martedì 14 luglio 2009

La solitudine delle famiglie italiane

di Daniela Del Boca e Alessandro Rosina 10.07.2009 da "lavoce.info"
I dati confermano che nel nostro paese il peso dell'assistenza alla popolazione che invecchia ricade quasi del tutto sulla famiglia. O meglio, sulle donne e in particolare sulle figlie adulte. Che sempre più ricorrono ai servizi delle immigrate. Ora le nuove norme sull'immigrazione sono un'ulteriore conferma che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie. Non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse Ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che, con difficoltà, tentano di darsi da sole. Per esempio, tramite le cosiddette "badanti".



Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro.

LAVORO FEMMINILE COME RISPOSTA ALL’INVECCHIAMENTO

La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha fatti diventare uno dei paesi al mondo con maggior invecchiamento. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi su occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: uno su due, contro una media Unione Europea a 15 del 38 per cento. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore.
Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità.
È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro.
Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischiano di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro. (1)

LE BADANTI COME RISPOSTA ALLE CARENZE DEL SISTEMA DI WELFARE

L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini, ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico.
I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti.
Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno. Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, entra comunque in Italia in modo irregolare. La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che punisce a titolo di reato l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri.
A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale.
Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole.

(1)Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole Il Mulino 2009.


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lunedì 13 luglio 2009

La class action e i pelati Cirio

di Massimo Giannini, da Affari e Finanza di Repubblica on line

Bernard Madoff, condannato a 150 anni. Bernie Ebbers, detto Telecom Cowboy, ex ceo di WorldCom, condannato per frode, fine pena luglio 2028. Jeffrey Skilling, condannato per frode e insider trading nello scandalo Enron, fine pena febbraio 2028. John Rigas, ex fondatore di Adelphia Communication, condannato per frode, fine pena gennaio 2018. Conrad Black, ex boss dei media condannato per frode, fine pena ottobre 2013. Richard Scrushy, ex ceo della HealtSouth Corp, condannato per tangenti, fine pena giugno 2013. Eugene Plotkin, ex analista di Goldman Sachs, condannato per insider trading, fine pena febbraio 2012.


La lista potrebbe continuare. L'ha pubblicata qualche giorno fa il "Financial Times", e riguarda gli imprenditori, gli azionisti e i manager delle grandi aziende Usa processati per reati finanziari e condannati a pene durissime nel corso degli ultimi anni. Normale, nella culla del capitalismo selvaggio. Fantascienza, nella cuccia del familismo amorale.

L'ultima prova è la legge sulla class action, appena approvata dal Parlamento italiano. Dopo mesi di sabotaggi e di rinvii, alla fine è passato un testo che grida vendetta rispetto a quello previsto nelle lenzuolate di Bersani. La cosiddetta "azione collettiva", che potrà essere attivata presso la magistratura da una pluralità di utenti e consumatori per far valere i propri diritti danneggiati da una medesima impresa, scatterà dal gennaio 2010. Non è ancora chiaro quali saranno i diritti tutelabili. Potrà essere proposta solo in alcuni tribunali.

Ma soprattutto, e qui sta la vergogna, non sarà retroattiva. Cioè non potrà essere richiesta e applicata per i crack più disastrosi del recente passato, vale a dire Cirio e Parmalat. Uno scempio che ha fatto indignare non solo le associazioni dei consumatori, ma anche il presidente dell'Antitrust Catricalà, che ha giustamente puntato il dito contro questa "scelta politica", evidentemente finalizzata a salvare qualcuno o qualcosa. Solo una domanda, al ministro Tremonti: dopo questa class action all'acqua di rose tiene ancora quel barattolo di pomodori Cirio sulla scrivania?

(13 luglio 2009)

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domenica 12 luglio 2009

Chi rompe la tregua paga

di Barbara Spinelli, da: La Stampa

La tregua che è stata invocata nei giorni scorsi, per proteggere da aggressioni l’immagine dell’Italia durante il G8, introduce nella politica democratica un’esigenza di immobile quiete su cui vale la pena riflettere. Presa in prestito dal vocabolario guerresco, tregua significa sospensione delle operazioni belliche, concordata di volta in volta per stanchezza, timore del pericolo, subitanee emergenze. Fino alla rivoluzione francese, scrive Clausewitz, le guerre erano fatte soprattutto di pause: l’ozio assorbiva i nove decimi del tempo trascorso in armi.


Era «come se i lottatori stessero allacciati per ore senza fare alcun movimento». Le battaglie smettono quest’usanza quando si fa più possente il pensiero dello scopo per il quale si guerreggia, giacché solo tale pensiero può vincere la «pesantezza morale» del combattente. Ma la tregua non è solo «pesantezza, irresolutezza propria all’uomo». L’etimologia dice qualcos’altro: perché ci sia tregua efficace occorre che i lottatori siano leali, che la sospensione sia un patto, che non sia unilaterale. L’etimologia, germanica, rimanda all’inglese true-vero, e al tedesco treu-leale, fiducioso.

Verità, fiducia, lealtà, patto: sono gli ingredienti essenziali della tregua, specie quando dal teatro di guerra ci si sposta a quello di pace, e quando il concetto si applica alla selezione dei governanti migliori che avviene in democrazia. Un prorompente atto terrorista, una calamità naturale, possono comportare la sospensione della conflittualità propria alle democrazie.

Non per questo vengono sospese la ricerca di verità, la pubblicità data all’azione dei politici, il contrasto fra partiti, l’informazione indipendente. Altrimenti la tregua politica altro non è che continuazione della guerra con altri mezzi, e per essa vale quel che Samuel Johnson usava dire dei conflitti armati, nel 1758: «Fra le calamità della guerra andrebbe annoverata la diminuzione dell’amore della verità, ottenuta tramite le falsità che l’interesse detta e che la credulità incoraggia». Se sostituiamo la parola tregua a guerra, vediamo che i rischi sono gli stessi.

Quando ha chiesto una tregua, il 29 giugno, il presidente Napolitano non pensava certo a questo sacrificio della verità. Ma il rischio è grande che i governanti l’intendano in tal modo: usando il Colle, rompendo unilateralmente la tregua come ha subito fatto Berlusconi aggredendo oppositori e giornali. Il conflitto maggioranza-opposizione, le inchieste giornalistiche o della magistratura sul capo del governo, sono automaticamente bollate come poco patriottiche, fedifraghe, addirittura eversive. Questo in nome di uno stato di emergenza trasformato in condizione cronica anziché occasionale, necessitante la sospensione di quel che dalla Grecia antica distingue la democrazia: la parresia, il libero esprimersi, la contestazione del potere e dell’opinione dominante, il domandare dialogico.

Significativa è l’allergia del potente alle domande, non solo quelle di Repubblica ma ogni sorta di quesiti: netto è stato il rifiuto di Berlusconi di permettere domande ai giornalisti, il primo giorno del G8. Sulla scia dell’11 settembre 2001 Bush reclamò simile tregua, che non migliorò la reputazione dell’America ma la devastò. Washington si gettò in una guerra sbagliata, in Iraq, senza che opinione pubblica e giornali muovessero un dito. La recente storia Usa dimostra che la democrazia guadagna ben poco dalle tregue politiche, quando i governi possono tutto e l’equilibrio dei poteri è violato. Il vantaggio delle tregue è la coesione nazionale: falsa tuttavia, se passiva. Lo svantaggio è la libertà immolata. Tanto più grave lo svantaggio, se l’emergenza è un mero vertice internazionale.

