualcosa di proprio per l’agire collettivo. Quello che dà fastidio, poi, è questo continuo lamento, solo lamento. Tutti che chiedono rivendicano protestano e si lagnano, tutti che pongono problemi e nessuno che offra soluzioni. Anche attorno a noi, nella vita, è così. Lamentarsi è facile e non costa nulla, invece proporre una soluzione significa assumere una responsabilità, pagare il prezzo di una decisione..
Lamentarsi, risentirsi, portare rancore: anche queste sono forme private di agire. La dimensione pubblica – quella di chi si attrezza ad unire le forze e costruire gli strumenti per cambiare le cose, insieme – è svanita. I giovani sono figli di questo tempo. Tutto per loro è privato, totalmente privato. Bisogna ripartire da capo. Dalle cose essenziali. Lanciare un appello, per esempio, alcune donne si preparano a farlo: lanciare appelli non è un modo vecchio di agire. È nuovo, oggi. È di nuovo nuovo. Non essere docili, ripartiamo da qui».
12 agosto 2009
«Ribelliamoci come in Iran e in Birmania»
Conversando con Nadia Urbinati, di Concita De Gregorio
Il tempo del silenzio, ripete Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia university. «Avrei voluto far qualcosa, in questi mesi estivi che passo in Italia, ma mi si dice che si deve aspettare l’autunno. Non capisco come mai. Non vedo che altro ci sia da aspettare. Le vittorie di Berlusconi appaiono ormai la conseguenza e non la causa dell’indebolimento della presenza attiva dei cittadini nella vita pubblica. Non c’è nulla da fare, sento dire. C’è, da parte delle persone attorno a noi, una specie di accettazione. Il senso dell’inutilità dell’agire collettivo. Non serve, si dice. Non produce effetti. Solo la pubblicità produce effetti». «Ci hanno ingannati, in questi anni, illudendoci che si potesse partecipare stando a casa: davanti allo schermo di una tv, in un blog al computer. Soli davanti al video. È nato un pubblico che si cela al pubblico. Impotente, rassegnato. Si è fatta strada un’idea maggioritarista: quella che dice che chi vince ha ragione per definizione, in quanto vincitore. Poiché vince non può aver torto. La verità sta con la maggioranza. È un’idea che non prevede il dissenso.
Il dissenso infastidisce, non se ne comprende il valore né l’utilità, non si tollera. La voce dell’opposizione è una voce che disturba. Berlusconi esprime un’idea egemonica che gli sopravviverà. L’opposizione d’altra parte non fa che riconoscere la forza dell’avversario (ho sentito giovani del Pd ammirare la Lega per il radicamento sul territorio ignorando i contenuti di quel radicamento). L’opposizione è assente. Manca un partito capace di parlare con voce forte e chiara. Negli ultimi tre mesi l’Unità e la Repubblica hanno avuto la capacità di far infuriare il tiranno, l’opposizione no. Persa nella sua battaglia interna, persa nell’incapacità di parlare con le parole della politica. Un vuoto che apre la strada ad un nuovo populismo giustizialista. Ho sentito Prodi dire: Berlusconi è il vuoto. Putroppo no, non è vuoto, è pieno di linguaggio e di azione. È l’opposizione a non avere linguaggio ed azione da opporre, manca un partito che incalzi. Quel che fa questo governo non è ridicolo, non è schifoso come ho sentito dire dai leader negli ultimi giorni. È tragico. Le gabbie salariali sono la rottura di un patto di solidarietà e giustizia tra i cittadini, un piede di porco capace di smembrare il paese. Le ronde sono un pericolo gravissimo, oltre ad essere un modo subdolo per distribuire finanziamenti pubblici. Sull’unità d’Italia? Nulla. Se non ci fosse l’Europa a contenerci saremmo sull’orlo della guerra civile».
«Siamo orfani di politica. Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, conti in banca, soldi, scambi di favori. Berlusconi durerà. Tutto questo non finirà con lui. Questo governo non è Berlusconi, è la visione organica della società che lui rappresenta. Abbiamo imparato a giustificare sempre tutto. Ci sarebbe bisogno di avere una visione morale della politica, invece. Non c’è. Non abbiamo una cultura della responsabilità morale: anche se non penalmente perseguibili certi atteggiamenti sono moralmente turpi. Bisogna dirlo, ripeterlo, cercare ascolto, pretendere risposta.
