domenica 7 giugno 2009

Laicismo

di José Saramago, da http://cuaderno.josesaramago.org/2009/06/04/laicismo
(traduzione di Jaime e revisione di Dino)
E’ molto dibattuta oggi la questione del laicismo, a mio modo di vedere in termini non tanto chiari, perché sembra che si voglia ignorare la questione fondamentale che soggiace al dibattito: credere o non credere nell'esistenza di un Dio che, oltre ad avere creato l'universo e pertanto la specie umana, finirà per essere, alla fine dei tempi, il giudice delle nostre vicende terrene, premiando le buone azioni con l'ammissione ad un paradiso in cui gli eletti contempleranno il volto del Signore per l'eternità, mentre, pure nell'eternità, coloro che sono incolpati di cattive azioni brucerarano nell'inesauribile fuoco dell'inferno.
Codesto giudizio finale non sarà facile, nè per Dio nè per coloro che dovranno rendere conto dei loro peccati, poiché non si conosce alcun caso di qualcuno che, in vita, abbia commesso esclusivamente buone azioni o cattive azioni. E' propria dell'uomo l'incostanza sia nei suoi propositi che nei suoi atti, poichè sempre egli si contraddice di ora in ora. In mezzo a tutto ciò, il laicismo mi si presenta più come una determinata, en invero prudente, posizione politica, che come l’espressione di una convinzione profonda della non esistenza di Dio e della conseguente logica incapacità delle istituzioni e degli strumenti coi quali si pretende imporre la propria coscienza a coloro che la pensano in modo contrario. Si discute cioè del laicismo perché, in fondo, si teme di discutere dell'ateismo. Tuttavia, la cosa interessante è che la Chiesa Cattolica, nella sua antica tradizione di offendere e sentirsi offesa, va in giro lamentandosi di essere vittima di un ipotetico laicismo “aggressivo”, nuova categoria che le permette di prendersela con tutti fingendo di attaccare solo una parte. La doppiezza è sempre stata parte inseparabile delle tattiche e delle strategie diplomatiche e dottrinali della curia romana.

La Chiesa Apostolica e Romana meriterebbe il nostro ringraziamento se la smettesse di intromettersi in ciò che non le spetta; e cioè nella vita civile e privata delle persone. Non dobbiamo però, sorprenderci. Alla Chiesa Cattolica poco o nulla importa del destino delle anime; il suo obiettivo è sempre stato il controllo dei corpi, e il laicismo è la prima porta attraverso la quale i corpi iniziano a scapparle, e di seguito gli spiriti, dato che, sia dove sia, gli uni non vanno senza gli altri. Il tema del laicismo, insomma, non è che una prima scaramuccia. Il confronto vero ci sarà allorchè si confronteranno credo e non credo, e quando quest’ultimo scenderà in campo col suo vero nome: ateismo. Tutto il resto è solo un gioco di parole.

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sabato 6 giugno 2009

Le anime belle di fronte alle urne

di Eugenio Scalfari, su Repubblica online di oggi 6.6.09

SCRIVO oggi e non domenica come è mia abitudine perché fin da oggi pomeriggio si comincerà a votare in Europa ed io voglio appunto parlare di questo voto. L'argomento è già stato trattato molte volte e da tempo in tutti i giornali e in tutte le televisioni ed anche noi di Repubblica l'abbiamo esaminato ripetutamente, come e più degli altri. Sento dunque un rischio di sazietà verso un tema usurato da motivazioni contrapposte e ripetitive. Del resto a poche ore di distanza dall'apertura delle urne anche gli indecisi avranno fatto la loro scelta e difficilmente la cambieranno.