Ripensare la tregua e le sue condizioni può servire, perché la tendenza è forte, in chi governa, a prolungare emergenze e sospensioni della parresia, rendendole permanenti. Purtroppo la tendenza finisce con l’estendersi all’opposizione, alla stampa, e anche qui vale la descrizione di Clausewitz sul cessate il fuoco: che spesso interviene non perché la tregua sia necessaria, ma perché nell’uomo che rinvia decisioni c’è pavidità. Perché dilaga «l’imperfezione delle conoscenze, delle facoltà di giudizio». Perché, soprattutto, opposizione e giornali non hanno un «chiaro pensiero dello scopo» per cui si oppongono, analizzano, interrogano. Sono le occasioni in cui la tregua non è un patto di verità ma una variante dell’illusionismo e della menzogna.

Ma c’è una condizione supplementare, affinché la tregua si fondi su verità e fiducia. La condizione è che la memoria resti viva, e non solo il ricordo del passato ma la memoria del presente, meno facile di quel che sembri perché essa presuppone un legame tra i frammenti dell’oggi e aborre la fissazione su uno solo di essi: l’ultimo della serie. È la memoria di cui parla Primo Levi, quando descrive la tregua nei campi. Nel Lager, simbolo della condizione umana, esistono remissioni, «tregue». Ma esse sono chimere se non s’accompagnano alla memoria di quel che ineluttabilmente avverrà al risveglio, quando risuonerà il «comando dell’alba»: l’urlo in polacco - wstawac - che intima di alzarsi.

Meditare attorno all’idea di tregua è fecondo perché aiuta a capire come deve organizzarsi, in Italia e altrove, la parresia greca che i latini traducevano con libertas. Parresia è letteralmente parlare con libertà: un compito che politici e stampa condividono col medico, che non deve dire tutto alla rinfusa ma andare all’essenza e fare sintesi. Galeno, medico del primo secolo dopo Cristo, scriveva che «non si può guarire senza sapere di cosa si deve guarire»: il malato ha diritto alla verità, detta «senza ostilità ma senza indulgenza». La tregua anche in Italia ha senso se non si sacrifica il vero. Se non è solo la stampa estera a indagare sulla nostra singolare apatia etica.

Il mondo dell’informazione non è estraneo a tale apatia, incomprensibile all’opinione straniera e da essa biasimata. Il difetto, il più delle volte, è lo sguardo corto: uno sguardo che non collega i fatti, che sempre si fissa sull’ultimissimo evento, che non scava con la memoria né nel passato né nel presente. L’influenza della mafia sulla politica, i cedimenti di quest’ultima, il conflitto d’interesse che consente al privato di manomettere il pubblico, l’impunità reclamata dai massimi capi politici, infine la lunga storia italiana di stragi e corruzioni su cui mai c’è stata chiarezza: c’è un nesso fra queste cose, ma l’ultimo scandalo da noi scaccia il precedente e ogni evento (buono o cattivo) cancella il resto.

Lo scandalo delle ragazze a Palazzo Grazioli cancella la corruzione di Mills, le minorenni di Berlusconi obnubilano la mafia, le dieci domande di Repubblica cancellano innumerevoli altri quesiti. Anche l’opposizione si nutre di amnesia: i successi di Prodi (aiuti allo sviluppo, clima, liberalizzazioni, infrastrutture, accordo vantaggioso per Alitalia) sprofondano nell’oblio, se ne ha vergogna. Non stupisce che perfino fatti secondari siano mal raccontati, come fossero schegge insensate: ad esempio l’assenza dal programma G8 di Carla Sarkozy, giunta all’Aquila il giorno dopo il vertice. I giornali arzigogolano su una persona che ha voluto far l’originale, differenziarsi. Nessuno rammenta l’appello di 13.000 donne italiane - presumibilmente ascoltato da Carla - perché le first ladies non venissero al G8.

L’Italia come tutti i paesi è una tela, non un’accozzaglia caotica di episodi. Se non ricordiamo questo quadro non solo le tregue saranno basate su contro-verità. Si faticherà anche a ricominciare i normali conflitti e il parlare franco, finita la tregua. Sotto gli occhi della stampa mondiale appariremo come i lottatori di Clausewitz: allacciati ininterrottamente l’uno all’altro, senza fare alcun movimento.

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sabato 11 luglio 2009

La crisi che non c'è

di Galapagos, da Il manifesto
Nei prossimi mesi «si concretizzeranno effetti avversi ritardati, tra i quali l'ulteriore deterioramento del mercato del lavoro», ha scritto la Bce nel «Bollettino mensile». E gli fa eco il Fmi: la disoccupazione crescerà nel 2010. Nei prossimi 12-18 mesi altri 15 milioni di persone perderanno il posto di lavoro solo nei 30 paesi Ocse. Ma la vita delle persone non è in agenda, al G8 non se ne è discusso. Abbondanti, invece, le dichiarazioni d'intenti: nessuno s'è opposto alla lotta all'inquinamento globale; nessuno è a favore del protezionismo; nessuno ha difeso i paradisi fiscali o è contrario agli aiuti ai paesi poveri dell'Africa; tutti sono per una finanza dai connotati morali. Ma nelle dichiarazioni finali tutto è generico. Solo una cosa è emersa nitidamente: gli Usa - nonostante il carismatico Obama - non sono più i padroni del mondo.


Il nuovo antagonista che avanza ha un acronimo che dobbiamo imparare a conoscere bene: Bric. Sigla che sta per Brasile, Russia, India e Cina. Insieme hanno quasi 2,5 miliardi di abitanti, un reddito pro-capite ancora insignificante e una distribuzione dei redditi ancora più infame di quella «nostrana». Ma anche una classe media in espansione che rappresenta un serbatoio per la domanda mondiale di beni di consumo.
Insieme hanno la forza di dire no a proposte apparentemente assennate. Tipo quella dell'inquinamento globale che - sostengono - va misurato in termini pro-capite e non globale. La Cina ha esplicitamente affermato di non sentirsi vincolata agli accordi tra Usa e Europa. Di più: questi paesi (in particolare la Cina) stanno mostrando una capacità straordinaria di penetrazione in mercati (come l'Africa) un tempo monopolio dell'imperialismo europeo e Usa. Possono farlo in virtù delle enormi riserve valutarie accumulate negli ultimi anni grazie alle quotazioni delle materie prime, all'ipersfruttamento dei lavoratori, agli stratosferici attivi delle bilance commerciali.
Dal dopoguerra in poi nessuno paese è stato in grado con la propria moneta di contrastare il dominio del dollaro che dal '44 ha signoreggiato come moneta internazionale di riserva: sia quando la valuta statunitense volava alto, sia quando si è trattato di pilotarne la discesa verso il basso. Non con una svalutazione, ma con una rivalutazione delle altre monete. Il tutto per preservare il potere d'acquisto del dollaro. Ma ora i paesi del Bric hanno detto basta: lo hanno detto poche settimane fa a Ekaterinburg al termine del primo summit; lo ha ripetuto ieri il portavoce cinese a L'Aquila: il dollaro non può più essere l'unica moneta di riserva mondiale, ma occorre riequilibrare i pesi valutari e di conseguenza i rapporto di cambio. Gli Usa perderanno il beneficio di attirare monete da tutto il mondo, di poter coprire con i flussi valutari, gli enormi disavanzi della bilancia dei pagamenti. Insomma, dovranno adattarsi a essere un paese come gli altri. Ma di questo, oltre che della crisi e delle sue emergenze sociali, al G8 si è taciuto.