È stata una trasformazione molecolare. Dopo anni di partecipazione si è spenta nella mente del cittadini la dimensione pubblica. La democrazia si è fatta docile e apatica. Vista dall’estero l’Italia non ha più nulla da dire, resta solo un esempio interessante da studiare sul declino della democrazia. Penso alle donne, poi. Neda, San Suu Kyi, le donne nel mondo. In Italia a parte qualche importante figura femminile isolata, niente. Sulle prostitute e le minorenni di cui si circonda il Presidente le parlamentari del Pd si sono schierate dieci giorni fa. Forse si teme di essere indicati come bacchettoni, di trasformare la politica in morale. Fatto è che donne che appartengono al privato (Veronica e Barbara Berlusconi) hanno avuto un ruolo politico, quel ruolo che chi fa politica non trova. Le generazioni del femminismo si sono scollate. Le ragazze che vanno a palazzo Grazioli dal bagno del tiranno telefonano alla madre, contente. Le loro madri hanno la nostra età. Cosa è successo tra quelle madri e queste figlie, tra noi e loro? Le grandi personalità si sono ritirate a scrivere le memorie degli anni d’oro, quasi a rivendicare un’autorità su e insieme un’estraneità da questo tempo. Io l’avevo detto, io l’avevo scritto. Personalismi, una contro l’altra, non c’è più la capacità di mettere in comune le esperienze, tessere una trama, rinunciare a qualcosa di proprio per l’agire collettivo. Quello che dà fastidio, poi, è questo continuo lamento, solo lamento. Tutti che chiedono rivendicano protestano e si lagnano, tutti che pongono problemi e nessuno che offra soluzioni. Anche attorno a noi, nella vita, è così. Lamentarsi è facile e non costa nulla, invece proporre una soluzione significa assumere una responsabilità, pagare il prezzo di una decisione..
Lamentarsi, risentirsi, portare rancore: anche queste sono forme private di agire. La dimensione pubblica – quella di chi si attrezza ad unire le forze e costruire gli strumenti per cambiare le cose, insieme – è svanita. I giovani sono figli di questo tempo. Tutto per loro è privato, totalmente privato. Bisogna ripartire da capo. Dalle cose essenziali. Lanciare un appello, per esempio, alcune donne si preparano a farlo: lanciare appelli non è un modo vecchio di agire. È nuovo, oggi. È di nuovo nuovo. Non essere docili, ripartiamo da qui».
12 agosto 2009
giovedì 6 agosto 2009
Equivalenze e utilizzatori finali
Non è che la Chiesa non abbia trovato per condannare l'etica pubblica e privata del presidente del consiglio le stesse parole chiare e forti che ora trova per condannare l'uso della RU486, come denuncia Vito Mancuso su "la Repubblica" di ieri. È che le ha sospese, le parole di condanna verso Berlusconi, in attesa di potere stabilire un'equivalenza fra il «maschilismo hard che vede la donna come strumento sessuale» e il femminismo altrettanto hard che vede l'aborto chimico come strumento di libertà procreativa (editoriale de l'"Avvenire" di domenica). Fatta l'equivalenza, trovato lo scambio: il governo si dia da fare per levare di torno quella dannata pillola, e sugli scandali del premier, annunciano le indiscrezioni, scenderà la misericordia divina.
È un argomento da voltastomaco, al quale si può replicare solo con un'altra equivalenza di pari violenza, questa: che sia il premier o che sia la Chiesa, sempre di mercificazione del corpo femminile si tratta, e sempre di utilizzatori finali. Merce di piacere per il premier, merce di scambio politico per il Vaticano. Pari e patta. E sarebbe da chiudere qui.
Con tre codicilli però. Primo. Anche stavolta la Chiesa non perde l'occasione di farsi opportunisticamente interprete e alleata del senso comune più vieto. Il quale scava, come la proverbiale vecchia talpa, cunicoli di colpevolizzazione femminile per uscire in qualche modo dal tunnel dell'imbarazzo in cui si ritrova infilato dai noti fatti di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Provate a parlarne sotto un ombrellone, e troverete frotte di uomini e di donne pronti ad ammettere che sì, «lui» ha esagerato, «ma anche queste ragazze che ci stanno...». Queste ragazze che ci stanno in primo luogo ci stanno fino a un certo punto, come s'è visto, in secondo luogo non sono dei monumenti morali neanche loro ma non per questo le si può spacciare come equivalenti a «lui»: c'è di mezzo una disparità di potere, di ruolo e di responsabilità grande come Palazzo Chigi. Usufruire della prostituzione dal vertice del potere politico non è la stessa cosa che esercitarla dal basso della necessità, della disperazione, dello squallore e nemmeno della scelta. La responsabilità morale e politica di un presidente del consiglio non è la stessa di una escort. La retorica berlusconiana incentrata sulla favola del «sono uno di voi» è riuscita a far apparire il potere del tutto trasparente, ingenuo, innocuo?