Infatti non è del colore del voto che voglio parlare. I miei lettori sanno come la penso e come voterò perché l'ho scritto in varie e recenti occasioni. Non desidero dunque convincere nessuno ad imitare la mia scelta. Il mio tema di oggi è un altro. Voglio esaminare in che modo nella nostra storia gli italiani hanno usato la loro sovranità di elettori da quando il suffragio è stato esteso a tutti i cittadini di sesso maschile e poi, nell'Italia repubblicana, finalmente anche alle donne ed infine ai diciottenni abbassando la soglia della cosiddetta maggiore età. Storicizziamo dunque la sovranità del popolo e vediamo nelle sue grandi linee quali ne sono state le idee e le forze dominanti. * * * Il suffragio universale maschile coincise nel 1919 con un sistema elettorale di tipo proporzionale; una proporzionale corretta in favore dei partiti quantitativamente più forti, che lasciava però a tutti i competitori ampi margini di rappresentanza. Nelle elezioni del "Diciannove" (le prime dopo la fine della guerra mondiale del 1914-18) si affacciò sulla scena della politica italiana una forza nuova, quella dei cattolici riuniti attorno ad un sacerdote di grande carattere e di convinta fede religiosa: il Partito popolare di don Luigi Sturzo. Fu l'ingresso d'un nuovo protagonista la cui presenza ruppe gli schemi fino allora vigenti che avevano privilegiato le clientele liberali raccolte dalla destra nazionalista e salandrina e quelle democratiche che avevano in Giovanni Giolitti il loro leader parlamentare.
Il Partito socialista, massimalista con appena una spolverata di riformisti, stava all'opposizione in rappresentanza della parte politicizzata del proletariato. Che tipo di Italia era quella? Un paese traumatizzato da quattro anni di trincea, con un altissimo costo di morti, di mutilati, di sradicati; un paese che aveva però acquistato una certa coscienza dei propri diritti. In prevalenza contadino, in prevalenza analfabeta, in prevalenza fuori dalle istituzioni e della stato di diritto. Un paese in cui il popolo sovrano si limitava alla piccola borghesia degli impieghi e delle libere professioni, alla classe operaia del Nord, ai proprietari fondiari e ai mezzadri. Il grosso della popolazione era fuori mercato, bracciantato con paghe di fame e prestiti ad usura, tracoma e colera nel Sud, pellagra e malaria nelle pianure del Nordest. Ma gli ex combattenti della piccola borghesia erano agitati da sogni di rivincita e di dominio. Odiavano il Parlamento. Detestavano la politica. Vagheggiavano il superuomo e il D'Annunzio della trasgressione e dell'insurrezione fiumana. Poi trovarono Mussolini. * * * Ricordo queste vicende perché contengono alcuni insegnamenti. I più anziani le rammentano per averne fatto esperienza, i più giovani ne hanno forse sentito parlare ma alla lontana e comunque non sembrano darvi alcuna importanza. Sbagliano: i fatti di allora rivelano l'esistenza di alcune costanti storiche nella vita pubblica italiana. Si tratta di costanti antiche, cominciarono a manifestarsi con la Rivoluzione francese dell'Ottantanove, con il tricolore che diventò ben presto la bandiera-simbolo dell'Europa democratica e con i tre valori iscritti su quella bandiera: libertà eguaglianza fraternità. Quei valori hanno avuto un'influenza positiva tutte le volte che sono stati portati avanti insieme ed invece un'influenza negativa quando soltanto uno di loro ha esercitato egemonia culturale e politica. La libertà, da sola, ha generato privilegi in favore dei più forti; l'eguaglianza, da sola, ha dovuto essere imposta con la forza (ma ciò in Italia non è mai avvenuto); la solidarietà, da sola, ha dato vita ad un'infausta politica assistenziale che ha dilapidato le risorse e indebolito la competitività e la libera concorrenza. L'Italia non ha mai avuto una borghesia degna di questo nome perché i tre grandi valori della modernità non hanno mai avanzato insieme. Per la stessa ragione la laicità non ha mai raggiunto la sua pienezza e per la stessa ragione un vero Stato moderno, una compiuta democrazia, un'effettiva sovranità del popolo e un'autentica classe dirigente portatrice di interessi generali, non sono mai stati una realtà ma soltanto un sogno, un'ipotesi di lavoro sempre rinviata, una ricerca vana e frustrante, uno stato d'animo diffuso che ha alimentato la disistima delle istituzioni e l'analfabetismo politico. Col passar degli anni questo analfabetismo è diventato drammatico. Il rifiuto della politica ne è la conseguenza più negativa. Gli italiani si sono convinti che la politica sia il male che corrode il paese. Perciò una larga parte dei nostri concittadini ha delegato la sua rappresentanza ad un giocoliere che ostenta il suo odio contro la politica e il suo qualunquismo congenito e festevole, all'ombra del quale sta nascendo un potere intrusivo, autoritario, concentrato nelle mani di un solo individuo. * * * L'analfabetismo politico degli italiani è molto diffuso tra quelli che parteggiano per la destra ma non risparmia la sinistra. Per certi aspetti anzi a sinistra questa assenza di educazione politica è uno dei suoi connotati, in particolare tra i sedicenti intellettuali che sono forse i più analfabeti di tutti. Uno degli effetti più vistosi di questo fenomeno consiste nella ricerca di un partito da votare che corrisponda il più esattamente possibile alle proprie idee, convinzioni, gusti, simpatie. Ricerca vana poiché ciascuno di noi è un individuo, una mente, un deposito di pulsioni emotive non ripetibili. Le persone politicamente mature sanno che in un sistema democratico occorre raccogliere i consensi attorno alla forza politica che rappresenti il meno peggio nel panorama dei partiti in campo. La ricerca del meglio porta inevitabilmente al frazionamento, alla polverizzazione del voto, al moltiplicarsi dei simboli e di fatto alla rinuncia della sovranità popolare. Aldo Schiavone ha scritto ieri che la polverizzazione del voto è frutto di un narcisismo patologico: per dimostrare la nobiltà e la purezza della propria scelta si getta nel secchio dei rifiuti la sovranità popolare. Non si tratta d'invocare il voto utile ma più semplicemente di predisporre un'alternativa efficace per sostituire il dominio dei propri avversari politici. La destra sa qual è il suo avversario e fa massa contro di lui. La sinistra coltiva il culto della testimonianza, ma quando si trasferisce quel culto nell'azione politica il risultato è appunto la rinuncia ad una sovranità efficace per far posto al narcisismo dell'anima bella, pura e dura. Pensare che questo scambio sia un'azione politica è un errore gravido purtroppo di conseguenze. Fu compiuto lo stesso errore dai popolari di Sturzo nel 1921: rifiutarono sia l'alleanza con i socialisti sia quella con i liberaldemocratici pur di restare puri nel loro integrismo cattolico. Rifiuto analogo fecero i socialisti. Le conseguenze sono note, ma non mi sembra che si siano trasformate in una solida esperienza. Vedo, a destra e a sinistra, una sorta di sonno della ragione dal quale bisognerebbe sapersi risvegliare. Post Scriptum. Anche in America la ragione si era addormentata dando spazio ai furori emotivi di George Bush. Dopo molti anni di letargo che hanno fatto degli Usa la potenza più odiata nel mondo, Barack Hussein Obama ha risvegliato la ragione facendo leva su una travolgente emotività carismatica. Quanto sta accadendo nel mondo e nella straordinaria trasformazione dell'immagine dell'America ci insegna questo: per svegliare la ragione ci vuole un forte soprassalto emotivo, senza il quale l'emotività si volge a beneficio della demagogia. Emozione razionale accresce la pienezza della democrazia, emozione demagogica le scava la fossa. Questo insegna Obama. L'insegnamento del giovane presidente afroamericano ci sia utile per la scelta che tra poche ore dovremo fare.