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mercoledì 8 luglio 2009

Cittadinanza e mutualismo

di Pino Ferraris, da: UNA CITTÀ
Terzo settore, terzo sistema, non profit, economia civile… sono innumerevoli i tentativi di costruire e di definire il grande contenitore nel quale riversare pratiche e attori sociali, che sfuggono ai chiari e consolidati criteri di classificazione dei sistemi di azione: l’agire amministrativo pubblico e l’azione privata di mercato.


Dentro questo generico recipiente si affastellano dati statistici: numero sterminato di organizzazioni non profit, cifre che quantificano la presenza dell’impegno volontario e del lavoro dipendente, comparazioni internazionali. La precisione matematica in questo caso fallisce: i risultati statistici sono discordanti, contraddittori, controversi.L’almanacco delle buone pratiche di cittadinanza con le sue numerose e lunghe interviste che raccontano esperienze di intervento sociale su scuola e immigrazione, disagio mentale e cura del dolore, contratti di quartiere e difesa di beni comuni, ecc., cambia il punto di vista, muta angolazione. Qui prevale l’approccio “soggettivo” che racconta le motivazioni, le capacità e i limiti degli attori sociali, narra i percorsi e le forme del mettersi insieme, fa emergere le interazioni concrete con l’ambiente e con i soggetti, le difficoltà incontrate, le risorse e le competenze attivate, i modi e i livelli di incontro con la pubblica amministrazione.Sono sondaggi puntiformi che scendono in profondità all’interno di segmenti parziali, interrogano la qualità del frammento.Mi pare inedito l’apporto “qualitativo” di conoscenza che proviene da un agire sociale che si racconta.Non è affatto esaustivo questo approccio, ma proprio perché è troppo trascurato lo ritengo molto prezioso. Mi limito ad estrarre dal corposo materiale delle 400 pagine dell’Almanacco due spunti che utilizzo per sviluppare argomentazioni di carattere più vasto che voglio collocare ad introduzione di questo mio intervento.Prendo avvio dalla bella intervista ai membri di una cooperativa di tutoraggio di ragazzi in gravi difficoltà in un quartiere degradato di Napoli. L’associazione ha un nome misterioso “Il tappeto di Iqbal”. L’intervistato spiega che quel nome richiama la vicenda di un piccolo schiavo pachistano ucciso a dodici anni dalla mafia dei tappeti quando ha cercato di organizzare la resistenza alla disumana condizione sua e dei suoi compagni. Il collegamento simbolico tra quell’esperienza così lontana nello spazio e l’azione di sottrazione di ragazzi napoletani alla servitù del circuito camorristico evidenzia una rilevante circolazione globale di informazione ed identificazione all’interno di pratiche sociali e valori condivisi: impegni sociali molecolari molto diffusi ma anche fittamente interconnessi.Le buone pratiche di cittadinanza non nascono dal buon cuore ma dall’interazione tra la risposta a bisogni “locali” e il coinvolgimento nella costellazione di ideali e di esperienze comunicati dalla diffusione dei nuovi movimenti sociali. Senza Seattle e Porto Alegre e senza internet si rischia di capire molto poco delle forme della sociabililità contemporanea.La seconda occasione di riflessione l’estraggo dalla ricca intervista a due animatori dell’associazione friulana “Vicini di casa”. Gli intervistati anche questa volta prendono il discorso da lontano, ma da lontano nel tempo: “In Friuli ogni paese aveva la sua latteria sociale cooperativa, erede della vecchia esperienza cooperativa cattolica e socialista di fine 800 e inizi 900…”. I tempi nuovi hanno travolto quell’esperienza rurale che però ha lasciato un’eredità di tradizioni culturali e di strutture materiali. Si è deciso di rilanciare quel patrimonio antico per affrontare un problema nuovissimo: offrire agli immigrati una possibilità di civile inserimento abitativo. Ora l’associazione gestisce l’affitto di 1500 famiglie di immigrati.Perché il nome “Vicini di casa”? Gran parte dei lavoratori friulani erano muratori migranti e costruivano da sé la propria casa al paese con il mutuo sostegno tra vicini di casa. Anche in questo caso la buona pratica attiva nel presente non nasce nel vuoto, ma si alimenta nel sedimento storico della cultura sociale: la attualizza e la rilancia.Per rielaborare l’antico mutuo appoggio tra i vicini di casa del villaggio friulano nel sostegno solidale ai nuovi “vicini” che sono cingalesi, kossovari e curdi, occorre che sia intervenuta un’evoluzione innovativa all’interno dei valori del passato. Vorrei far presente con forza questa doppia riduzione di distanza: da una parte l’apertura verso uno spazio di cittadinanza “globale”, dall’altra la riattivazione nel tempo presente di ciò che resta vivo nelle radici del passato “locale”. Qui vedo l’originalità e la forza delle forme emergenti della sociabilità.Il “primo mondo” occidentale è ormai da tempo uscito dal “glorioso trentennio”. Allora un processo di crescita economica lineare aveva ridimensionato la portata dei dilemmi sociali: tecniche specialistiche e amministrative di correzione distributiva e di adattamento culturale apparivano sufficienti a garantire stabilità di consenso e di coesione.E’ lenta la percezione dell’insorgere anche all’interno dell’Occidente (non solo nel “resto del mondo”) di una nuova questione sociale che esige straordinaria mobilitazione di cultura, grande capacità di invenzione politica e istituzionale, attivismo creativo nella tessitura della trama associativa e dei legami sociali.E’ difficile l’impresa analitica di ricostruzione dei molteplici e complessi profili dell’attuale crisi sociale. Non aiuta l’economicismo a dipanare il groviglio di tensioni inter-culturali, di deprivazioni relative, di insicurezze ecologiche, di rischi di mobilità sociale discendente, di perdite di identità che si avvitano intorno ai sussulti dell’economia e ai traumi tecnologici.Tuttavia mi pare indubbio che l’epicentro del terremoto sociale si colloca nel colossale processo di destabilizzazione di quel lavoro salariato che era diventato il grande integratore delle nostre società attraverso lo stabile rapporto con l’impresa, mediante l’affermazione di identità collettive sindacalmente e politicamente rappresentate e con un riconoscimento della propria centralità concretizzato nelle tutele dello Stato sociale. Ci troviamo di fronte ad un apparente paradosso. Gli ambiti di lavoro, che sono violentemente ed estesamente colpiti da insicurezze e disoccupazione, da nuove costrizioni e disagi, da svalutazione economica e sociale, non ci appaiono in questo momento come i luoghi della resistenza più significativa, come i contesti delle esperienze sociali e politiche più radicali e innovative. E’ invece all’interno degli ambiti di vita, all’interno dei processi di riproduzione sociale che le onde lunghe e ruvide degli sconvolgimenti del lavoro sembrano esprimere insorgenze di risposta, di auto-difesa, manifestare fermento critico e propositivo.Parlo di paradosso “apparente”, ricordando che nel tempo delle drammatiche fratture prodotte dal primo industrialismo il mutuo soccorso nelle condizioni di esistenza ha preceduto la resistenza sul lavoro. Allora la costruzione di aggregazioni della solidarietà negli ambiti di vita fu premessa e presupposto delle lotte del lavoro.Nei primi decenni del secolo scorso il sindacalista francese Victor Renard aveva teorizzato e proposto il “sindacalismo a base multipla”, in sostanza un sindacalismo che fosse in grado di utilizzare la solidarietà mutualistica negli ambiti di vita come leva per rafforzare la coesione rivendicativa nei luoghi di lavoro. Oggi che il lavoro è vulnerato, precarizzato e disperso non si possono pensare forme di associazionismo mutualistico come itinerario verso la ricostruzione di una capacità di coalizione e di rivendicazione nel lavoro?Il sindacato dovrebbe apprendere a “fare società”, non limitarsi ad aprire sportelli di servizio.Un vecchio lavorista come il sottoscritto, che ha sempre visto i rapporti di produzione come lo spazio primario e privilegiato del conflitto sociale e dell’autonomia dei lavoratori, trova difficoltà a mutare il punto di osservazione, a concentrare attenzione positiva sui cosiddetti processi di riproduzione sociale. Non è facile per me osservare e valorizzare le dinamiche sociali che sembrano provenire dal lato “maledetto” del consumo.Consumismo di mercato e sudditanza allo Stato paterno li ho sempre visti come i momenti della passivizzazione, della dipendenza e dell’integrazione sociali.Era difficile, nei tempi d’oro del “miracolo” consumista e delle conquiste welfariste, scorgere la presenza di resistenze, di aree di autonomia nella vita quotidiana all’interno di una società sempre più pesantemente colonizzata dall’offerta di mercato e dall’interventismo di Stato. Eppure persone, famiglie e comunità mai sono state completamente inerti, passive “destinatarie” dei beni delle attività di impresa e dei servizi delle amministrazioni. Le fatiche e le capacità di processare e di adattare i beni e i servizi dell’offerta all’uso per se stessi hanno sempre generato un’area di attività, un corpo di saperi taciti, implacabilmente relegati nel cono d’ombra degli affari domestici e dell’arrangiarsi informale .Certamente la “rivoluzione silenziosa” delle donne ha costituito la leva principale nel portare alla luce, nel dare valore sociale alla segregata ed oscurata “economia domestica”. La rilevanza sociale e politica del lato attivo, competente e propositivo della “domanda”, ha avuto accelerazioni soprattutto dentro la crisi del welfare che precipitava sia come ridimensionamento di prestazioni, sia come modalità burocratiche e clientelari in conflitto con una più esigente ed attiva cittadinanza, sia come rigidità dell’offerta rispetto alla mappa, in rapida trasformazione, delle aree e delle forme del disagio e dei bisogni.Il volontariato, negli anni ‘80, nasce fortemente orientato alle nuove marginalità: i tossicodipendenti, i senza fissa dimora, gli immigrati, i disabili e i malati di mente. Non si manifesta come “azione compassionevole” verso i bisognosi, ma come impegno di cittadini attivi volto a rendere esigibili diritti negati ai cittadini deboli. La combinazione e l’intreccio del volontariato con movimenti ad obiettivo specifico, come il pacifismo, l’ambientalismo e l’antirazzismo creano sinergie che arricchiscono un inedito associazionismo che si colloca ormai all’esterno degli storici e fondamentali corpi intermedi novecenteschi: il sindacato e il partito politico.Le caratteristiche originali di