Secondo. In un articolo sul "manifesto" di domenica scorsa che condivido dall'a alla z, Tamar Pitch notava come la miseria del maschile messa in scena dai suddetti noti fatti parli di una paura delle donne che si dispiega nell'immaginario degli ultimi decenni, popolato di «mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, assassine di embrioni». Eccoci infatti di nuovo al punto, come ad ogni tornante dell'infinita guerra culturale sull'aborto. E il punto, sulla Ru486, non è tecnico: invasività, pericolosità, efficacia, garanzie sanitarie. Il punto è che la pillola è un coadiuvante dell'irresponsabilità, della leggerezza, della smisuratezza, della ferocia delle donne, assassine di embrioni. Le quali, com'è noto, ad abortire si divertono, e con la pillola rischiano di divertirsi di più.
Infatti, e terzo. A fronte dell'imbarazzante e complice silenzio sulla miseria del maschile di cui sopra, che sempre Pitch è opportunamente tornata a denunciare, gli uomini non cessano mai di parlare quando si tratta di una questione di squisita competenza femminile come l'aborto. E stavolta bisogna pure ringraziarli per le enormità e i lapsus che gli escono di bocca.
Prendiamo il senatore Quagliariello, che in casi come questi si guadagna sempre l'oscar e se l'è guadagnato anche stavolta dichiarando che «se come ci hanno sempre detto l'aborto deve essere un dramma», la pillola non va bene perché lo sdrammatizza: c'è un «deve» di troppo, senatore, l'aborto è, non dev'essere, un dramma. Oppure prendiamo l'Elefantino - cui va riconosciuto il primato cronologico assoluto, risalente agli anni '80, nella guerra alla Ru486 - sul "Foglio" di ieri: «La pillola che uccide in apparenza serenamente serve culturalmente proprio a questo: a garantire l'ideologia asettica e anestetica di una vita che si costruisce nel disprezzo di un'altra vita, nell'idea di un godimento libertino, devastante, del piacere sessuale scardinato da qualunque amore, da qualunque libertà e responsabilità». Forse nella testa dell'Elefantino la pillola si confonde con le notti a palazzo Grazioli.
martedì 4 agosto 2009
La Chiesa, la RU486 e le escort del capo
Non è che la Chiesa non abbia trovato per condannare l'etica pubblica e privata del presidente del consiglio le stesse parole chiare e forti che ora trova per condannare l'uso della RU486, come denuncia Vito Mancuso su "la Repubblica" di ieri. È che le ha sospese, le parole di condanna verso Berlusconi, in attesa di potere stabilire un'equivalenza fra il «maschilismo hard che vede la donna come strumento sessuale» e il femminismo altrettanto hard che vede l'aborto chimico come strumento di libertà procreativa (editoriale de l'"Avvenire" di domenica). Fatta l'equivalenza, trovato lo scambio: il governo si dia da fare per levare di torno quella dannata pillola, e sugli scandali del premier, annunciano le indiscrezioni, scenderà la misericordia divina.
È un argomento da voltastomaco, al quale si può replicare solo con un'altra equivalenza di pari violenza, questa: che sia il premier o che sia la Chiesa, sempre di mercificazione del corpo femminile si tratta, e sempre di utilizzatori finali. Merce di piacere per il premier, merce di scambio politico per il Vaticano. Pari e patta. E sarebbe da chiudere qui.
Con tre codicilli però. Primo. Anche stavolta la Chiesa non perde l'occasione di farsi opportunisticamente interprete e alleata del senso comune più vieto. Il quale scava, come la proverbiale vecchia talpa, cunicoli di colpevolizzazione femminile per uscire in qualche modo dal tunnel dell'imbarazzo in cui si ritrova infilato dai noti fatti di palazzo Grazioli e di villa Certosa. Provate a parlarne sotto un ombrellone, e troverete frotte di uomini e di donne pronti ad ammettere che sì, «lui» ha esagerato, «ma anche queste ragazze che ci stanno...». Queste ragazze che ci stanno in primo luogo ci stanno fino a un certo punto, come s'è visto, in secondo luogo non sono dei monumenti morali neanche loro ma non per questo le si può spacciare come equivalenti a «lui»: c'è di mezzo una disparità di potere, di ruolo e di responsabilità grande come Palazzo Chigi. Usufruire della prostituzione dal vertice del potere politico non è la stessa cosa che esercitarla dal basso della necessità, della disperazione, dello squallore e nemmeno della scelta. La responsabilità morale e politica di un presidente del consiglio non è la stessa di una escort. La retorica berlusconiana incentrata sulla favola del «sono uno di voi» è riuscita a far apparire il potere del tutto trasparente, ingenuo, innocuo?