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Obama - Con e senza velo. Come si archivia un lessico politico

di Ida Dominijanni, da Il Manifesto online di ieri 5.6.09

Tre citazioni dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia chiudono il discorso di Obama al Cairo e archiviano l'epoca senza grazia dello «scontro di civiltà», che altro non è mai stato che uno scontro interno ai tre monoteismi. «A new beginning», un nuovo inizio, può cominciare, e comincia, nello stesso stile del discorso di insediamento del Presidente a Washington, col richiamo a tenere a mente il cuore vivo della tradizione. Lì sta la fonte sorgiva del futuro anteriore, che è il tempo della rivoluzione. Nel tempo di adesso, che ancora una volta per Obama è quello della responsabilità, c'è il compito di liberarsi del passato prossimo e del suo vocabolario politico devastato e devastante. Storico per l'apertura politica e geopolitica, il discorso di Obama non lo è di meno per la nitidezza culturale con cui archivia certe parole e altre ne impone.

E' una diversa percezione del mondo globale che irrompe dalla voce del presidente afroamericano cristiano venuto da padre kenyota e famiglia musulmana. Non più «noi» e «loro», il fantasma dell'Occidente e quello dei barbari, ma la realtà postcoloniale di un mescolamento già avvenuto: «l'Islam è parte della storia americana», la abita da decenni e da secoli nutre la cultura occidentale. Nella «new age» globale, «interdipendenza» è la parola chiave, la stessa che l'America ferita dall'attacco dell'11 settembre non volle prendere in considerazione. E se interdipendenza è la parola chiave, se la posta in gioco non è questa o quella nazione bensì la «comune umanità», bisogna ripartire dai «principi comuni» - giustizia, progresso, tolleranza, dignità umana - che Islam e America condividono.Tutto il resto, nell'operazione di archiviazione del vocabolario politico e sentimentale dell'epoca dello scontro di civiltà, consegue da qui. «Sospetto, discordia, paura, scetticismo, diffidenza» devono cessare e lasciare il posto al senso di reciproca obbligazione, al dialogo interreligioso, alla «fiducia nell'altro». Gli stereotipi devono cadere, ma da tutte e due le parti: nella percezione americana dell'Islam, ma anche nella percezione islamica dell'America, giacché «noi americani», l'Impero di oggi, «siamo nati da una rivoluzione contro un impero». La violenza deve finire, da tutte e due le parti, fra America e estremismo islamico e fra Israele e Palestina, perché è la storia dei neri americani, degli immigrati negli Usa dal Sud Africa, dal Sud Asia, dall'Europa dell'Est a dire «una semplice verità: che la violenza è una strada senza uscita». Ma è quando arriva nel territorio della religione occidentale per eccellenza, quello della democrazia, che l'operazione di ripulitura del vocabolario politico rende al meglio, perché è stato esattamente sul senso della democrazia, sulla sua «esportazione » all'esterno e sulla sua sfigurazione all'interno, che quel vocabolario è impazzito, dopo l'11 settembre, negli Stati uniti nonché in Europa. Qui Obama non si limita a dire che «nessun sistema di governo può o deve essere imposto a una nazione da un'altra», così archiviando le dichiarazioni di guerra fatte in nome di questo nobile scopo. Aggiunge il richiamo allo stato di diritto, rivendica la fine della tortura e la chiusura di Guantanamo. E fa di più, inoltrandosi nel campo della libertà femminile e dell'uguaglianza fra i sessi, consapevole che in materia «c'è un dibattito sano» e complesso, ma che il punto è ineludibile e cruciale, vera e propria cartina di tornasole della tenuta o del tracollo del discorso democratico di fronte alla sfida della differenza fra i sessi, le culture, le religioni. Non per caso la legittimazione delle guerre in Afghanistan e in Iraq era passata anche e non secondariamente sotto la bandiera della «liberazione» delle donne dal patriarcato islamico, una liberazione che sottintendeva l'equazione - indebita - fra libertà femminile e libertà occidentale; e non per caso il dibattito sulla liceità dell'uso del velo da parte delle immigrate islamiche nelle democrazie occidentali è stato negli ultimi anni il versante «pacifico»di questa ideologia, in Europa più che negli Usa. Anche qui, Obama fa ordine come meglio non si potrebbe. «Non condivido l'opinione di alcuni in Occidente che una donna che sceglie di coprirsi i capelli sia meno uguale delle altre, ma credo che a una donna a cui è negata l'istruzione è negata l'uguaglianza». Ma d'altra parte, «Non credo che le donne debbano fare le stesse scelte degli uomini per essere uguali, ma deve essere loro la scelta». I diritti di uguaglianza sono nelle mani dei governi, ma la libertà femminile è nelle mani delle donne, e non sempre passa per l'uguaglianza, o non solo. A ovest e a est, la credibiluità della democrazia passa anche da qua.