quelle che chiamiamo buone pratiche di cittadinanza consistono nel fatto che esse non sono chiuse all’interno della mera rivendicazione verso l’alto e non operano come semplice azione di supplenza rispetto a ciò che dall’alto non viene. Esse contengono elementi critici ma tendono a proporre soluzioni. Mentre avanzano proposte sovente incominciano a realizzarle in proprio. Queste nuove forme di intervento sociale cercano di trasformare gli “utenti” passivi di prestazioni esterne in soggetti capaci di esprimere proprie energie latenti, di riprendere iniziativa e di ritrovare anche limitati ma possibili spazi di autonomiaQueste spinte tendono a incrinare il nesso assistenza-dipendenza, il paradigma forte che compatta le esigenze di comando del ceto politico, la volontà di conservazione del ruoli amministrativi, l’intangibilità dei circuiti di potere-sapere degli esperti. Esse rimettono in discussione l’autoreferenzialità delle strutture di welfare, autoreferenzialità che riproduce i processi di fondo della logica delle organizzazioni, tendenti alla divaricazione tra fini dichiarati (la missione sociale) e fini reali (l’autodifesa degli apparati).E’ severamente vietato agli utenti destinatari di diventare attori sociali proponenti. L’“oggetto” delle pratiche di tutela politico-amministrativa non può pretendere di entrare nella scena pubblica come “soggetto”.In modo embrionale, implicito e carsico vediamo forse operare dinamiche sociali che vanno ad intaccare quello che è un solido paradigma d’ordine.Riprendendo la sintetica definizione (scritta nel 1936) dello storico del movimento operaio Edouard Dolléans si riapre “il conflitto tra le rivoluzioni di potenza e le rivoluzioni di capacità”. Da una parte la gestione della società delegata alle macchine politiche, alle tecnocrazie e allo Stato, dall’altra il mutamento sociale che cerca le sue risorse principali e prioritarie nell’incremento delle capacità morali e intellettuali dei cittadini e nell’iniziativa costruttiva e realizzatrice delle libere associazioni. Se la sfida delle alternative sociali ha veramente questo respiro e questa rilevanza, è difficile però vederle rappresentate nell’attuale dibattito politico e ideale.Un fattore di rimozione e di blocco della discussione viene dall’interno dello stesso “terzo settore”. In esso operano grandi società di capitale (non profit) che utilizzano personale dipendente per fornire servizi sociali appaltati all’esterno da enti pubblici: l’impresa sociale. Dall’altra parte abbiamo una galassia di associazioni tra persone rivolte all’azione solidale di sostegno e di aiuto: il volontariato.I primi operano per erogare servizi all’utenza sociale, i secondi sono soprattutto impegnati con i soggetti deboli titolari di diritti sociali elusi o negati.I primi sono applicati ad agire sui modi, sugli indirizzi, sulle normative di elargizione dell’offerta di prestazioni e di servizi.I secondi si sentono più impegnati a dare voce, a suscitare capacità di espressione e di influenza nella domanda sociale.Sono ambiti che esprimono logiche diverse dell’azione sociale. I vertici visibili e ascoltati del cosiddetto terzo settore esprimono una torsione unilaterale della rappresentanza, esercitano soprattutto una sorta di pressione “sindacale” dell’impresa sociale verso i pubblici poteri per sollecitare e captare l’esternalizzazione dei servizi sociali. La vasta galassia delle buone pratiche di cittadinanza, dell’associazionismo volontario, della cittadinanza attiva non ha rappresentanza propria, visibilità e peso politico. Eppure è da questo lato che vengono gli apporti per un welfare arricchito, rinnovato e partecipato, la cui costruzione coincide con una rivitalizzazione democratica della società civile.La convergenza tra “imprenditori sociali”, apparati politici e burocrazie amministrative, applicati in operazioni di ingegneria sociale e ossessionati dai “costi” dell’offerta sociale, tende sempre più a far coincidere l’innovazione con il ridimensionamento del Welfare.L’oscuro oggetto del desiderio di tanta parte della classe dirigente italiana ed europea è il modello americano di “conservatorismo compassionevole” e di welfare residuale. Il prof. Stefano Zamagni è uno studioso cattolico che da anni dedica intelligenza e passione nella ricerca economica, sociale e storica dei fondamenti di quella che egli chiama una “economia civile” che sia in grado di sfuggire alla stretta delle ganasce del neo-liberismo e del neo-statalismo.Egli non ha dubbi nel tracciare netti confini rispetto all’esperienza americana del “capitalismo caritatevole” dove “un mercato scatenato produce ricchezza e i ‘ricchi’ fanno la ‘carità’ ai poveri, ‘utilizzando’ la società civile (che quindi viene deformata) e le sue organizzazioni (le charities e le Foundations).”Lascia un po’ perplessi l’intento di Zamagni a ricercare nell’“umanesimo civile” della prima metà del Quattrocento fiorentino il riferimento culturale e sociale per il progetto di una “economia civile” del nostro tempo. Personalmente ritengo che, per affrontare l’insorgente questione sociale, le forze politiche e culturali del nostro continente debbono fare i conti, nel bene e nel male, con la peculiarità di un’esperienza non così lontana: la storia sociale di un’Europa percorsa da 150 anni di vicende del movimento operaio e socialista e da 100 anni di impegno del movimento del cristianesimo sociale. E’ all’interno di questa lunga storia che si possono rintracciare contributi di pratiche e di idee che, con alterne fortune, hanno cercato di contenere le opposte derive del mercatismo individualista e dello statalismo collettivista.Il filo rosso di questa tradizione, da ripensare e da riattivare, lo ritrovo nell’esperienza del mutualismo. Parlando del mutualismo storico penso che non sia opportuno dilatarlo troppo, quasi fosse un sistema complessivo di socialismo mutualista, e neppure ridurlo alla mera esperienza delle “mutue”. A mio avviso il mutualismo realizza una particolare articolazione di quel principio di solidarietà nel quale si concentra e si riassume il contributo morale e pratico del movimento operaio nella storia dell’Europa del XIX secolo.La parola “solidarietà” è apparsa sulle bandiere degli operai parigini durante la rivoluzione del 1848. Essa si è presentata accanto a quelle di libertà e di uguaglianza ed in sostituzione del termine fraternità.Fratellanza significa sollecitudine morale all’oblazione dall’alto verso il basso tra diseguali in nome di una comune appartenenza: fratelli in quanto figli di dio, fratelli in quanto figli della patria. Era la parola della carità cristiana e della filantropia massonica.La solidarietà operaia segna una rottura: esprime un sentimento morale e una disposizione pratica che unisce orizzontalmente gli eguali: uno per tutti, tutti per uno. E’ la presa di coscienza della necessità dell’agire cooperativo da parte di coloro che posseggono soltanto la forza del numero. La solidarietà ha suscitato e animato la grande e ricchissima fioritura dell’associazionismo nell’Europa della seconda metà dell’800.Le società di mutuo soccorso furono luogo privilegiato di solidarietà operaia. All’interno della cerchia “privata” dell’associazione, il mio dovere di essere solidale con tutti comportava l’obbligo di tutti gli altri di essere solidali verso di me. All’interno di quell’ambito associativo circoscritto i lavoratori, di fronte alle sventure dell’esistenza, hanno cessato di rovinare nella condizione di bisognosi mendicanti per diventare soggetti portatori del diritto al sostegno solidale.Ma ben più vasto era il ventaglio delle forme della solidarietà operaia.Il sociologo Roberto Michels, nei primi anni del 900, esamina e riflette sulle forme in cui si articola la solidarietà tra i lavoratori. Egli ritiene di tracciare una distinzione importante tra le forme della “solidarietà negativa” che genera coesione contro qualcuno e quelle della “solidarietà positiva” che si alimenta nell’impegno cooperativo per risolvere in proprio, direttamente e dal basso, problemi e difficoltà insorgenti nella vita e nel lavoro. La solidarietà negativa prevale nelle coalizioni di “combattimento” del movimento operaio: il sindacato in lotta contro il padrone, il partito in lotta per il potere nello stato.Il mutualismo invece rappresentava l’ampia area delle solidarietà positive che puntavano sulle “virtù proprie” del mondo del lavoro: le loro capacità di autogestione, l’esercizio dei loro saperi-taciti nel costruire società, nel fare tecnico e nell’agire economico. L’ area del mutualismo comprendeva le società del mutuo soccorso, le cooperative di produzione e di lavoro, il credito cooperativo, le case del popolo, i circoli ricreativi, le società di istruzione professionale, le università popolari…Nell’esperienza concreta del movimento dei lavoratori esistevano relazioni reciproche e contaminazioni tra militanza sindacale, lotta politica e attivismo mutualistico.Nel corso del ‘900 (a partire dalla Prima guerra mondiale) avviene però un radicale mutamento di scenario nella configurazione delle pratiche, delle culture, delle logiche di raggruppamento all’interno della società del lavoro. Lo sviluppo del capitalismo organizzato cui si contrappone la risposta di un sindacalismo centralizzato e istituzionalizzato, la militarizzazione della politica in una logica di scontro amico-nemico, la progressiva statizzazione della mutualità, tendono ad assolutizzare i momenti e le istituzioni della solidarietà negativa ( sindacati e partiti). Prevale una logica di organizzazione d’apparato, disciplinata e gerarchica, dettata dalla necessità di “combattimento”.A questa svolta storica corrisponde il declino, il deperimento del mutualismo inteso come l’area della solidarietà positiva e del pluralismo associativo nel quale si esprimevano le autonome capacità dei cittadini nell’affrontare, a partire da se stessi e in modo cooperativo, i problemi e le difficoltà della vita personale e sociale.E’ forse arbitrario collegare le forme dell’operare e i modi di vivere e di vedere la società di quanti oggi sono impegnati nelle buone pratiche di cittadinanza con il patrimonio tutto nostro di quella solidarietà mutualistica che è stata parte tanto importante nella storia sociale del nostro continente?Il sociologo tedesco Reiner Zoll, in un suo recente volume intitolato Solidarietà, affronta la metamorfosi della solidarietà classista operaia, tra uguali ed esclusi, verso nuove forme della solidarietà civile tra diversi e diseguali che si ispira ad un’etica di giustizia e a una cultura dei diritti.