Secondo. In un articolo sul "manifesto" di domenica scorsa che condivido dall'a alla z, Tamar Pitch notava come la miseria del maschile messa in scena dai suddetti noti fatti parli di una paura delle donne che si dispiega nell'immaginario degli ultimi decenni, popolato di «mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, assassine di embrioni». Eccoci infatti di nuovo al punto, come ad ogni tornante dell'infinita guerra culturale sull'aborto. E il punto, sulla Ru486, non è tecnico: invasività, pericolosità, efficacia, garanzie sanitarie. Il punto è che la pillola è un coadiuvante dell'irresponsabilità, della leggerezza, della smisuratezza, della ferocia delle donne, assassine di embrioni. Le quali, com'è noto, ad abortire si divertono, e con la pillola rischiano di divertirsi di più.
Infatti, e terzo. A fronte dell'imbarazzante e complice silenzio sulla miseria del maschile di cui sopra, che sempre Pitch è opportunamente tornata a denunciare, gli uomini non cessano mai di parlare quando si tratta di una questione di squisita competenza femminile come l'aborto. E stavolta bisogna pure ringraziarli per le enormità e i lapsus che gli escono di bocca.
Prendiamo il senatore Quagliariello, che in casi come questi si guadagna sempre l'oscar e se l'è guadagnato anche stavolta dichiarando che «se come ci hanno sempre detto l'aborto deve essere un dramma», la pillola non va bene perché lo sdrammatizza: c'è un «deve» di troppo, senatore, l'aborto è, non dev'essere, un dramma. Oppure prendiamo l'Elefantino - cui va riconosciuto il primato cronologico assoluto, risalente agli anni '80, nella guerra alla Ru486 - sul "Foglio" di ieri: «La pillola che uccide in apparenza serenamente serve culturalmente proprio a questo: a garantire l'ideologia asettica e anestetica di una vita che si costruisce nel disprezzo di un'altra vita, nell'idea di un godimento libertino, devastante, del piacere sessuale scardinato da qualunque amore, da qualunque libertà e responsabilità». Forse nella testa dell'Elefantino la pillola si confonde con le notti a palazzo Grazioli.
Le donne e la libertà ai tempi del Cavaliere
E se tutto questo scialo di donne, convocate a Roma da uno spregiudicato affarista di Bari, e messe a disposizione del nostro presidente del Consiglio, avesse provocato, non la simpatia, l'invidia e il consenso di cui parlano i suoi più fedeli collaboratori, ma, soprattutto tra le donne, irritazione, e persino un po' di vergogna?
E non è possibile che sia stato proprio questo sentimento di una parte dell'elettorato femminile ad aver provocato un sia pur tardivo atteggiamento di critica da parte della stampa e delle gerarchie cattoliche?
Una velina, una escort, una prostituta è una donna che dispone del suo corpo come crede. O come può. Il mestiere più antico del mondo, si diceva una volta. Esercitato in modi diversi, con maggiore o minore eleganza, riservatezza e sobrietà. Un mestiere che si sceglie o al quale si può forse essere costrette. Ma non è lecito pensare che siccome esistono le veline, tutte le donne italiane sarebbero classificabili come aspiranti veline. E la prova di questa latente aspirazione starebbe nel fatto che le donne italiane, giovani e meno giovani, dedicano ormai una cura ossessiva al proprio corpo, sperando di farne strumento non solo di piacere ma anche, se possibile, di guadagno e di successo.
Ha ragione Michela Marzano quando, su queste pagine, qualche giorno fa, denunciava il fatto che questo sia l'unico modello di riuscita e di comportamento che il potere in carica oggi propone alle donne. E' questo, nei fatti, il modello vincente insistentemente proposto alle donne dalla nostra tv. Donne esibite come merce, donne spogliate, donne in vendita offerte al miglior acquirente: una proposta umiliante che non viene avanzata solo dalla tv berlusconiana, ma anche purtroppo da quella pubblica.
Ma le donne italiane sono davvero tutte, o nella loro maggioranza, disponibili a questa subalternità al desiderio maschile? Io non lo credo. Penso, al contrario, che in maggioranza le donne italiane stiano da tempo perseguendo un'altra strada. Quella della propria realizzazione come individui liberi e responsabili, attraverso una faticosa combinazione tra studio, organizzazione della vita familiare, maternità e lavoro. E questo mi pare il senso dell'interpellanza su Berlusconi presentata la scorsa settimana in Parlamento dalle donne e dalle ex ministre del Pd. E questo mi pare anche il messaggio di quelle 15 mila donne italiane che hanno firmato l'appello della professoressa Chiara Volpato: "il comportamento del premier offende le donne".