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venerdì 5 giugno 2009

Giuliano la Prostata

di Marco Travaglio, da Zorro, sull'Unità online: http://www.unita.it/rubriche/Travaglio
La situazione dev’essere davvero grave se hanno riesumato persino Giuliano Ferrara. Il proiettile più contundente della ditta giaceva nell’armeria di Arcore, tutto ammaccato dopo la campagna No Aborto che raccolse più uova che voti. Ma l’esercito dei nuovi servi batte in ritirata dinanzi ai terribili agenti delle sinistre - Veronica, Gino e Zappadu - e si richiamano i riservisti. Giuliano La Prostata non si fa pregare:

ben due articoli sul Foglio e sul Die Welt: «Se Berlusconi fosse gay se le sue feste avessero lo charme discreto di casa Armani o il sapore un po’ trasgressivo di Dolce & Gabbana», nessuno obietterebbe nulla. Forse gli sfugge che Armani e Dolce & Gabbana non sono presidenti del Consiglio, non aviotrasportano stock di nani e ballerine a spese dei contribuenti, non leccano la mano al Papa, non presenziano al Family Day. Ma il «molto intelligente» per scienza infusa non bada a certe sottigliezze. Per far quadrato (da solo) attorno al padrone, rinnega financo la conversione al cattolicesimo: «C’è qualcosa di marcio nel moralismo machofobico di certi ambienti cattolici», incapaci di comprendere «il patronage, il rapporto di uomini importanti, in età, con persone più giovani». Le canta pure alla stampa estera «moralista», scandalizzata per le balle su Noemi: innocenti «imprecisioni, inesattezze, mezze bugie contro la stampa inquisitoria». Ecco: le telefonate di un vecchio sporcaccione a una minorenne si chiamano «patronage» e le sue menzogne «imprecisioni e inesattezze». Sempreché l’autore sia «un uomo importante» e paghi due o tre stipendi a Ferrara.

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mercoledì 3 giugno 2009

Qualche interrogativo sulla funzione e sulla gestione della Fondazione Manodori

di Renzo Bonazzi
3.6.09
In questa campagna elettorale é stato sollevato, ancora troppo marginalmente, qualche interrogativo sulla funzione e sulla gestione della Fondazione Manodori, anche in relazione al ruolo che, dal 2004, ha svolto ed ancora svolge uno dei candidati alla carica di sindaco, Antonella Spaggiari, (nessuno, altrimenti, ne avrebbe parlato).

Meglio di niente, perché una seria discussione su questi argomenti, in campagne elettorali e non, non si é mai fatta da quando, nel 1991, la fondazione é stata istituita.
La Fondazione Monodori, per i mezzi di cui dispone, é il più importante ente che operi nella nostra provincia nel privato sociale, con il compito di perseguire “..esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione della sviluppo economico”.
Il suo patrimonio é stato formato, in più di un secolo, dai risparmi della nostra comunità provinciale; il comune, la provincia e la Camera di commercio di Reggio, sono i suoi soci di riferimento, poiché designano sei dei dieci membri del consiglio generale, che a loro volta dovranno cooptare altri tre membri scelti tra “...personalità di chiara ed indiscussa fama” (d.m. 18-5-2004 n.150).
Per questo, il suo funzionamento, i suoi programmi avrebbero dovuto essere uno degli argomenti principali affrontati dai candidati in competizione, parallelamente ed in relazione a quelli dei programmi dei comuni e della provincia,.
Giustamente, ormai alla vigilia delle votazioni, Franco Colosimo ha ricordato che il Consiglio comunale di Reggio, con un ordine del giorno approvato il 23 luglio 2002, aveva richiesto di riformare lo statuto della fondazione e differenziare gli investimenti e gli interventi.
A questo punto, anche in considerazione del rinnovo in corso del consiglio generale della fondazione, credo che sia necessario chiedere a tutti i candidati di impegnarsi a proporre, nei nuovi consigli comunali e consiglio provinciale, di promuovere un ampio, approfondito confronto, ed, eventualmente, un pubblico convegno sulla Fondazione Manodori, in modo che le comunità interessate siano informate, possano esprimere un giudizio ed indicare gli indirizzi più corrispondenti ai loro interessi in materia di struttura statutaria, gestione del patrimonio e degli interventi.
Renzo Bonazzi

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Astenersi stavolta vuol dire infierire: è tempo che gli elettori di sinistra che alle scorse elezioni si astennero tornino al voto

di Fulvia Bandoli
A seconda della situazione politica l’astensione colpisce di più la destra o la sinistra, ma nelle ultime tornate elettorali ,e nelle scorse elezioni in particolare ,non v’è dubbio che essa abbia colpito duramente la sinistra. Perché la destra è da un po’ di anni più compatta, mentre tutto il campo del centro sinistra è terremotato dalla nascita del Partito Democratico e dalle sconfitte abbinate del Pd e di quella che fu la Sinistra Arcobaleno.