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martedì 7 luglio 2009

Psicologia semplice!!

da 610 - grande!!



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domenica 5 luglio 2009

Reggio Fahrenheit: Tremori ABRUZZESI

Reggio Fahrenheit: Tremori ABRUZZESI

i frequenti tagli non sono miei, ma del Manifesto
d.a.



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Tremori ABRUZZESI

di Luigi Gaffuri, da Il Manifesto del 4.7.09
professore di Geografia del potere presso la Facoltà di lettere e Filosofia a L'Aquila

20 mila scosse in due mesi hanno reso gli aquilani esperti in terremoti, trasformato l'immaginario e distrutto un'identità fondata su casa e lavoro. Ma per qualcuno la terra non ha tremato.
La terra trema sempre, ma noi ce ne accorgiamo solo quando i tremori raggiungono il rantolo. A tutti la terra appare quanto di più stabile esista sulla terra. In due mesi esatti, secondo la notizia riportata da un telegiornale nazionale che, basandosi sui dati dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, ha richiamato la ricorrenza il 6 di giugno, nell'area sismica dell'alto Appennino centrale ci sarebbero state ventimila scosse: circa 322 ogni giorno, 13 ogni ora e una ogni quattro minuti e mezzo. Da quando la terra ha tremato all'Aquila, facendo traballare l'intero Abruzzo, ogni cittadino della provincia più interna e montuosa della regione adriatica si è improvvisato esperto, o ha comunque provato a capire qualcosa dei terremoti. Nello scorrere della quotidianità ormai, dal Gran Sasso al litorale e anche sull'altro versante, non si parla d'altro. Il terremoto e le sue continue manifestazioni permeano la nuda vita, anche in forma di semplici battute scaramantiche mirate a contrappuntare l'angoscia e a esorcizzare la paura.