Il 1968 ci perseguita. É sempre a quella data che facciamo riferimento per ricordarne le conquiste o lamentarne le sconfitte e le delusioni. Quello che si è convenuto chiamare il 1968 è un processo lungo e tumultuoso che nel nostro paese è durato almeno dieci anni. Ci stanno dentro le occupazioni delle Università e l'autunno caldo operaio, la legge sul divorzio (e il successivo referendum) e lo Statuto dei Lavoratori, il nuovo diritto di famiglia e la legge sull'aborto, la chiusura dei manicomi e la riforma sanitaria, Piazza Fontana e il delitto Moro. Quello che chiamiamo il 1968 è uno spartiacque. C'è un prima e un dopo. E oggi, a distanza di quarant'anni molti di noi continuano a misurarsi con quelle speranze, quei successi e le successive delusioni.
Cosa ne è, si chiede Michela Marzano (che all'epoca, beata lei, non era nemmeno nata) della rivoluzione sessuale di quegli anni, che dava finalmente alle donne la libertà di disporre del proprio corpo, che prometteva a tutti di diventare autonomi soggetti della propria vita? Cosa ne è, di tutto questo, "ai tempi del cavaliere" in un paese in cui il presidente del Consiglio può dichiarare, senza vergogna, che "chi scopa bene governa bene"?
Tutto questo, le veline e le escort, le Noemi Letizia e le Patrizie D'Addario, le feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli, le barzellette da trivio e le volgarità di Berlusconi ("un uomo che non sta bene" come lo ha definito, correttamente e sobriamente, la moglie Veronica Lario), tutto questo rappresenta senza dubbio un pezzo, il più sgradevole e avvilente del nostro paese, ma non può essere assunto a simbolo dell'Italia, del nostro costume, delle aspirazioni, delle ambizioni, dello stile di vita delle donne italiane di oggi.
Al contrario: sono convinta che il femminismo o comunque si voglia chiamarlo, quel movimento cioè che rivendicava la fine di ogni forma di discriminazione tra uomini e donne, la uguaglianza di diritti e la possibilità, quel movimento nel corso degli anni ha certamente cambiato faccia, stile, modo di esprimersi ma ha messo radici profonde nella nostra cultura e nella nostra vita quotidiana. La rivoluzione femminista, nata negli anni lontani che chiamiamo " il 68", resa possibile anche dal processo di secolarizzazione che allora percorse il nostro paese (coinvolgendo una parte notevole del mondo cattolico), quella rivoluzione si scontrerà negli anni successivi con movimenti e culture che ne tenteranno un ridimensionamento. Parlo di movimenti e culture che esaltano la violenza e il successo, comunque conseguito, che irridono ai deboli o ai meno dotati, e che tentano di riportare la donna a un ruolo subalterno contestandone il diritto alla propria autonoma capacità di decisione anche nel campo delicatissimo della procreazione. (Basti ricordare la vicenda della legge sulla fecondazione assistita, i ripetuti tentativi di rivedere la legge 194, e, in questi giorni la posizione del Vaticano sulla pillola Ru487 e la relativa minaccia di scomunica rivolta ai medici che dovessero prescriverla).
La libertà della donna è certamente a rischio. Ma resta tuttora un elemento fondante della nostra società. Ormai padrone del proprio corpo, le donne se ne possono servire, se vogliono, per fare le veline o per fare carriera, ma anche per scegliere se e come e quando fare un figlio, o per vincere una gara sportiva come le nostre splendide Federica Pellegrini e Alessia Filippi. Si possono servire dalla loro intelligenza per affrontare percorsi di studio e ricerca sempre più complessi, per dare la scalata a posti di sempre maggiore responsabilità. Il fatto è che, purtroppo, non ci vengono mai proposte come modello. Tutti conosciamo la faccia di Patrizia D'Addario. Ma nessuna tv ci propone la faccia di Cristina Battaglia, a 35 anni vicepresidente dell'Enea, o quella di Amalia Ercoli Finzi che al Politecnico di Milano insegna come volare nello spazio, o quella di Sandra Bavaglio, giovane astronoma cui Time ha già dedicato una copertina.
Insomma, il 1968, la sua cultura dell'uguaglianza e dei diritti è ancora tra noi. Quali che siano i messaggi che ci invia una tv sempre più volgare o quelli proposti dal patetico machismo del nostro presidente del Consiglio.