I potenziali elettori di sinistra sono quelli più tentati dall’astensione perché da troppi mesi ( o anni) stanno soffrendo : con il Pd che non fa opposizione come dovrebbe e che non ha un profilo definito ( anzi che rivendica in alcune sue componenti importanti il fatto di non essere e di non voler essere un partito della sinistra), con le formazioni di Sinistra che hanno impiegato un anno e mezzo a proporre un progetto che coprisse lo spazio che si è aperto a sinistra del Pd e un soggetto politico di Sinistra popolare, socialmente radicato, capace di raccogliere le culture più tradizionali e storiche della sinistra assieme a quelle più recenti. E alla fine si presentano lo stesso divise al voto. Ma su questa divisione vorrei dire sommessamente qualche parola : c’era e c’è una Sinistra che era ed è disposta ad un progetto unitario , che non mette i simboli a guardia di un muro invalicabile, c’è un’altra parte che invece crede in un progetto identitario e nel fatto che solo l’esistenza di un partito che si chiami comunista possa garantire alla Sinistra di sopravvivere. Detto in modo ancora più chiaro c’è chi non esclude alcuno, mentre altri pongono come condizione l’accettazione di simboli che da soli non possono più parlare all’insieme plurale della sinistra italiana. In definitiva Rifondazione Comunista ripropone ancora una volta lo schema disgraziato delle due sinistre, Sinistra e Libertà invece pensa la Sinistra come una plurale e unitaria forza politica popolare. Una parte di potenziali elettori di sinistra potrebbero anche essere tentati dal voto a Di Pietro perché in questi mesi è quello che ha urlato più forte: ma ogni persona di sinistra sa che Di Pietro non è un uomo di sinistra e che il suo movimento ( difficile chiamare partito una entità gestita in modo così personalistico e familistico) spesso è solo generica protesta contro tutto e tutti e che sulle questioni concrete lo si può trovare su posizioni assai eclettiche : ieri a favore del ponte sullo Stretto domani no, ieri per il si al referendum elettorale domani non si sa, oggi a urlare in difesa dell’ambiente, ieri silente sul nucleare e alcuni anni fa persino d’accordo, e comunque sempre strabico rispetto alle ragioni e ai diritti del lavoro, alla laicità dello stato, alle battaglie per la pace e il disarmo. E non sono manchevolezze di poco conto!
Non parlerò quindi di astensionismo generico o del fatto che, come dicono alcuni, se cala il numero dei votanti si abbassa il quorum e noi saremmo avvantaggiati….logica prettamente matematica ma poco valida nel nostro caso e in questa elezione. Noi possiamo essere avvantaggiati solo se riusciamo a raccogliere buona parte del voto di quegli elettori di sinistra ( 1.300.000) che alle scorse elezioni si astennero e a recuperare una parte sostanziale di quel che fu chiamato “voto utile” e che andò al Pd con poca convinzione e solo come voto contro Berlusconi. Mi rivolgo dunque alle donne e agli uomini di sinistra che ancora sono incerti e non sanno se andranno a votare. L'astensione può essere dettata da sconforto ma a volte è una scelta più meditata, si pensa che attraverso quella “protesta” individuale arrivi al partito, o allo schieramento che ti interessa, un segnale, un avvertimento forte. Penso che la sinistra, con le molte astensioni che alle scorse elezioni , insieme ai suoi limiti, contribuirono a tenerla fuori dal parlamento, sia stata già pesantemente avvertita e abbia compreso la lezione. Un secondo avvertimento rischia di essere un accanimento e dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che gli elettori di destra ( motivati dalla vittoria alle politiche e dal fatto di trovarsi al governo) andranno a votare alla fine l’astensione sarebbe un involontario vantaggio che si concede ( oltre ai tanti che già ha) al partito più grande, cioè alla Pdl. E non comprendo francamente coloro che cercano di nobilitare la scelta chiamandola “astensionismo attivo” . E cerco di spiegarmi: quando la Cei e Ruini chiamarono all'astensione nel referendum sulla procreazione assistita ebbero un notevole seguito e dopo il fallimento del referendum rivendicarono tutta l'astensione....ma la Cei e Ruini erano e sono "una forza politica" ,sui generis certo, ma pur sempre identificabile, potente e assai visibile. Quella astensione fu agita politicamente e anche con molta spregiudicatezza e fu una “forte” posizione politica”. Ora io mi chiedo chi agirà o potrà rivendicare adesso ,e anche dopo il voto, quella "astensione attiva" che alcuni propongono agli elettori incerti di sinistra? Non c’è dunque alcun astensionismo attivo possibile in queste elezioni e chiedere agli elettori di sinistra di astenersi mi pare una posizione sbagliata. Quelli che verranno sono gli anni della possibile ricostruzione di una sinistra popolare che sappia tornare a radicarsi nella società, autonoma e competitiva con il Pd, che sia capace di produrre cultura politica e ideali forti. Sono gli anni per tentare di dar corpo ad una coalizione alternativa alle destre che non può fondarsi solo sul Pd perché quella strategia è perdente ( ma perché non ci sia solo il Pd in campo bisogna aiutare il formarsi di una Sinistra popolare). Quelli che verranno sono gli anni che potranno rimettere al centro movimenti , associazioni , giornali e tutte le soggettività capaci di idee e proposte, ma anche di una forte, non violenta e civile resistenza democratica. Ho molto apprezzato quel che ha detto Vendola ieri : il 4% è alla nostra portata ma se non dovessimo riuscirci il giorno dopo andremo avanti con Sinistra e Libertà, non romperemo le righe e intensificheremo il nostro lavoro. Il governo Berlusconi si è mostrato in tutta la sua “inquietante” capacità di rappresentare la realtà per quella che non è . Solo una buona politica può trarre fuori la realtà vera dalla rappresentazione che ne viene fatta e insieme alla realtà i soggetti sociali, le persone , che sono donne e uomini in carne ed ossa : la realtà concreta e ingiusta di questa crisi economica che colpisce sempre più duramente il lavoro e in particolare i giovani precari, la realtà dei rifiuti di Napoli che non sono spariti ma vengono accatastati, così come sono, a Ferrandelle in un’area che non ha neppure le caratteristiche di una discarica a norma di legge, la realtà dura e difficile di una immigrazione che cresce perché i paesi poveri continuano ad essere depredati e non aiutati da quelli più ricchi, la realtà dell’imbroglio nucleare escogitato da questo Governo che ripropone per l’Italia una tecnologia obsoleta e insicura mentre non spende un soldo per le energie rinnovabili e chiede una deroga sulla diminuzione delle emissioni unica via per combattere i cambiamenti del clima ( mentre l’America prova a cambiare la sua politica energetica), la realtà della difficile ricostruzione dell’Abruzzo fatta con risorse largamente insufficienti . E assieme a queste tante altre realtà. Ecco a me pare che andare a votare , per gli elettori di sinistra ancora incerti , sia un bel contributo a trarre fuori realtà dalla rappresentazione. Quella rappresentazione che Berlusconi ogni giorno mette in scena dichiarando la sinistra morta e sepolta. La sinistra c’è nella società, vive nei principi di tante donne e uomini, nelle loro vite quotidiane, orienta le loro lotte e le loro scelte, anima le grandi contraddizioni dello sviluppo e le battaglie per la giustizia sociale e per i diritti di ogni genere. Proviamo a farla vivere anche in un soggetto politico. Io voto Sinistra e Libertà e il perché l’ho spiegato molte volte. Ma spero che anche chi non sceglierà come me stavolta vada a votare e voti a sinistra.