Non c'è bisogno di scomodare Freud e la sua analisi dell'io, né la sua psicologia delle masse per comprendere la natura collettiva degli eventi sismici. Ma proprio perché ciascuno è uno, le oltre cinquantamila persone sfollate sono una, una, una... Ognuna ha una storia, e a metterle in fila ci ha pensato il terremoto. Ciascuna è una storia, e a metterle in fila non basterebbe un'intera esistenza per raccontarle. Qualcuno ci proverà, forse molti, con intenti scientifici o narrativi, tuttavia ciò che questo evento recente nasconde nella profondità degli animi non potrà emergere che a brandelli, le voci rimarranno inevitabilmente strozzate. C'è da aspettarsi che, come quando qualcosa ostacola un flusso, il dire prenda direzioni impreviste. C'è da aspettarsi che accada di tutto ma, come quando una crosta ostruisce la fuoriuscita di materiale incandescente, è certo che la terra continuerà a tremare suscitando timori e tremori, nel capoluogo e nei comuni della sua provincia, allarmando anche i centri più lontani di altre regioni.
Nei pressi della città, tra gli aquilani, anche la popolazione dell'area residenziale di Pettino ha subito gravi danni, soprattutto al pedemonte, che non si sa come e in quali tempi potranno essere riparati. Prima dell'indescrivibile botto del 6 aprile, nella pianura che gravita attorno alla statale 80, sono stato per anni ospite di una famiglia a Cansatessa. Come in un arcinoto abbrivio della letteratura gialla, qui le notti estive sono dolcissime. Profumano d'erba e di tigli, di rose e di amarene, di muschio e di fiori di campo. Le stelle sembrano vagolare in un cielo più basso, sono calde e amiche, non fredde e distanti come in altri luoghi del mondo. Quando una brezza leggera agita le tende alle finestre aperte, l'aria è frizzante ma morbida per chi la conosce. Porta odori dai monti di sopra, dove gli alberi faticano ad arrampicarsi ma si radicano a una terra aspra, portando il loro rancore fino alle stanze dell'intimità. Le luci delle case, ancora non troppo numerose, si riverberano sul selciato del cortile e sul giardino, striandoli con giochi di specchi e di colori, di ombre e di figure informi alle quali si possono dare nomi e significati.
Ebbene sì, le notti estive sono proprio dolcissime a Cansatessa. Ma non per noi. O almeno, ora non più, nemmeno per noi.
Non c'è più il silenzio e l'immobilità della vita tranquilla, sicura, da quando "lui" è arrivato, come un urlo lacerante nella notte. Dopo il terremoto le persone che amano L'Aquila, ancora stordite, si sono accorte di avere sposato un'ombra. Ora i profumi non sono più gli stessi, le stelle si sono allontanate nel buio della volta celeste, le brezze sono diventate gelide accompagnando gli scrosci di pioggia e, alternativamente, le folate di caldo asfissiano con lunghi singhiozzi la gente sotto le tende. E, nella città più fredda d'Italia, si aspetta con preoccupazione il rigido inverno. Gli alberi sembrano ripiegarsi, rifiutando la loro fragile compagnia ai cercatori di senso, le luci assumono forme sinistre ed evocano scenari futuri impensabili, aleggia un irriconoscibile odore di morte - reale e simbolico. E l'immaginario ne risente in modi inequivocabili.

La casa che non c'è più
L'epoca globale ha trasformato ovunque e in modo profondo l'immaginario collettivo, incidendo anche su quello personale, mutando dunque gli orizzonti identitari. Eppure il senso di appartenenza a una "casa" resta solido, apparentemente fermo al suo posto (...). La casa che la maggior parte di noi abita, mentre per L'Aquila e dintorni si può dire che più di cinquantamila cittadini hanno abitato fino a ieri, rappresenta il luogo per eccellenza degli affetti, dei conflitti, della convivialità, dei problemi, delle soddisfazioni, degli affanni, del ristoro, del ripiegamento su sé stessi, dei progetti, delle incomprensioni, del sogno. È lì che si insinua l'appartenenza locale, connessa a un'appartenenza globale: la cellula famigliare o il singolo individuo, consapevolmente o a diversi e incompleti livelli di coscienza, intessono legami tra la casa propria e la "casa" intesa come sentirsi parte di qualcosa che supera e aggira la residenza. Mentre la prima è figlia dell'abitare, la seconda è figliastra della cultura e nasce senza concepimento, come distillato di un mistero che ha radici nel desiderio di andare oltre. Ne sanno qualcosa, e molto bene, le popolazioni rom. La casa, benché sia costruita, è in larga parte naturale; viceversa la "casa", per quanto provenga da spinte naturali, è cultura in ogni sua manifestazione.
Quest'ultima casa, se viene intesa come domus, evoca la questione del dominio come implicazione etimologia del dominus dal quale essa deriva. Ma anche la casa come abitazione non è esente dall'idea di dominazione: tra le mura domestiche cresce e si rafforza l'impulso, che eccede la nostra razionalità, a controllare, gestire - dominare, appunto - i soggetti e gli oggetti, i corpi e le cose, la creatività e gli eventi nelle relazioni con gli altri e con il mondo. L'appartenenza, perciò, ha un legame profondo con l'irrazionale ma pure con le relazioni di potere, con i rapporti asimmetrici e con la possibilità di esercitare un controllo fondato sul lavoro umano. Perché è nel lavoro, non nella casa, che risiede l'origine del potere come energia che si accompagna a una conoscenza, si coniuga alle informazioni che abbiamo su chi ci circonda e ciò che ci circonda.
Senza contare lo scossone più duro - la vibrante pugnalata a coloro che non ci sono più e a chi, rimanendo qui, è destinato a piangerli per sempre - gli aquilani sono stati colpiti dal terremoto soprattutto nella casa e nel lavoro. Tutto ciò ha lacerato, alterato, esasperato il loro senso di appartenenza - vale a dire l'identità nella quale, da posizioni sociali differenziate per risorse e opportunità, si riconoscevano. Ed è da queste rispettive posizioni, non neutre, che ciascuno cercherà di ricomporre o reinventare la propria appartenenza identitaria e, insieme, la sua città - se si daranno le condizioni per sentirla ancora come propria "casa". Ma questa circostanza non è detto che si verifichi, visto come finora le istituzioni preposte alla ricostruzione hanno impostato in termini progettuali e affrontato concretamente i panorami del post evento. La situazione è oggettivamente difficile, si sa, e d'altro canto sino a oggi nel nostro paese mai era accaduta una cosa del genere, con una forza che ha distrutto e ferito a morte un intero capoluogo di regione e, con esso, il suo ammirevole centro storico. Eppure lo spazio per la fantasia nelle soluzioni programmatiche e il rigore nei provvedimenti amministrativi e finanziari non è stato sfruttato adeguatamente, preferendo soluzioni frettolose e avventate. Contrariamente ai proclami e all'ottimismo propagandato con modalità artificiose, molto resta ancora da fare.

L'assedio per il G8 e i problemi reali
La scala delle priorità, del resto, viene invertita con inammissibile sciatteria. Stride la corsa a doppia velocità, sconcerta la spaccatura tra l'assedio per il G8, accompagnato da una sproporzionata militarizzazione del territorio, e l'assenza di attenzioni ai problemi e alle urgenze reali. Infine, ammutolisce la doppiezza dei politici, accompagnata da una cecità allarmante. L'ossessione per la sicurezza va di pari passo con la noncuranza per l'incertezza in cui vengono lasciate migliaia di famiglie. In una provincia che sta subendo un collasso economico, dove la disoccupazione aumenta perché scompaiono i posti di lavoro e dove la crisi produttiva la fa da padrone ponendo questioni cruciali per il futuro, ci si inventa la bella trovata, a dir poco grottesca, di far venire qui gli otto Grandi del mondo, allargando in tempi record e a spese dei cittadini le strade che dovranno percorrere i massimi capi di Stato e di governo, mentre le tendopoli e gli scempi nel centro storico andranno nascosti alla vista per non guastare il panorama.
Del resto la vita delle persone comuni, già bloccata dalle conseguenze devastanti del sisma, subirà un altro arresto dovuto ai divieti di circolazione sugli assi viari più importanti, senza preoccuparsi di quanto offensive e ingiuriose possano apparire queste inestimabili spese agli oltre trentamila sfollati sul litorale e agli oltre ventimila alloggiati nelle tendopoli, acquitrinose o allagate in caso di pioggia battente e dove si brucia sotto il sole nei giorni più caldi. Rispetto agli strombazzamenti del G8 i problemi, anche gravi, sperimentati dalla gente comune passano in secondo piano, si conoscono poco e vengono considerati ancora meno (...).
Molte scuole di ogni ordine e grado, così come l'università, si danno per praticabili e funzionanti ma non si dice come, mentre la più gran parte di esse non ha ancora trovato una sede, nemmeno provvisoria. Non accenno agli ospedali, troppo tristi e note sono le vicende che ne hanno coinvolto uno, il più nuovo e il più grande, nel terremoto. Ricordo solo che in quelli da campo, improvvisati e appoggiati a ciò che è restato in piedi nei fabbricati destinati alla cura della salute dei cittadini prima del sisma, si notano le file degli utenti più disagiati davanti a strutture sanitarie che sembrano finzioni borgesiane. Senza omettere lo stato in cui versano gli edifici privati destinati a ogni genere di attività commerciale o culturale e gli edifici pubblici che ospitavano le istituzioni preposte al funzionamento di un organismo complesso come la città. L'opinione pubblica va tranquillizzata, certo, ma sarebbe meglio non raccontarle troppe frottole (...).
La stampa e le girandole mediatiche hanno a loro volta una grossa responsabilità che oggi, a luci spente, si mostra in tutto il suo muto splendore. Fino a che il chiodo era caldo, sentimenti ed emozioni espressi dalla gente sono stati sbattuti in prima pagina, individuando di volta in volta il "mostro" di cui si aveva bisogno. E l'auditel era, come lo è ora per altre notizie, sempre dietro l'angolo. Per gli scopi e nelle occasioni più diverse, stante la possibilità di altri crolli, ciascuno ha fatto allora la sua passerella con l'elmetto d'ordinanza dei vigili del fuoco o con un altro copricapo. C'è un cappello per ogni circostanza, come ben sapeva Ennio Flaiano, un abruzzese doc (...).
Domenica 21 giugno, dalle undici di mattina alle dieci di sera, hanno riaperto un pezzetto del centro storico, tra la Villa comunale e piazza Duomo, collegate da un breve tratto del Corso Federico II. Una breccia temporanea ma decisiva nella cintura sanitaria di militari, vigili del fuoco, carabinieri, poliziotti, finanzieri che, per precauzione, hanno impedito l'accesso della popolazione a constatare direttamente lo stato in cui si trovava la città (...).
La grancassa dei quotidiani nazionali ha parlato ancora del capoluogo abruzzese, sottolineando l'occasione per gli aquilani di poter finalmente fare una passeggiata nei luoghi della memoria, dei simboli, dell'arte. In realtà pareva un funerale, tra le macerie che si potevano scorgere al di là delle reti metalliche che sbarravano il passaggio ai vicoli laterali di quello scampolo di centro storico: musi lunghi, voci sommesse, esclamazioni accorate, discorsi tutti invariabilmente uguali. Stanchezza, incredulità, dolore, rifiuto e impossibilità di vedere un domani normale (...).

Chi vive il terremoto e chi no
Oggi sembra quasi di assistere a una rappresentazione: c'è chi il terremoto lo vive e lo interpreta e c'è chi assiste allo spettacolo. C'è chi ha sentito la terra tremare sotto i piedi e ha visto crollare le proprie abitazioni o i propri luoghi di lavoro, chi ha trovato sepolti sotto le macerie i suoi cari o i suoi amici e chi, almeno per un po', si è dispiaciuto e commosso di fronte alla tragedia, ma poi se n'è dimenticato perché aveva cose più urgenti a cui pensare. Il tempo fa bene il suo lavoro, è in grado di cancellare tutto, anche le guerre: come ognuno ben sa, tra queste e i terremoti spira un'aria di famiglia e, sebbene i secondi vengono dalle viscere del mondo e non dagli uomini, sono pur sempre gli uomini a poterne limitare gli effetti, sia in termini di prevenzione sia in materia di cura. In questo senso, senza trascurare tutti coloro che, venendo da ogni dove, hanno aiutato e si sono spezzati la schiena per dare una mano senza essere stati direttamente coinvolti dal sisma, bisogna ammettere che molti, e sono i più, potranno sempre dire: «La terra trema, ma non per noi». A ben vedere, se questi ultimi si interrogassero meglio, forse in loro si potrebbe insinuare almeno un dubbio - e fra i molti mi auguro che vi siano anche coloro che hanno responsabilità di governo della cosa pubblica. Si dovrebbero domandare se il controllo, la gestione, il dominio nel campo degli eventi sismici, durante il "prima" non restino una pura e semplice questione statistica legata al caso e a una natura indifferente alle umane tribolazioni che, prima o poi, potrebbe coinvolgere anche loro; e, correlativamente, si potrebbero chiedere se, quando fa capolino il "dopo", non valga la pena confrontarsi urgentemente e senza rescissioni con le necessità sociali. Eppure, da più parti, si preferisce continuare a vedere soltanto il primo corno del problema, sostenendo che il terremoto non è comunque prevedibile. Stando così le cose, perché gli esperti si ostinano a "rassicurare"? In ogni caso, dato che nulla gli uomini possono fare in anticipo per evitarlo, non resta altro da sperare che Dio e i suoi disegni non vogliano. Ma se proprio dovesse accadere, malgrado le ipotesi più ottimistiche e i necessari scongiuri, bisognerebbe augurarsi che il grande botto arrivi almeno durante il prossimo G8, per ricordare ai potenti della terra che la terra è più potente di loro.

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venerdì 3 luglio 2009

disobbedienza civile contro le nuove leggi razziali

di Annamaria Rivera, sul Manifesto di domani 4 luglio

Sembrava iperbolico, ai soliti minimizzatori di professione, definire nuove leggi razziali i dispositivi del pacchetto sicurezza. Oggi che l’osceno ddl 733-B entra in vigore con le sue norme devastanti, a suggello finale delle leggi razziali, perfino i più moderati dei democratici hanno qualche sussulto. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l’incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l’incitamento alla caccia all’estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea.