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Lettera aperta alle donne del mercoledì

Commento a Il coraggio di finire delle donne del mercoledì di Roma.
di Clelia Mori
Mi attrae la riflessione delle donne romane del mercoledì sul “coraggio di finire”, appena discusso a Roma alla Casa internazionale delle donne e a cui non sono potuta andare, e mi spiace il silenzio che c’è su questo documento in rete. Mi attrae perché è di donne non qualsiasi e quello che dicono queste donne è sempre interessante per me. Sono di parte, devo ammetterlo, anche se non fino in fondo, perché credo che nell’uomo ci siano giacimenti d’altro, sconosciuti anche a lui, nascosti da secolari incrostazioni di modulazione della forza. Riconosco, infatti, che c’è anche in lui un’ intelligenza altra che usano in pochi, ma che quando c’è affascina.

Comunque il mio essere di parte è una questione che nasce dal fatto che trovo un sguardo davvero differente nelle loro riflessioni, uno sguardo inaspettato che mi apre spiragli sconosciuti che non noto quasi più in quelle pubbliche maschili; ormai troppo uguali a sempre e senza un qualche fascino che meriti l’accensione di una passione, meno che mai partitica.
E’ ardita la riflessione femminile ne Il coraggio di finire, come discutendone con qualcuno ho sentito dire. Mettere insieme morte e fine della vita e della politica e inizio è un bell’azzardo che forse proprio chi non condivide nulla nel potere dei partiti, come le donne che cercano un’autonomia di pensiero, può immaginare con la forza del desiderio e della conservazione della propria libertà. E non è quella richiesta per stare in un partito e, tra l’altro, credo che il documento sia proprio la sintesi di quello che ci sta accadendo intorno.
Dovranno sostenerla questa idea, le donne che l’hanno partorita, sarà attaccata e o ignorata come d’abitudine, ma non si può dire che non guardi l’argomento della fine e dell’inizio con uno sguincio altro, mettendo al centro il corpo e la sua indicibilità pubblica, per quello che è.
Mette davvero insieme vita pratica, privata, regole e vita pubblica relazionandole. E’ la politica che credo dovremmo cercare di fare per non sterilizzare o banalizzare la vita, come accade invece a quella maschile di oggi, quella democrazia della relazione che nel testo si auspica.
Ci sono molte riflessioni e molte provocazioni nel doc, ma quella che mi intriga di più è l’idea dell’accettare la fine, fare i conti con lei, per quello che scompare e rimane, per poter tornare a ri- iniziare. Credo sia un corno importante del discorso, un modo e un mondo che tutt* abbiamo attraversato e che tutt* conosciamo, ma in modo differente.
E siccome si parla di come accettare la morte come fine del corpo e della politica quando avviene e non di rimuoverla, pensandoci, mi viene in mente anche il tempo della fine e dell’inizio per le donne, non solo nel distacco della morte, ma nel tempo della nascita, della gravidanza e del parto e il loro accettare il lavoro del tempo, cosa a cui gli uomini non vengono mai costretti dal loro corpo.
E’ una fine anche quella del nascere, per un nuovo inizio. Una fine che ha una sospensione di 9 mesi per poter veder nascere il nuovo e una sua transizione di almeno 20 anni, e un bisogno di costruirgli intorno una rete di relazioni vere, umane che non sono solo “agenzie” educative, sanitarie, politiche ecc..
Finisce una storia di singolarità per la donna ed inizia una sua storia parallela con la madre che diventa.
L’andirivieni tra le due storie per la donna è costante e ne deve prendere coscienza, così come del tentativo esterno di bloccarla nel nuovo ruolo. Le donne comunque sanno che questo andirivieni, che sono costrette a mettere in piedi, deve tenere in relazione il prima e il dopo senza rimpianti, con la coscienza di essere, dopo la maternità entrambe le figure, donna e madre, e quindi differenti da prima e sanno che, per stare in piedi, lo devono cogliere molto presto.
Forse è questo differente modo di iniziare e finire delle donne, nel corso della loro vita, che l’uomo non può vedere o non vede o vede meno o non sa vedere e forse non conosce se non in un tempo molto lungo nell’arco della sua vita. Saggezza neutralmente viene chiamata, ma forse sarebbe meglio sessuarla, questa parola.
Se finisce l’epoca della singolarità e della corrispondenza a sé anche per l’uomo nel fare pubblico, un’altra epoca dovrebbe cominciare, come accade alle donne con il far nascere, in un dialogo continuo che non dimentica il prima ma non è più lui, per sempre, pur se lui è anche quello di prima. Ma non è così, come ben nota il doc. Sembra sia difficile per l’uomo accettare il cammino del tempo, prima, durante e dopo e l’andirivieni che comporta starci in mezzo..