Come durante i regimi fascisti, queste norme sono finalizzate a punire non singole condotte individuali criminose, ma una categoria di persone, in tal caso definita da una condizione non solo giuridica ma anche sociale: quella di lavoratore immigrato privo di titolo di soggiorno, non certo per sua scelta o volontà. Basta considerare l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, l’aggravante di un terzo della pena per qualsiasi reato se commesso da “irregolari”, i dispositivi che tendono a inibire atti che concernono i diritti fondamentali della persona: l’accesso all’istruzione e alle cure mediche, a molti servizi e protezioni sociali, la possibilità di contrarre matrimonio, la registrazione delle nascite e dei decessi…Si inverano così il rigurgito del passato più vergognoso –ma neppure il fascismo osò a tal punto- e nel contempo un radicale salto di paradigma: rispetto non solo ai fondamenti dell’ordine costituzionale e della civiltà giuridica, ma perfino ai presupposti minimi che rendono possibile la convivenza degli umani (e anche di altre specie). Che altro è se non la cancellazione di un principio elementarmente umano la possibilità, prevista dalla legge, che un infante venga strappato dallo Stato alla madre “irregolare”, dato che la legge le vieta di riconoscerlo? E non è forse più crudele delle norme del regime mussoliniano la sottrazione di ogni protezione agli apolidi, oggi di fatto esposti alla deportazione? Coloro che ci governano non sono maestri di etica personale, tanto meno pubblica. Sporcaccioni -e bacchettoni quando conviene- ogni giorno danno prova di quale rispetto abbiano dell’umano: dalla mercificazione totale dei corpi femminili alla espropriazione e marchiatura simbolica dei corpi degli stranieri e dei minoritari, che essi hanno provveduto a rappresentare come onnipresenti, proliferanti, minacciosi. Gli uni e gli altri deumanizzati, dunque esposti ad ogni insulto ed arbitrio. Le nuove leggi razziali a questo mirano o almeno questo effetto avranno: una mutazione culturale del clima del paese, già per molti versi alla deriva, per cui offese e violenze contro gli stranieri non saranno più considerate tali. “Clandestini” e rom non sono umani, dice la legge, dunque non trattateli da umani. Come Domenico Gallo anch’io chiedo rispettosamente al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge per non rendersi corresponsabile di una nefandezza. Nel contempo penso che ogni forma di disobbedienza civile debba essere praticata. Io la pratico subito dichiarando che ho offerto ed offro solidarietà concreta ed assistenza umanitaria a persone prive del titolo di soggiorno.


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mercoledì 1 luglio 2009

Quel treno per Cosentino

di Andrea Palladino, da Il Manifesto di oggi 1.7.09, pag. 4
Il convoglio esploso, della mutlinazionale Exxon, era partito da Novara ed era diretto alla Aversana Petroli, l'azienda del padre del sottosegretario all'Economia, con sede principale a Casal di Principe. Proprietaria dei vagoni era invece la società austriaca Gatx. L'inchiesta dovrà ora provare a ricostruire la catena delle responsabilità.

II groviglio dei vagoni del treno deragliato ed esploso a Viareggio, l'ammasso dei corpi delle 14 vittime e dei 40 feriti, le fiamme che per ore hanno avvolto intere case hanno avuto l'effetto di un risveglio brusco, inatteso. C'è però un groviglio per ora nascosto, ancora più crudele e doloroso, e in buona parte annunciato. È quello delle responsabilità, della verità, dei nomi di chi ha deciso di abbassare i costì, di ottimizzare i profitti, di esternalizzare il cuore stesso della produzione di un paese. È il made in Italy che si è liquefatto a Viareggio la notte scorsa, tra le ruote di un treno partito dalla multinazionale Exxon e diretto alla Aversana Petroli della famiglia Cosentino, in provincia di Caserta.
Ricostruire la catena delle responsabilità non sarà facile. Immaginiamo, però, di essere alla guida del convoglio 50325, partito da San Martino Trecate, in provincia di Novara, e diretto allo scalo merci di Gricignano di Aversa, in provincia di Caserta, su quell'asse che congiun¬ge il nord che produce e la Campania che distribuisce, commercializza, rivende. Un carico di Gpl, uno dei gas più infiammabili e pericolosi, spiegano gli esperti. Era diretto nella zona indu¬striale compresa tra Gricignano e Teverola. Ad accoglierlo - secondo quanto siamo in grado di ricostruire - era l'azienda casertana Aversana Petroli, con sede principale a Gasai di Principe e deposito a pochi metri dallo scalo merci della stazione Fs. Un'azienda guidata da Luigi Cosentino, padre di Nicola Cosentino, deputato, coordinatore del Pdl della Campania e sottosegretario all'economia. Lo stesso politico accusato da quattro pentiti di avere forti legami con i Casalesi e per il quale l'allora segretario pd Walter Veltroni chiese le dimissioni immediate (anche se in aula un pezzo del partito votò contro la sfiducia chiesta a gran voce anche dall'Idv).
Da questa stazione dell'agro aversano parte un binario, che esce dall'area delle ferrovie del¬lo stato, per entrare nella zona industriale, dove a guardare i capannoni che nascono come funghi la crisi sembra non esistere. «Nessuno ha accesso a quella zona privata e da queste parti non si fa manutenzione, solo un controllo dei freni», spiegano alcuni ferrovieri - sotto la garanzia dell'anonimato - che lavorano nel trasporto merci. È una delle tante zone che inizia a sottrarsi allo storico controllo delle Fs, dopo la privatizzazione e la liberalizzazione selvaggia degli ultimi anni. Se negli anni '90 esistevano un migliaio di scali merci dell'azienda pubblica, oggi le ferrovie controllano solo 199 punti. Sparisce il servizio di manutenzione, si riduce vertiginosamente il controllo globale sulla logistica, entrano società private, come la multina¬zionale Gatx, proprietaria dei vagoni deragliati a Viareggio. Non solo. È la stessa commissione europea - con alla guida della direzione trasporti Antonio Tajani, del Pdl - a spingere ulterior¬mente per la liberalizzazione del settore. I fondi Fas dell'Unione europea in Campania non sono andati per migliorare gli scali merci delle ferrovie dello stato, per evitare magari altri incidenti, ma alla nascente società privata del re dell'ingrosso di Noia Giovanni Punzo, di Luca Montezemolo e Raniero Della Valle. Soldi comunitari, 40 milioni di euro, che saranno destinati - secondo quanto annunciato da Punzo -per le officine del polo ferroviario privato in costruzione all'interno del Cis di Noia.
Ieri, con negli occhi ancora, i corpi bruciali, nessuno voleva parlare di responsabilità. L'am-ministratore delegato delle ferrovie Moretti precisa che le Fs non c'entrano nulla e che non c'è stato nessuno errore dei macchinisti. In sostan¬za loro hanno dato la rete, quello che accade con i treni privati che ci viaggiano non li riguarda. La multinazionale Gatx spiega che, anche se i vagoni deragliati a Viareggio sono loro, per una strana normativa internazionale i controlli spetterebbero a chi li usa. «Noi semplicemente affittiamo i treni», spiega il numero due della società Werner Mitteregger da Vienna. «Sono sempre mezzi relativamente nuovi, che vengono debitamente controllati prima di'essere consegnati al cliente che li prende in affitto», conclude, passando la palla a qualcun altro.
Scoprire chi sia il responsabile del trasporto del Gpl partito da Novara non è per nulla facile. Parlando con le società di logistica che hanno sede a Gricignano di Aversa si ottiene solo una lunga fila di non so. Solo alla fine esce fuori il nome del destinatario del carico, la Aversana Petroli dei Cosentino. Dal deposito di Gpl della compagnia confermano telefonicamente che i vagoni deragliati erano diretti a loro. Ma non vanno oltre, nessuno vuole commentare. Dalla sede di Gasai di Principe spiegano che solo Luigi Cosentino può spiegare le cose. In azienda, però, ieri pomeriggio non c'era. Peccato, avrebbe potuto raccontare chi ha organizzato il trasporto, chi è la società che la Gatx di Vienna sta indicando. È vano anche il tentativo di avere almeno un commento sulle norme europee ed internazionali che regolano il trasporto. Non parla il ministero dei Trasporti, nulla dall'ufficio stampa delle Ferrovie dello stato, silenzio dalle associazioni di categoria.


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