E’ questa probabile incapacità maschile a capire le modificazioni ineluttabili che ci troviamo davanti che non gli e ci permette di cogliere che una fine è avvenuta e che si tratta di fare spazio perché altro sta nascendo? E’ questo fare spazio che manca troppo spesso nel desiderio di ri-cominciare perché non gli viene dato il tempo di costruirsi per nascere?
Non c’è probabilmente la disponibilità fisica maschile a modificarsi, come accade con la gravidanza per le donne, e lo spazio, da occupare con un nuovo che arriva, non nasce. E’ uno spazio forse che bisogna trovare dentro perché possa nascere anche fuori. E’ lo spazio del mettersi da parte come donna quando stai diventando madre che modifica per sempre l’essere donna che sei, diventando un’altra donna.
Bisogna saper far nascere, darsi il tempo che occorre, altrimenti si abortisce.
E’ uno spazio tempo diverso che bisogna cercare, dentro e fuori per le donne, ma per gli uomini?
Perché le donne parlano della fine come se gli uomini non sapessero riconoscerla?
E se gli uomini non sanno riconoscere la fine, allora, non sanno neppure riconoscere gli inizi o cosa vuol dire per loro inizio?
Significa la stessa cosa, per uomini e donne, inizio e fine o c’è tra loro un’idea diversa e, se c’è, dov’è la differenza tra noi e loro e come affrontarla, se riusciamo a nominarla, e prima ancora a trovarla?
Se per loro non finisce mai davvero e si ripropongono sempre con strutture nuove e uguali a quelle vecchie, oltre a non voler perdere potere, che non è poco, cos’altro di loro è legato all’impossibilità di esistere senza potere?
Un bisogno di onnipotenza, un bisogno di coprire vuoti incolmabili, un non sapere stare nel mondo in altro modo se non comandando o non volerlo fare in altro modo o non anche un non saperlo fare?
E’il loro non dare struttura alla vita per 9 mesi, che contiene sempre anche il dare contemporaneamente la morte per le donne col dare la nascita, che gli impedisce una relazione naturale con l’inizio e la fine e col tempo; un riconoscerne magari una parte ma il non riuscire ad andare oltre nel vedere il tutto?
O il loro è un non saper morire perchè se ne va il loro essere assoluto, non avendo prodotto vita col corpo o la loro parte nel dare la vita è così momentanea, da fargli pensare che un atto di volontà momentanea basti per azzerare e finire e poter poi ri-cominciare con un nuovo inizio?
Non so rispondere fino in fondo a tutte queste domande che mi pongo, soprattutto se parlo di uomini, ma trovo interessante il parlare di corpi e del corpo che sono l’oggetto del pensiero, del bisogno e della politica. E siccome i corpi sono due è per questo che, dopo la lettura del doc, ho spontaneamente pensato al percorso femminile della nascita per cercare di capire qualcosa su come iniziare o far nascere qualche altra cosa. Si dice partire da sé…e il tempo è la cosa che maggiormente usano le donne, ma gli uomini non lo usano allo stesso modo.
Sono corpi quelli con cui ci troviamo a ragionare e teste e desideri differenti. Questo pensare il corpo, l’inizio e la fine uguali per entrambi i corpi sessuati, può rendere i pensieri sulla fine e sugli inizi autistici, non comunicanti e divaricanti. Per questo mi sono spinta a pensare sui due differenti corpi sessuati e i due differenti modi di sentire il tempo.
Persino lo “scandalo” del divorzio annunciato da Veronica e la critica di Fini che il centrodestra ha portato avanti sul 90.60.90 e la tre giorni di corso accelerato per “governare” l’Europa contiene il rimosso dell’incapacità e della finzione del nuovo nel politico maschile, su di sé e sulle donne. Vale però anche per il centrosinistra, che non ha mai voluto accettare e vedere fino in fondo un mondo altro femminile, che esiste comunque, per non indebolire il potere dei corpi dei suoi uomini.
Ora, però, paga con moneta sonante la sua impermeabilità alla dignità e alla differenza delle donne. L’idea berlusconiana del femminile, ha danneggiato non solo le donne ma anche gli uomini.
Non aver contribuito a promuovere un ‘idea altra di donna è costato a tutta l’Italia una regressione e più alla sinistra che alla destra.
E un altro modello di libertà, alternativo, con le donne l’avevamo da proporre alla politica e alla sua attuale adulazione del capo che ha colpito, con sfumature diverse, persino il centrosinistra e il fare opposizione.
C’è un mondo che resiste a quello berlusconiano e le donne lo sanno qual è, perché il modello che propone lo conoscono da millenni e da molto gli va stretto. Ma non lo sanno moltissimi uomini della politica e della sinistra anche quando pensano al nuovo.

Clelia Mori


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martedì 2 giugno 2009

"Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo. Se è nei guai con le donne è una notizia"

Michael Binyon, vicedirettore del Times, replica a Berlusconi, di Enrico Franceschinida: http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-5/replica-times/replica-times.html
LONDRA - "Noi influenzati dalla sinistra italiana? Un'accusa semplicemente ridicola. Quando vediamo una notizia, noi del Times la riportiamo, tutto qui. E il primo ministro di uno dei maggiori paesi d'Europa che si mette nei guai con le donne, è una notizia". Michael Binyon è uno dei più autorevoli commentatori del Times, membro della direzione del quotidiano londinese. È lui a rispondere a Silvio Berlusconi, che nella sua prima reazione al pesante editoriale di ieri del Times, "Il clown cala la maschera", ha detto che i giornali stranieri sono "ispirati dalla sinistra italiana".

- Michael Bynyon, che pensa degli ultimi sviluppi della Berlusconi-story?
- "Penso che Repubblica stia facendo un lavoro magnifico. Ed è piuttosto sorprendente, per un osservatore straniero, che vi siano così scarse critiche di Berlusconi, sugli altri media italiani. Naturalmente la ragione è nota: Berlusconi controlla o almeno influenza, direttamente o indirettamente, gran parte dei media italiani, a cominciare dalle tv. Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti".
- Che cosa sarebbe accaduto, secondo lei, se uno scandalo simile fosse scoppiato qui, nel Regno Unito?
- "Se si sospettasse che il primo ministro ha una relazione con una 18enne a cui promette dei favori, e sua moglie affermasse che va con minorenni, e il premier in questione fornisse di continuo versioni contraddittorie sull'accaduto, tutti i media nazionali gli starebbero addosso 24 ore su 24. Dovrebbe dimettersi nel giro di settimane".
- Berlusconi dice che i vostri editoriali, critici nei suoi confronti, sono ispirati dalla sinistra italiana.
- "Un'accusa insensata, ridicola. Sostenere che c'è una cospirazione, dietro i nostri articoli, è infantile. Una cospirazione della sinistra italiana, poi: e come farebbe, la sinistra italiana, a far scrivere quel che vuole al Times di Londra? Noi non scriviamo per fare piaceri a questo o a quello. Scriviamo quando vediamo una notizia. E il premier dei uno dei maggiori paesi d'Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com'è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco".
- E la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione delle 700 fote scattate alla festa nella sua villa in Sardegna?- "Difendere la privacy, in assoluto, è giusto. Ma in questo caso, se Berlusconi volesse mettere a tacere ogni sospetto, direbbe: pubblicatele. Non facendolo, contribuisce a lasciar credere che in quelle foto ci sia qualcosa da nascondere".
-Magari gli italiani pensano che mentire su relazioni extraconiugali è lecito.
-"Può darsi, ma la menzogna non può cambiare di continuo, dev'essere credibile. E le cose che dice Berlusconi non lo sono. Senza contare che la menzogna di un leader politico, per qualunque ragione, è imperdonabile. Ovunque. Anche in Italia".

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lunedì 1 giugno 2009

The Clown’s Mask Slips - Cade la maschera del clown

traduz. in italiano:
L'aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo. Quella che è molto scandalosa è la disobbedienza assoluta con la quale lui tratta il pubblico italiano.

Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l'opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria 'privacy', pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente.
Ma, coe si è dovuto rendere conto anche Bill Clinton, scandali e alti incarichi pubblici non vanno d'accordo. Ai suoi critichi, Mr. Berlusconi replica che lui ha ancora un tasso di popolarità alto, che il suo Governo conta molitssimo e che non sarà intimidito da ciò che lui chiama tentativi dell'opposizione di denigrarlo.
Molti potrebbero dire che l'Italia non è l'America, che l'etica puritana degli Stati Uniti non ha mai dominato la vita pubblica italiana, e che pochi italiani si scandalizzano davanti ai donnaioli. Ma questo è un ragionamento insensato e condiscendente. Gli italiani comprendono quanto gli americani cosa è accettabile e cosa non lo è. E, come gli americani, giudicano spregevole il cover-up.
Pochi media in Italia però possono fare simili affermazioni, senza timore di un castigo. A suo merito, il giornale "la Repubblica" ha continuamente sollevato domande al primo ministro sulla sua relazione con Noemi Letizia, e alla maggior parte di queste domande non ci sono state risposte soddisfacenti. Quando e dove egli ha conosciuto la famiglia della ragazza? Mr. Berlusconi chiese di avere fotografie da un'agenzia di modelle per iniziare i contatti con la signorina Letizia? Che cosa c'è di vero sulle notizie di party con decine di giovani donne nella sua villa in Sardegna? Mr. Berlusconi ha promesso di spiegare tutto in parlamento. Ma non ha certo riassicurato i suoi critici con la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione di 700 fotografie che potrebbero mostrare cosa succedeva a quei party. Né lo aiuta il suo sventurato ministro degli Esteri, che ha provato a difenderlo sottolineando che l'età per il consenso (a rapporti sessuali, ndr.) in Italia è 14 anni, come se ciò fosse rilevante.
Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò non riguarda i forestieri. Ma gli elettori italiani, alla vigilia delle elezioni europee, dovrebbero riflettere sul modo in cui è guidato il loro governo, sui candidati selezionati per Strasburgo e sul livello di sincerità del premier. E la faccenda riguarda anche altri. L'Italia ospita quest'anno il summit del G8, dove si discuterà di maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine internazionale. E' un importante membro della Nato. Fa parte dell'eurozona, che è confrontata dalla crisi finanziaria globale. Non sono soltanto gli elettori italiani a domandarsi cosa sta succedendo. Se lo chiedono anche i perplessi alleati dell'Italia.

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